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Azzardo d'amore: I Famigerati Flynn, #3

Azzardo d'amore: I Famigerati Flynn, #3

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Azzardo d'amore: I Famigerati Flynn, #3

Lunghezza:
294 pagine
3 ore
Pubblicato:
Nov 22, 2016
ISBN:
9781533717122
Formato:
Libro

Descrizione

Un romance storico di Jess Michaels, autrice bestseller di Usa Today

Crispin Flynn è sprofondato in un vortice negativo. Ha perso la donna che amava e suo fratello è stato costretto ad accettare un'esistenza che non avrebbe mai scelto di sua spontanea volontà. Così, per reagire, Crispin ha cominciato a bere e a giocare d'azzardo, fino a rovinarsi la vita. Una sera, ubriaco fradicio, accetta una scommessa che lo costringe a sposare Gemma, la vedova del conte di Laurelcross.

Gemma possiede un'indole molto passionale, che però nasconde da quando suo marito, molto più anziano di lei, è morto mentre facevano l'amore. Ora si ritrova suo malgrado costretta a sposare uno dei più famigerati libertini di Londra, diventando così oggetto di altri, accesi pettegolezzi.

Quando comprendono di non potersi sottrarre a quell'unione, Crispin e Gemma cominciano a studiarsi. La passione fra loro divampa con facilità, ma saranno in grado di vincere la diffidenza e i segreti che li separano, per trasformare la peggiore notte della loro vita nella loro fortuna più grande? O saranno condannati a perdersi, prima che l'amore possa mettere radici.

Lunghezza: Romanzo in versione integrale
Grado di sensualità: Bollente

Il romanzo fa parte della serie “I Famigerati Flynn” ma può essere letto anche singolarmente.

Pubblicato:
Nov 22, 2016
ISBN:
9781533717122
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Jess Michaels always flips through every romance she buys in search of "the good stuff," so it makes perfect sense that she writes erotic romance where she gets to turn up the heat and let it boil. She also runs the popular website The Passionate Pen and writes historical romance as Jenna Petersen.

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Anteprima del libro

Azzardo d'amore - Jess Michaels

Azzardo d’amore

(I FAMIGERATI FLYNN - LIBRO 3)

di

Jess Michaels

AZZARDO D’AMORE

I Famigerati Flynn - Libro 3

Copyright © Jesse Petersen, 2015

Traduzione di Edy Tassi – Language+ Literary Translations, LLC

ISBN-13: 978-1537442068

ISBN-10: 1537442066

Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi riproduzione o utilizzazione integrale o parziale della presente opera senza l’espresso consenso scritto dell’editore, salvo brevi citazioni a scopo di recensione.

Per ulteriori informazioni, contattate Jess Michaels

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A Michael, che mi aiuta a far funzionare tutto. Questa è davvero una azienda di famiglia e non potrei mandarla avanti senza di te. E a tutte le lettrici che mi aiutano a vivere questa vita magnifica.

CAPITOLO UNO

Luglio 1814

Crispin Flynn si destò, ogni centimetro del corpo dolorante, la testa in fiamme, lo stomaco che ribolliva di bile e di quello che rimaneva dell’alcol scolato durante le baldorie della sera precedente.

Baldorie? In realtà non rammentava molto di quello che aveva fatto dopo essersi allontanato da casa al galoppo, diretto verso il vino, le donne, il gioco d’azzardo e... be’, la completa autodistruzione. Ma di certo non si era trattato di divertenti baldorie, non alla fredda luce del mattino che ora sentiva bruciare contro le palpebre chiuse.

Era restio ad aprire gli occhi, primo, per evitare ancora un po’ quella luce e, secondo, perché dopo una notte del genere gli capitava di risvegliarsi ovunque. Nei canali di scolo, nella sua carrozza, e una volta nel letto di una compiacente duchessa, subito dopo aver evitato per un pelo di doverne sfidare a duello il marito.

Il terzo motivo per cui evitava di aprire gli occhi era che, una volta sveglio, tutti i problemi gli sarebbero ripiombati addosso, schiacciandolo e affogandolo.

Ma non poteva fingere per sempre di essere morto, perciò schiuse con circospezione una palpebra. La luminosità cocente che filtrava dalla finestra di fronte lo fece sussultare.

