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Ascoltando Let It Be
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E-book288 pagine4 ore

Ascoltando Let It Be

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Info su questo ebook

La prefazione di Gianluca Morozzi ci introduce a questa storia di amicizia e di conflitti cui fa da sfondo una colonna sonora fatta dei fermenti musicali tipici dei favolosi anni ’70 e oltre.
Fin dalla adolescenza Stefano e Claudio condividono una forte passione per i Beatles e il pop rock di quegli anni. Diventano adulti insieme anche se ognuno con la sua vita privata e le sue tendenze in fatto di sentimenti. Stefano sposerà Manuela mentre Claudio risulterà piuttosto allergico a relazioni stabili. Entrambi troveranno lavoro nell’ambito musicale, Stefano come critico in un affermato quotidiano e Claudio in una radio locale e poi con l’apertura di un negozio specializzato. Ma a distanza di anni succederà qualcosa che nessuno dei due aveva previsto e che li porterà ad una rottura drammatica. Riuscirà Stefano a superare una situazione che pare insormontabile? Riuscirà a mettere da parte il suo orgoglio davanti all’evidenza dei fatti?
Assolutamente affascinante la dovizia con cui l’autore ripercorre il panorama musicale dell’epoca; quasi un almanacco per chi volesse tuffarsi nei ricordi o semplicemente l’opportunità di verificare che la nostra collezione musicale sia ad hoc.
LinguaItaliano
Data di uscita21 ott 2013
ISBN9788898041213
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    Anteprima del libro

    Ascoltando Let It Be - Massimo Gesuè

    Ascoltando Let It Be

    Massimo Gesuè

    Copyright© Officine Editoriali 2013

    Tutti i diritti riservati.

    Il presente file può essere usato esclusivamente per finalità di carattere personale. Tutti i contenuti sono protetti dalla legge sul diritto d’autore. Officine Editoriali declina ogni responsabilità per ogni utilizzo del file non previsto dalla legge. È vietata qualsiasi duplicazione del presente ebook.

    ISBN 978-88-98041-21-3

    info@officineditoriali.com

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    Facebook: http://www.facebook.com/officineditoriali

    Ebook by: Officine Editoriali

    Elaborazione grafica copertina: Officine Editoriali

    Grazie a Pietro Stefanucci, Alessio Fabrizi, Moreno Morico e Matteo Tomaselli per l’aiuto nella realizzazione dell’immagine di copertina.

    Questo libro è un’opera di fantasia. Personaggi e situazioni sono invenzioni dell’autore e hanno il solo scopo di rendere realistica la narrazione. Qualsiasi analogia o riferimento a fatti, eventi, luoghi e persone, vive o scomparse, è da ritenersi puramente casuale.

    A Maura, che mi ha aiutato a crescere senza impedirmi di restare bambino.

    E a mia mamma, Anna, che non c'è più ma è sempre con me.

    SOMMARIO

    Prefazione

    Prologo

    L’incontro

    Manuela

    E adesso?

    Ho trovato un lavoro

    Marcia nuziale

    Marina

    Boom!

    Solo

    Epilogo

    PREFAZIONE

    C’era un tempo in cui la musica era una cosa che si poteva toccare.

    Non dico che fosse un tempo migliore di questo. Non dico che il nostalgismo (scusate il termine) e la retromania siano cose buone e giuste, non dico che toccare un tasto e ritrovarsi un album intero sull’iPhone in pochi minuti non possa fornire un profondo godimento interiore. Ma in quei tempi, quelli che si ricorda benissimo chi ha più di trent’anni, un disco era un’altra cosa.

    Innanzitutto era proprio, letteralmente, un disco: non un mp3 intangibile, non un piccolo cd, un disco, un vinile nero, che non stava in una tasca, che occupava spazio in casa, che dovevi girare alla fine di un lato. Di quel prezioso oggetto potevi aprire la busta, goderti i dettagli della copertina, leggere i testi senza la lente d’ingrandimento, scoprire i nomi dei musicisti, dato che – eh, beh – non li conoscevi già da Internet, perché non c’era, allora, Internet.

