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Vietato Leggere all’Inferno

Vietato Leggere all’Inferno

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Vietato Leggere all’Inferno

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
391 pagine
5 ore
Pubblicato:
7 ott 2016
ISBN:
9788822853776
Formato:
Libro

Descrizione

Mi chiamo Amleto Orciani e sono un libromane. Ho trentacinque anni e mi faccio dall’età di dodici, quando la lettura era ancora legale. Ho iniziato per scherzo con L’isola del tesoro e non ho più smesso. Leggere è la prima cosa a cui penso quando mi sveglio e l’ultima prima di andare a dormire. Sono talmente assuefatto da conoscere il significato di parole come paradosso, pennivendolo e opulenza. Insomma, uno sniffa-inchiostro senza speranza. Vivo vicino ad Ancona, lavoro come inserviente in un discount di bricolage e arrotondo spacciando romanzi alla gente della zona. La mia vita non è un granché, ma mi ci trovo. Il problema è che vorrei avere più soldi, per questo accetto di aiutare Eleonora. La ragazza è brava, ma così folle da voler cambiare il mondo dell’editoria da sola. Per seguirla mi tocca coinvolgere amici discutibili e incontrare gente che preferirebbe vedermi morto (il Bibliotecario ti dice niente?). Meno male che ho dalla mia Caterina, una camgirl con un secondo lavoro ancora meno presentabile del primo, però non sono sicuro mi possa salvare il culo, stavolta. Se ne esco vivo, giuro che smetto di leggere. Forse. Vietato leggere all’inferno racconta la mia storia. Non insegna qualcosa che vale la pena conoscere, non ci sono buoni sentimenti o altre cazzate ma per sballarsi con gli amici è perfetto. Provalo, e fammi sapere se funziona.
Pubblicato:
7 ott 2016
ISBN:
9788822853776
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Vietato Leggere all’Inferno - Roberto Gerilli

PREFAZIONE

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Sadness turns to fun

Keep the faith, baby

You broke the rules and won

Ramones, Howling at the Moon – Sha La La

Vietato leggere all’inferno è un romanzo divertente.

Perché, vi pare poco?

Ancora: è un romanzo spassoso, creato da chi, secondo me, di certo non si è annoiato a scriverlo, e questo, per il bene e la gioia del lettore, traspare da ogni pagina. Se dovessi presentarlo con uno dei famigerati pitch tanto cari al mondo del cinema e ormai anche all’editoria nostrana, non avrei dubbi: un classico impazzito della Vertigo Comics sceneggiato sotto gas esilarante dal figlio illegittimo di Quentin Tarantino e Neil Gaiman.

Intendiamoci: Vietato leggere all’inferno è molto di più e funziona a vari livelli. È un romanzo distopico (non spaventatevi, non è Hunger Games, grazie al cielo, o forse è Hunger Games rivisto & corretto dal Garth Ennis di Preacher o da James Gunn, il geniale autore di Guardiani della Galassia, Super e Slither), è una riflessione per nulla superficiale sul ruolo dei libri e della lettura, è una non storia d’amore, è un pezzo di Rob Zombie sparato a manetta lungo la strada dritta per l’inferno, è un videogioco della Rockstar Games, è il sogno a occhi aperti di un nerd di quelli veri (duri e puri, non i troll da Internet) e parecchio, parecchio altro. Il tutto ambientato non nei soliti Stati Uniti o nell’altrettanto inflazionata Scandinavia, ma in un’Italia fin troppo credibile.

E poi, Roberto Gerilli sa imbastire dialoghi scattanti come quelli di un tascabile hard-boiled, tenere alta la tensione e concedersi battute liberatorie che però non scadono mai nella semplice autoparodia. Sputateci sopra.

