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Bibbia e letteratura

Bibbia e letteratura

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Bibbia e letteratura

Lunghezza:
277 pagine
4 ore
Pubblicato:
20 mag 2016
ISBN:
9788838244469
Formato:
Libro

Descrizione

Bibbia e letteratura: un binomio che parte da molto lontano, nella storia che ha fatto la nostra civiltà e la nostra cultura, e che si confonde con la scientificità degli antichi Padri, dei Cantori, dei Filosofi e la fantasia dei Poeti, dei Narratori, degli appassionati di sacre rappresentazioni. Quel che rimane e rimarrà della Parola di Dio e della parola dell’uomo che vuole accostarsi, calato nella sua storia, alle pagine bibliche. Il volume analizza grandi opere letterarie di tutti i tempi che hanno preso lo spunto dalle pagine bibliche, nella passione, nell’estasi, nell’inquietudine, nella lotta spirituale, negli ambiti insomma che sono vitali per l’uomo. Quella po- esia dell’infinito, dei grandi spazi, del tempo immemorabile, delle vuote latitudini, delle solitudini attraversate da voci che colloquiano con Dio, che aprono le primissime pagine bibliche, si riversano in opere di poesia, di narrativa, nate nell’animo, nel cuore e nella fantasia di grandi scrittori.

In tal senso il volume, seguendo la classica divisione biblica – Antico e Nuovo Testamento – ripercorre Il paradiso perduto di John Milton, il ciclo de Le storie di Giuseppe di Thomas Mann, Il trittico romano di Giovanni Paolo II, Giobbe di Joseph Roth, fino ad arrivare ai romanzi sulla vita di Cristo e alle suggestive visioni dell’Apocalisse. È un modo – saggistico-letterario – per dimostrare quel che affermava Julien Green: «Soltanto la Bibbia è eternamente giovane, come un torrente di montagna che rotola da migliaia di anni».
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20 mag 2016
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9788838244469
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Anteprima del libro

Bibbia e letteratura - Vincenzo Arnone

BIBLIOGRAFIA

I. IL GRANDE CODICE

Per grazia di Dio sono uomo e cristiano, per azioni grande peccatore, per vocazione pellegrino della specie più misera, errante di luogo in luogo. I miei beni terrestri sono una bisaccia sul dorso con un po’ di pan secco e, nella tasca interna del camiciotto, la Sacra Bibbia. Null’altro.

Racconti di un pellegrino russo

Soltanto la Bibbia è eternamente giovane, come un torrente di montagna, che rotola da migliaia di anni. Non soltanto essa è più giovane d’ogni altro libro, ma più recente, in testa a tutto ciò che si possa mai scrivere. L’uomo che scriverà tra mille anni è già in ritardo nei suoi confronti.

JULIEN GREEN, Journal

E voi de’ figli dolorosi il canto,

voi dell’umana prole incliti padri,

lodando ridirà; molto all’eterno

degli astri agitator piu cari, e molto

di noi men lacrimabili nell’alma

luce prodotti. Immediati affanni

al misero mortal, nascere l pianto

e dell’etereo lume assai più dolci

sortir l’opaca tomba e il fato estremo,

non la pietà, non la diritta impose legge del ciel...

GIACOMO LEOPARDI, Inno ai Patriarchi

Al tempo in cui tenevo i Corsi su Letteratura di ispirazione cristiana del Novecento nelle Facoltà teologiche di Firenze e di Palermo, mi rendevo conto di come dovesse essere molto importante e determinante, in un corso del genere, approfondire la tematica della dimensione letteraria della Bibbia o del rapporto letteratura- Bibbia.

Fin troppo scontata l’idea che si sa tutto o quasi della Bibbia, in ambienti religiosi, ecclesiastici o comunque culturali... Se val bene la concezione secondo cui la Bibbia equivale a una lunga lettera di Dio all’uomo, da leggere e da ascoltare con umiltà e fede, tuttavia tale lettera ha un variegato ventaglio di caratteristiche storiche, letterarie, ambientali che, per un cristiano (o no) amante della cultura biblica, è necessario aprirsi a varie suggestioni come a stimoli che aiutano a comprendere meglio tutta la Parola di Dio.

