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Conversazioni con l'inconscio: La via per comunicare con il cervello del cuore

Conversazioni con l'inconscio: La via per comunicare con il cervello del cuore

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Conversazioni con l'inconscio: La via per comunicare con il cervello del cuore

Lunghezza:
318 pagine
4 ore
Pubblicato:
2 ago 2016
ISBN:
9788863653687
Formato:
Libro

Descrizione

Giorgio, un manager che ha sacrificato gli affetti e una parte di sé per dedicarsi alla carriera, si risveglia in ospedale dopo tre giorni di coma in seguito a un incidente d’auto.
Frastornato, bendato, costretto a letto, nel silenzio dei suoi pensieri sente una voce dentro la sua testa: è il suo Inconscio che gli parla. Inizia allora a tempestarlo di domande circa le cause delle proprie malattie e le difficoltà nella relazione con la sua ex moglie e con la figlia adolescente, fino ad affrontare temi rilevanti come lo scopo della vita.
È un viaggio interiore, dove i personaggi che si succedono sono le occasioni per domandare al proprio Inconscio i perché della propria vita, ottenendo quelle risposte che lo porteranno a risolvere i propri conflitti interni e a migliorare i rapporti con le persone che lo circondano.
Il libro è, in effetti, il riassunto di molte ore di canalizzazione con il proprio Inconscio da parte dell’autore che utilizza l’espediente del racconto, scritto in prima persona e in presa diretta, per condurre il lettore in un affascinante viaggio di trasformazione per comprendere gli aspetti della propria vita, così come avviene per il protagonista.
Pubblicato:
2 ago 2016
ISBN:
9788863653687
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Conversazioni con l'inconscio - Roberto Dondoli

Roberto

1° GIORNO - PIACERE, SONO L’INCONSCIO

Sento un dolore lancinante nella testa, penso di essere ancora addormentato, probabilmente sto sognando e presto passerà. Cerco di muovermi nel letto ma non riesco, come se il mio corpo non volesse rispondere alla mia volontà.

Decido che è troppo presto per svegliarmi e cerco di riprendere sonno.

Qualcosa non quadra però, non ricordo quando sono andato a dormire, non ricordo neppure cosa ho fatto ieri.

Nel frattempo il dolore non è passato ma è diventato più tollerabile, anche se più costante. Sono abituato alle emicranie ma questa non è come le solite.

Lentamente iniziano a riaffiorare i ricordi: la macchina, io che sto mentalmente ripassando la presentazione di come il potenziale cliente beneficerà del fantastico software di gestione, di come ora occorra essere super informati ed efficienti nel seguire i clienti, come sia fondamentale sapere quando e quante volte sono contattati e cosa è successo.

Ricordo lo squillo del telefono, ricordo che lo prendo con una mano, la sigaretta nell’altra, mi cade, sono in ritardo e penso che mi succede sempre così. Cerco di trovarlo, è sotto il sedile del passeggero, mi sforzo, le mie mani lo sfiorano, sento un suono di clacson, un rumore forte come di uno scoppio e poi più niente.

Magari è stato solo un sogno, adesso mi sveglio, mi faccio una doccia e via con un nuovo giorno alla grande...

Però cosa ci faccio qui, perché mi trovo su questo letto, non è il mio, non il mio fantastico letto a due piazze, il mio materasso americano, così comodo, così riposante, anzi questo si muove, sembra di stare sull’acqua.

Non capisco.

Tento di aprire gli occhi, non riesco, è come se fossero coperti, mi tocco la fronte ma il solo muovere il braccio destro mi provoca dolore, sento intorno alla mia testa una fasciatura che mi copre gli occhi.

Cos’è successo?

Inizio a comprendere che non è stato un brutto sogno ma qualcosa di più reale: ho avuto un incidente.

Comincio a sentire dei rumori intorno a me, suoni metallici, voci e capisco che mi trovo in un ospedale.