Insomma, come si sarebbe detto una volta, è un gran viaggione, entertainment allo stato puro, e siete vivamente pregati di salire a bordo. Se la GPEI (Grande/Piccola Editoria Italiana, per chi non ama gli acronimi) non si è ancora accorta del talento di Gerilli, non è che una conferma dello stato da Unità di Terapia Intensiva in cui versa, affannata a spacciare bolsi ricalchi dell’ultima hit o libercoli lagnosi che erano già datati vent’anni fa. Oh, peggio per loro. Fuck ‘em and kill’em all, per citare la risposta del compianto Cliff Burton davanti alle perplessità dei discografici per il primo album da studio dei Metallica.

Mi fermo qui anche perché in genere le prefazioni vengono saltate a pie’ pari, spesso a ragione. Però non commettete lo stesso errore con il resto del libro.

Ah, tra parentesi, vi ho già detto che è divertente?

Giovanni Arduino, luglio 2016

www.giovanniarduino.com

Al Deus ex machina

che è arrivato all’improvviso

e mi ha cambiato la vita.

PROLOGO

Il problema della lettura è che non finisce mai […] da lettura nasce lettura – e proprio questo il punto, no? – e uno che non devia mai da un elenco prestabilito di libri è già intellettualmente morto.

Nick Hornby, Shakespeare scriveva per soldi,

Guanda (2009), traduzione di Silvia Piraccini

Mi chiamo Amleto Orciani e sono un libromane.

Un nome di merda, lo so, ma ai miei genitori sembrava romantico.

"È il libro che declamavamo quando ti abbiamo concepito mi hanno detto. Le sue parole hanno scatenato la nostra passione". Vi sembra una storia da raccontare a un bambino di cinque anni? Antonio e Clara, due maledetti sniffa-inchiostro. Vi lascio immaginare la mia adolescenza infernale.

Ho trentacinque anni e mi faccio dall’età di dodici. Ho iniziato per gioco con un paio di amici. Era estate, pioveva e avevo trovato una copia malridotta de L’isola del tesoro. Ci siamo messi in circolo e abbiamo fatto girare il romanzo. Nonostante fosse ancora legale, la letteratura aveva già quel non so che di trasgressivo, almeno agli occhi di noi ragazzini. Insomma, abbiamo letto e fatto i fighi.

Per i miei amici è durata poco. I genitori li hanno scoperti la sera stessa e la voglia di trasgredire è passata a suon di ceffoni. Io sono stato beccato, proprio mentre rimettevo il libro nell’armadio, ma a differenza degli altri mi sono guadagnato un sorriso compiaciuto e alcuni consigli su come evitare i tagli della carta. Ho iniziato abbastanza riabilitazioni da sapere che non bisogna incolpare gli altri per le nostre debolezze, ma, fanculo, almeno uno scappellotto potevano darmelo, no?

Lavoro in un supermercato di bricolage ad Ancona, in zona Baraccola per la precisione. Non è un centro commerciale, solo un capannone. Uno di quei posti in cui pensionati, sociofobici e scoppiati mentali vagano per le corsie in cerca di hobby che li calmino, li distraggano o che riempiano in qualche modo le loro squallide vite. È il regno degli emarginati, e io ne sono l’umile inserviente. Me ne sto in magazzino finché qualcuno non fa cadere una latta d’olio, o rovescia un cestino di bulloni, o si taglia un dito con la sega circolare. Amleto Orciani è pregato di recarsi nella corsia due o sette, o undici. Vado e sistemo il casino.

Le dita mozzate non capitano spesso, solo una volta a essere onesti, ma avreste dovuto vedere che caos. Sangue ovunque, ci ho messo ore a pulire.

È un lavoro di merda, ma con la mia dipendenza non posso trovare di meglio. Non che io sia uno di quelli che barcollano per strada con occhialini da lettura e Moleskine, sia chiaro, però a forza di farmi ho preso il vizio di usare parole che la gente sana non conosce. Non lo faccio apposta. Mi vengono in mente e basta. Mi chiedono come sto e io confesso di avere un’emicrania, parlo del meteo e mi scappa cumulonembo, discuto di programmi tv e mi viene da criticare il palinsesto. È un bel cazzo di problema, non credete. Se sospettano che sei uno sniffa-inchiostro ti puoi scordare i lavori socialmente cool: niente autosaloni, centri benessere, palestre e negozi di moda. Di prendere i voti per qualche sacerdozio non se ne parla, e quindi rimangono solo i ruoli di inserviente, becchino e barbone. Il governo finge d’interessarsi con le pubblicità progresso (Era un lettore, ma ha smesso. Dagli una seconda occasione, ora è come te), ma poi se ne frega del tuo destino.