Fui perciò preso, poco alla volta, da un sacro furore di accostarmi a tale mondo biblico culturale-letterario che mi consentisse di leggere la doppia, tripla, quadrupla... realtà della Sacra Scrittura; una sfaccettatura a più forme e colori che compone una unità meravigliosa e divina, in un orizzonte storico e perenne proiettato verso un progetto di Salvezza, concepito nella mente di Dio, fin dall’eternità.

Andavo pensando a una dimensione letteraria della Bibbia sotto due aspetti, in maniera del tutto principale: il valore letterario soggettivo, intrinseco alla Bibbia, e il valore letterario oggettivo, cioè le opere letterarie nate sotto lo stimolo delle pagine bibliche; l’uno e l’altro richiamantisi e confusamente coinvolgenti come causa ed effetto di opere altamente poetiche. In primis pensavo alla Bibbia come al Grande Codice dell’arte, al dire di Blake[1], che contiene in sé suggestioni poetiche e letterarie, indipendentemente da altri libri orientali o coevi. Pensavo alla Bibbia come a un Libro verso cui, secondo Northrop Frey, «un approccio letterario non è in sé illegittimo, nessun libro avrebbe potuto esercitare un’influenza letteraria così specifica senza possedere esso stesso delle qualità letterarie. Ma è oltretutto ovvio che la Bibbia è‘più’ di un’opera di letteratura, qualsiasi cosa questo ‘più’ possa significare»[2].

Pensavo alla Bibbia come un Grande Contenitore di poesia che, nell’arco dei suoi 72 libri, riporta il lettore a rivedere tutti gli aspetti della storia e della vita come uno specchio che mette a nudo se stessi.

Pensavo alla Bibbia come al Cammino di Dio tra le strade dell’uomo, con tutte le sue conseguenze: la pace e l’inquietudine, la mistica e l’imprecazione...

Pensavo alla Bibbia come al Discorso su Dio, alla Teologia, da cui non si può prescindere; e di conseguenza al rapporto primordiale tra letteratura e teologia, come al primo anello da cui partire per continuare a intrecciare una corona di parole tanto lunga quanto preziosa, secondo quanto già Giovanni Boccaccio scriveva, tra l’altro, nella sua Vita di Dante, in merito a questa tematica: «Dico che la teologia e la poesia quasi una cosa si possono dire, dove uno medesimo sia il soggetto; anzi dico di più: che la teologia niuna altra cosa è che una poesia di Dio. E che altra cosa è poetica fizione nella Scrittura dire Cristo essere ora leone e ora agnello e ora vermine, e quando drago e quando pietra, e in altre maniere molte, le quali volere tutte raccontare sarebbe lunghissimo? che altro suonano le parole del Salvatore nello evangelio, se non uno sermone da’ sensi alieno? Il quale parlare noi con più usato vocabolo chiamiamo allegoria»[3].

