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Capitale investito

Capitale investito

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Capitale investito

valutazioni:
4.5/5 (2 valutazioni)
Lunghezza:
431 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
Apr 16, 2016
ISBN:
9781524271107
Formato:
Libro

Descrizione

Martin David, analista finanziario volenteroso ma inesperto, è l’ultimo arrivato nel team investimenti della Skeiron Capital Partners, società di private equity con sede a Londra. Il suo capo è un noto genio della finanza, ma è anche prepotente e severo. Nonostante le sue bizze, Martin è attratto da lui dal punto di vista sia professionale che personale; peccato che l’uomo non ricambi.

In un ufficio dove le amicizie e il pedigree contano molto più di una laurea in economia fresca di stampa, Martin si sente disperatamente inadeguato – almeno finché non incontra l’enigmatico Alec Berger, consulente e gestore patrimoniale, che promette di aiutarlo a costruirsi un nome e una reputazione nell’ambiente della finanza. Martin è talmente affascinato dall’acume e dai modi raffinati dell’uomo che acconsente a passargli informazioni riservate.

Poi arriva la crisi. Le banche colano a picco, le compagnie finanziarie si aggrappano con le unghie al bordo del baratro, e la sopravvivenza della stessa Skeiron viene messa a repentaglio. Martin si ritrova nel mezzo di una battaglia per il controllo della società, dove non si combatte soltanto l’economia in declino, ma anche un nemico spietato che approfitta della situazione per uscire dalle tenebre e reclamare la sua preda.

Capitale investito è un thriller finanziario a tema gay dall’autore vincitore dell’EPIC Award nonché finalista al Lambda Award Aleksandr Voinov.

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Apr 16, 2016
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9781524271107
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Libro

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Anteprima del libro

Capitale investito - Aleksandr Voinov

2016

Capitale investito

di Aleksandr Voinov

––––––––

Dedica

A Mat

Capitale investito

Martin David, analista finanziario volenteroso ma inesperto, è l’ultimo arrivato nel team investimenti della Skeiron Capital Partners, società di private equity con sede a Londra. Il suo capo è un noto genio della finanza, ma è anche prepotente e severo. Nonostante le sue bizze, Martin è attratto da lui dal punto di vista sia professionale che personale; peccato che l’uomo non ricambi.

In un ufficio dove le amicizie e il pedigree contano molto più di una laurea in economia fresca di stampa, Martin si sente disperatamente inadeguato – almeno finché non incontra l’enigmatico Alec Berger, consulente e gestore patrimoniale, che promette di aiutarlo a costruirsi un nome e una reputazione nell’ambiente della finanza. Martin è talmente affascinato dall’acume e dai modi raffinati dell’uomo che acconsente a passargli informazioni riservate.

Poi arriva la crisi. Le banche colano a picco, le compagnie finanziarie si aggrappano con le unghie al bordo del baratro, e la sopravvivenza della stessa Skeiron viene messa a repentaglio. Martin si ritrova nel mezzo di una battaglia per il controllo della società, dove non si combatte soltanto l’economia in declino, ma anche un nemico spietato che approfitta della situazione per uscire dalle tenebre e reclamare la sua preda.

Capitale investito è un thriller finanziario a tema gay dall’autore vincitore dell’EPIC Award nonché finalista al Lambda Award Aleksandr Voinov.

Prologo

La lama damaschina era l’oggetto più bello dell’ufficio. Francis de Bracy teneva il tagliacarte nel primo cassetto della scrivania. Ora giaceva accanto al portatile. Era una lama di trecento anni, e il motivo a strati d’acciaio tenero e duro gli ricordava le strisce di una tigre, o forse le sottili fiamme blu del gas.

Controllò la posta in arrivo, si assicurò di non aver dimenticato email importanti, quindi impostò la risposta automatica.

Grazie dell’email. Non sono più disponibile all’indirizzo fdebracy@skeironcap.co.uk.

Di più pareva troppo. Spense il portatile e lo chiuse. All’interno, la ventola tacque.

Si sfilò la giacca del completo e l’appese all’attaccapanni sulla porta. Dopo un istante di riflessione, si slacciò la cravatta e l’arrotolò, dopodiché la ripose nella tasca destra. Si sbottonò la camicia sulla gola, come volesse più aria per respirare.

Si avvicinò alle finestre. Per buona parte del tempo trascorso a lavorare lì, aveva dato le spalle a Londra. Il panorama gli appariva nuovo e intenso, quel guazzabuglio di stili, il Vittoriano e l’Art déco e i campanili di una chiesa da qualche parte oltre lo shopping mile.

