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Grandi ricette del lago di Garda

Grandi ricette del lago di Garda

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Grandi ricette del lago di Garda

Lunghezza:
181 pagine
1 ora
Pubblicato:
22 set 2016
ISBN:
9788894208207
Formato:
Libro

Descrizione

Un viaggio lungo il lago di Garda, alla scoperta dei prodotti tipici del più grande lago d'Europa, con aneddoti, storie, curiosità e tante gustosissime ricette.

Pubblicato:
22 set 2016
ISBN:
9788894208207
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

I was born in Milan and I live in Desenzano del Garda (Brescia - Italy).Graduated in Political Sciences, I worked in the tourism field. Journalist, professor at Università Cattolica del Sacro Cuore (Brescia).I like to explore, observe, I’m passionate.Follow me on Smashwords and Facebook.


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Anteprima del libro

Grandi ricette del lago di Garda - Massimo Ghidelli

Immaginiamo un viaggio.

In auto, in sella a una moto oppure, per chi ha gambe buone, con la propria bici, classica o mountain che sia.

Immaginiamo un giro intorno al lago: si proprio tutto il lago, l’intero suo perimetro. Lo fanno in tanti, non è così difficile né così lungo come si potrebbe pensare; ogni domenica gruppi di turisti, sportivi, coppie a bordo di una spider percorrono la Gardesana per un tratto più o meno lungo, ciascuno alla ricerca della sua emozione. Sono guidati dalla voglia di essere liberi e lasciarsi andare; ma non è così facile.

La concentrazione dei corridori, la spensieratezza dei gitanti, il transito di una coppia di innamorati nulla può con la bellezza dei panorami che cattura lo sguardo e i sensi. È una delle tante magie di questo lago le cui atmosfere sono ogni giorno diverse, sempre nuove e affascinanti.

Il Garda è il più importante e conosciuto lago d’Europa; eppure noi, in questo viaggio, cerchiamo qualcosa di diverso: vogliamo vivere nostre emozioni, un nostro vagabondare e per questo motivo, per un momento soltanto, ci sforziamo di dimenticare quanto è stato detto e scritto. Vogliamo essere noi i protagonisti e, incuranti di tutto, partiamo; con la mente sgombra e con un poco di emozione.

Dimentichiamo tutto, dicevamo.

Catullo, ad esempio, che nell’84 a.C. scriveva: Oh Sirmione, gemma delle penisole e delle isole, come ti rivedo volentieri e con quanta felicità.

Gaio Valerio Catullo era un nobiluomo veronese, innamorato di Clodia, cui dedicava intense poesie e che chiamava Lesbia, dal nome dell’isola greca della poetessa dell’amore: Saffo. Dalla sua villa all’estremità della penisola Catullo descriveva Sirmione con raffigurazioni sensuali, metaforicamente erotiche, in un gioco di scambi in cui il piccolo borgo diventava l’amata Lesbia e Lesbia tornava ad essere Sirmione e di nuovo Lesbia.

Oh, cosa c'è di più bello dell’esser libero dagli affanni, quando la mente depone il peso e, stanchi per la fatica straniera, giungiamo al nostro focolare e riposiamo nel letto sognato? Questa è l’unica ricompensa in cambio di tante fatiche. Salve, o deliziosa Sirmione...

Sirmione, penisola del Garda, baricentro geografico e di culture.

Dante Alighieri nel Duecento l’aveva già scoperta: "Suso in Italia bella giace un laco, a piè de l’Alpe e ha nome Benaco". Ma noi, coerenti con la nostra scelta, lasciamo al loro destino Dante e Catullo e anche i rampolli dell’aristocrazia europea del XVII secolo, che fantasticavano di un Gran Tour in Italia dove sperimentare il mondo. Come Johann Wolfgang Goethe, ad esempio. "Conosci tu la terra ove il cedro fiorisce, ove scintillano sovra bruno fogliame aranci d’oro, un dolce vento spira per il cielo azzurro e umile il mirto vi germoglia, alto l’alloro?. Quanto vorrei che i miei amici fossero per un attimo accanto a me e potessero godere della vista che mi sta dinanzi!"

