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Replicazione e liberazione - Per un esistenzialismo darwiniano

Replicazione e liberazione - Per un esistenzialismo darwiniano

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Replicazione e liberazione - Per un esistenzialismo darwiniano

Lunghezza:
527 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
Oct 13, 2016
ISBN:
9788892619289
Formato:
Libro

Descrizione

La Teoria di Darwin stabilisce ciò che non è adatto, eliminandolo a favore di ciò che lo è. E’ adatto chi replica, disadattato chi ricusa tale schiavitù mediante arbitrii eversivi, controversi, perversi. La replicanza è omologante ma vincente; i replicanti narcotizzati, egoisti, sordi, indifferenti alle conseguenze morali del darwinismo sono il capolavoro di Darwin. Non capire il darwinismo è adattivo. La Replicazione somministra una biologia della speranza, una tossicodipendenza in grado di dare un benché minimo senso all’esistenza. La Liberazione è viceversa controevolutiva, antiadattiva, lucida. La biologia insegna che la natura è senza cervello. La barbarie è adattiva. L’uomo, animale in grado di interrogarsi, ha però la possibilità di sabotarla, opponendo comportamenti contronatura. Compito di ogni Liberato, di ogni darwinista, è capire il complesso repertorio del comportamento adattato, in lui radicato come un virus oncogeno, per smascherarlo e guastarlo, guardando indietro nel reclamare una giustificazione: perché siamo noi, e nell’essere così, come potremmo affrancarci da come ci ha autorizzato ad essere? Solo allora potremo evolvere in ciò che certamente ancora non siamo: umani.
Editore:
Pubblicato:
Oct 13, 2016
ISBN:
9788892619289
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Replicazione e liberazione - Per un esistenzialismo darwiniano - Antonio Amodei

Indice

Premessa

Introduzione

1. L’imbarazzo della Vita

Uno slogan per la vita

Negentropia

Scelte di Vita

Replicanza e Biofilosofia

Caso e Necessità

Teleonomia vs Olismo

Etica ed Evoluzione

Conflitti d’Interesse

2. Nuova Sociobiologia Migliorata

La Nascita della Biologia

L’Amorale Inconsapevolezza dell’Essere: Altruismo ed Autoinganno

Replicazione: Sussurri e Grida

Autocoscienza

3. Dispute di Biofilosofia

Biosistemismo

Adattamento?

Micro e Macrobioriduzionismo

L’Unità della Selezione

4. Back to the Future

Neo-Innatismo

L’Approccio dell’Antropologia Tradizionale

La Teoria Computazionale dello Scambio Sociale

I Contratti Sociali Invertiti

Coscienza e Apprendimento: la Psiche Sociale

Adattazionismo e Adattivismo

Environment of Evolutionary Adaptedness

All’Ombra degli Antenati

Ansietà

A Cena dai Flintstones

5. Mischie Sessuali

L’Enigma

SES e Sesso

Locazioni

Investimenti Sbagliati

Battaglie Spermatiche

Sesso ed Handicaps

6. Narcosi

Medicina evoluzionistica

Autoinganno

Della Speranza

7. Evoluzione e Liberazione

Possessione e Liberazione

L’Evoluzione: se la Conosci, la Eviti

Sapere è Potere

8. Schopenhauer: il Suicidio dell’Evoluzione

Determinismo e Libertà della Volontà

Replicazione, Volontà, Fenotipo, Rappresentazione

Darwin?

Universali Mentali

Possessione e Narcosi

Immortalità Genetica, Fitness e Sessualità

Egoismo Genetico e Manipolazione Fenotipica

Liberazione

BIBLIOGRAFIA

Note sull'autore

REPLICAZIONE E LIBERAZIONE

Per un Esistenzialismo Darwiniano

Con un saggio su Schopenhauer

ANTONIO AMODEI

Youcanprint Self-Publishing

Titolo | Replicazione e Liberazione – Per un Esistenzialismo Darwiniano

Autore | Antonio Amodei

ISBN | 9788892619289

Prima edizione digitale: 2016

© Tutti i diritti riservati all’Autore

Youcanprint Self-Publishing

Via Roma 73 - 73039 Tricase (LE)

info@youcanprint.it

www.youcanprint.it

Questo eBook non potrà formare oggetto di scambio, commercio, prestito e rivendita e non potrà essere in alcun modo diffuso senza il previo consenso scritto dell’autore.

Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata costituisce violazione dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo quanto previsto dalla legge 633/1941.

A Sofia ed a sua madre

Replicazione e Liberazione – Per un Esistenzialismo Darwiniano – è il frutto di un lavoro di ricerca che l’Autore ha sviluppato alla fine dello scorso millennio e che ha trovato pubblicazione presso un piccolo editore fiorentino, non più attivo. Le pochissime copie stampate sono cadute nell’oblio o servite per ottime fiorentine alla brace, ma non le tesi che qui si percorrono, che stanno alla base delle future (attuali) conquiste della biofilosofia contemporanea e degli alterchi dibattuti tra deterministi ed ambientalisti. Riproporle a 20 anni dalla loro lavorazione non appare, dunque, ozioso. Certamente, alcune di quelle non hanno generato queste, altre sono state dichiarate un falso epistemico e severamente stracciate, la bibliografia è obsoleta ed andrebbe ben altrimenti aggiornata, ma il nucleo fondante del genocentrismo è inalterato, anzi implementato e, con esso, il tentativo esclusivamente umano di portare in tribunale l’evoluzione darwiniana, guardando indietro nell’esigere una risposta: perché siamo noi, e nell’essere così, come potremmo liberarci da come ella ci ha condannato ad essere? Solo allora diventeremmo ciò che certamente ancora non siamo: umani.