Mi è difficile parlare, mi sforzo e dopo un po’ sento avvicinarsi qualcuno, un uomo, che mi parla:

- Buongiorno signor Galli, sono il dottor Fabbri, siamo nel reparto traumatologia dell’ospedale Fatebenefratelli, è stato ricoverato qui tre giorni fa in seguito a un incidente d’auto -.

Sono confuso.

- È rimasto privo di conoscenza per tre giorni, come si sente? - dice la voce maschile.

Rimango un po’ stupito, penso a quello che mi ha appena detto: incidente, tre giorni, la macchina, il lavoro. Inizio a sentire l’agitazione che aumenta, non posso mollare adesso, ho un cliente importante con cui concludere, devo alzarmi.

Con uno sforzo rispondo: - Non mi sento molto bene a essere sincero, provo dolore ovunque, cosa ho? -.

- Stia tranquillo, - continua il dottore - ha avuto un trauma cranico, un piccolo ematoma interno che si riassorbirà nelle prossime settimane, il femore sinistro fratturato e l’avambraccio sinistro incrinato. Tutte cose che potranno risolversi con un periodo di riposo e di gesso -.

- Ma perché ho gli occhi fasciati? - insisto, chiedendomi se il quadro descritto dal medico sia migliore della verità.

- Non si preoccupi, non è grave, solo qualche piccolo taglio con il vetro, in quindici giorni torneranno come prima, ma per proteggerli e farli guarire più in fretta occorre tenerli bendati. Adesso però deve cercare di stare sereno e riposarsi, qui con me c’è Antonella, la capo infermiera, che si occuperà di lei. Stia tranquillo e vedrà che tutto si risolverà per il meglio -.

- D’accordo dottore, cercherò di riposare - rispondo, ancora intontito.

- Bene, per il momento la saluto, mi aspettano altri pazienti, la lascio in ottime mani - conclude lui.

- Buongiorno, sono Antonella, adesso la sistemo un po’ meglio -dice l’infermiera.

Sento che il letto si muove rialzandosi leggermente nella parte della testa.

Incomincio a riflettere e ad accettare la mia nuova situazione.

- Qualcuno è venuto a trovarmi? Il mio ufficio e la mia famiglia sono stati avvertiti? - le chiedo.

- Nei primi giorni, mentre era in prognosi riservata, sono venute due persone, prima una del suo ufficio, credo, e poi una donna, la sua ex moglie. Nessun altro -percepisco nella sua voce un tono di compassione.

- Ha bisogno di qualcosa, signor Galli? - mi chiede premurosa.

- Grazie, non ho bisogno di niente, sono solo molto stanco -.

- Allora si riposi, tornerò da lei tra un po’ -.

- Grazie - rispondo intontito io.

La mia ex moglie, Claire, bionda, alta, bella e arrogante. Ci eravamo conosciuti al liceo e per più di dieci anni era stata una fantastica storia d’amore, di quelle che sembrano destinate a durare per sempre, anche dopo essersi sposati, una volta laureati.

Ma, nata la piccola Stella, erano emersi i primi problemi e idee differenti su come crescerla e sul ruolo che avremmo dovuto avere.

Con il tempo, poi, le cose erano precipitate: troppi impegni, troppi malintesi, inutili e lunghissime discussioni.

La separazione prima e successivamente il divorzio mi avevano lasciato l’amaro in bocca, insieme alle cattiverie gratuite di Claire che mi accusava di essere stato l’unico colpevole del naufragio del nostro matrimonio. Mi aveva portato via mia figlia oltre alla casa e a una bella parte di tutto quello che avevo costruito con grandi sforzi e che era la mia sicurezza nei confronti del domani.

Dopo tre anni passati a divertirmi tra cene, locali, speed dating e feste con improbabili compagne di una notte, era arrivata lei, Anais, bella come la luna, con la carnagione olivastra e i capelli corvini tipici della terra di suo padre, l’Anatolia, in Turchia.

Era stato un amore pieno di passione per circa tre anni prima di naufragare anch’esso nell’incomprensione e nelle recriminazioni reciproche.

