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Le parole rubate
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E-book176 pagine2 ore

Le parole rubate

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Info su questo ebook

Tito, il protagonista, è un bambino di dieci anni che si rifugia nel mondo degli insetti, osservandoli e collezionandoli da quando è morta la madre; il padre è un affermato fotografo di gocce di pioggia ed è spesso via per lavoro. Olivia, orfana di madre e di padre, vive in un collegio e possiede la facoltà di vedere le parole non ascoltate. Le raccoglie da terra e le colleziona. La sua amica del cuore, Angela, è sparita e chiede aiuto a Tito per mettere luce su questo mistero. I due amici trovano uno scrigno che custodisce un vecchio quaderno in cui sono classificate le parole… Le parole rubate è stato finalista al Premio Battello a Vapore.
LinguaItaliano
Data di uscita19 set 2016
ISBN9788892628038
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    Anteprima del libro

    Le parole rubate - Tina Biasci

    Self-Publishing

    1

    Tito fece scivolare lo sguardo dalla finestra alle scarpe che aveva in mano. L’acqua che si stava riversando dal cielo sarebbe scivolata nella fessura tra la suola e la tomaia. E gli sarebbe toccato rimanere seduto al banco con le calze fradicie per tutto il giorno. Gettò un’occhiata all’orologio in cucina: era in ritardo. Così, sbuffando, indossò quei relitti, l’unico paio di scarpe che possedeva.

    Mentre camminava lungo il sentiero nel bosco, che aveva tracciato lui stesso a furia di passare tra cardi, erbe perpetue e cespugli di corbezzolo, scrutava il cielo basso e pesante. Forse, allungando una mano, avrebbe potuto solleticare le nuvole. Ci provò, ma l’unica cosa che accadde fu che dalla cartelletta scivolò fuori il compito di matematica. Tito raccolse il foglio. L’inchiostro, prima ben arginato, era diventato un lungo verme azzurrognolo che si era divorato tutti i numeri. Quando Tito si trovò al davanti alla scalinata di ciottoli che sbucava di fronte al collegio a ridosso del bosco, sentì un richiamo calarsi dal cielo come un ragno dal primo filo della tela.

    Aiutooooo!

    Si guardò in giro disorientato. I rami di qualche castagno e betulla s’intrecciavano come mani. Un ultimo riccio era rimasto abbracciato a un tralcio e uno scoiattolo correva da un albero all’altro. Forse si era soltanto immaginato quella richiesta di aiuto. Non del tutto convinto, Tito diede un’ultima occhiata al cielo plumbeo, prima di proseguire: c’erano solo alberi e spicchi di nuvole.

    Aiutooooo! sentì di nuovo. Alzò lo sguardo verso il collegio. Il richiamo proveniva proprio da lì. Come aveva fatto a non pensarci subito? Da una delle molte finestre dell’ultimo piano faceva capolino una testa arruffata, arancione come la chioma di un castagno in autunno. La bambina stava sventolando le mani davanti al viso. In quel momento lo raggiunse un compagno, Gianni, sbucando da un altro sentiero. Il ragazzo, ben più alto di Tito, lo spintonò e lui si ritrovò col naso nel terriccio.

    Parla coi vermi: almeno loro ti capiscono.

    Mentre cercava una risposta dentro di sé, Gianni gli sferzò un calcio nel fianco.

    Tito si contorse dal dolore, pronto a incassare un’altra pedata, che però non arrivò. Gianni gli rise in faccia e se ne andò. Ciccione gridò, mentre si massaggiava il fianco indolenzito, ma il compagno stava già attraversando la strada senza voltarsi. Probabilmente non lo aveva neppure sentito.

    Tito si rialzò prendendo quel che restava del compito imbrattato di terra. L’avrebbe gettato via all’entrata della scuola: ormai era illeggibile.

    Guardò di nuovo verso la finestra del collegio, ma non c’era più nessuno. Eppure qualcuno aveva bisogno di lui.

    Ehi! chiamò e attese che la bambina apparisse di nuovo nella cornice di legno.

    Ehiiiiiii! Questa volta alzò la voce e si mise in punta di piedi. Ma la finestra rimase vuota come l’ingresso di una tana abbandonata.

    Forse la bambina intendeva attirare l’attenzione di Gianni. Di certo lui era maleducato, ma molto più grosso e più forte di Tito, quindi sicuramente più adatto a offrire aiuto. La scintilla del pensiero di poco prima, in cui si era sentito importante, si spense all’improvviso.

    Tito attraversò la strada e s’incamminò lungo il marciapiede per arrivare a scuola, che distava una cinquantina di metri dal collegio e si trovava a ridosso del bosco. Prima di varcare la porta dell’aula si levò la giacca, le scarpe e le calze fradicie. Ciondolò verso il suo posto, l’ultimo in fondo, e, sulla sedia disabitata accanto alla sua, appoggiò la cartelletta e l’astuccio.