Premessa

Se uno va in giro chiedendo perché le cose sono come sono,

e quando gli danno una spiegazione basata su qualche principio scientifico

chiede perché quel principio è vero, e se come un bambino maleducato

continua a chiedere perché, perché, perché

prima o poi qualcuno gli darà del riduzionista.

Steven Weinberg

L’ambizioso sogno di ogni riduzionista è una spiegazione ultima dell’Universo, qualunque sia. Di principi fisici definitivi, finali, di teorie implacabili – non dogmi, ma certezze – di stabilità, inscalfibilità teoretica: ecco ciò di cui ha bisogno colui che aspira al desiderio dell’Unità delle Cose del Mondo. Il caleidoscopio polisemico del groviglio trabecolare, il citoscheletro della cellula iniziale, le congetture del superiore, dell’olistica speranza di vaghezza, spaventano i più: è naturale e comprensibile il recupero del tepore della certezza. La rintracciabilità nomica di una definizione che non abbia bisogno, finalmente, di una spiegazione ulteriore, una spiegazione della spiegazione, è l’angoscia e l’incubo dello scientista fisicalista/riduzionista.

Può darsi che nessuna chiarificazione estrema possa mai concludere qualcosa, in quanto mediata dalle categorie umane della conoscenza, sebbene non si possa difendere la tesi che nessuna teoria definitiva non sia mai stata racimolata. Sarebbe come sostenere che, ad esempio, il patrimonio genetico di un individuo debba continuare ad essere interpretato come eredità genetica del solo padre (come voleva la teoria dell’homunculus), oppure potremmo perseverare nella convinzione/illusione che, nonostante la tavola periodica, il mondo sia, in definitiva, composto da soli quattro ingredienti. E’ quasi sicuramente obbligatoria l’idea che un corpo cade verso il basso per effetto dell’attrazione gravitazionale, come pure non dovrebbero esserci dubbi intorno alla posizione, altamente decentrata, del nostro sistema stellare, nell’ambito della Via Lattea. Sono decisamente mete terminali. Si tratta - se ne converrà - di teorie (anzi, certezze) non più seriamente discutibili. Lo stesso non si potrà dire dell’origine della luna o della plausibilità del Big Bang, trattandosi di speculazioni mediane, in approssimazione progressiva. Progressive verso cosa? Verso la meta. Una meta, giura il riduzionista, che deve esistere; chimerica forse, ma possibile. Ci sono ricerche che, alla fine, una fine la raggiungono.

Certo, la presunzione di molte teorie precedenti ha pagato lo scotto del disincanto; esplorando si trova sempre qualcosa che possa falsificare una teoria precedente, fino a che la teoria rimane teoria. Lumeggiando ed investigando sempre più a fondo è ragionevole sostenere che non può esserci una spiegazione che non abbia bisogno di spiegazioni? I paradigmi mutano, le anomalie ed i rompicapi kuhniani divaricano clasticamente quelle che, per generazioni, gli scienziati hanno provveduto ad archiviare come evidenze sperimentali. Le teorie rimangono teorie, le teorie ultime pure. La realtà delle cose è sfuggente, le verità forse non esistono. E può darsi che il mondo abbia una costituzione dipendente dal soggetto, kantianamente; e si darà anche il caso che una qualche specie di panta rèi cosmico alteri continuativamente gli istanti di cristallizzazione universale. Di fronte alla promozione, alla generazione, alla moltiplicazione delle architetture possibili del pensiero, l’unica occasione verosimile consiste nella militanza, nel credo soggettivo (una metafisica?), non necessariamente intollerante e dispotico, o comunque nella perseveranza dell’ipotesi formulata, quale dominio della ricerca possibile, prelata dall’investigatore che l’ha sposata.

E’ concepibile che una catena di congetture alla fine converga su se stessa. Essa potrebbe proseguire indefinitamente, mentre, allo stesso tempo, isolarsi e cristallizzarsi, imponendosi uno stop. Si potrebbe, cioè, postulare l’esistenza di un mondo microscopico (ad esempio il DNA che specifica per le proteine, che regolano a loro volta il DNA, che genera nuove proteine, ecc.) che abbisogna di un mondo macroscopico (l’organismo, la specie, l’intorno ecologico ecc.), il quale dovrebbe, a sua volta, postulare un meccanismo riduttivo (la sintesi proteica) per avere senso. La circolarità si porrebbe, in questo modo, quale ipostasi del significato di essere vivente. Se una spiegazione ha bisogno di ulteriori spiegazioni, è decisiva l’interpretazione della spiegazione migliore, che viene ritenuta soggettivamente migliore. Se poi al fondo non troveremo alcuna legge, considerando ogni norma la sovrastruttura del nostro modo di fare osservazioni, potremmo prendere il modo con cui facciamo osservazioni (in laboratorio, nell’intorno di un ambiente applicativo, ecc.) come fonte di possibili leggi: il nostro modo di osservare validerà, quindi, il risultato dell’osservazione. La legge trovata avrà bisogno, cioè, di una metalegge che si sovraimponga sulla regolarità appena circoscritta. E’ possibile che tutti i tentativi di fare a meno di leggi naturali fondamentali, per aver successo, debbano introdurre metaleggi al loro posto.

