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I vampiri della Bassa

I vampiri della Bassa

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I vampiri della Bassa

Lunghezza:
311 pagine
4 ore
Pubblicato:
Apr 12, 2016
ISBN:
9788865306734
Formato:
Libro

Descrizione

ROMANZO (195 pagine) - FANTASY - Ritornano le bizzarre avventure sovrannaturali di Pedar, l'agricolore-vampiro. - VINCITORE DEL PREMIO CITTADELLA 2015

Pedar, agricoltore sessantenne sposato con "la Maura", viene morso "sul culo" da un cane vampiro in una mattina di fine maggio. La trasformazione in creatura sovrannaturale non tarda a subentrare, e da lì Sabbioni, la frazione del comune di Viadana (Mantova) in cui vive Pedar, comincia a essere teatro di avvenimenti sovrannaturali. Tra la manifestazione di Grandi Antichi di lovecraftiana memoria, che scendono nella Bassa mantovana per utilizzare la locale bonifica per terribili fini; atterraggi di fortuna di alieni rettiliani con problemi psichiatrici; carpe mannare; maghe globalizzate; vampiri americani e vini che parlano, la Bassa non è più la stessa. Ma i suoi abitanti sono spicci, svelti nell'usare le mani e poco inclini a speculare sui fenomeni paranormali. Possiedono una tecnologia avanzatissima (il badile) e una potentissima arma di distruzione di massa (il piccone) con i quali sistemano ogni problema, grazie all'aiuto dei nuovi, "esuberanti" poteri sovrannaturali dell'agricoltore-vampiro. Nume tutelare della storia, presente pur senza mai essere citato direttamente, è un Giovannino Guareschi catapultato nella dimensione folle della contemporaneità, dalla quale la Bassa mantovana sembra uscirne indenne, capace com'è di mantenere intatto quel mondo contadino fatto di concretezza e saggezza spicciola. Nuova edizione del volume vincitore del premio Cittadella 2015.

Mantovana di nascita e piacentina d'adozione, Chiara Negrini si forma nell'area umanistica al DAMS di Bologna. Studia e si interessa di storia dell'arte, psicologia simbolica, psicologia dell'arte e della scrittura ed antropologia culturale, con un occhio di riguardo per le tradizioni locali, sia italiane che straniere. Inizia a lavorare come illustratrice nel 2006, collaborando con "M, Rivista del Mistero" e altre riviste italiane e straniere. Nel frattempo continua a coltivare il suo interesse per la scrittura e la narrazione. Pubblica racconti per Delos Books e per Edizioni Domino, esplorando vari generi: umoristico, fantastico, romance, drammatico. Nel 2014 esordisce per i tipi di Edizioni Domino con il suo primo romanzo, "Il Vampiro della Bassa", urban-fantasy dal background umoristico che raccoglie l'eredità di un Giovannino Guareschi dai contorni fantastici; scritto in dialetto mantovano-viadanese e con traduzione italiana a fondo. Il lavoro viene recensito positivamente da "Il Sole 24 Ore" e le frutta il primo premio al "Premio Nazionale Cittadella" come miglior urban fantasy italiano. Sposata, vive sulle colline di Piacenza. Torna spesso nel basso mantovano, terra a cui è legatissima, negli stessi luoghi di Peppone e Don Camillo in cui ha ambientato il suo primo romanzo. Attualmente alterna la scrittura al disegno, attività a cui non ha mai rinunciato, e allo studio della lingua giapponese.   Massimo Soumaré è scrittore, traduttore, saggista e ricercatore indipendente. Ha collaborato con riviste specializzate sulle culture orientali e con riviste di cultura letteraria italiane e giapponesi e ha inoltre tradotto numerose opere letterarie di scrittori giapponesi moderni e contemporanei. Come autore, suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie tra cui "Alia" (CS_libri), "Tutto il nero del Piemonte" (Noubs), "Igyô korekushon" (Kôbunsha), "Kizuna: Fiction for Japan" (Brent Millis), "Onryo-Avatar" di morte (Mondadori) e sue opere sono state tradotte e pubblicate in Cina, Giappone e USA. Con Delos Digital ha pubblicato il racconto lungo  "Il circolo delle stagioni".
Pubblicato:
Apr 12, 2016
ISBN:
9788865306734
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

I vampiri della Bassa - Chiara Negrini

a cura di Emanuele Manco

Chiara Negrini

I vampiri della Bassa

Romanzo

Prima edizione aprile 2016

ISBN 9788865306734

© 2016 Chiara Negrini, Massimo Soumaré

Copertina: Andrea Gatti http://agatti.com

Edizione ebook © 2016 Delos Digital srl

Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano

Versione: 1.0

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate.

Informazioni sulla politica di Delos Books contro la pirateria

Indice

Il libro

L'autore

I vampiri della Bassa

Prefazione

Citazione

Pedar, al Vampir d’la Basa

Pedar, Il vampiro della Bassa Traduzione in italiano

Al Mistér d’la Bunifica

Il Mistero della Bonifica Traduzione in italiano

L’Invasiòn d’i Lusertòn

L’Invasione dei Lusertoni Traduzione in italiano

Al Lambròsc Vibrasiunàl

Il Lambrusco Vibrazionale Traduzione in italiano

Sotsìra

Sottosera Traduzione in italiano

Epilogo

Il Glossario della Bassa

Ringraziamenti

Delos Digital e il DRM

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Il libro

Ritornano le bizzarre avventure sovrannaturali di Pedar, l'agricolore-vampiro. - VINCITORE DEL PREMIO CITTADELLA 2015

Pedar, agricoltore sessantenne sposato con la Maura, viene morso sul culo da un cane vampiro in una mattina di fine maggio.