    E queste cose mistiche le compravi in certi negozietti che avevano un odore particolare, un misto di buste di cartone e plastica e, magari, in questi negozietti, c’era un commesso competente che ti guardava con un mix di bonario paternalismo e compassione e ti guidava agli ascolti. Ti diceva cose del tipo Senti, ragazzo, lo so che sei giovane e ti fai ingannare facilmente, ma fidati di me, non ascoltare i Poison che fanno schifo, risali alla fonte e prova i Black Sabbath.

    In un negozio come questo, in una situazione come questa, inizia la storia che state per leggere.

    Girate pagina.

    Gianluca Morozzi

    PROLOGO

    Ci sono luoghi che ricorderò per tutta la vita, sebbene adesso non siano più come prima: uno di questi è Best Of Music, il negozio di dischi che distava meno di un chilometro da casa mia.

    Nonostante il nome altisonante, Best Of Music era in realtà un buchetto di circa 70 metri quadrati, scarsamente illuminato e puzzolente di umidità, con il pavimento di linoleum sudicio e rovinato in più punti e alcune crepe sull’intonaco delle pareti. Addirittura ricordo che un grosso ricciolo d’intonaco bianco rimase per mesi a penzolare dal soffitto, simile a un pipistrello, incombendo minaccioso sull’espositore degli album di musica classica.

    I dischi (sto parlando della fine degli anni ‘60, quindi mi riferisco al vinile) erano sistemati alla meno peggio in due lunghi cassettoni di compensato poggiati su una traballante struttura metallica dipinta di rosa (con la vernice scrostata qua e là) e rosa era anche il colore dell’insegna fuori dal negozio. Il cassettone che si trovava sulla destra rispetto all’entrata era riservato ai dischi di musica classica, opere liriche e musica leggera italiana, quello all’opposto, alla musica internazionale.

    Cercare un disco da Best Of Music era di solito un’impresa disperata, gli album erano sistemati in ordine alfabetico, ma non c’era nessun cartellino che indicasse, ad esempio, dove cominciassero i dischi degli artisti o gruppi il cui nome cominciasse con la lettera C.

    Nel negozio non c’erano commessi pronti a rimettere in ordine i dischi lasciati fuori posto dai clienti ma solo il proprietario, il corpulento Saverio, perennemente occupato nella lettura dei quotidiani sportivi. E così, si poteva trovare Hot Rats di Frank Zappa tra Pet Sounds dei Beach Boys e Live At The Apollo di James Brown, o Lady In Satin di Billie Holiday tra Astral Weeks di Van Morrison e In The Court Of The Crimson King dei King Crimson. Ricordo che una volta trovai Bringing It All Back Home di Bob Dylan tra i dischi di Domenico Modugno.

    Comprare un disco poteva essere una specie di caccia al tesoro: trovai Revolver, dei Beatles, al suo posto ma Abbey Road lo scovai per caso frugando fra i dischi di Otis Redding. Questo era Best Of Music, che adesso non esiste più: al suo posto una profumeria gestita da due avvenenti ragazze, e naturalmente la puzza di umidità è sparita.

    In quel piccolo negozio di dischi ho lasciato parecchi quattrini, comprando praticamente tutti gli album dei Beatles fino a Let It Be e poi dischi degli Stones, dei Doors, dei Velvet Underground, di Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè, di Mina.

    Amo la musica, la amo svisceratamente. Tutta. O almeno, quasi tutta: non riesco ad apprezzare l’hip-hop, la techno, la jungle. E non sopporto house, drum’n’ bass, break music.

    Io voglio vedere chitarristi che, grondando sudore, tirano fuori riff e assoli memorabili dai loro strumenti, batteristi che mulinano le loro braccia su infinite distese di piatti e tamburi, tastieristi in grado di dipanare affascinanti trame sonore, bassisti potenti e vocalist dalle capacità grandiose.

    Questo voglio, questo amo da quando - avevo solo 10 anni - ascoltai per la prima volta A Day In The Life.

    Mio fratello maggiore, Paolo, aveva tutti i dischi dei Beatles, per cui conoscevo molte delle loro canzoni: alcune come Yesterday, Ticket To Ride, Help, Michelle, le trovavo veramente belle, ma la mia preferita era Eleanor Rigby. Dentro di me covavo la certezza che nessuno al mondo sarebbe mai stato in grado di scrivere un brano più bello di quello, ma mi bastò un solo ascolto di A Day In The Life per cambiare idea.