C’è un’ultima possibilità epistemica. Più verosimile e più inquietante: forse un insieme semplice di teorie da cui si dipartono le altre teorie - un insieme, cioè, che può chiamarsi una teoria finale - che esiste, ma che non sarà mai possibile sapere cosa sia, dove sia, perché sia. E’ possibile, inoltre, che non si disponga delle categorie mentali per capirla. Sfuggente, oleosa, la teoria finale si fa beffa ineffabile, mediante lo strumento d’indagine umano.

Tuttavia, l’ipotesi di molti scienziati è che una teoria finale esista, e che noi siamo in grado di scoprirla. Qualsiasi teoria finale non sarà logicamente inevitabile; anche se si scoprisse definitivamente che al nucleo della genetica molecolare debbano essere fatte risalire tutte le varietà comportamentali di un organismo, resterà da capire perché l’organismo debba avere un comportamento variabile, perché debba essere specificato dal DNA, perché debba obbedire alla natura delle leggi quantitative. Ad libitum: perché l’universo non è composto di Terra, Acqua, Fuoco, Aria? Perché esiste qualcosa piuttosto che il Nulla? Lo stupore di esistere, in effetti, sta alla base della ricerca di giustificazione del credibile e dello spiegabile. Una teoria finale dovrà isolare le altre teorie in maniera rigida, onde evitare alternative che non diano assurdi logici. Le contraddizioni coi principi primi della teoria finale la manderebbero in frantumi. Utopia? Una verità che non può essere nemmeno leggerissimamente diversa da quella della teoria finale è solo una possibilità della scienza. Ma le scienze, nessuna scienza attuale, non ci dicono assolutamente nulla sulle forze definitive, sulla loro necessità. Resterà sempre, infine, una quantità di teorie logicamente possibili. Ma non è nemmeno esclusa la possibilità di scartale tutte meno una. L’unica che, pur essendo parimenti logica alle altre, pariteticamente plausibile, possa descrivere qualcosa che risulti simile all’esperienza che abbiamo del nostro mondo. Una teoria finale potrebbe descrivere qualcosa di possibile che è il nostro mondo, sebbene tutte le teorie siano logicamente feconde per descrivere un mondo: esisteranno mondi monadici, possibili, fatti di particelle, di geni autoreplicanti, di orecchie di pipistrello, di soggetti oggettivi, ecc., il cui limite numerico è il margine dell’immaginazione. Il problema resta soltanto lo stabilire perché una teoria è quello che è. Un principio di fecondità teoretica pluripartitico cozza, invece, con gli oggetti di questo nostro mondo. Altri universi potrebbero e potranno esistere, forse definitivamente inaccessibili ed inconoscibili, così che l’ipotesi della loro esistenza non pare avere conseguenza sulla teoria finale: la domanda, in questo caso, s’interrogherà sul perché debbano esistere.

Che effetto avrebbe la scoperta di una teoria finale? Lo scenario virtuale di applicazione di una teoria finale direbbe come è governato il mondo, spiegherebbe l’essere dell’esserci, ma non concluderebbe l’impresa della conoscenza. I ricordi e la mente sono al di là delle possibilità dell’attuale neurobiologia, ma una volta si ardevano gli sciocchi e gli alieni, mentre oggi quegli stessi soggetti vengono curati. Forse i fisici, i biologi e gli studiosi dei prossimi millenni invidieranno il lavoro scientifico attuale perché, dotati di qualche teoria più finale delle attuali, avranno meno poesia con cui riempire le lacune.

Il viaggio alla scoperta della teoria finale in biologia, probabilmente non è nemmeno iniziato. Una ragione in più per credere che ce ne sia una, una tolleranza in più, uno sguardo meno antidemocratico verso le possibilità di alcune baluginanze teoriche. Le parole di Nesse e Williams possono essere sottoscritte da chiunque abbia a cuore una maggiore interdipendenza tra scienze e filosofia, tra metodo sintetico e analitico, ai fini di un’unità nell’acquisizione di alcune verità fondamentali: "Nonostante le geniali intuizioni di Darwin verso la metà del XIX sec. e la rivoluzione di Mendel, la spiegazione dei sessi venne data da Fisher solo intorno al 1930; e perché solo intorno alla metà di questo secolo, con il lavoro di Medawar, abbiamo compreso la senescenza? Perché abbiamo dovuto attendere il 1964 e le pubblicazioni di Hamilton per scoprire l’importanza della parentela nell’evoluzione? Perché solo negli anni Settanta e Ottanta sono state proposte ipotesi valide su come parassiti e ospiti, o piante ed erbivori, si influenzano reciprocamente? Crediamo che la risposta sia da ricercare nella persistente antipatia che le idee evoluzionistiche in generale, e quelle dell’adattamento e della selezione naturale in particolare, riscuotono presso il pubblico (ed anche tra alcuni biologi)" (Nesse e Williams 1994: 292-3).