La mia assuefazione suggerisce paradosso e perbenismo.

Vi parlo del lavoro perché è lì che ho conosciuto Eleonora. Me la sono ritrovata di fronte nel settore Cacciaviti & Martelli. Tuta sformata, cappello floscio, occhialoni scuri. Fuori luogo come un congiuntivo nella bocca di un ragazzo.

Ha dato un’occhiata a destra e a sinistra, ha fatto un passo verso di me e ha mormorato: «Tu sei Amleto?».

Io ho annuito. Non potevo immaginare che due mesi dopo mi sarei ritrovato una pistola puntata alla tempia, il Bibliotecario a pochi centimetri dal viso e le sue parole ronzanti nelle orecchie. «Poiché nessuno sa quel che lascia nel tempo della vita che gli è negato, che importa lasciarlo da giovani?¹»

Ora vi racconto l’intera storia.


1 William Shakespeare, Amleto, BUR (1975), traduzione di Gabriele Baldini.

PARTE PRIMA

Tutte le sostanze d’abuso, dall’alcol all’eroina, dalla cocaina all’amfetamina, dalla fenciclidina alla nicotina, alla metilendiossiamfetamina (ecstasy), ai barbiturici e alle benzodiazepine, sono in grado di produrre sensazioni piacevoli o di ridurre quelle spiacevoli, di alleviare la tensione e l’ansia, di migliorare l’interazione sociale e l’umore. Gli effetti piacevoli ottenuti con l’assunzione del farmaco sono tuttavia vanificati dai danni, talvolta irreversibili, provocati all’organismo nel corso di ripetute somministrazioni. Tutto questo vale ancor di più per quegli stupefacenti che non trovano alcuna indicazione terapeutica (come l’ecstasy, le amfetamine di sintesi, l’LSD o la letteratura) e che sono presenti solo nel mercato illegale.

Ministero della salute – Italia,

Che cos’è uno stupefacente

Capitolo 1

«Io sono Eleonora, piacere.»

«Piacere mio.»

Rimane in silenzio e io guardo il mio riflesso nei suoi grossi occhiali scuri. Tenuto conto del mio rapporto scopate/due-di-picche, so di essere da sei e mezzo (sette meno meno al massimo), per cui escludo che la ragazza sia qui per chiedermi un appuntamento. Di sicuro non è una tipa interessata al bricolage. Quindi rimane solo un’opzione: è una lettrice. Attendo.

«Avrei bisogno di parlarti» mormora.

«Lo stai già facendo. Continua.»

«No, non qui. Dovrei chiederti delle informazioni… delicate.»

L’imbarazzo e l’aspetto gradevole mi spingono a inquadrarla come persona simpatica. Con il tempo ho imparato che lo è quanto un brufolo sul culo. Le prime impressioni sono spesso ingannevoli.

«E perché ti rivolgi a me?» chiedo prudente.

«Ho parlato con Matteo e dice che puoi aiutarmi.»

«Matteo chi?»

«Come?»

«Si chiama solo Matteo? Come McGyver?»

«Ah, no. Il suo cognome non lo so.»

«Conosco tanti Matteo e la maggior parte sono degli stronzi.»

«Questo non lo è.»

Sorrido, la risposta non è male.

«Cavolo, pensavo fosse più facile» continua.

«Chi? Matteo?»

«No, ottenere le informazioni che cerco.»

«Se vuoi qualche consiglio su cacciaviti e martelli è facile. Per altro, sì, è più difficile.»

«Va bene, senti, sto parlando di Matteo: alto, biondo, dinoccolato. Ha un piercing all’orecchio sinistro.»