Il sole del pomeriggio inondava la stanza, rosso e basso sopra i tetti, uno di quei variopinti crepuscoli di dicembre che secondo sua madre significavano che gli angeli impastavano torte per Natale.

Non c’era motivo di tornare a casa; non ci stava quasi mai. Ci aveva pensato, ma non voleva farlo lì.

Si versò un altro whisky – espressione di gratitudine da parte di un dirigente che aveva reso multimilionario. Francis sorrise e assaporò il tepore ben invecchiato che si diffondeva da quel liquido esiguo. Aromi di quercia e caramello, un sapore pieno e rotondo. Il bicchiere gli avrebbe annebbiato la mente, l’avrebbe lasciata libera di vagare, di allontanarsi dall’unico, gigantesco pensiero. L’assaporò.

Una lucina rossa lampeggiava sul telefono. Il display indicava cinque messaggi in attesa. Non lo infastidivano le email, ma non aveva voglia di sentire voci, e non voleva richiamare nessuno. Non era più disponibile.

E perché non in ufficio? Francis bevve dell’altro whisky. Si era spesso domandato come si fosse sentito Catone a Utica. La determinazione di sfuggire all’umiliazione e a Cesare. Fuggire, sì, ma con le mani, non con i piedi. Plutarco.

Tornò a rivolgersi alla finestra, scrutò la strada vuota. Sarebbe andato tutto all’inferno. C’era già andato. L’inferno aveva molte camere. Si sarebbero aperte altre porte, e tutti avrebbero continuato a marciare dritti verso il cuore. Lui non voleva più combattere; aveva perso quella battaglia, e non era più responsabile. Il peso l’aveva schiacciato. L’umiliazione e il dolore della perdita e della sconfitta non erano che un’aggiunta. Non poteva ricominciare tutto da capo; aveva perso quel fuoco, quella brama di combattere, quella furia. Aveva perso, ecco tutto – come Catone, per quanto pensarci gli facesse martellare il cuore. Dieci anni di stress, una carriera accuratamente costruita che era diventata la sua vita. Era l’unico modo per fermare tutto. Fuggire, se non coi piedi, con le mani.

Ripose il bicchiere di whisky insieme alla bottiglia, sedette alla scrivania, quindi aprì il gemello sinistro e lo sfilò dall’asola. Lo richiuse e l’appoggiò sul legno scuro, dopodiché risvoltò il polsino, scoprendo il braccio fino al gomito, ripetendo i gesti dal lato destro. Il coltello aveva un peso rassicurante. Forgiato da un singolo pezzo, era troppo elegante e affilato per essere adoperato solo come tagliacarte.

La lucina del telefono lampeggiava, ma Francis tenne gli occhi puntati sul proprio braccio, sulla propria mano. Tagliò il muscolo del braccio destro, l’incisione rosso scuro, e poi il sangue che correva. Mantenne l’avambraccio orizzontale così che il sangue si riversasse soltanto a terra, e non lungo la sua pelle. Il dolore era come ghiaccio e gli placò la mente. L’unico modo di gestire la rabbia, l’umiliazione, tutte quelle emozioni accumulate nel sangue era farle uscire, prosciugarle come pus da una ferita antica e tormentata.

Secondo taglio, più profondo, a metà dell’avambraccio. Altro sangue. Calore sulla pelle, proibito, ma parte del suo corpo. Non dissimile dagli altri fluidi. Sprofondò meno nella carne, e sentì le ferite aperte, il freddo in punti che non erano mai stati esposti all’aria.

Si mise il coltello nella mano destra, che rifiutava di obbedirgli. La presa era incerta: aveva danneggiato i tendini. Usò il polso per esercitare pressione sulla lama. Il sangue gli scorse sui pantaloni, e il tessuto grigio chiaro gli aderì alla pelle come fosse stato sorpreso dalla pioggia. Era più facile del previsto, e la ferita si aprì con soddisfazione.

In quel momento fece effetto l’alcol; forse fu per quello che si sentì la testa leggera – o forse era la gratificazione della pozza di sangue intorno alla sedia. Altri due tagli, e ripose la lama sulla scrivania, con una goccia che rimase ferma sulla punta prima di cadere lieve sul legno.

Abbassò le braccia e si appoggiò allo schienale, inspirando a fondo, il sangue che gli scorreva fra le dita schiuse. Cominciava finalmente a intorpidirsi; rimpiangeva solo di non aver tenuto la giacca a protezione dal freddo. Un altro motivo per optare per la vasca da bagno, non fosse che non voleva farsi trovare nudo.

Con la gamba fece leva sul pavimento e la sedia ruotò su se stessa, così che potesse guardare il cielo di Londra che imbruniva.