Di lei, mi avevano affascinato il suo sguardo dolce e la sua finta timidezza, che mi faceva sentire più forte e mi metteva al riparo dalle aspre discussioni che erano state il modo di comunicare con Claire, soprattutto negli ultimi anni di matrimonio e spesso davanti a nostra figlia.

Ironia della sorte, mi era capitato esattamente il contrario di quello che mi ero ripromesso da bambino davanti agli ennesimi scontri tra i miei genitori, che avevano combattuto le loro battaglie fatte di accuse e gelosie fino a lasciarsi intorno ai cinquant’anni.

Ma, riflettendoci, io ho fatto anche peggio di loro: ho quarantanove anni, un matrimonio alle spalle e una convivenza naufragata, proprio io che, ancora quindicenne, mi ero ripromesso che non avrei mai litigato con mia moglie, soprattutto davanti ai figli.

Strana la vita, ti presenta sempre le tue peggiori paure.

Mi addormento nuovamente, forse per l’effetto dei farmaci, sollevato di non dover sentire ancora il dolore sordo nella testa.

Una voce maschile mi accoglie al risveglio: - Buongiorno, come sta? Sono Mario, il suo vicino di letto. Se ha bisogno di qualcosa me lo dica, posso chiamarle l’infermiera -.

- Grazie - rispondo io. - Sono Giorgio Galli, è molto che è qui? - domando.

Mi racconta che è arrivato due giorni prima di me, anche lui per un incidente, ma spera di ritornare a casa entro una settimana. Siamo in due in una stanza da tre posti, l’altro paziente è stato dimesso ieri.

Mi spiega come funzionano gli orari delle visite, dei pasti, la routine dell’ospedale. Non so come ma avere qualcuno premuroso accanto mi fa stare meglio.

- Grazie Mario, apprezzo la sua gentilezza. Adesso però è meglio che mi riposi - rispondo io con riconoscenza, prima di tornare ai miei pensieri.

Incomincio a pensare a tutte le cose che ho ancora in sospeso in ufficio, l’affare importante su cui avevo puntato così tanto, e inizio a sentirmi male, la testa torna nuovamente a farsi sentire con una pulsazione che provoca un dolore acuto.

Mi scopro a chiedermi disperatamente il motivo di questo dolore e subito arriva una risposta:

- Smettila con questi pensieri stupidi! -.

Sento una voce ma non capisco da dove venga, sembra quasi che arrivi dalla mia mente.

Allarmato, domando: - Chi ha parlato? -.

- Io - risponde la stessa voce.

- Mario, sei tu? - replico confuso.

- No - dice ancora la voce.

La cosa mi preoccupa ma cerco di rimanere calmo.

- Chi sei, dove sei? - chiedo con un po’ di apprensione.

- Sono il tuo inconscio, e sono qui dentro - mi sento rispondere.

Ho bisogno di tempo prima di realizzare qualcosa.

Impossibile, penso, è uno scherzo. Non ci credo, ma la voce viene proprio da dentro di me.

- Perché ti sto sentendo e perché adesso? - domando incredulo.

- Perché hai battuto la testa - sento la voce rispondermi.

Sto impazzendo - penso immediatamente.

Ma la voce dentro la mia testa replica: - No, potremmo dire l’opposto, eri pazzo e adesso stai diventando normale -.

Penso subito che normale non sia la parola più indicata per definire il mio stato. Magari allucinato, strano sì, ma certamente non normale.

Dopo i primi momenti d’incertezza, comincio a riflettere sulle implicazioni di quello che sta succedendo: sto parlando con il mio inconscio.

L’esperienza che avevo avuto con la PNL e l’ipnosi mi avevano insegnato qualcosa su di lui.

Mi aveva sempre affascinato quello che mi era stato detto circa la sua capacità di gestire una mole così grande d’informazioni, paragonabile a quella di tutti computer esistenti sulla terra.

Avevo scoperto come sia in grado di ricordare tutti i libri letti nel corso dell’intera vita, tutte le cose fatte, le parole dette e ascoltate, un vero e proprio super hard disk con una capacità di memorizzazione dei dati incredibilmente grande.