Non era a letto, ma sul piccolo divano. Riconobbe il broccato che aveva scelto sua madre un secolo prima, o almeno così sembrava. Sospirò di sollievo. Se era riuscito a trascinarsi a casa, non doveva aver combinato troppi guai.

Sollevò l'altra palpebra e ingoiò il conato che lo aggredì. Il suo corpo lo avrebbe punito per la tortura a cui lo aveva sottoposto, ma ne valeva la pena, pur di spegnere la mente per qualche ora preziosa.

Lentamente, un centimetro dopo l’altro, si voltò sulla schiena. Gli dolevano tutti i muscoli, il che probabilmente significava che aveva ballato su un tavolo, era caduto da cavallo o aveva fatto a pugni con qualcuno. Nelle serate peggiori, anche tutte e tre le cose insieme. Certo, se avesse combinato dei danni, sarebbe venuto a saperlo. Veniva sempre a saperlo. E pagava sempre il conto, senza discutere o fare domande, cercando di apparire dispiaciuto per i peccati commessi quando non era in sé.

Si mosse ancora e poi si immobilizzò. Dal divanetto, riusciva a vedere il letto, distante non più di tre metri. Non era vuoto. Sotto le coperte si intuiva una sagoma. Di donna.

Gemette. Ora avrebbe dovuto sbattere fuori quella sgualdrina. Eventualità sempre molto sgradevole.

Sentendolo gemere, la sagoma si voltò a guardarlo e Crispin ammutolì davanti al volto più bello che avesse mai visto. Aveva occhi grigi luminosi e intelligenti e un ovale minuto, impreziosito da labbra piene e rosee. E capelli rossi. Ovvio che fossero rossi. Non sapeva resistere a una donna con i capelli rossi, che gli si sedeva sulle ginocchia.

Si raddrizzò. «Buongiorno, dolcezza» borbottò, lieto di non aver vomitato e di non essere svenuto nonostante la stanza gli vorticasse attorno.

Lei non rispose, ma si sedette di scatto. Era ancora completamente vestita, con un abito verde stazzonato. Si ritrasse nel letto, il più possibile lontano da lui.

Crispin si coprì la fronte con una mano e cercò di conservare almeno un minimo di dignità abbozzando un sorriso.

«Se ti devo dei soldi, fatteli dare dal maggiordomo mentre te ne vai» le disse.

La donna prima spalancò gli occhi, poi li ridusse a due incollerite fessure che rivelavano a stento lo scintillio grigio dietro le palpebre. «Non sono una sgualdrina, signor Flynn» sbottò.

Crispin si lasciò distrarre per un momento dalla sua voce melodiosa. Sebbene adirata, era la musica più bella che sentiva da secoli. Quando si rese conto di cosa quella voce aveva detto, si irrigidì.

«Non lo siete?» chiese.

Lei incrociò le braccia. «Certo che no.»

Crispin si schiarì la gola e riuscì ad alzarsi senza ruzzolare giù dal divanetto. Doveva essersi cacciato davvero in un bel pasticcio, la sera prima. Di quelli da cui, a differenza di un vaso rotto da ripagare o un calesse da restituire, non era facile uscire.

«Maledizione. Sentite, signorina, ho alzato parecchio il gomito ieri sera e posso aver detto o fatto cose che ora non ricordo.»

Lei lo fissava immobile, guardinga e pronta a darsi alla fuga. «Mi credete una stupida?»

Lui scosse la testa. «In tutta onestà, signorina, non ricordo un accidente.» La osservò meglio. «Anche se guardandovi, mi piacerebbe.»

Lei corrugò la fronte, ma a quel complimento le guance si soffusero di rossore. «Siete sincero?» chiese alzando il mento. «Non ricordate niente della notte scorsa?»

Crispin si sentì sprofondare. Stavolta doveva averla davvero combinata grossa.

«No» sussurrò.

Lei sostenne il suo sguardo per un istante, come a cercare di leggergli nel pensiero. Come per valutarne l’onestà con una sola occhiata. Crispin si mosse a disagio davanti a quello scrutinio così intimo e poi la guardò alzarsi. Possedeva una figura piacevole come il viso, con un busto grazioso e un accenno di fianchi che la gonna stropicciata rivelò, ondeggiandole attorno.