Il dinoccolato buttato lì attira la mia attenzione, ma cerco di non darlo a vedere. «Quel Matteo mi sta sulle palle.» Mi piace fare lo stronzo con gli sniffa-inchiostro nervosi.

Lei serra la mascella, le labbra sigillate da un silenzio rabbioso. Poi riprende in tono secco. «Vuoi continuare così ancora per molto o possiamo parlare d’affari?»

«Okay, sto scherzando» cedo. «Ti manda Matteo. Bene. Vediamoci alle sette e mezzo al parcheggio dell’Ikea. Settore D.»

Annuisce e fa per andarsene.

«Ehi» la fermo. «Compra qualcosa.»

«Come?»

Indico gli scaffali che ci circondano. «Ho detto: compra qualcosa.»

«E perché dovrei? Non mi serve nulla.»

«Ci sono telecamere in tutto il locale e tu sei vestita come una cazzo di spia in un film trash anni ’70. Magari è meglio se fingi di essere una cliente, no?»

«E se compro un cacciavite pensi sia più credibile?»

«Solo un po’.»

«Non ho tempo da perdere.»

«E io voglio tenermi questo lavoro.»

«Sul serio?»

«Compra qualcosa e vattene.»

Prende un martello dallo scaffale più vicino e si avvia lungo la corsia deserta diretta alle casse. Ha un culo che sembra scolpito nel marmo.

Come avrete intuito, Eleonora è una bella ragazza. Alta, slanciata, collo affusolato, gambe toniche. Davanti è piatta come la pianura Padana, ma si muove con fare aggraziato, quasi ferino. Insomma, se siete uomini etero o donne gay, incrociandola per strada vi girereste a guardarla, desiderando un incontro ravvicinato sopra un materasso, un tavolo o semplicemente sul pavimento. Se invece siete uomini gay o donne etero, incrociandola per strada vi girereste comunque a guardarla, desiderando (con vostro sommo stupore) un incontro ravvicinato sopra un materasso, un tavolo o sul pavimento.

Tanta bellezza è però accompagnata da una serie di difetti al cui confronto il lato oscuro di Darth Vader sembra una simpatica imperfezione. Eleonora è maniacale, pazza e, soprattutto, pericolosa.

La mia assuefazione suggerisce nociva e squilibrata.

Vi voglio raccontare tutto con ordine, senza anticipazioni, ma gradirei fosse chiaro che questa non è una di quelle storie con i cuoricini al posto dei puntini sulle i. Preferirei fingermi morto durante un convegno di necrofili piuttosto che innamorarmi di Eleonora.

Dopo che il suo culo è sparito dietro l’angolo, alzo i tacchi e torno in magazzino. Sono le quattro di un martedì pomeriggio di fine maggio, ci sono solo una manciata di clienti e non vado in pausa dall’ora di pranzo, per cui avviso il mio supervisore ed esco a fumare una sigaretta. Già, sono un libromane e un fumatore, un vero bad boy.

Prendo rapide boccate di nicotina e le trattengo nei polmoni, poi tiro fuori il cellulare e chiamo Matteo. Risponde al terzo squillo, proprio mentre Eleonora sbuca nel parcheggio, a una trentina di metri da me.

«Buon pomeriggio, Leto, ben trovato.»

Grugnisco. Come se non bastasse il nome di merda, ho anche degli amici stronzi che si divertono a storpiarlo.

«Come stai?» chiedo.

«La mia esistenza procede senza rilevanti impedimenti, ti ringrazio. La tua?»

«Idem. Trovato lavoro?»

«Ahimè, non ancora. Ho sostenuto un colloquio per un possibile impiego come assistente scolastico, ma hanno preferito un ex detenuto.»

Eleonora cammina con passo deciso, il sacchetto con il martello le oscilla accanto al fianco destro. Raggiunge una Mini nera, fa scattare la serratura automatica e sale.

«Non te la prendere» commento distratto.

«Oh no, Leto, ormai mi sembra sciocco rimanere amareggiato. Quello che un tempo era dispiacere, ora è diventata abitudine.»