La grande cultura filosofica e umanistica, non da ora, si è interessata a tale rapporto. Nella storia del cristianesimo, da quando, alla morte degli apostoli, la nuova fede si è dovuta confrontare con varie culture e religioni preesistenti, diversi Padri della Chiesa – quelli che avevano una grande responsabilità di pastori delle chiese e quelli che erano poeti e scrittori in proprio: Agostino, Basilio il grande, Gregorio Nazianzeno, Gregorio di Nissa, Ambrogio, Girolamo, Giovanni Crisostomo, Giustino, Policarpo, Efrem... – ebbero modo di affrontare il problema con i metodi che la cultura preesistente forniva loro: Platone, Aristotele, Socrate, la filosofia greca, la tradizione giudaica. Rilessero la Bibbia, prevalentemente, ma non esclusivamente in chiave allegorico-spirituale, sottolineando, non di rado, gli aspetti letterari, poetici. In opere sistematiche o per lo più occasionali – omelie, discorsi pronunciati nei ritmi dell’anno liturgico – i Padri della Chiesa si resero testimoni della Parola, in maniera forte e determinante. Educati per lo più alla cultura del mondo greco-romano, non rifiutarono tutto in blocco gli autori precedenti, ma cercarono di travasare nei loro scritti il vino nuovo della Rivelazione. Di particolare incidenza e importanza, in tale senso, sono stati i Cappàdoci – S. Basilio Magno, S. Gregorio Nisseno, S. Gregorio Nazianzeno –, vere colonne della Chiesa nel secolo IV (già così ricco di personalità straordinarie con S. Agostino, S. Girolamo, S. Ambrogio... da potere essere definito il secolo d’oro della Patristica, come in campo artistico-poetico lo sarà successivamente il 1400 in Italia). S. Basilio, oltre a numerose opere teologiche, scrisse anche un opuscolo Oratio ad adulescentes, occasionato dalla richiesta fatta a lui dai suoi nipoti e da altri giovani su come comportarsi dinanzi a pagine di classici greci e romani che non di rado contenevano tematiche contrarie alle Sacre Scritture; l’eterno problema dell’incontro-scontro tra cristianesimo e cultura pagana o altre religioni. Il Santo, memore dei suoi studi classici a Cesarea e ad Atene, non proibisce ai giovani di leggere gli scrittori pagani, ma li esorta a non leggerli supinamente, acriticamente e spiega e motiva: «Se vi è qualche affinità reciproca fra le due dottrine (quella pagana e quella cristiana) la conoscenza di ambedue non potrà che essere utile, se poi non c’è affinità, il fatto però di metterle a confronto e riconoscerne la differenza aiuterà non poco a confermarci nella migliore. Ma a che cosa possiamo paragonare i due insegnamenti per averne un’immagine? Ecco: come è virtù propria di una pianta ricoprirsi di frutti della stagione, e ne formano un certo ornamento anche le foglie che sui rami stormiscono, così anche per l’anima il frutto precipuo è la verità, e tuttavia non è affatto sgradevole che si rivesta di sapienza profana come di foglie che offrono riparo al frutto e una vista gradita»[4].

Una visione aperta, moderna che intende superare tante difficoltà ed eccessive preoccupazioni, nell’ambito di una cultura in costante evoluzione.

E l’opera poetica di Gregorio Nazianzeno, di Gregorio Nisseno, di Ambrogio di Milano, di Efrem il Siro altro non è se non l’elaborazione personale ed emotiva della Sacra Scrittura (Salmi, Vangelo, Elogio dei Sacramenti, della Verginità...). I versi del pastore di Nazianzo si aprono alle sollecitazioni bibliche, dell’Antico e Nuovo Testamento, con un intento didascalico, catechetico allo scopo di guidare alla conoscenza e alla lettura delle pagine bibliche. Assommano insieme momenti dalla andatura storica e poi profetica e poi morale ed esortativa e poi mistica quasi a volere condurre il lettore-cristiano ad innalzarsi fino a Dio: «O Trinità Santa, solo la tua causa suscita il mio interesse». Fondamentalmente il santo teologo intende dare un unico, grande consiglio: abbandonate i discorsi frivoli, fallaci, o peggio ancora pregni di invidie, gelosie, pusillanimità e dedicatevi alla studio della Scrittura. Ma tale scopo non deve trarre in inganno, poeticamente. Il santo aveva una grande padronanza metrica della poesia e uno stile letterario che gli veniva da una cultura accumulata in tutta la sua vita. L’intento didascalico non equivale a uno stile sciatto, superficiale; oltretutto si dedica ai versi in polemica quasi con Apollinare il giovane il quale aveva scritto una Metafrasi al Salterio: «Se i lunghi discorsi e i Salteri nuovi e opposti a quelli di David e la piacevolezza delle composizioni poetiche sono considerati come un Terzo Testamento, allora anche noi comporremo dei Salmi e scriveremo molte composizioni e composizioni poetiche»[5].

E che dire delle opere letterario-teologiche del Nisseno? Il mistico, il teologo, l’oratore! Fu vescovo di Nissa, ma era portato alla vita di orazione, di studio, di contemplazione, di ascesi, a tal punto che si sentiva quasi schiacciato dalla personalità molto più vivace, organizzativa ed estrosa del fratello Basilio e anche di Giovanni Crisostomo. Una volta sollevato dalle grandi responsabilità organizzative, si dedicò alla Vita di Mosè, al commento al Cantico dei Cantici, al trattato sulle Beatitudini, capolavoro di teologia mistica; si dedicò in toto allo studio della Sacra Scrittura, a tal punto da essere considerato il padre della teologia mistica, per il suo fascino, poetico e morale, del tutto particolare. Le sue opere giocano frequentemente sul rapporto filosofia platonica-cristianesimo avviando senza volerlo una corrente filosofico-teologica che avrà i suoi sviluppi nei secoli successivi. Ma sa trovare i momenti in cui, abbandonato il filosofo greco, ritorna alla mistica evangelica, come un’aquila che vola altissimo.