Con questo contributo si intende riabbozzare una delle tante militanze della storia recente della scienza, rivederne velocemente i contenuti, riassaporarne le tesi, esemplificandole in un tratteggio che converge verso nuovi lidi, nuove continuità ideali. E’ quel sogno dell’unità del biologico, o dell’umano comportamento sessuale, ancora in fieri, sebbene vituperato ed aggredito (spesso speciosamente), sebbene trasformatosi (evolutosi?), che fu la Sociobiologia come scienza degli affari umani su basi organismiche individualiste, e che adesso, forse, viene reinterpretato coi nuovi argomenti degli psicologi evoluzionisti. Non si vorrà, quindi, da parte di chi scrive, segnalare l’opportunità, o meno, di accasarsi con la fazione pro, o con quella contro la biologia evoluzionista genocentrica, ma piuttosto ripensare alcune importanti tappe del pensiero della allora nuova biologia, sebbene il termine implichi, necessariamente, il confronto col dibattito assolutamente contemporaneo. Non si tratta di un lavoro storiografico, di un racconto delle tesi e delle teorie (anche se, inevitabilmente, il lettore potrebbe avvertire il sapore datativo della narrazione), ma l’elaborazione di portati, quelli della biologia evoluzionistica, che hanno affascinato chi scrive e che potrebbero essere ricondotti ad alcune visioni filosofiche. La biogenetica come Weltanschaung? Sarebbe un’idea, per qualcuno forse ridicola, una metafisica della scienza. Tuttavia, a causa del relativismo teoretico di cui sopra, come si potrà illiberalmente denigrare l’intrapresa? Se una teoria finale non esiste (ed io non credo che non esista; ma questo è solo l’atteggiamento personale di un singolo, appunto, una militanza), tutti potremo ascoltare.

Senza dover essere necessariamente d’accordo. Alla fine è una questione d’educazione.

Introduzione

Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l’uomo non è propenso al bene:

quale dio ve lo spingerebbe?

E’ costretto a vincersi, a farsi violenza,

per poter compiere il sia pur minimo atto non inquinato dal male.

Quando vi riesce, ogni volta egli provoca, umilia il suo creatore

***

Timido, sprovvisto di dinamismo, il bene è inadatto a diffondersi;

il male, ben altrimenti intraprendente, vuole trasmettersi…

questa incapacità di rimanere in se stesso noi tutti l’abbiamo ereditata;

generare è continuare, aggiungere qualcosa alla sua creazione scimmiesca.

Emìle Cioran

Fino a che punto siamo disponibili ad accogliere il concetto che la cultura possa essere interpretata in termini di lotta per la massimazione personale dell’imperativo genetico? Quanti di noi sarebbero disposti, non dico ad accettare, ma quantomeno ad ipotizzare che quasi tutto il dominio di ciò che chiamiamo supersomatico, extrabiologico, mitopoietico, in una parola sociale, sia in qualche modo conseguenza di accessori corporali, memorie genetiche, selezioni neurali e cose di questo genere?

In questo lavoro non si tenterà di dimostrare, accogliendo l’opzione ultrariduzionista, un’ipotesi tanto dissennata ma, attraverso la rivalutazione di alcuni storici progressi assestati nel campo della biologia teorica e teoretica nell’ultimo trentennio circa, azzardare quantomeno l’inoculazione del dubbio, ovvero che, effettivamente, la cultura potrebbe concretare ed esprimere gli effetti cumulativi di ciò che Hamilton etichettò come "comportamento massimizzante la fitness complessiva" (inclusive-fitness maximizing behaviour), cioè quella collezione di modalità, strategie, utilità, comportamenti, che renda massima la quantità di prole genetica parentale di discendenza, diretta e non. La maggior parte dei biologi contemporanei non ha più alcuna riserva nell’accettare tale paradigma e quasi nessuna difficoltà ad estenderne gli universali.

Biologi, antropologi, psicologi, filosofi, suggeriscono, con convinzione sempre maggiore, che ciò possa avvenire; e non perché col termine cultura si debba identificare un misterioso o irrazionale meandro di dispositivi storici e mentali al servizio del pensiero, ma semplicemente per la ragione che la costituzione dei modelli di conflittualità interna alle strutture sociali - conflitti di interesse, innanzitutto - sono troppo complessi e troppo poco studiati per poter essere compresi in un framework esaustivo. Secondo una visione sociobiologica della cultura (avveduta ed aggiornata), i conflitti tra individui gettati nell’arena dell’evoluzione darwiniana porterebbero ad un inerzia culturale, frutto di rapporti di forza geneticamente determinatisi, tali da subordinare il sociale. L’urgenza e l’imperio della riproduzione potrebbe comunque non influenzare la direzione della cultura, potendo semmai quest’ultima essere strumentalizzata dalla fitness globale. All’interno di una società organizzata, l’attività che ognuno dei suoi componenti vi debba o vi possa svolgere non ha alcuna importanza: che si tratti di un commerciante di computer, di una bambinaia, di un politico o di una commercialista, qualsivoglia comportamento sociale strategizzato dalla società stessa, che lo prevede, tende ad avere una possibilità di successo. Sarebbe contrario agli interessi di ogni membro di quella società se ogni sforzo di carattere biologico-riproduttivo avesse una correlazione diretta con i tratti culturali, che in quel caso ne sarebbero immediatamente colpiti e, di conseguenza, mutati. Solo particolari novità, scaturenti dallo scontro sociale di interazione tra individui, vengono avallate e valorizzate come prodotti della comunità, alla cui produzione ogni attore avrebbe potuto partecipare e dalle quali ogni membro si aspetta un qualche beneficio.

La ragione di questa inerzia culturale, seguendo l’ipotesi biologica, consiste nel fatto che le novità, i cambiamenti introdotti da individui o da sottogruppi di individui, sarebbero probabilmente contrari agli interessi di altri individui e gruppi: le novità socio-culturali potrebbero risultargli deleterie.

