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Nè vivi nè morti. L'odissea della nave Hedia e l'assassinio di Enrico Mattei

Nè vivi nè morti. L'odissea della nave Hedia e l'assassinio di Enrico Mattei

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Nè vivi nè morti. L'odissea della nave Hedia e l'assassinio di Enrico Mattei

Lunghezza:
168 pagine
2 ore
Pubblicato:
16 mag 2016
ISBN:
9788868224301
Formato:
Libro

Descrizione

Correva il 14 marzo 1962 quando l’Hedia, un mercantile di 4 mila tonnellate varato nel 1915, battente bandiera liberiana ma di proprietà sotto copertura, della Compania Naviera General S.A. di Panama con recapito a Lugano presso il Banco di Roma, con diciannove marinai italiani e un gallese a bordo, scomparve al largo delle coste dell’Africa Settentrionale. Un messaggio radio lanciato dal comandante Federico Agostinelli di Fano, riferiva che la nave stava attraversando una tempesta forza 8. Il presunto naufragio della Hedia fu immediatamente accompagnato da voci contraddittorie, sospetti e soprattutto misteri. Alcuni ipotizzarono perfino il siluramento da parte di unità della marina militare francese, impegnata nel Mediterraneo a stroncare il rifornimento di armi al Fronte di Liberazione Algerino, magari frutto di un tragico errore.
Pubblicato:
16 mag 2016
ISBN:
9788868224301
Formato:
Libro

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Nè vivi nè morti. L'odissea della nave Hedia e l'assassinio di Enrico Mattei - Gianni Lannes

Sciascia

Caso aperto

Quand’ero bambino avevo un dono: scorgevo cose che gli altri non vedevano. Era come guardare attraverso gli abissi di indifferenza disumana, più profondi di quelli oceanici, per scoprirne i misteri più reconditi. Col trascorrere del tempo, questa preziosa dote non svanì per incanto, anzi maturò un pò alla volta, impercettibilmente, proprio come aveva profetizzato mia nonna Maria con un filo di voce. Per la prima volta scrutai il mondo oltre l’orizzonte ordinario, nella sua tragica realtà, con i suoi inganni, le sue ciniche menzogne, comprese le sue sorprese e incluse le sue meraviglie. Poi, a venti primavere, il giornalismo investigativo entrò stabilmente nella mia vita, così la mia visione di ogni cosa terrena mutò sensibilmente. Ho impegnato, a testa alta, trent’anni della mia esistenza, immergendomi a capofitto nel lavoro giornalistico libero e indipendente. A quanto pare, ho una predilezione genetica per la risoluzione dei misteri insoluti, messa a dura prova dalla realtà. Il primo caso di spessore internazionale, l’ho risolto nel 2009 con un libro di inchiesta su una strage della NATO in Adriatico, consumata nel 1994, mentre infuriava la guerra d’aggressione occidentale alla Jugoslavia. Un bel giorno, comunque, ho deciso di godere un tranquillo riposo, insomma di staccare la spina dopo decenni di prima linea intercontinentale, e dopo una serie di attentati subiti, conditi da minacce di morte alla mia famiglia, in conseguenza di un’inchiesta a 360 gradi sulle famigerate navi dei veleni, inabissate nei mari d’Italia. e nel Mediterraneo. Per un lustro ho assaporato l’inferno sulla terra, tradotto in due anni sotto protezione della Polizia di Stato, toccando con mano indagini giudiziarie all’acqua di rose, repentinamente insabbiate. Mentre in Parlamento sul mio caso, si sono accumulate una dozzina di atti indirizzati a 4 governi italiani che, però, non hanno mai risposto, ho preso una vacanza da tutto e da tutti. Prima del peggio, non si sa mai. Così, in congedo dall’impegno civile della prima linea, decisi tempo fa, di accompagnarmi con letture che non implicassero risposte, riflessioni o domande. Per una volta, avrei scelto una narrazione fortuita o casuale. Per questo avevo disposto dinanzi a me, senza alcun ordine preciso, una pila di libri. Un’improvvisa folata di grecale, però, profittando di una finestra spalancata sul mare fece crollare la torre di carta stampata, sparpagliandola su scrivania e pavimento. Quasi alla cieca scelsi il volume che più di tutti si era avvicinato al mio piede sinistro, sospeso a metà e pronto a fermare il volo del prescelto con un movimento deciso. In un baleno, mi ritrovai in mano un capolavoro poco noto di George Orwell: Omaggio alla Catalogna. «Bella scelta casuale o insolita predestinazione?», mi domandai piacevolmente sorpreso dalla buona sorte. Avrei gustato il libro all’ombra di un secolare pino d’Aleppo, in compagnia della sacra congregazione delle formiche garganiche, che, proprio accanto all’albero orientale, hanno stabilito la loro sede principale di aggregazione operativa. Per definizione classica, la compagnia muta di queste masse operaie non avrebbe comportato domande impertinenti o espresso commenti sul contenuto narrativo. Non appena afferrai il testo per sfogliarne le pagine e leggerle ad alta voce, mescolando le parole con i battiti d’ali del vento, accompagnato in sottofondo dal suono delle filiformi foglie resinose, sbucò fuori dal suo interno un foglio ingiallito, piegato con cura in più parti. Sembrava un anonimo pezzo di carta qualunque, posizionato per segnare il passo del libro, magari dimenticato in una lettura mai terminata o, forse, conservato per i posteri. Probabilmente, in attesa di qualcuno che lo degnasse di uno sguardo lucido, o forse di un’attenzione necessaria, di una riflessione accurata, magari soltanto di un briciolo di empatia. Più di tutto s’addensava un incredibile appuntamento con il destino, una condivisione impensabile, ma l’avrei scoperto presto. Si trattava di un atto parlamentare su cui vi era annotato il testo di un’interrogazione ai ministri degli esteri e della marina mercantile: «Atti Parlamentari - Camera dei Deputati - Discussioni - Seduta del 22 gennaio 1964. Antonio Laforgia. - Ai Ministri degli affari esteri e della marina mercantile. - Per conoscere a quali risultati definitivi siano pervenute le ricerche dell’equipaggio, formato da ben 19 marinai italiani e un gallese, della nave mercantile Hedia battente bandiera liberiana. Dopo contraddittorie notizie era stata data per dispersa nel Mediterraneo, nelle vicinanze della costa-algero-tunisina nel marzo 1962. In particolare chiede di conoscere se i Ministri interrogati abbiano potuto accertare la fondatezza delle notizie di agenzie giornalistiche in base alle quali alcuni elementi di detto equipaggio sarebbero stati riconosciuti in una telefoto dell’United Press International di Parigi, ripresa ad Algeri il 2 settembre 1962 (3721)». Dunque, scomparsi in mare, secondo la vulgata ufficiale, ma riapparsi in foto dopo sei mesi, prigionieri nella sede diplomatica francese di Algeri.