Ambrogio di Milano vive in un altro ambiente, ha una educazione più pragmatica, pastorale; è anzitutto il Pastore della Chiesa milanese. Non ha la grande profondità filosofica e teologica dei Cappàdoci o di Agostino. Ma una cosa è certa: ha un grande amore per la Scrittura. «Abbevèrati all’Antico e al Nuovo Testamento, nell’uno e nell’altro berrai il Cristo». Ecco allora i suoi Sermoni, i commenti biblici, gli Inni, le Catechesi... il suo intento di andare al di là del senso letterale della Scrittura per giungere al senso spirituale, nascosto sotto la lettera.

Di Efrem il Siro, S. Girolamo nel suo De viris illustribus scrive, con grande ammirazione, che in certe chiese «dopo la lettura della Bibbia, si leggevano pubblicamente le sue (di S. Efrem) opere. Ho letto, continua S. Girolamo, in greco la sua opera Sullo Spirito Santo, tradotta dal siriaco, ed anche solo nella versione ho potuto ammirare l’acutezza e la sublimità del suo ingegno»[6]. Lo stesso si dica di altri poeti cristiani Ausonio, Prudenzio, Paolino... E S. Agostino nel De doctrina Christiana invitava alla lettura degli autori pagani per meglio capire il testo biblico.

Ma per entrare appieno e in maniera culturalmente adeguata nel fascino letterario della Bibbia, è bene richiamare alla memoria alcuni aspetti del Libro sacro, come: il valore delle tradizioni orali, l’importanza fondamentale dei generi letterari, la distinzione tra verità storica e verità escatologica.

L’insieme di tali caratteristiche (e non solo) ci offre la comprensione della Bibbia come Parola di Dio e come libro letterario, nel momento in cui entriamo nel grande Santuario, fatto carne e sangue, nella parola dei profeti e in quella diretta e personale di Gesù.

C’è un punto fermo da cui ha inizio, storicamente, tutto: la tradizione orale che vale per i poemi omerici come per la Bibbia. La tradizione orale, individuale che diviene poco alla volta corale, popolare, collettiva e che in un secondo momento ritorna ad essere individuale e scritta nell’opera di un solo autore che la fissa nella pagina. Tale tradizione orale, da padre in figlio, ha un tono popolare, colloquiale, diretto come a volere proprio uscire dalla bocca e dalla vita del padre ed entrare in quella dei figli, per generazioni e generazioni; si ammanta di una ispirazione religiosa che assomma in sé tutti gli aspetti della vita, quella individuale, quella corale, sociale e politica. Per tal motivo la narrazione diviene ed è un mythos, un mito secondo l’accezione originale e arcaica di storia vera e sacra e perciò semplare; una sorta di parabola didascalica il cui principale scopo è quello morale e non direttamente storico ed intende evocare i tratti di una Verità reale, percepita dai sensi, inserita nel pragmatismo dell’uomo e nient’affatto fantastica e irreale. In tale tradizione orale biblica Abramo èl’amico di Dio e Dio è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, una connotazione personale, determinata; Dio è colui che dialoga con Adamo, Eva, colui che «passeggia nel giardino, alla brezza del giorno» (Gen 3,8).

Le tradizioni orali si pongono quindi come la preistoria del Testo scritto in cui confluiscono i vari generi letterari con il loro stile, la struttura e l’individuazione anche del contesto ambientale (Sitz im Leben) che dà origine a una particolare unità; contengono d’altra parte una enorme ricchezza di materiale culturale e cultuale, a tal maniera che risulterebbe come un tesoro informe, dalle grandi potenzialità, reclamante un redattore unificatore, sintetizzatore e che in un certo senso ne diverrebbe autore in piena regola. Tale redattore o autore varia da libro a libro, da tempo a tempo, da tradizione a tradizione, a seconda della personalità che ha, del pubblico a cui si rivolge. Personalità che si manifesta nello stile: l’insieme del lessico, delle metafore, delle allegorie, dei parallelismi, delle ripetizioni, dell’uso dei verbi, degli aggettivi, degli avverbi, degli articoli e del tema trattato.