    Paolo entrò in casa, un pomeriggio, con la sua bella copia di Sergent Pepper’s Lonely Hearts Club Band ben stretta tra le mani e, appena posò il vinile sul piatto del giradischi, posai il mio fumetto per ascoltare.

    Al primo impatto, non mi parve un gran lavoro (oggi invece, lo reputo una pietra miliare della storia del Pop-rock, e non sono certo il solo); mi piacquero Getting Better, For The Benefit Of Mr Kite, Lucy In The Sky With Diamonds e trovai davvero molto divertenti When I’m 64 e Lovely Rita ma, per il resto, nulla di paragonabile a brani del calibro di Norvegian Wood, I Feel Fine oppure Can’t Buy Me Love.

    Poi, dopo Good Morning, Good Morning (che ancora oggi reputo il pezzo meno brillante del disco) la reprise di Sgt Pepper’s, che sembrava essere la perfetta conclusione dell’album.

    Stavo già tornando al fumetto, quando il brano sfumò in un'altra canzone, dai toni più soffusi, più tenui: poi, arrivò la voce di Lennon,  mai così bella a mio giudizio, mai così intensa.

    E poi cambia tutto, la voce si mescola ad un incredibile crescendo di violini, viole, tromboni, contrabbassi: un’orchestra sinfonica in formazione completa.

    Poi, tutto cambia nuovamente, si sente il trillo di una sveglia e comincia a cantare Paul McCartney, e la vivacità del suo canto è in splendida contrapposizione alla fluttuante parte vocale di Lennon. Al quale è affidata l’ultima parte del brano, prima di un nuovo crescendo orchestrale che conclude tutto.

    Per me fu una specie di shock, credetemi: trovai A Day In The Life semplicemente meravigliosa, originale, unica, tanto che chiesi a mio fratello di poterla riascoltare:

    – Ti piace ‘sta roba? – bofonchiò lui con tono quasi di disgusto.

    A lui l’album non piacque, e soprattutto detestò subito proprio A Day In The Life; da quel giorno, non comprò più i dischi dei Beatles. Io invece, cominciai a cercare le notizie più disparate sui Fab Four, dal giornale di papà o dalle riviste che ogni tanto mamma portava a casa, e ritagliavo fotografie, articoli, interviste che conservavo in una cartellina arancione.

    Paolo passò agli Stones (piacevano anche a me, ma non come i Beatles), ai Cream di Eric Clapton e a Jimi Hendrix. Poi, il suo interesse per la musica rock andò affievolendosi, piano piano (cominciava, giustamente, ad interessarsi alle ragazze), mentre il mio cresceva a dismisura.

    A soli tredici anni, ero proprietario di un discreto archivio di articoli e recensioni musicali e di una piccola collezione di dischi che, partendo da Please Please Me dei Beatles (Paolo, alla fine, mi regalò tutti i loro dischi che possedeva), terminava a Waiting For The Sun dei Doors.

    Nella mia cartellina arancione trovarono presto spazio Dylan, Elvis, Chuck Berry, Lou Reed, gli stessi Doors, gli Stones, Jerry Lee Lewis, gli Yardbirds, Miles Davis e tanti altri.

    E ditemi, quale altro lavoro avrei potuto svolgere nella mia vita, se non quello di critico musicale?

    * * *

    Mi chiamo Stefano (il cognome non ha importanza), sono nato a Roma l’8 maggio del 1958, e come ho già detto, faccio il giornalista, il critico musicale in un importante quotidiano nazionale.

    Malgrado quanto abbia raccontato finora del mio amore incondizionato per il pop-rock sbocciato, tutto sommato, abbastanza precocemente (è più normale aspettarsi che a dieci anni un bambino si appassioni alle canzoncine dei cartoni animati o dei telefilm, o ai motivetti dello Zecchino D’Oro), l’idea di scrivere di musica e cantanti non mi aveva mai sfiorato la mente prima dei ventun’anni. A sei anni, il mio sogno era diventare un calciatore, a nove mi immaginavo cantante rock, a undici un astronauta (subito dopo aver visto Neil Armstrong posare piede sulla superficie lunare); solo dopo i dodici anni capii che in realtà volevo diventare un avvocato, come mio zio Luciano, fratello di mio padre. Mi sono anche laureato in giurisprudenza (pur avendo già da qualche anno il mio impiego da giornalista) con 110 e lode. Mio zio è stato un ottimo avvocato, ero affascinato dai suoi racconti, dal suo studio pieno zeppo di grossi libri, dalla sua segretaria, Clelia, che a detta di mio zio batteva a macchina ad una velocità incredibile.