Avevo appreso che gestisce contemporaneamente 115 funzioni vitali del nostro corpo e che ha la capacità di gestire una quantità impressionante di emozioni umane e mi ero spesso chiesto perché, con quelle capacità, mi faceva talvolta comportare come un perfetto imbecille.

Mi calmo con un profondo respiro, ricordando il corso di meditazione seguito in un momento di sconforto spirituale e abbandonato ormai da qualche anno, e poi inizio con le domande.

- Se ho compreso bene, tu sei il mio inconscio -.

- Sì - dice ancora la voce.

- Perdonami, ma mi riesce difficile crederci, sicuro che non stia diventando pazzo, magari si tratta di uno sdoppiamento della personalità? -

- No, Giorgio, non stai diventando matto. La cosa inusuale è che hai cominciato a sentirmi ma tutto ciò è un bene. È da sempre che ti invio messaggi di ogni tipo senza che tu li prenda in considerazione e forse da adesso sarà più facile -.

Il mio stupore lentamente si trasforma in eccitazione e inizio a immaginare le infinite possibilità di utilizzare questa nuova capacità.

In fondo, la rapidità di ragionamento e la velocità nello sfruttare le nuove situazioni sono sempre stati uno dei miei punti di forza fin dai tempi della scuola.

Penso che finalmente posso domandargli alcune cose che mi hanno sempre affascinato sin da quando ho iniziato a studiare la mente inconscia. Domande del tipo perché proviamo dolore e ci ammaliamo, oppure come riuscire a essere felici. Insomma, le domande che tutti noi ci facciamo e alle quali cerchiamo di dare risposte grazie a molti libri e a molti guru.

- Con quale nome posso chiamarti quando voglio parlare con te? -penso, e subito mi sento un po’ stupido perché sto domandando al mio inconscio come devo chiamarlo.

- Puoi scegliere il nome che preferisci, non è importante per me -dice la voce - ma Giò mi piace -.

Giò era il nome con il quale mi chiamava mia madre ai tempi del liceo. Mi piaceva quel diminutivo, mi era sempre piaciuto.

- Bene - dico dentro di me - quando cercherò di parlare con te, ti chiamerò Giò -.

Qualcuno al di fuori di me mi distoglie dai miei discorsi interni. È Paola, un’infermiera, che mi dice che è l’ora del pasto. Cerca di imboccarmi, un brodo insipido seguito da un frullato di mele dal sapore industriale.

Finita la cena, crollo dalla stanchezza e mi addormento sognando improbabili feste in maschera alternate a scene marine.

2° GIORNO - PERCHÉ MI AMMALO

È mattina, credo, almeno a giudicare dal movimento intorno a me, poiché le bende mi tengono nel buio più totale.

- Buongiorno, Giorgio - sento la voce dentro di me e capisco che ieri non ho sognato e posso veramente parlare con il mio inconscio.

- Ciao Giò, come stai? - rispondo con un pizzico di ironia.

- Io bene, come sempre - risponde lui - tu invece non sei molto in forma, vero? -.

- No, una notte agitata, dolore ancora diffuso, cerchio alla testa -penso dentro di me. - Ho vissuto giorni migliori -.

- E peggiori - incalza lui.

Decido di approfittare di questa opportunità, parlare con lui almeno finché mi sarà possibile.

Mi domando come sia potuto accadere, forse la botta, o forse la privazione della vista o entrambe le cose hanno sbloccato qualcosa dentro la mia mente, aperto nuove opportunità. Decido di sfruttare la situazione finché dura.

- Giò, posso farti alcune domande? -.

- Certo, sarò felice di risponderti -.

- Bene, cominciamo da una semplice: di cosa ti occupi dentro di me? - chiedo, curioso.

- Accidenti, avevi detto una domanda semplice, spero che tu abbia tempo - risponde il mio inconscio ironicamente. - Vedi Giorgio, io sono qui dal momento in cui sei nato e da allora mi occupo di far funzionare il tuo corpo che è complesso, molto complesso.

