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Epistolario di Arlecchino

Epistolario di Arlecchino

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Epistolario di Arlecchino

Lunghezza:
102 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
2 mag 2016
ISBN:
9781326644192
Formato:
Libro

Descrizione

Tristano Martinelli da Mantova (1557-1630) fu l'inventore del personaggio di Arlecchino, nonché il suo primo e più noto interprete; al punto da essere noto ovunque in Europa solamente come Arlecchino. Di Arlecchino l'umorista e poligrafo toscano Giulio Piccini, detto Jarro, raccolse e pubblicò nel 1895 numerose lettere, indirizzate perlopiù ai sovrani del suo tempo, nelle quali emerge costante il tono irriverente e burlesco della maschera. Proprio attraverso questo stesso epistolario Jarro traccia uno spassoso ritratto di Martinelli Arlecchino e un'illuminante rappresentazione dei primi tempi della commedia dell'arte.
A cura di Daniele Lucchini.

La versione in brossura è ordinabile dal sito di Finisterrae.
Editore:
Pubblicato:
2 mag 2016
ISBN:
9781326644192
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Epistolario di Arlecchino - Giulio Piccini

Colophon

Finisterrae 30

Titolo originale dell'opera: L'epistolario d'Arlecchino (Tristano Martinelli, 1556-1631) raccolto da Jarro

Prima pubblicazione: Firenze, 1896

Prima volta in Finisterrae: 2012

A cura di Daniele Lucchini

In copertina: Maurice Sand

Arlecchino anno 1671, 1860 (particolare)

© 2012 Daniele Lucchini, Mantova

www.librifinisterrae.com

Tutti i diritti riservati

ISBN: 9781326644192

Epigrafe

È meglio distendere i lombi e rilassarsi.

Va in scena una lunga commedia.

Tito Maccio Plauto, Pseudolo

Prefazione

È accesa da tempo una disputa tra le città di Mantova e di Bergamo su quale delle due abbia dato i natali alla maschera di Arlecchino. Come accade in simili contese, si pensi per tutte a quella antica sulla vera patria di un Omero, anche qui il tenore è più spesso quello della zuffa da cortile in cui i rispettivi campanilismi, e di frequente i più beceri nella tradizione comunale italiana, prevalgono su ogni altra considerazione storica e filologica.

Pur ammettendo che Arlecchino sia in parte anche ispirato al personaggio dello Zani bergamasco, è indubbiamente all'attore mantovano Tristano Martinelli (1557-1630) che se ne deve l'invenzione, la connotazione tipica con la quale da quel momento in poi lo si conosce definitivamente in tutta Europa. L'identificazione tra l'attore e il personaggio da lui creato è anzi tale che fin da subito egli viene universalmente chiamato Arlecchino.

Tristano Martinelli, alias Arlecchino

Tristano Martinelli inizia la propria carriera al seguito del fratello Drusiano e della cognata Angelica come acrobata e attore comico; con loro ottiene ben presto la protezione del duca di Mantova Vincenzo I Gonzaga.

Forse nel 1584, in Francia, indossa per la prima volta i panni di Arlecchino, cucendo sulla propria casacca da Zani pezze colorate e utilizzando come lingua un miscuglio di italiano e dialetto mantovano con l'aggiunta di vocaboli da varie altre lingue imparati lungo i continui spostamenti della compagnia di cui fa parte.

Cresciuta ovunque in Europa la sua fama, viene nominato dal Gonzaga superiore dei comici, artisti e venditori ambulanti con il compito di riscuotere i balzelli e vigilare sull'ordine pubblico durante gli spettacoli; mentre nel 1600 è addirittura capocomico a Parigi in occasione delle feste per le nozze tra Maria de' Medici ed Enrico IV di Francia.