    Quello che proprio non avrei potuto svolgere era la professione di mio padre, il chirurgo: la vista del sangue mi faceva orrore; l’idea di aprire la pancia a un mio simile mi provocava giramenti di testa; la prospettiva di scrutare l’interno del corpo umano mi sconvolgeva. No non era per me: mi vedevo meglio a difendere ladri, assassini e furfanti vari, in un aula di tribunale, dove tutti pendevano dalle mie labbra.

    Poi, una serie di emergenze (delle quali darò ampio conto più avanti) mi hanno costretto a rivedere i miei piani, a fare scelte diverse.

    Papà oggi ha settantotto anni, la delusione di non vedermi in camice bianco e mascherina l’ha smaltita da un pezzo. Ora legge tutti i miei articoli senza capire assolutamente di chi o di cosa io stia parlando, e gode di ottima salute. Mamma invece, insegnante di latino, ha pagato con il prezzo più alto il suo amore per le sigarette, e un tumore al pancreas ce l’ha portata via nel 1984.

    Io sono sposato felicemente con Manuela, di pochi mesi più giovane di me, titolare di una società che si occupa di doppiaggio cinematografico, e ho due splendidi figli, Marina e Luca.

    Abito in una villa sulla Cassia, periferia nord di Roma, con un bel giardino alberato e ho anche un'altra casa, più piccola, dalle parti di Porto Ercole, all’Argentario.

    Guadagno bene, come giornalista (‘Sempre meglio che lavorare, conoscete la battuta, vero?), ma è Manuela che porta a casa i maggiori introiti: per dirla tutta, se improvvisamente gli americani decidessero di fermare la loro produzione cinematografica, per mia moglie (e di conseguenza, per me) sarebbero problemi grossi. Ma è chiaro che si tratta di un ipotesi irreale, è… è come pensare che i Pooh facciano uscire un disco diverso dai loro precedenti lavori.

    Ora, dunque, sapete qualcosa sul mio conto, ma non tutto e, francamente, non è che io abbia bisogno di raccontarvi tutto, della mia vita. La mia infanzia posso condensarla in pochissime parole, tutte positive, visto che l’ho trascorsa circondata dall’amore dei miei genitori, capaci di non farmi mai mancare nulla, e vivendo uno splendido rapporto anche con mio fratello Paolo, di quattro anni più grande, escludendo quei piccoli litigi che ritengo siano normale amministrazione tra fratelli.

    La storia che voglio raccontarvi è la storia di un’amicizia perché, sapete, l’amore è un sentimento complesso, che va seguito, curato, tenuto sempre vivo, un fuoco che ha bisogno di essere alimentato costantemente. Come? Innanzitutto, è importante rimanere se stessi. E il difficile non è rimanere se stessi, ma capire che il vero essere se stessi può essere nascosto sotto strati di conformismo e di certezze che riteniamo nostre senza che lo siano davvero. Beh, per l’amicizia è uguale, credetemi; pensiamo di conoscere i nostri amici, di sapere tutto di loro e tutto di noi e del nostro comportamento nei loro confronti. Poi, però, accade qualcosa che fa crollare tutto quanto e si pensa che non ci sia niente da ricostruire. Bisogna scavare a fondo, ma non tra le macerie del rapporto di amicizia, bensì nel proprio cuore e nella propria testa. Potrebbe esserci nascosta una verità che ritenevamo impossibile per noi, un pensiero mai concepito in precedenza e, credetemi, sono proprio quella verità e quel pensiero che rendono possibile la ricostruzione di un rapporto, di amore o di amicizia. E la storia che voglio raccontarvi, comincia dai miei dodici anni, e più precisamente da un incontro.

    L’incontro con Claudio, il mio migliore amico, con il quale ho diviso momenti davvero indimenticabili, emozionanti, divertenti.