Matteo è così assuefatto alla letteratura da essere diventato formale. Non penso che troverà mai un lavoro se non smette di farsi, ma questo non lo dico.

«Mi ha cercato una certa Eleonora. La conosci?» chiedo.

«Alta e bella?»

«Sì.»

«è una ragazza che vive al viale. La sua famiglia è benestante e lei è una grande lettrice.»

«Non sembra di Ancona.»

La Mini parte ed esce dal parcheggio. Annoto mentalmente la targa, potrebbe servire.

«No, non lo è» conferma Matteo con il solito tono calmo. «è nata e cresciuta a Roma. Si è trasferita nelle terre marchigiane solo da qualche mese.»

«Tu come la conosci?»

«Ho avuto il piacere d’incontrarla una sera a casa di Luca. Mi ha confidato che preferisce comprare libri interi. Molti libri. Però non ama leggerli in compagnia.»

«Cosa vuole da me?»

«Non l’ha detto. Cercava qualcuno che l’aiutasse in un affare.»

«Mi devo fidare?»

«Luca garantisce per lei.»

«Ora vado.»

«Va bene, Leto. È stato un piacere risentirti.»

Chiudo la chiamata. Aspiro l’ultima boccata dalla sigaretta, butto il mozzicone per terra e lo spengo con la scarpa. Rientro nel magazzino, convinto di aver trovato la gallina dalle uova d’oro.

Capitolo 2

Sono in macchina, stravaccato sul sedile. Motore spento, finestrino abbassato, radio sintonizzata su Virgin. L’orologio digitale indica che Eleonora è in ritardo di sette minuti, la mia pazienza è disposta a concederle altri centottanta secondi.

Guardo la gente entrare e uscire dall’enorme capannone blu e giallo. I miei odiano questo posto. Dicono che l’Ikea tenta di standardizzare il nostro ambiente domestico. L’arredamento usato per imbrigliare l’espressione personale. Tutte stronzate.

La Mini nera entra nel parcheggio e si ferma proprio sotto il cartello del settore D. Chiudo tutto e scendo. Ci incontriamo a metà strada, accanto a una pozzanghera che riflette l’onnipresente logo Ikea.

Guardo Eleonora e noto che ha lasciato a casa il suo travestimento da Gola Profonda (penso al Watergate, non al film porno). Avrà ventisei-ventisette anni, non di più, lunghi capelli castani stretti in una coda di cavallo, occhi verdi. Madre natura non le ha fatto mancare nulla. A parte le tette.

«Sei in ritardo» dico.

«Può essere.»

«Può essere un cazzo. Sei in ritardo.»

«Tesò calmati, per favore.» Con Eleonora sono tutti tesò o darling, bisogna abituarsi alla sua paraculaggine. «Okay, sono in ritardo. Scusami. C’era traffico.»

«Non m’interessano le tue scuse. Io faccio affari solo con gente affidabile e chi arriva in ritardo non lo è.»

«Non succederà di nuovo.»

«Bene. Che ti serve?»

Lei inarca le sopracciglia e si guarda intorno. Manca solo un rotolacampo in stile western per farvi capire la desolazione che ci circonda.

«Ne vuoi parlare qui?» chiede.

«Perché no?»

«Pensavo fossi un paranoico della sicurezza.»

«Io?»

«Mi hai fatto sprecare tre euro per un martello.»

«Quella è stata prudenza.»

«Sì, certo gioia. Come ti pare.»

Mi volto e torno verso la macchina. Non ho intenzione di farmi prendere per il culo da una ragazzina viziata.

«Dove te ne vai?» chiede.

«Via.»

«Va bene, va bene. Scusami. In realtà avevo proprio bisogno di un martello.»

La guardo e resto in silenzio. Lei mi fa cenno di avvicinarmi. «Ho un affare da proporti.»

«Allora parla, datti una mossa. Mi sto rompendo le palle.»

«Sono la coordinatrice di un gruppo di lettura e avrei bisogno d’aiuto per un progetto.»