Da ciò nasce il genere letterario (o meglio i generi letterari) che costituisce l’armatura poetica della letteratura nelle sua varie espressioni, come romanzo, poesia, teatro.

Se il romanzo appartiene a un genere letterario moderno (pensiamo alla nostra letteratura italiana in cui il primo romanzo è stato I Promessi Sposi del 1840), la poesia o altre forme di prosa (fiaba, mito, saga, favola...) sono patrimonio di una letteratura antichissima, biblica e extrabiblica. Nell’Antico Testamento si trovano prevalentemente i generi letterari della poesia, della prosa profetica, della prosa di miti, dei sapienziali, della prosa relativa ai simboli della fede, alle esortazioni, alle istruzioni, mentre nel Nuovo Testamento troviamo numerosi biografie di Gesù, parabole, racconti di miracoli, inni, formule di fede, dossologie, racconti di viaggi. Conoscere i vari generi letterari è molto importante per evitare di leggere la Bibbia con un unico metro culturale o con un appiattimento interpretativo che snaturerebbe la sua funzione. Ne sottolineava l’importanza già il Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Dei Verbum del 18 novembre 1965, quando al n. 12 diceva: «Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l’interprete della sacra Scrittura per capire bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole. Per ricavare l’intenzione degli agiografi, si deve tener conto fra l’altro anche dei generi letterari. La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa in testi in vario modo storici, o profetici, o poetici, o anche in altri generi di espressione. È necessario adunque, continua il Concilio, che l’interprete ricerchi il senso che l’agiografo in determinate circostanze, secondo la condizione del suo tempo e della sua cultura, per mezzo dei generi letterari allora in uso, intendeva esprimere e ha difatto espresso».

E precedentemente, nel 1943, Pio XII nell’enciclica Divino afflante Spiritu aveva sottolineato la necessità di una lettura equilibrata della Bibbia: «quando taluni presumono rinfacciare ai sacri autori o qualche errore storico o inesattezza nel riferire i fatti, se si guarda bene da vicino, si trova che si tratta semplicemente di quegli usuali modi nativi di dire o di raccontare, che gli antichi solevano adoperare nel mutuo scambio delle idee nella convivenza umana e che realmente si usavano lecitamente per comune tradizione»[7].

Di non secondaria importanza è poi il problema della verità storica biblica. Nella cultura moderna, la verità storica coincide con avvenimenti accaduti, verificabili attraverso documentazioni, scritte o visive, attraverso testimonianze di persone, di filmati... quel che nell’insieme noi denominiamo: la cronaca.

Nella cultura biblica (ma anche in altre letterature coeve) ci troviamo a volte di fronte non a storie vere, ma a narrazioni che dicono il vero, a seconda della cultura o della fede dell’autore sacro, che è comunque soggetto a delle caratteristiche storico-ambientali, riportate nei suoi scritti. È un modo come narrare la storia di sempre, attraverso racconti collocati fuori della storia. È un’operazione letterario-culturale che gli studiosi chiamano eziologia metastorica, dove eziologia equivale a spiegazione delle cause che intendono rendere il presente così com’è, mentre metastorica è un modo di interpretare la vita secondo una visione religiosa. «Non siamo di fronte a testi ‘scientifici’ quanto a narrazioni che vorrebbero spiegare perché il mondo e l’uomo sono così come sono, con l’intento di far riflettere sull’essenziale della vita umana e di esplicitare il senso della sua condizione davanti a Dio. Il tutto, a partire per i testi biblici, da quell’esperienza di fede che ha il suo fondamento nell’evento esodale, in cui Dio si è manifestato come il Liberatore provvidente e misericordioso. La domanda che ci dobbiamo porre noi credenti nel leggere Genesi 1-11 (ma anche altri Testi biblici) non è tanto cosa è successo e quando? quanto piuttosto che verità mi vuole trasmettere questo testo sacro su Dio, sul mondo, sull’umanità di sempre, su di me? mi riconosco nella narrazione?»[8]. E un altro studioso, il biblista Luca Mazzinghi, a proposito della storia dei Patriarchi annota nel suo Storia di Israele (Piemme, 1991): «La domanda giusta non èI patriarchi sono davvero esistiti?, bensìche cosa significa per noi questa storia?. Il cuore della narrazione, nella quale siamo invitati a entrare, è mostrare le origini del popolo di Israele attraverso una storia di famiglie e di personaggi che ci rivelano la presenza del Signore. Tutto ciò va evidentemente al di là della storia, anche se ovviamente la presuppone. Il legame con la storia è dunque vitale e reale, anche se dalla narrazione non si può immediatamente dedurre la storicità. La storia dei patriarchi, conclude Mazzinghi, non è prima di tutto per gli storici, ma per i credenti: è la storia degli uomini narrata dal punto di vista di Dio».