Che cosa, dunque, ha guidato l’evoluzione culturale? Negare produttività ontologica al parallelismo gene/meme è un altro degli espedienti autoingannatori, una "strategia evolutivamente stabile, una narcosi evolutiva, mediante la quale l’obiettivo biologico della massimazione della replicazione genica ghermisce chiunque ne venga parassitato. Gli argomenti utilizzati per svincolare la cultura dalla biologia – la Liberazione" a cui rimanda il titolo di questo contributo - quantunque i loro sostenitori non potranno mai ammetterlo, anzi, nemmeno avvertire di avere la possibilità di ammetterlo (quasi un’autoimposizione di incoscienza), non sopprimono tutte le ragioni per aspettarsi tale connubio. Esistono molti indizi del linking gene/meme, tra istruzioni genetiche e risposte culturali, che dispongono i tratti culturali come effettori genetici, un veicolo per la prestazione riproduttiva. L’intelletto e la ragione saranno da considerarsi, nell’ottica testé indicata, strumento della replicazione.

Se così sta(ra)nno le cose, l’apprendimento culturale non è un’azione di raccolta ed interpretazione dell’ambiente per sé, bensì l’utensile ed il veicolo privilegiato della predizione umana nei confronti del successo in termini di fitness. Anche la coscienza, l’autoriflessione, l’esperienza del sé, potrebbero rivelarsi l’epifenomeno più intimamente associato agli effetti dell’imperativo genico, ma la speranza degli umanisti (in senso lato) è che si tratti di un incidentale sottoprodotto, sfuggito al despotismo della biologia, che vive di vita autonoma ed in grado di contrastare la schiavizzazione del DNA. Il riconoscimento della riflessione, del pensiero e la possibilità di teorizzare sulla genicità di questo stesso, darebbe già notevole conforto alla massa dei non liberati, di cui è disseminato l’ecumene.

In altre parole, può essere suggerito che le strutture e le mutazioni che lo sviluppo culturale eredita dalla cultura possano venir determinate dagli interessi della collettività, intesa questa come compromesso tra miriadi di interessi individuali e collocati come obiettivi inerenti alle condizioni in cui essi stessi si sviluppano e si caratterizzano, anche e soprattutto in relazione alle forze che contrastano tale evoluzione - forze inerziali generate dall’ostilità conservatrice ereditata dalle condizioni ambientali in cui gli organismi si sono affermati adattivamente. Un’argomentazione di questo genere necessita delle seguenti condizioni: 1. correlabilità diretta tra strutture culturali e strumenti di massimazione della fitness globale; 2. ulteriore stretta corrispondenza tra cultura dominante (inerzia) e beneficio individuale, per ognuno o per la maggior parte degli attanti sociali; 3. capacità effettiva, da parte di ogni attante, di recuperare le strategie adeguate di adattamento culturale intraspecifico, onde dotarsi dell’equipaggiamento ottimale di risposta ambientale; 4. resistenza culturale all’innovazione, mediante la strutturazione di modelli reattivi di tamponamento delle alterazioni eventualmente introdotte, sia a livello individuale che di sottogruppo.

Al posto dell’abnegazione altruista, spassionata e disinteressata, l’antropologia e la psicologia darwinista, dunque, sostituiscono concetti ben più prosaicamente funzionali all’imperativo evolutivo, in cui cinismo, tradimento, sospetto, menzogna, manipolazione, egoismo ecc., avranno un ruolo adattivamente plausibile, della cui consapevolezza potremo forse un giorno servirci per tentare di costruire un mondo, allora finalmente morale, sottratto alla coartazione biologica, "perverso" perché antagonista all’egoismo genetico, ormai smascherato e reso inerte.

Ad una tale presa di posizione risponde una innumerevole congerie di argomentazioni, provenienti da Autori appartenenti alle più disparate fazioni filosofiche, politiche, antropologiche, umanistiche sensu latu ecc. Le loro ragioni oppongono al riduzionismo biologico soprattutto il fatto che l’uomo è un sistema altamente complesso, un sistema che ha a che fare con la sua descrivibilità di macchina utensile più difficile da definire di una semplice leva genetica. Quanto maggiori sono i parametri necessari alla descrizione di un sistema, tanto più questo sarà complesso. E l’umano comportamento, l’umana cultura e psicologia, dispongono di parametri infiniti: l’organismo uomo non può essere ridotto ad alcuna descrizione meccanicistico-deterministica.

La complessità può essere definita come il logaritmo del numero di possibilità che ha un sistema di realizzarsi, ovvero come il logaritmo del numero dei possibili stati del sistema (Cramer 1988). Più il sistema è complesso, maggiore è l’informazione che può vettorializzare. Il sistema genetico molecolare, ad esempio, con tutte le sue mutazioni, è altamente complesso: come può essere prevedibile? La prevedibilità del sistema genetico è possibile solo a condizione che l’informazione contenuta e sprigionata dalle molecole di acido nucleico si conservi senza modificazione. Ciò, si ricusa, è impossibile, perché l’informazione originale viene sovraimpressa dall’informazione spazio-temporale, modificata, dissipata o incrementata da una complessità fondamentale. Quest’ultima è definibile come il più piccolo algoritmo necessario alla sua descrizione, costituito di un numero di bit di informazione paragonabile a quello della struttura stessa. In altre parole, descrivere un sistema complesso come l’uomo significa non poterlo aggredire con spiegazioni ridotte, analitiche, sommative, essendo il Sistema Uomo una struttura biologica, anzi, la struttura biologica per eccellenza, dinamica, in rapporto continuo con l’ambiente, caotico; cosa che implica l’emergere di qualità intrinsecamente nuove, imprevedibili ed intrattabili se non olisticamente, come un di più della semplice sommatoria delle sue parti. E, finalmente, il libero arbitrio umano si colloca sul piano del completamente autonomo: "Forte della sua coscienza, e con tutta l’autonomia che gli viene dalla sua posizione nel cosmo e dalla sua dignità, l’essere umano dispone della libertà di esprimere la sua volontà, entro il sistema evolutivo del pensare e dell’agire, e di farla valere, nel contesto delle norme morali, dinanzi alle nuove ed inaspettate biforcazioni che si presentano incessantemente ogniqualvolta gli venga richiesta una decisione" (Cramer 1988: 289).