    Buongiorno a tutti. Consegnatemi subito il compito! ordinò il maestro Tosco, mentre i suoi capelli ricci e crespi si allungavano come saette.

    Tito abbassò lo sguardo, fingendo di non avere udito quelle parole. Il maestro gli si avvicinò a tal punto che lui ne fiutò l’alito di cimice impaurita. Poi si voltò di lato, mentre una lacrima gli colava lungo il viso.

    Il tuo compito dov’è? lo fulminò il maestro.

    Non l’ho fatto mentì Tito. La lacrima fu seguita da un’altra e un’altra ancora e nell’aula si levò uno sciame di risate.

    Visto che perseveri nelle tue dimenticanze non farai ricreazione per due mesi.

    Questa sì che era una bella notizia! Durante quegli interminabili quindici minuti Tito se ne stava sempre accucciato in un angolo del campetto da calcio e si concentrava sui piedi che a turni cozzavano contro un pallone. In aula, invece, avrebbe potuto passare i minuti pensando alla bambina del collegio.

    Ma non attese la pausa: i pensieri cominciarono fin da subito a svolazzare come una farfalla davanti alla finestra, mentre lui tentava di immaginare come mai la bambina chiedesse aiuto.

    Tito, in quale dei molti angoli vuoti del tuo cervello ti trovi in questo momento? tuonò Tosco, suscitando di nuovo grande ilarità nell’aula. Ma gli occhi di Tito si abbassarono e le labbra non trovarono il coraggio di schiudersi per lasciare passare la risposta che gli ribolliva in pancia: Lasciami in pace, noiosa cimice pustolosa, schifoso d’un serpente marcio, mollacione d’un rospo gracidante, pulcioso d’un millepiedi orecchiuto. Così, nel silenzio, presero forma due nuove lacrime che strisciarono sulla pelle arrossata dalla rabbia.

    Al termine delle lezioni mattutine, Tito s’infilò le calze, poi le scarpe. Attraversò veloce il corridoio, corse lungo il marciapiede, attraversò la strada, poi imboccò il sentiero e alzò lo sguardo verso la finestra del collegio: la bambina era di nuovo lì .

    Aiutoooo! gridò.

    Parli con me?

    E con chi altri? La bambina si sporse maggiormente e sgranò gli occhi marroni.

    Che cosa c’è?

    Vengo a casa tua, va bene? chiese lei, come se fosse legata a lui da una lunga amicizia.

    A casa mia? Tu non abiti lì?

    Posso o no? insistette la bambina, voltandosi di scatto. Tito vide qualcuno avvicinarsi a lei. Una donna dall’aspetto molto vecchio si sporse dalla finestra.

    Vattene disse quella con voce fredda e acuta.

    Tito fece due passi indietro e notò che la bambina guardava con occhi impauriti la donna.

    Via! gridò la donna sventolando una mano grande come un ventaglio e inanellata come quella di una regina.

    Tito non sapeva se avere paura o no, ma ancora prima di capirlo, la donna strattonò la bambina, poi chiuse le imposte. Lui rimase lì ancora per un po’, come se attendesse il bus o suo padre dal rientro dal lavoro. Dietro le imposte sembrava non muoversi più nulla.

    Attraversando il bosco, si trovò dentro una bolla di silenzio, che gli ricordava quanto fosse solo. Non sapeva se aiutare la bambina. E se sì, come? Perché mai avrebbe voluto andarsene dal collegio? Suo padre cosa avrebbe detto se l’avesse portata in casa? D’un tratto s’immaginò a letto, prima di addormentarsi, con la mamma che gli chiedeva se avesse ancora qualche cruccio di cui parlare prima di cadere nel sonno. E lui che le raccontava della bambina alla finestra del collegio. Dei suoi capelli rossi. O della sua maglia gialla a fiori. A lui piacevano tanto i fiori: con i colori e i profumi, richiamavano gli insetti. E poi le descriveva la donna vecchia, la grande mano piena di anelli brillanti, i capelli lunghi e bianchi raccolti in una coda di cavallo e quel modo sgarbato di strattonare la bambina, che stonava con l’aspetto elegante.

    Ma la mamma non c’era più: era morta qualche anno prima in un incidente d’auto, durante una notte di temporale. Quello era stato il giorno più brutto della sua vita.

    2

    Quando Tito entrò in casa, un leggero russare gli volò incontro.

    Papà… papà! chiamò quando si trovò accanto al letto del padre. Non sei andato a lavorare?