Il tener presente tale distinzione è quanto mai importante per evitare interpretazioni superficiali o troppo legate alla mentalità e allo stile dell’uomo moderno. Tornano allora alla memoria le parole di Origene (200-253) in un passaggio delle sue Omelie sull’Esodo. «Noi sappiamo che la Scrittura non è stata redatta per raccontarci le storie antiche, ma per nostra istruzione salvifica; così comprendiamo che ciò che abbiamo letto non è sempre attuale»[9]. Alla verità storica quindi si aggiungono e si assommano la verità escatologica, la verità esistenziale e la verità trascendente in una tale maniera che ci danno il senso pieno della Parola rivelata immersa nella storia e nella vita dell’uomo.

Le nozioni finora proposte ci introducono direttamente sia a una migliore comprensione del Testo sacro e sia a una lettura letteraria della Bibbia; a quella dimensione letteraria intrinseca anzitutto che nasce e vive nel seno delle parole bibliche ed è genesi di altri testi poetici; dimensione letteraria che scorre dalla poesia «dell’indefinito, dalla poesia dei grandi spazi, del tempo immemorabile, delle vuote latitudini, delle solitudini attraversate da voci che colloquiano con Dio; e da ciò derivano – osserva ancora Mario Pomilio nei suoi Scritti cristiani – forse le più profonde suggestioni della Bibbia, cui furono così sensibili il Leopardi dell’Inno ai Patriarchi e il Thomas Mann di Giuseppe e i suoi fratelli. Certo è che nessuna letteratura ci trasmette in uguale misura il senso della grand’aria, del non limitato, del non temporale e in definitiva una sorta di sentimento e di smarrimento cosmici»[10].

Dimensione letteraria che si pone come accoramento, implorazione mistica, e a volte come lotta con Dio, chiuso nel suo silenzio, nella suggestione di eventi umani velati da un alone misterioso. Non si potrebbe spiegare diversamente il fascino letterario della Bibbia suscitato nell’animo di grandi scrittori, cristiani e non; e l’eterno, perenne rapporto che esiste e si constata tra letteratura e Bibbia: «La Bibbia l’abbiamo tutti nel fondo della psiche e nel sangue, credenti e con credenti», osserva Carlo Sgorlon, autore, tra l’altro, di un delizioso volume: Racconti della terra di Canaan[11]. E teologi affermati come Jean Pierre Jossua e Johann Baptist Metz, che hanno dedicato vari studi su questo argomento, osservano come «bisogna arrivare a chiedersi qual è il contributo che unicamente la letteratura può dare, cercare ciò che nessuna teologia concettuale saprebbe dire e che invece la letteratura esprime a modo suo con potenza»[12].

Considerazione che, parallelamente, può essere fatta sul rapporto letteratura-filosofia, nel loro itinerario umano-riflessivo avviato con metodi diversi pur avendo lo stesso obiettivo. Ne parla uno dei filosofi italiani più autorevoli che non di rado ha strizzato l’occhio alla narrativa. Sergio Givone, autore di due romanzi, Favole delle cose ultime (1998) e Nel nome di un dio barbaro (2002), giustifica in un certo senso questo suo sconfinamento in campo letterario, affermando, un po’ provocatoriamente, che la «teologia si può fare solo così, cioè in letteratura. O la teologia si imbatte nei tormenti della gente, negli interrogativi su dove... verso dove... o corre il rischio di essere vana. La domanda fondamentale è questa: ha un senso tutto ciò, il nostro essere qui, il nostro soffrire, il nostro dibatterci, oppure no? La tragedia greca non è altro che questo: un tentativo di rispondere al perché soffro... E poi mi domando: questo mio bisogno di scrivere in

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