«Un gruppo di lettura?»

«Sì, c’incontriamo, condividiamo i nostri libri e ci sballiamo.»

«Quanti siete?»

«Venti, compresa me.»

«Una mandria di sniffa-inchiostro.»

Si stringe nelle spalle. «All’inizio eravamo solo cinque, poi si sono aggiunte le altre.»

«Siete tutte donne?»

«Sì. Ti sembra strano?»

«Non mi sembra, lo è. A meno che non siate le Pony Women.»

«Per carità di Dio!»

«Vabbè, cosa c’entro io con il vostro gruppo?»

«Beh, avremmo un’idea e ci serve qualcuno con i contatti per realizzarla.»

Le chiedo dettagli ed Eleonora mi riversa addosso un’ondata gargantuesca di parole. Parla, parla e parla ancora, entusiasta. Gesticola, sorride. Gli occhi le brillano come ai ragazzini quando parlano di… cosa va di moda adesso? Vabbè insomma, immaginatevi una bambina che parla del suo cartone animato preferito: sguardo sognante, guance imporporate e fiato corto. Eleonora è così, solo che parla di un fottuto progetto criminale.

Il mondo dell’editoria è così pericoloso che nemmeno Satana vorrebbe averci a che fare. La leggenda narra che dopo la strage di San Francesco decine di editori finirono all’inferno. Vennero torturati dai demoni, e poi condannati al supplizio della stilografica infernale, attraverso cui il re degli inferi in persona incideva le loro carni con inchiostro infuocato. Gli editori accettarono la pena senza proteste. Poi, quando tutti i loro corpi furono ricoperti dalle annotazioni del sovrano diabolico, si scuoiarono a vicenda e distribuirono le loro pelli in tutti i gironi infernali. Poche ore e metà delle legioni demoniache barcollava tra le zaffate di zolfo, cercando un’altra dose di lettura. Satana dovette aprire un centro di recupero per demoni e disseminare tutto il regno con i cartelli: Vietato Leggere all’Inferno.

Okay, è solo una storiella, ma secondo voi perché è nata? Gli editori sono spietati e letali. Sono decenni ormai che combattono quotidianamente e in clandestinità per pubblicare e distribuire libri. Hanno dovuto affrontare la Guardia di Finanza, e resistere a missioni sotto copertura, retate e arresti di massa. Se si fossero fatti scrupoli ora le strade sarebbero vuote e senza romanzi.

Io sono cresciuto ai confini di questo mondo. Antonio e Clara sono sciroccati, ma almeno hanno evitato di rimanere invischiati in situazioni pericolose. Molti amici di famiglia non sono stati altrettanto scaltri. Ero troppo piccolo per comprendere i discorsi da grandi, ma dopo essere andato a trovare parecchi di loro in ospedale per misteriosi incidenti e dopo aver assistito a tre funerali in pochi mesi ho capito che il mondo dell’editoria non andava d’accordo con la mia inguaribile voglia di vivere (a lungo).

Poi arriva Eleonora che con lo sguardo incantato e il sorriso sognante ti chiede: «Vuoi aiutarmi a fondare una casa editrice clandestina?».

«Fanculo» rispondo.

Lei aggrotta la fronte e sbatte le palpebre un paio di volte, come se avessi rifiutato il biglietto vincente della lotteria.

«Scusami, devo essermi espressa male. Ho bisogno…»

«Lascia perdere» la interrompo. «Ho capito quello di cui hai bisogno, si chiama psicoterapeuta. E la mia risposta è: vaffanculo. È un mondo che non voglio conoscere, e non dovresti farlo nemmeno tu.»

«No, no, è evidente che non hai capito. Non si tratta di spacciare qualche libro, si tratta di cambiare la società. Una rivoluzione.»