«Allora immagino sia opportuno cominciare dandovi il buongiorno, signor Flynn» disse, senza porgergli però la mano. «Mi chiamo Gemma e sono vostra moglie.»

Crispin ricadde sul divanetto con un gemito, mentre lo stomaco gli compiva una capriola. «No, non può essere vero.»

Lei storse le labbra. «Sono spiacente, ma è verissimo. Ci siamo sposati in piena notte. Nonostante le mie rimostranze.»

Crispin la guardò sbalordito. Rimostranze? Si era imposto con la forza su quella donna? Ora era vestita, ma non significava niente. Signore benedetto, non se lo sarebbe mai perdonato.

«Siete mia moglie» ripeté lentamente.

Lei annuì, la mascella contratta, nonostante gli occhi tradissero un baluginio di lacrime. «Sì» confermò con un sospiro.

Crispin deglutì. «Gemma. È così che vi chiamate?»

«Sì.» Un secondo sospiro.

Lui annuì. Un bel nome che si accordava al suo bel viso. Un bel viso che sembrava odiarlo, cosa che lo preoccupava ancora di più di quanto poteva aver combinato mentre era ubriaco.

«Gemma, ho bisogno che mi raccontiate con esattezza cos’è accaduto questa notte.» Scosse la testa. «Ho bisogno di ricordare.»

CAPITOLO DUE

La notte precedente

Crispin tornò a sedersi barcollando al tavolo da gioco, con una bottiglia di scotch piena vicino. Una vocina dentro di lui gli urlava di smettere. Ma, come di consueto, la ignorò. Ultimamente si era affievolita sempre di più, come se la sua coscienza stesse affogando nell’alcol.

Era ora.

Si guardò attorno nella stanza, mentre un altro giocatore distribuiva le carte. Era un buco cencioso, molto diverso dal Donville Masquerade, dove trascorreva il tempo una volta. Ma ormai non ci andava più. Non da quando sua sorella ne aveva sposato il proprietario, qualche settimana prima.

Annabelle si era sacrificata per lui. Un’altra vita distrutta per colpa sua. Un altro motivo per bere un lungo sorso dalla bottiglia che aveva davanti. Lo fece con piacere e poi scacciò dalla mente qualsiasi pensiero relativo alla sua famiglia. Sapeva già quanto lo disapprovassero e, con ogni probabilità, lo disprezzassero. Non c’era motivo per continuare a rimuginarvi sopra.

Invece, si concentrò sulle carte. Non erano buone ma, prima di fare la sua puntata, esaminò i tre compagni di gioco. Non li conosceva bene, se non per aver già giocato d’azzardo con loro. Due erano delinquenti, feccia dei bassifondi londinesi, ma il terzo era un cavaliere o qualcosa del genere. Sir... Oswald Quinn, giusto? Giocava forte e di solito perdeva più di quanto non vincesse.

Il che significava che forse lui poteva tentare la sorte. Spinse qualche moneta al centro del tavolo e sorrise al suo compagno.

Un’ora dopo, gli altri due erano spariti, ma Quinn era rimasto e il gruzzolo sul tavolo si era spostato di qua e di là diverse volte, anche se al momento era tutto dalla parte del cavaliere. Crispin cercò di alzare la testa e di mettere a fuoco le carte, ma avendo già tracannato una prima bottiglia e metà della seconda, l’impresa risultava molto ardua.

«Punto tutto» disse sir Oswald, con un sorrisino, mentre spingeva le monete davanti a Crispin.

Lui guardò quel gruzzolo, poi le carte che gli vorticavano in mano.

«Sapete che non posso vedere» borbottò. «Non ho abbastanza denaro.»

Quinn si appoggiò allo schienale, infilando le carte in tasca, e gli rivolse un’occhiata penetrante. «In effetti è difficile giocare quando non si hanno più soldi, vero?»

Crispin scrollò le spalle e quasi cadde dalla sedia. «Quindi, cosa volete? Il mio calesse? Il mio cavallo?»

Sir Oswald rise. «No, grazie. Sono di sicuro splendidi entrambi, ma nessuno dei due può risolvere la seccatura in cui mi trovo in questo momento.»