Pensa a cosa significhi coordinare le tue funzioni più importanti, i cinque sensi, i muscoli, la respirazione, insomma tutto il corpo fisico. Come se non bastasse, anche le parti emotive, le reazioni istintive, le credenze dei pensieri inconsci, i dolori, le malattie, insomma un lavoro veramente complesso -.

- A giudicare da come ho passato gli ultimi anni, avresti potuto anche fare un lavoro migliore, non credi? - rispondo con un certo sarcasmo.

- Non è compito mio quello di decidere come vivere, quello è un compito che spetta a te. Il mio è quello di sostenerti nella vita e farti vivere in accordo con i tuoi pensieri e le tue emozioni - mi risponde, per niente infastidito dal mio tono. - Noi non abbiamo il libero arbitrio, quello è vostro. Così la responsabilità delle vostre scelte e delle vostre emozioni dipende da voi! - continua con insistenza.

- Voi chi? - domando, stupito da quella strana risposta -.

- Voi esseri umani -.

- E tu chi sei, un alieno? - penso, sempre più stupito.

- Certo che no, sono una parte di te, quella che sa cosa fare, mentre non posso dire la stessa cosa di te - mi risponde per le rime.

Ho appena conosciuto il mio inconscio e subito lo trovo un po’ antipatico, aggressivo. Cerco di calmarmi e comprendere meglio quello che sta accadendo dentro di me.

- Mi stai dicendo che ti occupi di mandare avanti tutto il mio corpo, anzi, il nostro corpo, sia emotivo che fisico. Ho capito bene? -.

- Sì, possiamo dire così. Ovviamente gran parte del lavoro è svolto dai singoli organi ma il coordinamento di tutto il processo è sotto la mia responsabilità -.

- Credevo che il lato inconscio di un essere umano non avesse una sua consapevolezza propria, non prendesse decisioni autonome, almeno questo è quello che ho letto nei libri di psicologia. È considerato come una parte della mente razionale - rispondo, cercando di comprendere la situazione senza per questo farlo arrabbiare poiché sembra abbastanza reattivo.

- Vedi, le cose sono meno semplici di quello che immagini e questa è una credenza diffusa, ma non per questo vera - risponde lui in tono più conciliante.

- Puoi spiegarmi meglio? - chiedo, curioso di comprendere.

- Posso provarci, ma dovrò necessariamente essere approssimativo, ci sono troppe informazioni che ti mancano adesso per comprendere quale parte di noi rappresento -.

- Va bene Giò, lo capisco, ma preferisco sapere le cose a grandi linee che non conoscerle affatto -.

- D’accordo, cercherò di spiegarti qualcosa di me. Io sono dentro di te, di noi, fin dai primi momenti di vita, fin da quando ancora eravamo nel corpo di nostra madre, molto prima quindi di quando si è sviluppata la mente razionale. Il mio compito da allora è quello di permettere a te, a noi, di vivere in modo completo. Per far questo non mi fermo mai, al contrario di te non ho necessità di dormire, e mi occupo, come ti ho già detto, di coordinare tutte le funzioni del nostro corpo -.

- Comprese quindi anche le emozioni? - chiedo, ricordando quello che ho letto nei libri di psicologia.

- Non entrare troppo nello specifico per il momento, hai già delle credenze al riguardo quindi potresti interpretare in modo parziale quello che ti direi. È meglio se per ora restiamo sul generale -.

- Ok ma mi affascina l’idea che tu abbia una personalità, una tua capacità decisionale -.

- A essere sincero, la mia capacità di prendere decisioni adatte a noi è molto superiore alla tua, altrimenti non saremmo più in vita da tanto tempo -.

- Cosa intendi? -.

- Mi riferisco al tuo comportamento in questi anni. Hai abusato del tuo corpo mangiando cose che ti facevano male, fumando, bevendo schifezze e, come se tutto ciò non fosse abbastanza, hai prodotto dentro di te un’enorme quantità di emozioni negative in quasi tutti i momenti della tua vita da adulto -.