Un altro giorno ancora e notti senza fine. Così, un anno dopo l’altro, piombò l’oblìo per mezzo secolo, fino a quando partì la prima e unica ricerca sul campo. Il più giovane degli imbarcati, senza alcun controllo dell’autorità marittima italiana, Giuseppe Uva di Molfetta, vantava 16 primavere, mentre il suo conterraneo Nicolò Caputi, anch’egli minorenne per la legge di quel tempo, aveva appena compiuto 18 anni. A bordo, grazie ai contatti del pugliese Giuseppe Del Rosso con l’ex ufficiale della Marina Militare, Giuseppe Patella, titolare dell’agenzia Gabbiano di Venezia, salirono, appunto, anche i giovanissimi fratelli Caputi. Mentre un altro marinaio di Molfetta, Michele Villardi, cognato del fuochista Damiano Bufi, raggiunto da uno straordinario presentimento, sbarcò a Ravenna prima che la nave prendesse il largo per la Spagna. Che fare dinanzi a questa tragedia? Infischiarsene, scrollare le spalle, girarsi dall’altra parte? Fu come sempre un impulso interiore irresistibile. La mia decisione risultò istantanea: impacchettai e spedii fulmineamente a quel paese i buoni propositi e pensai alle risposte che avrei dovuto cercare, rinunciando alle agognate vacanze. Allora, chi ha mai sentito nominare la nave Hedia? Alcuni elementi dell’equipaggio sarebbero stati riconosciuti in una telefoto scattata successivamente al presunto, anzi indimostrato naufragio. Dunque non erano tutti trapassati? E perché se vi erano stati superstiti, questi erano finiti dentro quell’interrogazione parlamentare? Vivi o morti? Oppure fantasmi, che riapparvero per chissà quale scherzo del destino in Algeria, al tempo della guerra di indipendenza sostenuta da Enrico Mattei, contro il colonialismo di Parigi? Ostaggi, testimoni scomodi, rapiti e prigionieri, infine spettri sotto chiave, o erano solo sosia quelli che apparivano nella foto? Non c’è dubbio che i buoni propositi, quando incontrano la curiosità e il dubbio, sono destinati a morire giovani, essendo ben noto che davanti a simili casi, nessun essere umano può fare a meno di incuriosirsi. Nel frattempo, le mie formiche mi guardarono più che perplesse: «ma non dovevi chiudere una volta per tutte con le tue pericolose indagini?», sembravano dire a fatica, sotto il carico formidabile di minuscole molliche di pane. Anche loro non comprendevano come del resto alcuni umanoidi, il mio affannarmi dietro vecchi e irrisolti casi, definiti a torto minori. Ma è risaputo dalla notte dei tempi: questi straordinari esseri viventi non hanno tempo per trastullarsi nei piaceri della mente, come di solito fanno gli indomabili corsari di notizie. Alla stregua di viaggiatori che hanno luoghi da esplorare e navi da ritrovare. Mi riservai di scovare il tempo per avviare il percorso della ricerca approfondita, e in un lampo pensai a cosa potesse essere accaduto a quelle persone, a quei lavoratori del mare sfruttati peggio di schiavi senza catene, spariti in un soffio. Passò ancora del tempo prezioso centellinato da ipotesi, dubbi e strane pressioni giunte da anonimi, affinché lasciassi perdere tutto. Accursio Graffeo, nativo di Sciacca, in Sicilia impiegò due anni per riuscire a contattarmi. Alla fine, premiato dalla determinazione, anzi dalla cocciutaggine, mi pregò di risolvere il mistero della Hedia, mai più approdata in Italia. Lui, ora, è saldamente convinto che la sorte di quei marinai sventurati abbia incrociato il destino dell’Algeria e di Enrico Mattei. Addirittura il signor Graffeo a cui va riconosciuta una straordinaria collaborazione alla ricerca della verità, ha ipotizzato che il nome Hedia celi in realtà l’acronimo Holding, Energia di Italia Algeria. Illuminante, no? Coincidenze? O astuto gioco del destino? Accursio mi ha raccontato che a bordo di quel bastimento varato nel 1915, c’era una volta suo zio Filippo: un giovane, come numerosi altri connazionali, che durante un viaggio di lavoro nel Mediterraneo, non aveva più fatto ritorno all’affetto dei suoi cari. La madre dello zio Filippo, Rosa Guirreri, nonna di Accursio, dopo aver navigato sotto il peso di un secolo di vita, ha recentemente spiccato il volo senza però mai rassegnarsi alla scomparsa del suo figliolo. Quanto a me, nel 1962 non ero ancora venuto al mondo.