«Di cosa si tratta?» chiese Crispin con un singulto, più per continuare la conversazione che per interesse. Gli premeva soltanto finire la mano e trascinarsi a casa.

«Ho una figlia, signor Flynn» spiegò l’altro uomo. «Due, in realtà, ma il mio problema, al momento, è la maggiore. Era sposata e... be’, suo marito è morto. Ma poiché non era in grado di mantenersi da sola, ora è tornata a prosciugare le mie risorse finanziarie. Per non parlare del fatto che la morte del suo consorte l’ha resa una donna ancora meno maritabile di prima.»

«E cosa vi aspettate che faccia, io?»

Sir Oswald si protese in avanti. «Se perdete, la sposerete.»

Crispin spalancò gli occhi. Doveva essere molto ubriaco. O forse stava facendo uno strano sogno. Di certo quell’uomo non parlava sul serio.

«Sposare vostra figlia?» ripeté.

Sir Oswald annuì lentamente. «Subito.» Versò da bere dalla bottiglia di Crispin e spinse il bicchiere verso di lui. «Cosa ne dite?»

«E se vincessi?» chiese Crispin.

«Recupererete tutto quello che avete perso stanotte, ovviamente» rispose sir Oswald, indicando le pile di monete davanti a sé. «E molto di più.»

Crispin tracannò d’un fiato il bicchiere che l’altro gli aveva offerto e cercò di riflettere. Un’impresa difficile, ma necessaria. C’erano un sacco di soldi sul tavolo che, a essere onesto, gli avrebbero fatto molto comodo. Dopo le nozze di sua sorella, le settimane si erano confuse in una nube di sensi di colpa, di scommesse e di denaro dissipato.

Ma se avesse perso anche quella volta...

Non poteva perdere. Fissò di nuovo le proprie carte. Erano di sicuro una mano vincente.

«D’accordo» disse. «Ci sto.»

Sir Oswald non mosse un muscolo, ma nei suoi occhi si accese una luce che fece dubitare Crispin della bontà della propria decisione. Ora però era troppo tardi. Scoprì le carte e gliele mostrò.

L’espressione di sir Oswald non cambiò. Sorridendo, gli fece vedere le proprie.

Con un grugnito, Crispin girò la testa e vomitò nel primo cestino che gli capitò a tiro.

Gemma fissava la crepa nel soffitto, proprio sopra il letto, come faceva tutte le notti da un anno, da quando era stata costretta a tornare a casa dopo la morte del marito, il conte di Laurelcross. Un tempo, fissando quella stessa crepa, immaginava che fosse il passaggio verso un mondo dove le fate danzavano e gli gnomi preparavano il tè.

Ora che era più adulta, sapeva che quella crepa era soltanto un indizio delle pessime condizioni finanziarie in cui versava la sua famiglia. Da lì non sarebbe arrivata a prenderla nessuna fata danzante.

«Magari» sospirò, tirandosi il cuscino sulla faccia. Trovò un po’ di conforto in quell’avvolgente, fugace oscurità. Prima o poi sarebbe stata costretta a uscire dal proprio bozzolo per tornare nel mondo reale, un mondo colmo di incertezze.

«Com’è potuto accadere?» mormorò.

Conosceva la risposta. Allontanò il cuscino con uno strattone e inspirò una boccata d’aria. Eccola lì, di nuovo nella stanza della sua infanzia, obbligata a vivere sotto il tetto di suo padre, secondo le sue regole. E la responsabile era lei. Lo era diventata nel momento stesso in cui aveva causato la morte del marito.

Se lo meritava. Era la sua punizione. Come lo erano le notti insonni, la solitudine, l’ansia che sembrava accompagnare ogni suo passo.

Avrebbe potuto inseguire le proprie colpe per tutta la notte. Lo aveva fatto già molte altre volte, ma le sue riflessioni vennero interrotte da uno schianto violento che riecheggiò lungo i corridoi deserti.

Si raddrizzò di scatto e strinse il cuscino al petto. Al piano sottostante udiva dei rumori, voci soffocate, ma non ne capiva la causa. Qualcuno li stava forse derubando?