- Quindi sono io a produrre emozioni negative e non tu, è così? -.

- In un certo senso sì, io le utilizzo, le sfrutto per farti comprendere alcune cose, ma quando queste emozioni sono troppe e si protraggono per periodi di tempo eccessivi, diventano nocive per tutto l’organismo. Tutto ciò ha come conseguenza che il nostro corpo reagisce con quello che tu definisci disagi fisici, quelli che chiami dolori o malattie -.

- Aspetta un momento, cosa c’entrano i dolori e le malattie con te? - replico sorpreso.

- Sono dei messaggi, sono il modo in cui ti comunico che tipo di emozioni vibri, quali paure e quali pensieri negativi produci. È il modo più diretto per comunicare con te -.

- Giò, mi stai forse dicendo che saresti stato tu a farmi ammalare deliberatamente? - scandisco lentamente l’ultima parola ancora incredulo di cosa mi sta raccontando il mio inconscio.

- Capisco che detto così sembri crudele, ma se vuoi che sia franco, sì sono stato io. Per essere preciso, non sono sempre stato io ma probabilmente la maggior parte delle volte sì. Non mi è piaciuto ma mi hai costretto tu -.

Sono sempre più confuso. Da un lato sento del risentimento come reazione a questa notizia, ma dall’altro provo una crescente eccitazione al pensiero di scoprire qualcosa che un tempo mi aveva sempre affascinato: i perché della vita.

- Quindi, se ho compreso bene, mi stai dicendo che le malattie che ho avuto fin da piccolo, così come il tumore alla cistifellea di cinque anni fa che mi ha costretto all’asportazione dell’intero organo con continui disagi, lo hai creato volontariamente tu? Cioè io? Cioè il mio inconscio? - mi sento come se non capissi più niente.

- Sì, Giorgio, mi spiace ma è così. È così che funziona, da sempre -.

- Cioè questo è il modo normale per comunicare che un essere umano sta provando troppe emozioni negative? - replico subito.

- Vorrei che tu considerassi una cosa: quando provi delle emozioni negative per molto tempo, tutto il sistema ne risente e occorre in qualche modo far cessare questo squilibrio. Pensa per esempio se tu viaggiassi con la tua macchina in seconda per trecento km o più, non pensi che il motore si rovinerebbe? -.

- Certo, potrebbe addirittura fondersi -.

- Allora sarebbe meglio che si rompesse un solo pezzo, in modo da fermare la macchina prima che sia tutta da buttare, non credi? -.

- Considerando questo punto di vista, potrebbe anche sembrare ragionevole - mi sorprendo a pensare.

- Mio caro, devo dirti che sono intervenuto anche le volte in cui hai provato dolori alla schiena e al collo così come quando, da ragazzo, ti sei fratturato il piede giocando a pallone. Sono dovuto intervenire perfino con i calcoli al fegato, che hai fatto rimuovere senza neppure domandarti perché sono venuti. Come ti ho già detto, gestisco il nostro corpo nella sua totalità, quindi è vero, sono stato io - replica lui con il tono di un maestro che parla all’allievo.

- E per quanto riguarda l’infarto? - chiedo, nella speranza che almeno quello sia stato una casualità.

- Sì, anche quello è un mio intervento, ma non pensare che lo abbia fatto di mia spontanea volontà, sei stato tu con il tuo comportamento che in qualche modo mi hai obbligato a queste misure drastiche. Infatti, poiché ti definisci razionale e intelligente, potresti iniziare a domandarti perché io, il tuo inconscio, sono dovuto ricorrere a queste misure estreme.

- Giò, se devo essere sincero, non riesco a comprenderne il motivo, anzi mi sembra assurdo che tu, volontariamente, mi abbia fatto venire l’infarto. Ho sempre pensato che fosse una casualità o qualcosa d’ineluttabile come l’avanzare degli anni e quindi uno dei normali imprevisti della vita - rispondo, confuso.