Capitolo 1

––––––––

Incastonati di luce come usciti da una fiaba moderna, i grattacieli sfrecciavano oltre la macchina. Mentre Alec gli baciava la gola e il collo, Martin gli passò le dita fra i capelli, prima di attirarlo in un altro bacio affamato. Che Alec volesse Francis, e lui fosse la seconda scelta? In quel momento, era irrilevante.

L’auto si fermò in un garage sotterraneo. All’ascensore, Alec digitò un codice, dopodiché tirò di nuovo fuori la scheda. La cabina iniziò a salire, il movimento fluido e veloce. Non valeva la pena di riprendere a baciarsi perché le porte si aprirono pochi secondi dopo, rivelando un attico che pareva vergognosamente spazioso in confronto agli alloggi vittoriani di Londra, ammassati l’uno contro l’altro. Alec digitò un altro codice, e il led divenne rosso, quindi accese la luce – una luminescenza dorata, graduale. La moquette color panna si estendeva per miglia, e tutto era circondato dal vetro, oltre al quale, basse e distanti, brillavano le luci di Dubai.

«Jacuzzi?» Alec si allentò la cravatta. «È in terrazzo. Vieni». Fece scivolar via un pannello di vetro, rivelando un giardino di palme – a quanto, venti piani sopra la città? – e una Jacuzzi che splendeva di luce azzurra.

«Bel posticino». Martin appese la giacca a un attaccapanni e si sfilò le scarpe. La vista della città che sfavillava era superba, nonostante il ricordo ancora troppo vivido del calore mostruoso del giorno. Si spogliò, ripiegando con cura gli abiti, grato di ogni dessert saltato e di ogni sessione in palestra. Non era niente male – anche se naturalmente non aveva il fisico scolpito di Francis.

«Rilassati. Non ho nessuna intenzione di lasciarti andare fino a domattina». Alec indicò la Jacuzzi con un cenno del capo, e Martin si infilò nell’acqua. La temperatura era perfetta, e finalmente distese i nervi, sentendo la fatica del volo, la tensione, e tutta la frustrazione accumulata trasformarsi in un succoso desiderio nei confronti di nessuno in particolare; Alec andava benissimo.

Alec fu di ritorno, e gli porse da dietro un bicchiere freddo di vino bianco. «Ti senti in vena di avventure?»

«Se non mi va qualcosa, te lo dico».

«Mi sembra giusto». Gli riapparve davanti la mano di Alec, un’offerta di due pasticche. Martin torse il collo, vide Alec accucciato alle sue spalle, nudo, sorridente: niente di sospetto, niente di minaccioso; aveva la netta sensazione che se avesse rifiutato, non ci sarebbero stati problemi.

«Tutte e due?»

«Una potrebbe non bastare».

Martin si chinò e baciò la mano, la trattenne con le dita, quindi aprì la bocca. ‘Fanculo; perché no. Inghiottì entrambe le pillole, prima di prendere fra le labbra due dita di Alec e iniziare a succhiare.

Alec sibilò appena, appoggiò il bicchiere di vino e lo raggiunse nella Jacuzzi, baciandolo di nuovo, schiacciandosi contro di lui, corpo contro corpo, pelle, cazzo che si induriva. Una cosa di Alec non se l’era aspettata: non sembrava tipo da portare tatuaggi, e invece aveva la sagoma di un geco, un disegno in stile tribale, sui muscoli obliqui.

«Un geco?»

Alec abbassò lo sguardo, e si raddrizzò per mostrarglielo meglio. «Risale a dieci anni fa. Allora, nell’ambiente della finanza...»

«Non sarà mica un omaggio a Gordon Gekko?»

Alec rise. «Bravo».

«Oh, che cosa triste». Martin bevve altro vino, lo tenne in bocca e diede un bacio ad Alec, che ricambiò, condividendo con lui il sapore fresco, acidulo e fruttato, le mani che gli risalivano nuovamente le cosce. Il desiderio non si spingeva oltre quel livello, di esplorazione, di tocco e di pressione, ma nessuno dei due chiedeva di più.

Mentre Alec gli stava succhiando il capezzolo destro, di colpo Martin si sentì tramortito. Vide la luce cambiare, si sentì rilassato e formicolante, e le attenzioni di Alec si fecero molto più intense. Gemette, lasciò ricadere la testa all’indietro; improvvisamente era diventata pesantissima, e lui si sentiva andare alla deriva, fluttuare. «Cazzo, sono...»