Nei giorni in cui spariva questo bastimento e il suo equipaggio, in Algeria l’O.A.S. dei pieds-noirs, agli sgoccioli della guerra di indipendenza, minacciava di morte tutti i giornalisti italiani, costretti a fuggire in patria. Che anno denso di avvenimenti il 1962, quando germogliò il primo embrione del parlamento europeo, e si insediò il IV governo Fanfani (ovvero il primo centrosinistra), composto da ministri democristiani, socialdemocratici e repubblicani; soprattutto con l’appoggio esterno del partito socialista. Il 3 marzo Giovanni Giovannini, inviato ad Algeri del quotidiano «La Stampa», veniva sequestrato per alcune ore da esponenti dell’Organizzazione dell’Armata Segreta (O.A.S.), formazione militare clandestina di estrema destra impegnata nel tentativo di far fallire, attraverso azioni terroristiche, le trattative in corso tra il governo francese e il Fronte di liberazione nazionale algerino. L’O.A.S. intimava ai giornalisti italiani di lasciare immediatamente il Nordafrica, e accusava i servizi segreti italiani di sostenere la lotta partigiana degli algerini. E, così, una decina di cronisti furono costretti sotto il peso di una minaccia di morte, sotto l’incalzante omertà delle autorità francesi, ad abbandonare improvvisamente l’Algeria. Nell’interrogazione numero 4633 del deputato socialista Luciano De Pascalis presentata il 6 marzo era scritto, appunto: «Il sottoscritto chiede d’interrogare il Presidente del Consiglio dei Ministri e il ministro degli affari esteri, per conoscere quali iniziative intendono intraprendere e quali misure adottare per tutelare la libertà personale dei giornalisti italiani operanti in Algeria, quali inviati dei giornali italiani e minacciati nell’esecuzione della loro attività e addirittura nella vita dall’O.A.S. fra il disinteresse delle autorità civili e militari francesi». Il 14 marzo il ministro della Difesa Andreotti volava all’altro mondo, sbarcando a Londra in visita diplomatica. Il 6 maggio Antonio Segni risultava eletto presidente della Repubblica da uno schieramento di centrodestra, con l’apporto determinante dei voti monarchici e del neofascista movimento sociale. A Parigi il 14 giugno, Regno Unito, Francia, Germania occidentale, Italia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Svizzera, Austria e Svezia davano vita all’Organizzazione europea per la ricerca spaziale (Esro). Il 23 luglio attraverso il satellite orbitale Telstar, si stabiliva il primo collegamento televisivo tra Europa e Stati Uniti d’America. Il 20 ottobre si apriva a Roma il concilio ecumenico Vaticano II. Estremisti sudtirolesi piazzavano una bomba nel deposito bagagli della stazione ferroviaria di Verona. Bilancio: un morto e 18 feriti. Il 27 ottobre l’aereo con cui il presidente dell’Eni Enrico Mattei stava tornando dalla Sicilia, e precipitò, a Bascapé in provincia di Pavia. A fine ottobre, notizia top secret desecretata alla White House più recentemente, il presidente Kennedy in seguito alla crisi di Cuba, contro il volere di Fanfani, stabilì di smantellare le dieci postazioni missilistiche nucleari Jupiter, posizionate segretamente in Italia, sulla Murgia tra Puglia e Basilicata. Il 20 dicembre veniva istituita una commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, con un secolo di ritardo dopo l’annessione d’Italia dei Savoia.

«Per venti persone non si può fare una guerra» disse nel 1963 l’allora presidente del consiglio, Amintore Fanfani, a margine di un incontro riservato con i consanguinei

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