- Ti sei domandato cosa stava succedendo nella tua vita quando ti è venuto, anzi, quando ti ho fatto venire l’infarto? Ricordi quei mesi pieni di rabbia e di delusione e la profonda tristezza per il fallimento del tuo matrimonio? Ricordi la preoccupazione per la situazione economica relativa alla separazione e i problemi al lavoro in quel periodo, insieme al dolore per il distacco da tua figlia? -.

- In effetti, hai ragione, è stato un periodo veramente difficile e triste - rispondo, tornando con la mente a quei momenti.

- Ricorda cosa ti ho detto, non è compito mio farti vivere una vita felice, quello è il tuo. Il mio è quello di indicarti quando stai vibrando nel modo giusto o, al contrario, quando in un modo che non ti aiuta, che non ti porta sulla strada per cui sei venuto al mondo -.

Se mi avesse dato un pugno in faccia, mi avrebbe sorpreso di meno.

La mia mente analitica, quella mente razionale di cui vado così fiero, inizia a formulare ipotesi e argomentazioni come se fosse un computer che è stato appena acceso. C’è qualcosa in questo ragionamento che non comprendo ma, momento dopo momento, diventa sempre più chiara nella mia mente una possibilità, un punto di vista, che non avevo preso in considerazione.

- Aspetta, credo ci sia bisogno di fermarsi un attimo e chiarire alcune cose - mi scopro a pensare.

- Bene, chiedi e ti risponderò! -.

La mia mente comincia a formulare domande a raffica, totalmente inutili e contraddittorie. M’impongo di fermare i pensieri e di fare un respiro profondo. Ripenso a quello che ha detto il mio inconscio e decido di affrontare la cosa con la stessa lucidità e lo stesso metodo che utilizzo per risolvere problemi complessi. La mia frase ricorrente al lavoro è: ditemi qual è il problema e io lo risolverò.

Bene, iniziamo, definiamo gli argomenti, come le malattie, le emozioni e le credenze.

- Giò, puoi parlami delle malattie, qual è il loro scopo - mi decido a chiedere.

- Per spiegarti a cosa servono le malattie, permettimi di partire dal principio perché ci sono alcune cose che probabilmente non conosci o almeno non le conosci sotto questo aspetto. Tu produci continuamente delle emozioni, a volte piacevoli, altre volte spiacevoli, cioè negative e che non ti aiutano. Quando provi gioia, coraggio o altre sensazioni belle, va tutto bene, sei felice e io con te. Ma quando produci emozioni di rabbia, di preoccupazioni e di insicurezza su di te o sulle scelte che fai, allora tutto ciò crea un problema al tuo corpo, un po’ come mettere una sostanza velenosa dentro di te. Il mio compito in quel caso è di segnalartelo, di fartelo sapere in un modo o in un altro perché tu smetta di produrre quel veleno emotivo che, nel tempo, porterebbe a un rallentamento delle tue funzioni vitali -.

- Quindi, mi fai ammalare perché capisca? Mi sembra alquanto bizzarro il tuo modo di comportarti - rispondo subito io, ancora non convinto dei suoi ragionamenti che, malgrado possano essere comprensibili, non riesco ad accettare.

- Vedi, Giorgio, molte volte produci della rabbia, e non mi riferisco soltanto ai momenti nei quali litighi furiosamente con le tue ex o sul posto di lavoro, infatti almeno quelle volte te ne accorgi e questo è già positivo. Mi riferisco alle volte che qualcosa non va secondo i tuoi desideri, secondo quello che ti aspettavi e in quei casi tu produci dentro di te una rabbia sorda ma costante. A quel punto, è facile che accada qualcosa per cui essa aumenta sempre più fino a che non ti sfoghi con qualcuno e ritorni in uno stato di apparente tranquillità. Quello che però non consideri è che il tuo sfogo provoca ancora più occasioni per arrabbiarti di nuovo e questo non va bene né per te, né per il tuo corpo fisico. Per questo motivo io te lo segnalo

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