Il cervello umano, inoltre, è la totemizzazione di questa complessità fondamentale. Esso gioca con le idee autopoietiche che continuamente discrimina, discute, distingue, approvando o accantonando possibilità, alternative e opzioni risolutive, secondo regole che la psicologia e la neurofisiologia definiscono come inedite, astruse, svagate, creative, trascendenti: il cervello non è un computer, bensì un generato di informazioni casuali, che di volta in volta adatta, riplasma e traspone la molteplicità infinita dell’ambiente in cui viene a trovarsi. In questo mondo incerto non esiste dunque causazione, in virtù della complessità fondamentale delle caratteristiche neurofisiologiche del cervello.

A noi pare che una siffatta posizione idealistica riporti l’analisi dell’uomo al regno dell’iperuranica condizione delle forme ideali e dell’irrazionalità, dove la tentazione di restituire dignità all’uomo ed all’esistenza è perseguita con lo strenuo anelito alla divinizzazione umana, sottraendo all’umanità caratteristiche materialistiche e naturali e sostituendole con un’immotivata percezione di intrattabilità scientifica degli affari umani. Mantenere la condizione umana nell’ineffabilità, nell’indeterminatezza, nell’indecidibilità dovuta alla complessità fondamentale di cui sopra, costituisce secondo noi un’ulteriore conseguenza della ricusa, evolutivamente stabile, di appartenere al regno della natura, consentendo così, inconsciamente, alla natura di possederci. Un autoinganno adattivo. Affermare che l’evoluzione biologica sta volgendo al termine, visto che oggi produciamo e trasmettiamo una messe di informazioni un miliardo di volte maggiore di quella che possiamo produrre nel lasso di tempo di una generazione genetica, significa avere una percezione profondamente distorta dell’evoluzione per selezione naturale, dei meccanismi di adattività fenotipica e psicologica, della funzione dell’encefalo e della posizione di ognuno di noi all’interno di sistemi complessi come quelli culturali.

Così da poter infine affermare che la risoluzione dell’esistenza mondana postula una permanenza ultrasensibile del mondo, sanziona il distacco dalla realtà e dal bisogno pratico dell’uomo, legittimandone l’arbitrio e la fuga oppiacea davanti ad essa.

1. L’imbarazzo della Vita

Ritengo che Francis Crick e James Watson

dovrebbero essere onorati per secoli come Aristotele e Platone

Richard Dawkins

Agli inizi, nella promiscuità in cui si operò lo slittamento verso la vita,

qualcosa di innominabile dovette accadere, che si propaga nei nostri malesseri.

Che l’esistenza sia stata viziata alla sorgente, insieme agli elementi,

chi potrebbe esimersi dal supporlo?

Colui che non sia stato indotto a considerare questa ipotesi

come minimo una volta al giorno, avrà vissuto da sonnambulo.

Emìle Cioran

Il concetto di Vita ha subito grandi cambiamenti nel corso della storia della filosofia della scienza e del pensiero epistemologico, anche recente. La biologia moderna, in quanto disciplina dotata di più livelli di indagine, che spaziano dall’evoluzionismo alla biologia molecolare, ha trasformato il mistero della vita in "problema della vita".

L’origine, il mantenimento, l’evoluzione e l’estinzione degli organismi viventi supportano la domanda: Che cos’è Vita?, quesito che è diventato un rompicapo filosofico (Schröedinger 1944). Sebbene negli ultimi trent’anni circa, la filosofia della biologia sia emersa dall’ombra della filosofia della fisica per divenire una rispettabile e promettente subdisciplina della filosofia della scienza, può non essere esagerato affermare che molti studiosi del vivente appaiono interessati alla definizione di cosa sia vita solo all’esordio (e, talvolta, alla fine) della loro carriera di scienziati, mentre per tutta la durata del lavoro applicativo sembra loro intenzione eludere il problema filosofico di base, scoraggiandone la delucidazione. Questo atteggiamento di rinuncia può forse essere imputato alla difficoltà di proporre una definizione esaustiva di essere vivente, da parte della biologia molecolare evolutiva, che interpreta l’assemblaggio superordinato di strutture organizzate come una continua e graduale transizione dal non vivente al vivente, postulando che la qualità di oggetto vivente debba essere emersa dal ruolo che l’autoorganizzazione, la sinergia e la termodinamica giocano nell’evoluzione di tali strutture.