«Senti, questo è un mondo libero. Se tu vuoi essere la maledetta Che Guevara di tutti gli stramaledetti lettori del mondo, fa un po’ come cazzo ti pare. Io, tra una fabbrica cinese di magliette che sfrutta il mio volto di martire per far soldi e una vecchiaia tranquilla in un ospizio, preferisco di gran lunga la seconda opzione. Morire da ottuagenario dopo un pompino ricevuto da una gentile infermiera, cosa c’è di meglio?»

Eleonora mi guarda inorridita, ma non demorde. «Tesò, il tuo disgustoso concetto di vita non m’interessa. Ho bisogno di te e sono disposta a pagarti bene.»

«Trovati un altro fesso, tesoro

«No, a quanto dicono tutti tu sei l’ultimo fesso, o almeno l’unico che non sia già pagato da qualche editore.»

Sorrido. «E sto bene così, grazie.»

«Ho detto che ti posso pagare adeguatamente, hai sentito?»

«Senti…»

Alza una mano e mi ferma. Tira fuori dalla tasca dei pantaloni un foglietto bianco ripiegato in quattro. Me lo porge.

Dentro c’è scritta una cifra. Una serie di numeri scarabocchiati senza cura che hanno il potere di togliermi il fiato. Non dirò l’importo, non voglio che sappiate quale prezzo attribuisco alla mia vita.

La mia assuefazione suggerisce pennivendolo e meretrice.

Capitolo 3

Quando ho compiuto diciotto anni, Antonio e Clara mi hanno comprato una torta. Alla frutta. Ho sempre pensato che se bisogna mangiare una torta alla frutta tanto vale comprare una macedonia, ma Antonio e Clara dicono che gli zuccheri raffinati fanno male all’organismo. Capite l’assurdità? Mi hanno stressato l’anima con le loro filippiche contro gli zuccheri e i grandi magazzini, per non parlare della caffeina e dell’alcol, ma mai una parola contro la letteratura! Non cerco scusanti, però… vabbè, torniamo alla storia.

Ho compiuto diciotto anni e mi sono ritrovato seduto di fronte a una maledetta torta alla frutta con tanto di candeline accese. Soffio, fumo nell’aria, applausi accennati e sorrisi tirati sui volti dei miei. Per regalo un libro (ovviamente) e una notizia inaspettata.

«Dobbiamo parlarti» dicono. «Non eravamo certi, ma abbiamo deciso che è meglio così» affermano. «Tu ormai sei grande e non hai più bisogno di noi» ipotizzano. «E dopo quello che è successo a Londra…» contestualizzano.

Per farla breve, hanno capito che per i libromani si prospettava un futuro molto arduo e si sono trasferiti in una comune di lettori. Vivono in un vecchio parco giochi con altri hippie come loro. Coltivano la terra, fanno yoga, giocano a Scrabble e leggono. Saranno un centinaio, tra cui anche qualche ragazzino che ha avuto la sfiga di nascere lì. A me non hanno mai nemmeno chiesto di raggiungerli. Dicono che quando sarò pronto lo farò senza bisogno di essere invitato. Devo ancora capire se sono stati loro a crescere me o io a crescere loro.

Mi hanno lasciato l’appartamento nel centro di Ancona, un gruzzoletto di denaro a malapena sufficiente per farmi finire le superiori senza lavorare e uno scatolone pieno di classici, giusto per non perdere il vizio.

Ho speso i soldi. Poi ho venduto la casa e mi sono trasferito in una delle città dormitorio nei dintorni, Falconara Marittima. Ho speso anche i soldi della casa. Da vendere rimanevano soltanto i libri, ma la mia dipendenza ha suggerito: trovati un lavoro, stronzo. Così l’ho fatto, ma il bisogno di soldi è diventato cronico.

Per una cifra del genere potrei anche decidere di rischiare. Do una svolta alla mia vita, volto pagina, mi sistemo.

Sto seduto sulla mia poltrona sfondata, stringo il bigliettino bianco e mi racconto tutte queste cazzate per convincermi di aver fatto la scelta giusta. Sono un funambolo dell’autoconvincimento, purtroppo.

Squilla il citofono. Mi alzo, sollevo la cornetta, dico «Arrivo».