    Claudio ha qualche mese meno di me, e ci siamo incontrati la prima volta da Best Of Music, dove entrambi ci eravamo recati per acquistare l’ultimo album dei Beatles.

    La nostra amicizia, la nostra splendida amicizia, è nata ascoltando Let It Be.

    L’INCONTRO

    – Se c’è qualcosa che vuoi, se c’è qualcosa che posso fare,  – dissi a mia madre in un pomeriggio di maggio del 1970 –  sono a disposizione.

    Lei era seduta sul divano e stava leggendo un romanzo di Hemingway (mi pare di ricordare che fosse Fiesta). Lo posò accanto a sé, mi elargì uno dei suoi migliori e amorevoli sorrisi e mi fece:

    – Cos’è? Hai bisogno di soldi? C’è qualche disco che devi comprare?

    Abbassai lo sguardo, verso la punta delle mie scarpe: il mio dodicesimo compleanno era passato da pochi giorni, e mamma e papà mi avevano regalato un album di Ray Charles dicendomi:

    – Per un po’, Stefano, ascoltati questo e fattelo bastare.

    Avevo trovato Crying Time un disco splendido e, tra le altre cose. ero stato proprio io a chiederlo come regalo. Ma poi avevo letto che i Fab Four avevano inciso un altro ellepì, e non potevo certo farmelo scappare.

    – Sai mamma – tentai di spiegare – il fatto è che c’è un disco che…

    – I Beatles, vero? – mi domandò senza farmi terminare la frase.

    Io annuii silenziosamente. Mamma sapeva quanto amassi i Beatles, la loro musica, quanto fosse importante per me: era presente quando, diciamo così, scoccò la scintilla.

    Era accaduto circa tre anni prima, quando Paolo era tornato dalla festa di un suo compagno di scuola con un disco in mano:

    – Posso ascoltarlo? – domandò entrando in salone.

    Mamma stava correggendo alcuni compiti dei suoi alunni, papà era intento a leggere il giornale, io stavo disegnando (attività che svolgevo spesso ma con scarsi risultati).

    – Chi canta? – s’informò mamma.

    – I Beatles. –  rispose Paolo tirando fuori il vinile dalla copertina che raffigurava quattro ragazzi sorridenti affacciati ad una balaustra.

    Quando cominciò I Saw Her Standing There, mio padre chiuse il giornale e si alzò dalla poltrona: – Era inevitabile, – commentò – i barbari sono arrivati anche in casa nostra.

    Detto questo si ritirò nel suo studio.

    Prima dell’arrivo dei baronetti di Liverpool, a casa si ascoltavano Frank Sinatra, Louis Armstrong, Edith Piaf, la musica di Glenn Miller, le opere di Verdi, Puccini, Mascagni, le sinfonie di Beethoven, le canzoni napoletane.

    A mamma invece (che aveva spesso sentito parlare dei Beatles dai ragazzi a scuola, ma che non conosceva le loro canzoni), il disco portato da Paolo non  dispiacque, soprattutto i brani più lenti; io lo trovai bellissimo, diverso da tutto quello che avevo ascoltato fino ad allora, lo trovai divertente. Erano sonorità a me sconosciute, ritmi veloci, incalzanti, e ancora le voci, il modo di cantare… era totalmente differente dallo stile di Sinatra, o della Piaf.

    – Sono bravi. – esclamai quando il disco terminò.

    – Sono i più bravi di tutti. – sentenziò Paolo con un tono che non ammetteva repliche, e io, di rimando:

    – Ma se hanno fatto solo un disco.

    – Non è vero, ne hanno fatti già sette – replicò lui – e adesso ne sta per uscire un altro.

    In pochi mesi, riuscì a procurarsi tutti gli album dei Beatles comprandoli usati dai ragazzi più grandi della sua scuola, e quando nel 1968 portò a casa Sgt Pepper’s il suo sentimento verso di loro, come vi ho già detto, terminò. I suoi dischi passarono al sottoscritto, che proseguì la collezione acquistando Magical Mistery Tour (del 1967), The Beatles  (1968), Yellow Submarine, dello stesso anno, e   Abbey Road (del 1969).