«Proprio la casa meno indicata di tutte, visto che non ci è rimasto quasi niente» borbottò, alzandosi per cercare qualcosa che potesse fungere da arma. Poteva recarsi nella stanza di Mary per vedere se gli intrusi fossero andati a cercarla, una volta che si fossero resi conto che lì non vi era nulla di valore. L’innocenza della sorella era forse l’unica cosa che potesse rappresentare una preziosa merce di scambio.

E se vi fosse stata costretta, Gemma era disposta a rischiare la vita per difenderla.

Sospirò, quando vide il candeliere sul camino. Purtroppo non c’era di meglio. Lo afferrò al volo, senza preoccuparsi di estrarre la candela mezza consumata e stava per uscire, quando un leggero colpo alla porta la fermò.

I ladri bussavano?

«Chi è?» chiese. Le tremavano le mani, mentre brandiva il candeliere come fosse un randello.

«Lady Laurelcross, sono Kate.»

Gemma si rilassò. Kate era la sua cameriera. Anche se non capiva perché la ragazza fosse arrivata sin lì, dagli alloggi della servitù, se qualcuno li stava derubando.

Aprì la porta e si trovò davanti la domestica in vestaglia, i capelli arruffati e gli occhi gonfi di sonno.

«Cosa succede?» bisbigliò, sentendo le voci più nitide, ora. Una sembrava quella di...

Kate spostò il peso da un piede all’altro. «Mi spiace svegliarvi, milady» disse. «Ma... vostro padre ha insistito.»

Gemma strinse le labbra e abbassò il candeliere. «È ubriaco?»

Kate scosse la testa. «Stavolta no, milady. Ma... vuole vedervi. Insiste perché vi vestiate e raggiungiate lui e il gentiluomo che lo accompagna, nel salottino.»

Gemma arretrò e fece cenno alla domestica di seguirla nella stanza. «Mio padre vuole vedermi nel cuore della notte?» chiese, chiudendo la porta e appoggiandosi al battente. La stanchezza, che fino a quel momento non le aveva permesso di assopirsi, la travolse di colpo al pensiero di dover affrontare il padre.

Kate annuì. «Venite, vi scelgo un abito.»

Gemma scosse la testa. «Non capisco. Hai detto che c’è un altro gentiluomo. Chi è?»

La domestica le tolse di mano il candeliere e accese lesta lo stoppino. Appoggiò la candela di lato e aprì il cassettone, dove trovò un abito.

«Non l’ho visto» rispose, mentre aiutava Gemma a cambiarsi con veloce efficienza. «Ha mandato Williams a chiamarmi e sapete bene che il maggiordomo tiene sempre la bocca cucita.»

«Dunque un visitatore misterioso, vociare, fracasso. Non mi piace.»

Kate scrollò le spalle mentre faceva sedere Gemma su una poltroncina, per raccoglierle i capelli in un semplice nodo. «Nemmeno a me, ma non possiamo farci niente, giusto? Vostro padre l’ha sempre vinta.»

«Sempre.» Gemma serrò le palpebre. Kate la serviva da tempo e come lei conosceva la verità, ma osava parlarne solo quando erano sole.

Kate arretrò e Gemma si alzò per guardarsi allo specchio. Non era certo pronta per andare a un ballo, ma era il meglio che si potesse fare, date le circostanze. Sperava solo di riuscire ad affrontare con una parvenza di dignità qualsiasi cosa l'aspettasse.

A volte non le restava altro.

CAPITOLO TRE

Gemma sostava davanti al salottino e fissava la porta socchiusa. Dentro, suo padre parlava incessantemente, la voce che si alzava e si abbassava in continuazione. Si accigliò. Parlava così solo quando era molto nervoso o molto euforico. In entrambi i casi e, aggiungendoci il fatto che l’avesse convocata lì nel bel mezzo della notte, non era un buon segno.

Soprattutto perché l’ospite non aveva proferito una sola parola da quando si era fermata a ricomporsi nel corridoio.

Prese un bel respiro, spinse la porta ed entrò nel salotto. Suo padre era appoggiato al camino. La sua aria da gatto nella gabbia del canarino le fece annodare lo stomaco. Quando la vide entrare i suoi occhi s’illuminarono e lei sentì cedere le ginocchia.

Cos’aveva in mente?