Releghiamo ai ricordi di scuola (sempre più labili) Giosuè Carducci ("Vieni qui dove l’onda ampia del lago palpita tra i monti") e Franz Kafka, André Gide e l’anima inquieta di Ezra Pound ("The lake Garda in front of you, more beautiful than Paradise; and my life was changed forever").

George Byron potrà invocare all’infinito il nostro Paese ("Italia, oh Italia! Tu che hai il dono fatale della bellezza") e Thomas Mann potrà fare lo stesso e anche Ugo Foscolo ("Io non ho mai veduto mare più irato del lago di Garda") e Marie-Henri Stendhal ("I bordi di questo lago con i loro contrasti fra le belle foreste e le acque tranquille formano forse il più bel paesaggio del mondo").

Non pensiamo a loro, né a Joyce, a Heine, a nessuno.

Osserviamo le colline che si perdono nelle valli interne.

Nel 1912 David Herbert Lawrence aveva lasciato la desolata Eastwood per stabilirsi prima a Riva del Garda ("Un luogo molto bello, perfettamente italiano") e poi a Gargnano ("Mi sono seduto a guardare il lago. Era bello come un paradiso, come la prima creazione"). Dipingeva, scriveva, sognava; negli anni, stimoleranno i nostri sogni anche le cartoline stilizzate, i manifesti Art Déco, le pubblicità di un soggiorno "in un luogo ameno" o gli strepitosi colori di Gustav Klimt e della sua Malcesine.

Ma noi viaggiamo e non ascoltiamo l’eco che un tempo risuonava nella Valle delle Cartiere, con i macchinari che un tempo lavoravano a pieno regime per fornire la Serenissima Repubblica di Venezia di preziosa carta. Ignoriamo il vociare dei pescatori, il rumoroso transito dei carretti o il chiacchiericcio veneto, trentino e bresciano che si mescola e anima i mercati cittadini.

È un esercizio superato quello di ricordare il passato; inutile, vano. Le pagine della letteratura appartengono alla Storia e a noi non riguardano. Quel Garda non esiste più e la nuova Storia la vogliamo vivere e riscrivere noi, con il nostro personale viaggio di scoperta.

Nel tempo il lago è cambiato.

L’urbanizzazione, il turismo, la modernità ne hanno modificato i tratti; sono cambiati i nostri occhi, il mondo, la percezione del paesaggio. Sono nuove le architetture, i ritmi di vita, i prodotti, i gusti. Un tempo il compito di descrivere e far sognare era affidato a lente missive, vergate a mano e con calligrafia ordinata; oggi le nostre sensazioni viaggiano su strumenti tecnologici e non è facile rappresentare sentimenti antichi con il linguaggio breve e conciso cui ci obbliga l’impalpabile mondo del web. Il Garda è il primo Mediterraneo che incontra chi viene dal centro e nord Europa, un Mediterraneo che significa cultura, colori, stile di vita e mille elementi sconosciuti e che tuttavia intrigano.

C'è qualcosa che lega il Garda di oggi a quello di ieri: il rapporto fra paesaggio naturale e civiltà dell’uomo.

È una rincorsa continua, un gioco fra elementi contrapposti. Le libere forze della natura sono i boschi, le rocce a strapiombo sull’acqua, i canneti che proteggono aironi, anatre e cigni; i torrenti che scendono da valli estranee al turismo e dove il silenzio prevale sopra ogni cosa. Dall’altra parte c'è l’uomo che ha regolato le acque, disegnato filari di viti e ulivi, creato anfiteatri dove coltivare i limoni, costruito strade e palazzi, aperto gallerie e assecondato le necessità del turismo cosmopolita che vuole servizi.

Non mitizziamo di luoghi incontaminati: la presenza dell’uomo c'è e si vede, così come le sue esigenze. Eppure l’ambiente naturale riesce ancora a essere vario, inaspettato, capace di sedurre e farsi pretesto per la narrazione dei viaggiatori dei nostri giorni. Qui ciascuno trova il suo angolo, lo scorcio che ne asseconda l’animo e risveglia i sensi.