Da un punto di vista strettamente organismico, vita è la condizione cellulare della perpetuabilità del codice che la informa. Eppure l’interpretazione di questo che appare un semplice concetto della biologia moderna viene maturando attraverso il confronto di spiegazioni teoriche conflittuali, che certo non accomuna le discussioni dei diversi scienziati ed autori su quello che si può definire il problema centrale delle scienze biologiche ed evolutive. La situazione epistemologica attuale, con la sua infecondità nel dare una risposta esaustiva sull’origine e sull’essenza della vita, necessariamente assume un atteggiamento tollerante nei confronti della messe di teorie e spiegazioni che gli autori vogliano proporre nell’arena del dibattito. Ogni studioso ne ha una personale visione, mentre non esiste accordo sulla definizione ultima. E’ comune che chi si appresta ad affrontare il dibattito si ponga, preliminarmente, il problema se l’Uomo non sia, antropocentricamente, il miglior esempio del fenomeno vita. I biologi molecolari, comunque, non desistono dall’avvertire il grande pubblico che la complessità fenotipica (come, ad esempio, la facoltà emergente del cervello di pensare) non è che la manifestazione particolare di ciò che la vita non è. La coscienza, l’arborizzazione neurale, sono prodotti recenti, accessori dell’esistenza in vita. Ci è noto il fatto che per tre miliardi di anni non si è evoluta traccia di animale superiore nella biosfera, sebbene molte migliaia di specie viventi pullulassero negli oceani primordiali. Ciò dovrebbe definitivamente convincerci del fatto che il cervello e le sue funzioni sono irrilevanti per una definizione di vita, essendo quello funzionale a questa, come lo sono, ad esempio, la fotosintesi, la respirazione anaerobica, ecc. Capire la vita significa interpretare cosa sia un batterio, cosa un fungo od un’ameba: non l’encefalo. I procarioti, non i bottoni sinaptici.

Gli oggetti viventi vengono considerati oggetti fisici a tutti gli effetti. Qualsiasi cosa sia contenuta dall’universo conosciuto è materia, oggetto fenomenico, un ente sottoposto alla variabilità delle sollecitazioni dei parametri fisici, come la temperatura, l’elettricità, la massa, la pressione. Ma gli oggetti viventi non possono essere ricondotti ad una definizione semplicemente attingendo ai concetti della fisica classica. Gli studiosi tendono attualmente a considerare gli oggetti viventi non il mero coacervato di semplici proprietà, ma oggetti complessi, dotati di caratteristiche di relazionabilità tra le parti che li costituiscono e serviti da una struttura interna che con questi parametri elementari è in connessione, attraverso relazioni, la cui natura è molto spesso poco chiara o addirittura sconosciuta.

Per percorrere una ricognizione almeno sufficientemente rappresentativa intorno alle possibili definizioni del concetto di essere vivente, dovremmo dedicarvi le forze e le risorse di un intero lavoro di ricerca, storica e teoretica. Nelle intenzioni di chi scrive, tuttavia, un tentativo minimo, come corollario all’economia di argomentazioni meno specificatamente dure, che si vogliono centrali nell’espressione di particolari attributi del vivente, sembra dovuto.

Uno slogan per la vita

Qualsiasi cosa che dalla vita dà vita, vive. Vive chi si riproduce o è il prodotto della riproduzione. Il minimo comun denominatore di tutte, o quasi, le definizioni di vita proposte in ambito epistemico e scientifico, è sostenuto dal concetto di Replicazione. La biologia ha tuttavia a che fare con due proprietà, che rendono gli organismi oggetto di studio strutture dissipative: il metabolismo, affrontato dagli studi di biochimica e fisiologia, e le funzioni, esaminate facendo largo uso della teoria evolutiva, con l’aiuto massivo dei concetti e delle nuove verità della genetica. Dire attualmente cosa sia considerabile come oggetto vivente è visualizzare come si sia originato. Lo studio sull’origine della vita coincide, in effetti, con la definizione della vita stessa, in quanto non è possibile identificare il momento in cui un sistema vivente è già in procinto di abbandonarsi al corso dell’evoluzione chimica per selezione darwiniana. Se il DNA ed il suo comportamento sono definiti in quanto vita, allora l’origine della vita coincide col momento in cui una quantità significativa di DNA viene generata dall’evoluzione chimica (Miller e Orgel 1973).

E’ possibile definire come vita, in via preliminare, il fenomeno che manifesta contemporaneamente tre caratteristiche: (1) autoregolazione, (2) autoreplicazione e (3) evoluzione.

L’autoregolazione di un sistema vivente è il risultato di un equilibrio tra catabolismo ed anabolismo. Il sistema vivente viene dunque caratterizzato dalla stabilizzazione di un valore di equilibrio del metabolismo. Nei viventi, qualsiasi sostanza, ad eccezione della molecola di DNA, viene metabolizzata rapidamente. Per quale motivo, si chiedono i citobiologi, tutte queste sostanze sarebbero consumate? Una risposta possibile vede nel turn-over delle molecole il meccanismo di rigenerazione cellulare, in vista della riproduzione e delle necessità delle nuove identità cellulari figlie. Un’altra funzione del rapido rinnovarsi delle molecole degradate consiste nel vantaggio di rimpiazzare componenti non più utilizzabili in condizioni ambientali diversificate. Ad esempio, alcuni batteri possono convertire rapidamente il materiale cellulare, ovvero incrementare la flessibilità di risposta dinamica alle sollecitazioni esterne e sopravvivere a condizioni di stress ecologico. Siccome, poi, le condizioni d’equilibrio devono essere mantenute costanti, nella variabilità ambientale esterna ed in relazione alle capacità di relazione strutturale interna, un altro importante meccanismo di mantenimento energetico è individuabile nell’omeostasi, il sistema di regolazione biologica presente in tutti gli organismi, che serve a proteggere le strutture interne, morfologiche, ed i sistemi di concentrazione chimica delle gerarchie fisiologiche da traumi e cambiamenti improvvisi delle condizioni trofiche e funzionali in cui l’organismo si trova a vivere. La concentrazione dei succhi intracellulari, ad esempio, viene mantenuta costante da un meccanismo di regolazione degli scambi ionici attraverso le proteine integrali di membrana, mediante l’utilizzo di molecole energetiche attive; l’omeotermia, il ricambio epiteliale, la concentrazione salina, sono esempi di salvaguardia eccellenti, ottenuti mediante stenoecia (la capacità di restringere entro rigide soglie di tolleranza i valori funzionali e fisiologici di un sistema a stato costante).