Subito, volse lo sguardo verso l’altro uomo nella stanza. Era accasciato su una poltroncina, con il mento appoggiato sul pugno. Il bagliore delle fiamme lo colpiva in pieno e lei sussultò.

Lo conosceva, almeno di fama. Era Crispin Flynn, il figlio minore di una delle famiglie più famigerate di tutta Londra. Una famiglia che solo di recente si era elevata di rango, grazie al ducato ereditato dal figlio maggiore. Ma tutti sapevano che, a differenza del fratello, quel privilegio non aveva avuto alcun effetto su Crispin Flynn.

Se bisognava dare credito ai pettegolezzi, era più scapestrato che mai. Anche se lei sapeva per esperienza personale che, spesso, i pettegolezzi non contenevano alcun fondamento di verità.

Esaminò meglio l’uomo. Era attraente proprio come andavano bisbigliando alcune sue conoscenze. Ma al momento era piuttosto mal messo. I capelli sparavano in tutte le direzioni, aveva gli occhi spenti e la camicia mezza fuori e mezza dentro ai pantaloni.

«Eccola qui» esclamò suo padre, attirando di nuovo l’attenzione su di sé e sul suo tono compiaciuto. «Mia figlia.»

«Cosa succede, padre?» chiese Gemma, distogliendo con fatica lo sguardo dall’ospite. «È notte fonda. Cosa potete mai desiderare da me?»

La stupì che la sua voce suonasse così calma, mentre si sentiva tremare dall’ansia. Era un’abilità che aveva imparato da poco e che era molto lieta di padroneggiare.

Il padre indicò con la testa l’ospite. «Ti presento Crispin Flynn.»

Gemma lanciò una nuova, rapida occhiata a Flynn. Aveva lo sguardo annebbiato e dubitava che fosse davvero consapevole di cosa gli stesse accadendo intorno.

«Ehm... salve» lo salutò titubante. Lui la guardò senza rispondere.

«Io e il signor Flynn abbiamo giocato insieme, stanotte, da Rickman.»

Le ginocchia di Gemma cominciarono a tremare. «Oh padre» ansimò. «È un luogo terribile. Non è degno di voi.»

Lui strinse le palpebre davanti a quel rimprovero. «Non dirmi cosa devo fare, ragazzina.»

Gemma strinse le labbra. «Cos’avete perduto?»

Era rimasto così poco da giocare che lei rabbrividì al pensiero di quale sarebbe stata la loro prossima umiliazione. Suo padre aveva perso il controllo da anni, ma la situazione era precipitata quando lei era tornata a casa senza una rendita, dopo la morte del marito.

Perciò quella era solo una nuova punizione.

«Hai frainteso» le assicurò sir Oswald, ritrovando la sua espressione compiaciuta. Dio, quanto la odiava e la spaventava. «Stanotte non ho perduto, Gemma. Ho vinto.»

Gemma sbatté le palpebre, confusa. «Io... cosa volete dire? Avete vinto? Allora perché mi avete fatta chiamare? Potevate gongolare domani, a un’ora più decente.»

Stava per voltarsi e uscire dalla stanza, quando suo padre sbottò «La scommessa riguardava te».

Gemma rimase a bocca aperta e il suo sguardo passò da un uomo all’altro. Flynn sedeva un po’ più compostamente, ora, ma continuava a guardarla senza aprire bocca.

«Me?» ripeté in un sussurro appena udibile.

«Andrai con il signor Flynn, Gemma. Ora. E diventerai sua moglie.»

Gemma arretrò barcollando, senza fiato, fino a quando non urtò con le gambe il bordo di un tavolo, quasi cadendo a terra. Si aggrappò alla superficie di legno, cercando di pensare, cercando di respirare, cercando di risvegliarsi da quell’incubo.

«Cosa?»

«Mi hai sentito» disse il padre con voce calma e impassibile, come se le avesse appena impartito un ordine relativo alla gestione domestica.

«Ma... avete detto di aver vinto contro il signor Flynn» balbettò lei. «Avete detto che lui ha perduto.»

«E, perdendo, è costretto a prendere la tua mano» rispose con quel disprezzo che non aveva mai nascosto, da quando lei era tornata a casa mesi prima.

Quando si rese conto del significato di

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