L’armonia che avvertiamo intorno a noi è quella che il Garda fa avvertire dentro noi stessi. Le regioni Lombardia e veneto e la Provincia Autonoma di Trento si affacciano su queste acque e riflettono tradizioni, storie e culture diverse eppure unitarie. Anche nella cucina, la più semplice e la più culturale fra tutte le arti. Ed è proprio alla scoperta dei sapori del Garda, della sua cucina e dei prodotti tipici che noi partiamo per il nostro viaggio, in moto, in auto o in bici.

Indugiamo ancora per un secondo, restando a osservare il lago e a sognare, proprio come facevano quei cento e mille visitatori prima di noi e che avevamo deciso di dimenticare.

È ora: partiamo alla scoperta di un lago nuovo, nostro, un Garda 2.0.

E, chissà, anche di noi stessi.

Dove l'inverno non appare

Mille e mille piante di ulivo coprono le colline della Valtenesi e dell'Alto Garda, circondano il Monte Baldo e completano il periplo del lago tornando giù, verso Bardolino, Peschiera e Desenzano.

Su queste colline l'inverno non appare mai.

Un enorme unico uliveto disegna reticoli verdi che rendono impenetrabili le alture e proteggono lo scorrere della vita delle piante. File parallele, altre che si intersecano, altre ancora che fuggono disordinate verso i boschi sorgono su terreni tenuti puliti da erbacce e infestanti; la cura quotidiana dell'uomo salvaguarda un patrimonio storico, ambientale e produttivo.

A volte accade che a causa dell’età, di una malattia o per colpa di una gelata improvvisa, qualche pianta muoia.

È in quest’attimo che scatta una solidarietà inattesa e silenziosa: gli arbusti si fanno più fitti, le piante raccolgono i propri rami e li protendono verso l’alto, abbracciando quella che ha dovuto soccombere e nascondendola nel fitto degli ulivi più giovani, per preservarne l'intimità in un momento di debolezza che però non è mai di solitudine.

Questa immagine viene dalla memoria di Giuseppe Solitro, in un saggio del 1897, e illustra l’essenza della "civiltà dell’olio", fatta di rapporti e di solidarietà fra uomo e natura.

Forse è una rappresentazione un po’ romantica del corso naturale delle cose; ma a noi piace pensarla così, con il dramma dell’inverno che non appare mai.

L’uomo, anzitutto.

Quello che noi osserviamo, all’inizio del nostro viaggio, esiste da secoli.

Sin dall’epoca Romana si parla di coltivazioni di olivi su queste colline; molte più tracce vengono dal Medioevo, come testimoniano le monete conservate nei musei etnografici e le pietre da frantoio nei cortili di alcune cascine. L’olio era un toccasana: aveva funzioni gastronomiche, medicamentose, religiose (era l’alternativa ai grassi, vietati nei giorni di digiuno), alimentava le lampade che davano luce ad abitazioni e chiese. Nell’Ottocento gli olivi passano da elemento estetico a fenomeno economico, con la coltivazione intensiva e la produzione di olio. Le tecniche di coltura oggi sono sofisticate e tali da far raggiungere all’olio del Garda un altissimo grado di qualità.

Poi c'è l’ambiente.

Le colline coperte di olivi sono una componente fondamentale del paesaggio gardesano.

viste dall’alto, le mille tonalità di verde disegnano geometrie variabili, che seguono le ondulazioni del terreno o le aree colturali. Alberi di età avanzata (contorti simboli del trascorrere dei secoli) si alternano ad altri più giovani, meno alti e più sfrondati, perché i dettami della moderna agricoltura invitano ad aerare le fronde per massimizzarne la produttività.

Per noi gardesani l’olio è cultura, è qualcosa di insito nel DNA; è tradizione, reddito, piacere. I giardini di casa sono ingentiliti dall’ulivo (fosse anche una sola pianta) e chi possiede un

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