«Al sicuro» gli mormorò Alec contro le labbra. «Andiamo a letto». Dovette aiutarlo a uscire dall’acqua, perché Martin non sapeva più dove stavano le gambe o come si usavano le mani. Era troppo, forse sarebbe bastata una pasticca sola, ma in effetti si sentiva perfettamente calmo e tranquillo, mentre la pelle era sensibile come dopo una scottatura. L’asciugamano era troppo ruvido, e al tempo stesso curiosamente sensuale, e Martin si ribellò pigramente a quel tocco.

Il letto si ergeva all’aria aperta, le barriere di vetro rimosse; soffiava un vento notturno, e Alec lo fece stendere. Poi scivolò lungo il suo corpo, e quando arrivò a chiudergli le labbra intorno all’uccello, Martin fremeva dal bisogno ed era al contempo reciso dal proprio corpo, galleggiava felice, i pochi pensieri sospesi come curiosi insetti nell’ambra. Sollevò i fianchi, guardò Alec che lo prendeva fino in gola, fermandosi con straordinaria precisione ogni volta che lo portava troppo vicino al limite – ma Martin era troppo distratto per chiedere, per supplicare, o persino per pensare a quanto volesse venire.

«Girati».

Era uno sforzo di concentrazione raccogliere braccia e gambe; stava per mettersi carponi, ma Alec lo raddrizzò sui talloni – posizione assai difficile da mantenere, finché l’uomo non lo cinse da dietro. Un riflesso sul vetro che li circondava: due uomini nudi, mere ombre. Martin si riconobbe a stento. Poi Alec gli calò una benda sugli occhi. Privato della vista gli rimaneva solo il senso del tatto, che lo fece impazzire, specialmente quando Alec gli spinse dentro due dita unte.

Martin ricadde sui gomiti, le cosce pigiate contro la pancia mentre le due dita si spingevano dentro, facendolo gemere a ogni movimento.

Uno spostamento di peso sul letto. Due mani gli accarezzarono i fianchi, quindi un palmo insistente sulla nuca lo costrinse a rimanere giù, appiattito com’era, e poi qualcosa lo penetrò, e non erano dita, era qualcosa di più grande, violento, bollente, e Martin emise un lamento. Qualcuno iniziò a scoparlo, e al posto di Alec sarebbe potuto esserci Francis. Con la benda, era facile fingere. La mente imbottita di droga non faceva fatica a immaginare qualunque cosa desiderasse. Era bello sentirsi riempire, la traccia di irritazione subito annullata dalla scossa di piacere puro dell’uccello che lo colpiva nel punto giusto, gli scivolava dentro, lo sbatacchiava, così Martin allungò le braccia per tenersi saldo.

Continuava a galleggiare, senza sapere bene in che posizione fosse, ma il movimento del cazzo era fantastico, lento, deciso, e lui si ritrovò a supplicare, nei suoni e nei gesti, ad andare incontro all’intrusione, il proprio desiderio tenuto vivo dal movimento.

Alec aveva assunto il controllo del suo piacere perché Martin non ci sarebbe riuscito. Due mani gli afferrarono i fianchi, bloccandolo in quella posizione, schiacciato, e le spinte si interruppero. Martin gemette. Non sapeva bene com’era messo, se era in movimento o se era solo il materasso ad acqua, poi l’uccello tornò a riempirlo, di nuovo insistente, duro, spinte possenti che lo facevano uscire di testa. Provò a ribellarsi alla mano.

Qualcuno gli afferrò la testa e lo costrinse a girarsi in avanti. Sentì un uccello premergli contro le labbra, e seguì il bisogno alimentato dalla droga, lo prese e lo succhiò. Lo avrebbe succhiato a chiunque. Mentre l’altro lo scopava, prese l’uccello in gola, e spense il cervello. Dopo chissà quante altre spinte – le dita nei capelli lo tenevano fermo, ma Martin era troppo obnubilato – quello in bocca finalmente venne, costringendolo a inghiottire. A Martin non importava, supplicò invece l’altro uomo, quello che lo stava scopando, di metterci più forza e più velocità, e questi lo accontentò. Grazie, Dio. Una mano misericordiosa gli si insinuò fra le gambe e lo afferrò, prendendo il comando sul suo godimento, dopodiché si spinse con violenza nel suo corpo che si contraeva, venendogli dentro.

Le droghe resero l’orgasmo tanto intenso da far male; era intorpidito e ipersensibile al tempo stesso. Non era mai stato inibito fra le lenzuola, ma ora non aveva più pensieri né considerazioni.

Giacque sul fianco, affannato, sazio, mentre qualcuno giocherellava col suo uccello ancora duro, massaggiandogli gli addominali, il fianco. Avvertiva due corpi vicini; uno lo teneva premuto contro la propria spalla – e Martin quasi gli montò sopra, una gamba stesa sulle sue, mentre il secondo riposava contro la sua schiena.