    Uh? Dove sono?, l’uomo alto, scompigliato, con la barba di tre giorni, si alzò in tutta fretta.

    Sei a casa, papà!

    Ah, ma che ore sono? e Clodo, suo padre, si stropicciò gli occhi con i pugni ricoperti di peli.

    È mezzogiorno!

    Già?

    Sì, e sta anche piovendo! puntualizzò Tito.

    Clodo era un fotografo specializzato in gocce di pioggia. Le fotografava ancora in volo o spalmate sui vetri; nel momento dell’impatto con una pozzanghera o poco dopo; ne catturava l’ombra o lo scintillio. Quelle immagini venivano ospitate nei musei più prestigiosi del mondo.

    Perché da quando è morta la mamma fotografi solo la pioggia? gli aveva chiesto una volta Tito, pur sapendo che il padre non amasse parlare della madre.

    Le gocce sono luminose e hanno una bella forma. Era questa la breve spiegazione che gli aveva dato.

    Pensavo che fosse perché la mamma è morta in una notte di temporale. Clodo non aveva commentato la supposizione di Tito e l’argomento si era esaurito in fretta.

    Il padre si vestì e, senza neppure lavarsi o bere un caffè, se ne andò infilando a tracolla la sua Leica, una vecchia macchina fotografica che funzionava con i rullini di una volta.

    Tito varcò la soglia della cucina e aprì il frigorifero tirandoci fuori due cetrioli sott’aceto, quattro cuori di carciofo sott’olio e una fetta di pane da toast scaduta da cinque giorni. Uscì di casa prima del solito, quel pomeriggio. Quando però si accorse che la bambina non era alla finestra e che tutta la facciata del collegio era muta, con le imposte chiuse, i suoi pensieri si fecero bui. A scuola, per tutto il pomeriggio, fissò la parete dell’aula.

    Da quel giorno, ogni volta che ci passava, Tito gettava un’occhiata alle finestre le cui imposte nel frattempo erano state riaperte. Ma la speranza di rivedere la bambina appassì.

    Eppure quella richiesta d’aiuto qualche volta gli riecheggiava ancora in testa e lui non riusciva a darsi pace.

    Una sera, prima di addormentarsi, come se fosse stata la mamma a soffiargli quell’idea, decise che l’indomani sarebbe entrato nel collegio. Tito si sentiva fiero del proprio coraggio: lei aveva bisogno di lui, e lui sarebbe andato ad aiutarla.

    Quella mattina Tito si svegliò di buonora e la prima cosa che udì erano le gocce di pioggia che si rompevano sul vetro. Poi gli balzò in mente la bambina: gli sarebbe tanto piaciuto vestirsi bene per andare da lei. Purtroppo nel suo armadio non si trovava neppure il ricordo di un abito decente. Suo padre non aveva mai tempo di portarlo a fare acquisti, e quando finalmente riusciva a convincerlo e stabilivano un giorno, lui se ne dimenticava. E a Tito erano rimasti soltanto pantaloni lisi, magliette bucate e pullover troppo piccoli. Scartò sul letto gli indumenti più malridotti e infine notò un paio di pantaloni con un buco sul ginocchio, una camicia corta di maniche e il solito paio di scarpe dalla bocca larga. La sua giacca era ancora fradicia del brutto tempo, così avrebbe messo quella del padre. Gli arrivava ai polpacci e sarebbe servita da impermeabile. Andava di moda e avrebbe coperto il buco nei pantaloni.

    Tito percorse il sentiero vacillando leggermente sulle gambe, poi costeggiò la staccionata fino a raggiungere il sontuoso cancello d’entrata del collegio, ai cui lati c’erano accucciati due leoni di pietra.

    Diede loro diversi colpetti sulla testa per guadagnare qualche secondo prima di doversi confrontare con chiunque avesse aperto la porta.

    Per un attimo smise di respirare, poi salì i gradini. Che cosa avrebbe detto? Buongiorno sono Tito, sono venuto a salvare una bambina. Quale bambina? E da che cosa? La bambina forse non si ricordava neppure più di lui. Magari aveva gridato Aiuto giusto per dire qualcosa. Allora Tito ridiscese le scale. Poi però si voltò, avanzò di nuovo verso l’ingresso e il portone si aprì all’improvviso.

    Sìììì? chiese la donna, che lui aveva già notato alla finestra.

    Buon… buongiorno. Sono Tito.

    La donna era alta e storta come un cipresso nel vento, e Tito, davanti a lei, si sentiva una pulce. Gli occhi e il naso erano piccoli, o forse normali. Le orecchie e le mani erano fuori misura, come lei. Tra l’indice e il medio della mano destra c’era un sigaro acceso. Indossava un vestito elegante, nero, come quelli che metteva la mamma quando andava

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