    E ora, era uscito Let It Be e mia madre, dopo aver riflettuto in silenzio disse:

    – Ci sono dei piatti da lavare, in cucina, sono un bel po’, direi. Se li lavi tutti, potrebbero uscire i soldi per comprare il disco.

    Corsi in cucina e cominciai a darmi da fare, sbrigandomela in una mezz’oretta, e quando tornai in salone, scoprii che mamma si era addormentata. Sul tavolo accanto al divano però, sul romanzo di Hemingway aveva lasciato i soldi per me.

    Li presi e uscii per andare da Best Of Music, con la speranza che Let It Be fosse arrivato anche lì. Le ultime uscite discografiche giungevano a Best Of Music anche con due, tre settimane di ritardo, per cui non sarei rimasto sconvolto più di tanto se fossi tornato a casa a mani vuote.

    Entrai nel negozio e fui subito investito dall’odore forte di muffa, visibile sulle pareti:

    – Ciao, Saverio, come va?

    Nascosto dietro il suo quotidiano sportivo, rispose con un grugnito.

    – Saverio, è arrivato Let It Be?

    – Leti… che? – mi domandò abbandonando per un attimo il suo giornale.

    Era incredibile, Saverio. Non sapeva nulla di musica, non distingueva Mozart da Elvis Presley. Mi domandavo spesso per quale motivo avesse un negozio di dischi.

    – Lascia stare. – feci io dirigendomi verso gli album di musica internazionale.

    Oltre a Saverio, nel locale c’erano due signore intente a rovistare fra i dischi di musica classica, un ragazzo davanti all’espositore di musica italiana e, proprio dove sapevo essere collocati i dischi dei Beatles, un ragazzino che dimostrava la mia stessa età.

    Aveva un disco in mano e quando gli arrivai vicino vidi che era proprio quello che cercavo io: copertina nera, quattro fotografie, il titolo scritto in lettere bianche.

    Il ragazzino era poco più alto di me, indossava un giubbotto di jeans con un’enorme lingua dei Rolling Stones disegnata sulla schiena, e aveva i capelli biondi corti e gli occhi azzurri (solo in un secondo momento mi accorsi che in realtà uno degli occhi, il destro, era verde).

    Si rigirava il disco tra le mani, scorreva con il dito sui titoli delle canzoni, o sulle fotografie di Paul, John, George, Ringo: io cominciai a cercare un'altra copia, ma in cuor mio già sapevo che l’ultima disponibile era quella in mano al ragazzino con la lingua degli Stones sulla schiena.

    Sotto le mie dita, scorrevano numerose copertine di ellepì che conoscevo a menadito ma Let It Be non c’era; forse avrei potuto trovarne una copia tra i dischi di Aznavour, o di Fats Domino, o magari in mezzo ai dischi dei Platters.

    Non mi misi a cercarla, ero certo che non ci fossero altre copie all’interno del negozio.

    Stavo per andare via, in preda ad una delusione mai provata in precedenza quando lui disse:

    – Sono indeciso se comprarlo o meno, – si rigirò il disco fra le mani – e se poi fa schifo?

    – Non può far schifo, – protestai – sono i Beatles.

    Lui non disse niente per qualche secondo:

    – Anche loro, – fece alla fine – hanno fatto canzoni schifose.

    – Dimmene una. – Lo sfidai, portando le mani sui fianchi.

    Revolution 9. – rispose sicuro, deciso. Dio Santo, Revolution 9.

    Anche io reputavo inascoltabile quel brano, tuttavia non potevo certo dargliela vinta cosi:

    – Non è una schifezza, – replicai – è… è un esperimento.

    – Si, – ridacchiò  lui – per trovare una cura alla stitichezza.

    Mi fece ridere, la sua battuta, ma tornando subito serio lo sfidai nuovamente:

    – Dimmene un’ altra.

    Questa volta non fu altrettanto rapido nel rispondere:

    – Mmh… Ob-la-dì, Ob-la-dà.

    Dissentii:

    – Quella non è schifosa, è carina.

    Il suo sguardo si fece dubbioso, ma alla fine ammise:

    – Sì, è vero, è carina.

    Tesi la mano verso di lui:

    – Io mi chiamo Stefano.

    – Vuoi stringermi la mano o prendere questo?

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