Dopo un altro ventennio di tournée trionfali in tutta Europa, e specialmente proprio in Francia, ritorna a vivere stabilmente a Mantova, dove si spegne nel 1630, appena quattro mesi prima del sacco della città ad opera dei lanzichenecchi.¹

L'edizione di Giulio Piccini

Di Martinelli non occorre qui dire oltre, poiché con molto più sapore racconta il poligrafo toscano Giulio Piccini, in arte Jarro, nella sua edizione delle lettere dell'attore pubblicata a Firenze nel 1895 e utilizzata per la preparazione del presente volume.

Piccini, a sua volta già autore umoristico e satirico, trova in Tristano Martinelli un soggetto di studio adeguato, raccontandone con brio vicende e concezioni artistiche, senza perdere mai l'occasione di bersagliare ironicamente i propri contemporanei. Si tratta di un piccolo saggio di storia della commedia dell'arte che è al tempo anche satira sui costumi.

Ma non si deve pensare che l'opera di Jarro sia un semplice passatempo. In realtà infatti l'autore non è nuovo anche a studi di carattere filologico e letterario: a lui si devono tra l'altro curatele di Dante e Jacopo Alighieri o saggi su Andrea Cavalcanti e Pietro Giordano. Lo stesso epistolario qui riprodotto è il frutto di sue accurate ricerche negli archivi di stato, come li chiamiamo oggi, di Firenze e di Mantova.

Nota filologica

Come sa bene chiunque abbia delle nozioni anche minime di storia della lingua italiana, nel Cinquecento non esiste un italiano standard come lo conosciamo ora. Convive invece accanto ad una versione colta del fiorentino, che funge da riferimento per i letterati della penisola, una serie di varianti regionali o addirittura locali, le quali spesso sconfinano nei rispettivi dialetti.

Il linguaggio di Tristano Martinelli ne è un buon esempio. Pur su una base di toscano di riferimento, il suo lessico è infarcito di mantovanismi, i quali, considerata la posizione geografica della città, si sfumano a loro volta di tinte venete o emiliane.

Tipici mantovanismi sono ad esempio l'aggiunta di a eufonica all'inizio di parola (aricordare, aracomandare, adimandare), la metatesi vocale consonante in principio di parola (lampante è ad esempio ni sieme per insieme), l'apertura in a della vocale tematica del futuro e del condizionale (mancarà, mancarete, andarà, afermarà).

Più generalmente dei dialetti settentrionali sono invece la semplificazione delle consonanti doppie (Arlechino, prometere, proferte, legere), la lenizione di g dolce intervocalica in s sonora (lesere per leggere o cosino per cugino).

Per contro si ritrova regolarmente un curioso datto, con raddoppiamento della t, per dato; fenomeno di evidente influenza emiliana, che però potrebbe anche derivare da ipercorrettivismo in analogia con detto. In mantovano infatti entrambi i partecipi passati sono monosillabi, rispettivamente dat e det/dit, il che può aver portato Martinelli a italianizzarli allo stesso modo con aggiunta della sillaba finale to.

Infine compare qua e là qualche venetismo, come ad esempio fusse per fosse, pure non estraneo alla parte orientale del territorio di Mantova.²

In aggiunta le varianti locali, come peraltro pure i termini più correttamente italiani, appaiono scritte con grafie discrepanti: si prenda ad esempio la parola grazia, che è riportata otto volte come gracia, sedici volte come gratia, una volta come grazia e una come grazzia. Difficile affermare se anche queste alternanze siano sempre da attribuire all'italiano incerto dell'autore o a errori di tradizione dei documenti, benché sia risaputo che nei secoli passati l'ortografia di moltissimi lemmi era tutt'altro che univoca e standard.

In questi frangenti dunque si è, certo arbitrariamente, optato per la grafia statisticamente più attestata nelle lettere, ad essa riconducendo le varianti palesemente più rare o addirittura occasionali. Intervento però condotto solamente nella sezione del volume contenente l'epistolario di Arlecchino e non negli

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