Si addormentò, e passò del tempo, ma non avrebbe saputo dire se erano minuti o ore, solo che a un certo punto si ritrovò sopra al corpo che lo abbracciava, e c’era qualcuno che lo scopava con forza, quasi con rabbia, e Martin sentiva un cazzo duro che gli premeva contro la pancia, e la scopata sembrò durare per sempre, più di lui perché lui venne quasi subito contro l’uomo sotto di sé, ma continuò a prenderlo; chiunque fosse – Alec, o Francis, o un estraneo, glielo sbatté dentro fino a fargli provare dolore, finché il suo corpo non si fu ripreso a sufficienza e l’uccello gli tornò mezzo duro, e poi finché non fu duro del tutto.

Ormai faceva male; si sentiva stanco e dolorante, ma di nuovo, la cosa era irrilevante. Non turbava la calma e l’impressione che tutte quelle sensazioni fossero al contempo gradevoli e insostenibili. Il sapore d’irrealtà smorzava il disagio. Si abbandonò al sonno o perse i sensi; in ogni caso, era un luogo senza sogni.

****

La luce del sole sul viso, un venticello fresco sulle spalle. Martin si stiracchiò quando una mano gli toccò la schiena. «Sono le sette. Il tuo volo parte alle dieci».

Volo. Perché avevano prenotato così presto? Ah, sì. Avevano appuntamento con un cliente nel pomeriggio. Martin sbadigliò e aprì gli occhi. Alec era vestito di tutto punto, giacca a parte. Solo due bottoni aperti, la camicia celava il tatuaggio, la cravatta che ricadeva sul collo, i capelli ancora umidi dopo la doccia.

«A meno che tu non voglia rimandare, ovviamente». Alec fece un passo indietro.

«No, oggi lavoro». Martin si issò su un gomito, notando che si sentiva indolenzito e appiccicoso.

«Tieni da parte i giorni per una vacanza vera?»

A Martin scappò un sorriso. «Magari. No, è che c’è tanto lavoro». Si alzò e l’indolenzimento divenne un dolore molto poco subdolo. «Cristo, cosa mi hai fatto?» mormorò.

«La doccia è da quella parte».

Sotto la doccia Martin si diede una controllata. Niente di rotto. Aveva solo un male cane; meglio andarci cauti col sapone. A quanto pareva la notte passata si erano lasciati un po’ prendere dall’entusiasmo. Si erano. Aggrottò la fronte. Doveva esserci un altro tipo. Per forza – Alec non aveva due uccelli e di sicuro non poteva scoparlo da davanti e da dietro in contemporanea.

Lo trovò in cucina, circondato dal profumo delle arance, e intento a spremere l’ultima di una mezza dozzina di frutti su un marchingegno di acciaio e cromature concepito dalla mente malata di un qualche designer italiano.

«Devo tornare in albergo».

«Invece no. Chiamali e chiedi che ti facciano le valige e le spediscano all’aeroporto». Di fronte alla sua esitazione, Alec aggiunse: «Tranquillo: hanno visto di peggio che qualche mutanda usata».

Martin ridacchiò e prese il succo d’arancia che l’uomo gli offriva. Era aspro e dolce e lo fece subito sentire meglio. «E io che cosa mi metto?»

Alec raccolse le mezze arance e le buttò nel bidoncino, dopodiché ripulì il piano di lavoro e si lavò le mani. «Ti presto io una camicia. Il completo a me sembra riutilizzabile».

«Ti sembra

«Già. Pensi che altrimenti ti lascerei salire sullo stesso aereo con quell’ossessivo del tuo capo?»

«Cos’avresti da perderci?»

«Vedo che la finanza ti ha già corrotto, mio povero amico». Alec si avvicinò e inclinò la testa per un bacio. Martin non era convinto; si sentiva dolorante da morire, ma un bacio non poteva nuocere. Hmmm, proprio no. La mano di Alec si spostò sul suo culo e gli diede una palpata, e Martin sussultò.

«Scordatelo». Rise. «Farò tardi, e mi fa un male cane». Parola chiave. Male. Perché? «Cos’è successo? Non sono sicuro di ricordarmi tutto».

«Sono devastato». Alec lo lasciò andare. «Allora, chiami l’albergo?»

«Sì. Merda, non ho il numero».

«Non preoccuparti, ce l’ho io». Alec pescò il cellulare dalla tasca e chiamò l’albergo, chiedendo che i suoi vestiti e tutte le sue cose venissero riposti in valigia, mentre Martin si rimetteva il completo – o almeno i pantaloni, le calze e le scarpe.