L’autoreplicazione (o riproduzione) di un organismo è la sua capacità di dare copie di se stesso. Nella riproduzione asessuale abbiamo una replicazione perfetta, in quella sessuale imperfetta; si tratta, comunque sia, di una strategia di mantenimento delle codificazioni di sistema, da parte del generatore verso il generato. La vita ha potuto mantenersi senza pericolo di estinzione totale per quattro miliardi di anni grazie alla replicazione, misteriosa facoltà di ringiovanimento del materiale genetico. Le cellule figlie ripristinano le condizioni ed il livello di freschezza ontogenetica perduta dalla cellula madre. E’ questa, senza dubbio, l’unicità dell’essere vivente: la sua indipendenza dal tempo, l’inusurabilità efficiente. La replicazione dei determinanti genetici è seguita, nella meccanica della separazione delle cellule figlie, dalla divisione dell’intero sistema vivente, ma è la prima fase della divisione che ha importanza nella definizione del sistema: la replicazione del codice, la copia, il doppione che assicura la continuità della replicazione, ad libitum. Solo molto più tardi, nel corso dell’evoluzione delle specie, la divisione mitotica delle cellule eucarioti introdurrà un complesso apparato di facilitazione della separazione meccanica del materiale genetico, garantendo una corretta redistribuzione ai generati. I meccanismi di replicazione cellulare sono, tuttavia ed in larga parte, ancora oscuri. Ciò che per molti biologi resta un dogma, è la sua necessità. Per altri, invece, l’abilità dell’autoreplicazione non può essere contemplata nella lista che cifra l’essere vivente; per questi Autori, sebbene la replicanza sia da considerarsi essenziale per l’evoluzione e sebbene sia molto probabile che sia stata all’origine delle primissime molecole biochimiche apparse sulla Terra, esistono ragioni che la renderebbero non necessaria a qualificare un sistema come vivente. La più importante consiste nel fatto che esistono molti sistemi biologici semplicemente incapaci di riproduzione, come la maggior parte dei subsistemi organismici (principalmente tessuti ed organi); inoltre, non tutti gli organismi sono capaci di riproduzione, come alcuni ibridi o i membri delle caste sterili degli insetti sociali. Gli organismi a riproduzione sessuata, invece, non sono realmente autoreplicativi, in quanto non è l’individuo in sé che si riproduce ma è la coppia, nel suo insieme, che dà prole, la quale è rappresentata da uno o pochi nuovi organismi della stessa specie e non, nella logica della replicazione, da una nuova coppia sessuata. La clausola dell’autoreplicazione può, comunque sia, essere aggiunta alla definizione di vita, una volta segnalato che l’organismo, per essere definito vivente, almeno una volta nella sua storia filogenetica, deve aver potuto riprodursi.

L’evoluzione aggredisce il sistema vivente fin dalla sua emergenza, attraverso il meccanismo della mutagenesi del codice genetico. Il genoma dei viventi attuali è il risultato di selezioni e sopravvivenze differenziali espresse dalla variazione mutazionale. Le mutazioni possono essere geniche (a carico del singolo gene), genetiche (a carico di una porzione più o meno estesa di DNA), genomiche (su interi cromosomi, o sul loro numero), naturali o artificiali. Si tratta, comunque e ovunque, di un processo la cui lentezza è oggetto di quantificazione.

Esistono due alternative a questo modello: secondo il fisicalismo ogni struttura vivente non è niente più (nothing but) che una cosa fisica, per quanto complessa; secondo quello che possiamo indicare come un riduzionismo radicale, è da rigettare ogni distinzione tra vivente e non vivente, negando così l’esistenza del confine tra organismo ed ambiente (Dennett 1995). La seconda opzione è l’ilozoismo moderno, che assume come vivente qualsiasi oggetto esistente: si tratta di un concetto che ha fatto presa nel recente, confuso panorama di pensiero, definito come New Age, e che progredisce dalla versione autentica di stampo aristotelico, ma che rende una concezione della vita scontata, superficiale, se non francamente incomprensibile.

Negentropia

Gli organismi sono gli unici oggetti che mantengono una forma definita nonostante il flusso di energia che li attraversa. La struttura di un organismo il cui mantenimento richiede un continuo flusso di energia, che viene inizialmente assimilata e poi dispersa, corrisponde alla condizione vitale: un sistema che non venga attraversato da flussi energetici non è vivo (uno spermatozoo congelato era in vita prima della crioconservazione e lo sarà al momento dell’utilizzazione nella fecondazione assistita).

Il Secondo Principio della Termodinamica, conosciuto anche come legge dell’aumento dell’entropia, è decisivo nella definizione del concetto di essere vivente. Il principio descrive la direzione dei cambiamenti energetici, stando a rilevare che il contenuto energetico dei sistemi, fino al livello universale, è sempre e irreversibilmente in declino, ovvero in entropia positiva. Ciò significa che tutti i fenomeni del macrocosmo denunciano entropizzazione e che, dunque, sono nello stato di collasso imminente. Gli oggetti ordinati hanno maggiore stabilità entropica e minore energia interna. I sistemi viventi denunciano la stessa direzione energetica: si comportano come assorbenti energetici diminuendo l’entropia attraverso l’ordine. Gli organismi, cioè, producono negentropia, entropia negativa. Il primo esempio ci viene dalla fotosintesi clorofilliana, per mezzo della quale le piante verdi fissano l’anidride carbonica, organicandone il carbonio ed incorporandolo sotto forma di glucosio

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