Vado in bagno e butto il foglietto nel water. Lo osservo mentre scivola nella porcellana e finisce nel mio piscio. S’inzuppa, ma la cifra rimane visibile. Tiro lo sciacquone e gli ultimi dubbi finiscono nelle fogne di Falconara. Da qualche parte, là sotto, ci sarà un coccodrillo albino che li troverà e penserà: Amleto è un coglione.

Lavo le mani, le asciugo, prendo le chiavi ed esco.

Giacomo guida veloce sulla Flaminia e parla dei problemi che ha sul lavoro. Una qualche discussione con il capo riguardo a ferie e permessi, o qualcosa di simile. Non seguo molto il discorso. Sono troppo concentrato a stringere la maniglia appendiabiti e puntellare i piedi sulla carrozzeria. Giax è un caro amico, ma ha la pericolosa abitudine di sbattersene dei limiti di velocità. Guida sportiva, la chiama. In più è uno di quelli che quando parla si gira verso di te. Per cui preme l’acceleratore e non guarda la strada. Un’accoppiata che prima o poi ti fotte, non ci sono dubbi.

«Capisci che stronzo?» chiede mentre sorpassa con la doppia linea.

«Ah-ah» faccio io.

«Per cui niente socio, la vacanza mi va a puttane» e brucia uno stop.

«Ah-ah.»

«Mi ci rode il culo perché avevamo organizzato tutto» e accelera per sfruttare il giallo del semaforo.

«Ah-ah.»

«Era rosso?» chiede.

«Forse solo un po’.»

Scoppia a ridere e non rallenta. Voliamo sulla statale, superiamo la stazione ferroviaria di Ancona e la Mole Vanvitelliana, ci infiliamo nella galleria San Martino ed eccoci parcheggiati a piazza Pertini. Un viaggio di dieci minuti ricco di frenate, strombazzate, accelerazioni e avvisi di morte imminente urlati dal mio cervello. Tuttavia, quando Giacomo spegne il motore, siamo ancora vivi. Incredibile.

Scendiamo dalla macchina e attraversiamo la piazza, passando accanto all’enorme culo del rinoceronte bronzeo. Tutti i martedì sera io e Giacomo andiamo al Donegal, un Irish pub tanto classico da rasentare il cliché. Oltre alle luci soffuse, ai rivestimenti di legno, alle sedie traballanti e ai tavoli rovinati ad arte, ci sono birra, stuzzichini vari e dolci. Ogni tanto c’è anche qualche gruppo che suona dal vivo. Non il martedì, però. Il martedì ci siamo solo noi, il barista che ci serve una Hoegarden (per me) e una Guinness (per Giax) e il cameriere che ci porta qualche salatino e una zuppa inglese (ancora per me).

«Tu che mi racconti socio?»

«Ho bisogno di qualche informazione» rispondo a bocca piena.

«Spara.»

«Mi hanno ingaggiato per un lavoretto e devo trovare un mucchio di carta e qualche litro d’inchiostro per stampanti.»

«Roba seria.»

«Diciamo di sì. Il Losco è ancora in affari?»

«No, è sparito. Qualcuno gli ha fatto saltare in aria la macchina e lui se l’è svignata.»

«Cazzo.»

«Già.»

La mia forchetta prende un po’ di panna dal bordo del piatto e poi affonda tra gli strati di zuppa inglese. Chiudo gli occhi e assaporo il boccone.

«Per cosa ti serve il materiale?»

«Potrei dover produrre qualche libro» rispondo dopo aver ingoiato.

«Cazzo, socio, sei sicuro di quello che fai?»

Annuisco. «Mi ha contattato una certa Eleonora, una ragazza con la testa piena di ideali e le tasche traboccanti soldi. Ha un gruppo di amiche lettrici e vuole provare l’ebrezza dell’editoria. Mi faccio pagare e poi le lascio al loro destino.»

Se pensate che dovrei tenere un riserbo maggiore riguardo ai miei affari illegali, anticipo le vostre obbiezioni assicurandovi che la lealtà

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