Alec gli indicò un’ampia cabina armadio, l’aprì e, mentre effettuava un’altra chiamata in arabo, gli fece capire che poteva scegliere liberamente. Martin optò per una camicia bianca. Appena stirata, era liscia sulla pelle come i vestiti nuovi non sono mai, confortevole, fresca e morbida. Senz’altro ogni singolo capo costava una fortuna.

«Su. Siediti». Alec lo invitò al bancone della cucina, e la colazione che lo aspettava avrebbe fatto la gioia di qualunque personal trainer: cereali, frutta fresca, succo d’arancia fragrante, yogurt.

«Si vede che sei svizzero». Martin si sedette lentamente sullo sgabello imbottito, agganciando i piedi alle gambe.

«Mezzo svizzero» lo corresse Alec. «Perché?»

«È tutto molto salutare. Cioè, muesli».

«Dubito che sarei riuscito a trovare una colazione all’inglese in un tempo ragionevole». Alec sollevò il bicchiere col succo d’arancia. «Salute».

Martin prese il bicchiere e bevve – gli spizzichi di polpa gli solleticavano la gola, ma chiedere del succo filtrato quando il padrone di casa si era preso la briga di spremere delle arance vere sembrava una discreta scortesia. In più, Alec gli avrebbe riso in faccia. Si versò un po’ di yogurt nella scodella, aggiunse qualche cucchiaino ricolmo di cereali – avena, fiocchi di frumento – e della frutta tagliata a dadini, mischiando il tutto.

Alec scelse meticolosamente un’arancia dalla fruttiera e se la rigirò fra le mani, quindi tagliò la buccia con un’unghia curata, lavorando con la precisione di un chirurgo – o di un tassidermista.

«Allora, ti è piaciuto?» Sollevò lo sguardo, uno spicchio fra le dita.

«Sì». Martin deglutì. «Non è quello che mi aspettavo, ma sì, è stato piacevole».

«Bene». Alec gli rivolse un sorriso, dopodiché masticò un pezzo di frutto, leccandosi il succo dalle labbra. «Mi piacerebbe restare in contatto». Il tono era troppo professionale per metterlo nella pila dei ma certo, ti chiamo io. «Lavorativamente parlando, intendo. Per sapere cosa combina la Skeiron».

«Se i tuoi clienti investono, vi manderemo in ogni caso le relazioni per i limited partner. Rientrano nell’informativa standard».

«Ma certo». Alec gli rivolse un sorriso aguzzo. «Però non sono ancora un limited partner, e vorrei comunque sapere che succede. Avete fatto una bella presentazione, ma io i numeri li preferisco vergini. Quel che ci ha propinato il tuo capo era ritoccato, lo so bene».

«No invece. Il nostro è un fondo di primo decile. Costante. Lo erano anche gli ultimi quattro, e Skeiron Cinque non fa eccezione. La strategia è la stessa. Sono le basi del private equity».

«Ah, giusto». Gli occhi di Alec brillavano divertiti. «Da quant’è che sei alla Skeiron? Vent’anni?»

«Diciotto mesi».

«Allora non prendermi per il culo. Voglio i numeri, i dati grezzi. Sono capace a pasticciarli da solo, all’occorrenza».

Martin controllò l’orologio al polso. Forse faceva meglio ad anticipare l’uscita di scena. Peccato che non dovesse ancora essere in aeroporto, mancava troppo tempo per dileguarsi in fretta e furia.

Alec allungò una mano oltre il bancone e gli afferrò il polso. «Te lo chiedo come favore personale. Voglio aiutarvi, ma qui parliamo di somme ingenti, e non mi fido dei numeri del tuo capo. Francis de Bracy non è un tale campione di onestà da incoraggiarmi a investire tutti quei milioni».

«Non posso farlo». Martin non ritrasse il polso, troppo preoccupato che Alec potesse trattenerlo; sarebbe stato imbarazzante. «Non sarebbe corretto nei confronti degli altri investitori. Quei numeri... sono io che li metto insieme. Non faccio altro che macinare cifre dal mattino alla sera». E a volte detestava essere solo l’analista, il cervello di supporto di Francis de Bracy, il genio degli investimenti, il cazzo più lungo della Skeiron Capital Partners Limited.

«Per questo te lo chiedo». Alec sorrise e gli strinse la mano, il tocco più risoluto che affettuoso. «Se tanto i numeri sono puliti, qual è il pericolo?»

A cosa puntava? Perché insisteva tanto? «Potrebbero licenziarmi».

«Se ti scoprono». Alec gli lanciò un sorriso a trentadue denti. «Ma non sei così sciocco, no?»

«Suppongo di no».

Alec cambiò faccia, apparve addolcito, come se avesse ottenuto quel che voleva e ora potesse rilassarsi. A Martin non piacque affatto; Alec era solo un’avventura inaspettata nel posto più improbabile di tutti. Gli Emirati non erano troppo bendisposti verso l’omosessualità, ma Alec ci aveva provato con lui con la sottigliezza di un treno merci.

«Sono sicuro che prima o poi si presenterà l’occasione giusta». Lo disse quasi con leggerezza, e Martin preferì non commentare e mangiare il muesli. Non aveva obblighi: non gli doveva niente. Certo, era stato bello, e normalmente non gli dispiaceva affatto divertirsi un po’, specie quando non interferiva col lavoro, ma nella scala dell’imbarazzo del giorno dopo, questa conversazione si meritava un bel dieci. Ed era esattamente per questo che non gli piaceva fermarsi fino al giorno dopo.

Alec si alzò in piedi e terminò di vestirsi – fece il nodo alla cravatta e si infilò la giacca, si pettinò i capelli e gli lanciò un sorriso. «L’autista è qua fuori. Ti accompagno in aeroporto. Non vorremo mica far preoccupare troppo il signor de Bracy?»

Condusse Martin all’ascensore. L’auto faceva più effetto alla luce del giorno. Ma un senso di disagio lo tormentava a ogni passo. Voleva una risposta, anche se non avrebbe mai più rivisto quest’uomo. «C’è un motivo per cui non vuoi dirmi che è successo la scorsa notte?»

Alec gli lanciò un sogghigno. «Sì».

«Okay, riformulo. Cos’è successo la scorsa notte? Ti spiace non insultare la mia intelligenza cercando di distrarmi?» Martin lo scrutò intensamente, pronto a cogliere qualsiasi cambiamento di espressione. «O forse non dovrei ricordare niente? È per questo che mi hai dato quelle pasticche?»

«Aspetta un attimo». Alec si girò a guardarlo, gli occhi corrucciati, che giudicavano, misuravano. «Pensi davvero che farei una cosa del genere?»

«Che mi drogheresti per non farmi ricordare? Dipende da chi era l’altro tipo. Chi era?»

«Non posso dirtelo».

«Non puoi o non vuoi?»

«Entrambe. Nel senso che non te lo dico perché non ha nessuna importanza, e a parte questo, violerei un contratto. E no, questo contratto non ha niente a che vedere con te né con terze parti. Semplicemente, sono vincolato da troppe clausole di riservatezza».

«Uno dei tuoi clienti».

«Smettila, Martin». Dalla voce fu evidente che era un ordine. Non uno scherzo, non una battuta, ma un ordine secco, cristallino come quelli che gli impartiva il suo capo. «Non ha importanza. Non ha importanza per te, e ha ben poco a che vedere con gli affari».

«Certo».

Alec sospirò. «Non volevo farti dimenticare. Mi hai preso per un criminale?»

«Non ho detto questo». Martin si strofinò le tempie. «Scusa».

«Già». Alec tacque, e Martin non sapeva cosa dire. Ma era così strano che ci fosse stato un terzo uomo e lui non avesse la più pallida idea di chi fosse.

«Hai ragione, avrei potuto protestare prima, ma non l’ho fatto perché... mi piaceva». Rimpianti che la mattina dopo non lavava via. Aveva fatto cose più stupide – ad esempio sbronzarsi di brutto e rientrare a casa con l’auto di papà senza ricordare nulla del tragitto. Nonostante le pasticche gli avessero appannato la mente, era comunque rimasto consapevole di quel che era capitava, giusto? Si era addormentato, non era mica svenuto, no? Quella parte era più ardua da verificare. Non c’erano testimoni a cui domandare. E Alec gli aveva chiesto se si sentisse in vena di avventure. Non era la prima volta che faceva cose a tre. E, a dirla tutta, a certe persone con cui era stato il nome non l’aveva neppure chiesto. Perché questo caso lo disturbava?

Arrivarono all’aeroporto. Scese anche Alec, gli porse una mano e, quando Martin la strinse, lo abbracciò, il che placò il rancore. Forse Alec aveva solo voluto mettere alla prova la sua integrità. «È stato un piacere conoscerti».

«Anche per me».

«Una cosa». Alec tornò alla macchina, aprì lo sportello del passeggero e prese un oggetto – una scatola quadrata, come quelle in cui vendevano le cravatte di lusso. «Un pensiero per te».

«Grazie».

Alec gli strinse di nuovo la mano, quindi lo lasciò andare. «Di’ al tuo capo che mi farò vivo io la prossima settimana. Ho cose da sistemare, contratti da firmare, cause da perorare». Lo salutò con la mano mentre risaliva in macchina, e Martin si diresse verso il terminal, felice di sfuggire allo sguardo severo del sole.

Capitolo 2

––––––––

Il check-in lo ricongiunse con i bagagli accuratamente imballati e Martin si diresse alla business lounge. Quasi mezz’ora di libertà prima dell’imbarco. Passò in rassegna i presenti e scorse una sola persona che digitava rapidamente sul Vaio. Francis de Bracy non chattava, non navigava in internet, non usava il dispositivo per ascoltare la musica. Qualunque cosa facesse, era sempre per lavoro. Anche quando non era di fronte al portatile, pigiava tasti sul BlackBerry.

Martin si sentiva sempre in colpa quando vedeva il suo capo lavorare. Leggere il Financial Times e l’Economist non sembrava sufficiente, sebbene nessuno dei due fosse qualificabile come lettura leggera ed entrambi riguardassero il suo lavoro; tenere d’occhio il quadro generale lo faceva sentire più sano di mente.

Si prese un caffè, dopodiché si avviò verso Francis. «Buongiorno».

Francis sollevò lo sguardo, e scostò persino il portatile. «Buongiorno. Cominciavo a temere che avresti perso il volo».

«Sì, mi sono fatto mandare la valigia dall’albergo». Martin sedette, attento a non versare il caffè.

«Fatto tardi?»

«Sì, siamo usciti a bere, Alec e io». E come faccio a non dirgli che ho passato la notte col nemico? Francis si era congedato, la sera prima, lasciandoli soli al bar dell’albergo. Lì, Martin non ci aveva messo molto a capire che Alec flirtava con lui, dopodiché l’uomo l’aveva invitato a casa sua. Gli era sembrato perfettamente normale e gentile, fra l’altro.

Ma come rispondere a quella domanda? Quale miglior giustificazione per un etero che non avesse fatto rientro al proprio albergo? Donne. Martin era stanco di nascondersi – o meglio, aveva sempre evitato di esprimersi esplicitamente. Un conto era sorridere in silenzio e lasciare che gli altri pensassero quel che volevano – un altro era mentire apertamente. Forse Francis sospettava qualcosa. Forse non gliene importava nulla. Ma c’era comunque un rischio. «Beh, e si è fatto tardi». Codardo.

Francis inarcò un sopracciglio.

Martin fece spallucce e trafficò col caffè, evadendo col silenzio la domanda inespressa.

«Ti ha fatto altre domande sull’investimento?»

«Alec? No». Francis dava per scontato che Alec l’avesse fatto sbronzare per chiedergli della Skeiron Capital? Che giocasse sporco – non era lontano dalla verità. Ma Martin non aveva fatto danni; non aveva rivelato niente. Che cosa ne avrebbe ricavato, a confessare che Alec aveva fatto capire di voler sapere di più? Si sarebbe messo nel sacco da solo. Forse la domanda era una prova, o uno scherzo. «No, abbiamo chiacchierato e basta». E verso la fine neanche tanto. «Sbaglio, o Alec non ti piace?»

«È in parte svizzero e in parte inglese. Quindi mezzo trader, mezzo banchiere e mezzo mercenario».

«Centocinquanta percento di geni? Complimenti a lui».

Francis gli rivolse un sorriso ironico. «No, non mi piace, ma non vuol dire che non possa lavorarci insieme. E tu?»

E da quando a Francis importava chi o cosa piaceva a lui? «Mi è parso un tipo interessante».

Le labbra di Francis si curvarono in un sarcasmo misurato. Come mai si tratteneva dal ribattere? Non era da lui. «Ricorda solo che è un affarista, e non prenderla sul personale. Quelli come lui farebbero qualunque cosa pur di ottenere un vantaggio sugli avversari. Le simpatie e la chimica contano ben poco. Quell’uomo è un calcolatore al cento percento».

«È la maledizione delle persone intelligenti». Martin sorrise. «Voglio dire, se sai cosa vuoi e come ottenerlo... la manipolazione fa parte del gioco, no? E non è necessariamente negativa. Rientra nella natura umana, e intuire i desideri della controparte aiuta a raggiungere un compromesso».

«Un conto è quello, un altro è rigirarsi le persone come fossero frittate solo perché lo puoi fare».

«Beh, ha detto solo che si sarebbe rifatto vivo la prossima settimana. È l’ultima cosa che mi ha detto, l’unica volta che abbiamo parlato di affari».

Francis

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Recensioni dei lettori

  • (5/5)
    Un romanzo di difficile collocazione, un thriller finanziario alla John Grisham, in cui la lotta tra bene e male si gioca negli uffici finanziari della City. Una scrittura di qualità superiore, un libro difficile da dimenticare.