La trasformazione in creatura sovrannaturale non tarda a subentrare, e da lì Sabbioni, la frazione del comune di Viadana (Mantova) in cui vive Pedar, comincia a essere teatro di avvenimenti sovrannaturali.

Tra la manifestazione di Grandi Antichi di lovecraftiana memoria, che scendono nella Bassa mantovana per utilizzare la locale bonifica per terribili fini; atterraggi di fortuna di alieni rettiliani con problemi psichiatrici; carpe mannare; maghe globalizzate; vampiri americani e vini che parlano, la Bassa non è più la stessa.

Ma i suoi abitanti sono spicci, svelti nell’usare le mani e poco inclini a speculare sui fenomeni paranormali. Possiedono una tecnologia avanzatissima (il badile) e una potentissima arma di distruzione di massa (il piccone) con i quali sistemano ogni problema, grazie all’aiuto dei nuovi, esuberanti poteri sovrannaturali dell’agricoltore-vampiro.

Nume tutelare della storia, presente pur senza mai essere citato direttamente, è un Giovannino Guareschi catapultato nella dimensione folle della contemporaneità, dalla quale la Bassa mantovana sembra uscirne indenne, capace com’è di mantenere intatto quel mondo contadino fatto di concretezza e saggezza spicciola.

Nuova edizione del volume vincitore del premio Cittadella 2015.

L'autore

Mantovana di nascita e piacentina d'adozione, Chiara Negrini si forma nell’area umanistica al DAMS di Bologna. Studia e si interessa di storia dell'arte, psicologia simbolica, psicologia dell’arte e della scrittura ed antropologia culturale, con un occhio di riguardo per le tradizioni locali, sia italiane che straniere.

Inizia a lavorare come illustratrice nel 2006, collaborando con M, Rivista del Mistero e altre riviste italiane e straniere.

Nel frattempo continua a coltivare il suo interesse per la scrittura e la narrazione. Pubblica racconti per Delos Books e per Edizioni Domino, esplorando vari generi: umoristico, fantastico, romance, drammatico.

Nel 2014 esordisce per i tipi di Edizioni Domino con il suo primo romanzo, Il Vampiro della Bassa, urban-fantasy dal background umoristico che raccoglie l’eredità di un Giovannino Guareschi dai contorni fantastici; scritto in dialetto mantovano-viadanese e con traduzione italiana a fondo. Il lavoro viene recensito positivamente da Il Sole 24 Ore e le frutta il primo premio al Premio Nazionale Cittadella come miglior urban fantasy italiano.

Sposata, vive sulle colline di Piacenza. Torna spesso nel basso mantovano, terra a cui è legatissima, negli stessi luoghi di Peppone e Don Camillo in cui ha ambientato il suo primo romanzo. Attualmente alterna la scrittura al disegno, attività a cui non ha mai rinunciato, e allo studio della lingua giapponese.

Massimo Soumaré è scrittore, traduttore, saggista e ricercatore indipendente. Ha collaborato con riviste specializzate sulle culture orientali e con riviste di cultura letteraria italiane e giapponesi e ha inoltre tradotto numerose opere letterarie di scrittori giapponesi moderni e contemporanei. Come autore, suoi racconti sono stati pubblicati in diverse antologie tra cui Alia (CS_libri), Tutto il nero del Piemonte (Noubs), Igyô korekushon (Kôbunsha), Kizuna: Fiction for Japan (Brent Millis), Onryo-Avatar di morte (Mondadori) e sue opere sono state tradotte e pubblicate in Cina, Giappone e USA. Con Delos Digital ha pubblicato il racconto lungo  Il circolo delle stagioni.

Prefazione

Chiara Negrini

Niente che arrivi dalla Bassa è da considerarsi normale. Io, infatti, non sono normale. Nemmeno la traduzione di questi racconti, dal dialettale all’italiano, sarà resa in una grammatica normale: ne andrebbe della freschezza ruspante tipica di quella terra.

La gente che ci vive, la mia gente, è schietta e non si fa prendere da troppi romanticismi. Ne sapeva qualcosa il buon Giovannino Guareschi, che ci dipinse tanto bene nei suoi racconti.

Mio marito è convinto che se un mantovano della Bassa si trasferisse in Giappone, i giapponesi inizierebbero a salutarsi dicendosi "c’ad végna ‘n càncar s’at z’è ché", dopo nemmeno quindici giorni.

Io sono convinta che gli alieni non ci proverebbero a fare un crop circle nel formentone di un campo della Bassa: tornerebbero al loro pianeta con una gamba spezzata, una forconata tirata nella schiena e quattro o cinque denti di meno.

La prima cosa che mi sono chiesta, però, è stata: come verrebbero trattati i vampiri?

Pensate che un mantovano della Bassa si lascerebbe spaventare dai canini? Da un morso sul collo? No, il fulcro della reazione di un mantovano della Bassa è diverso.

È così che è nato Pedar, il Vampiro della Bassa che al suo apparire è stato perfino sul giornale, per usare un’espressione tipica della zona. Ha avuto l’onore di ricevere le attenzioni de Il Sole 24 Ore quando ha raccontato la sua prima avventura. È stato in questo modo che, tra la spinta di due diverse case editrici e l’incoraggiamento dei suoi lettori, Pedar si è deciso a raccontarmi altre storie, una delle quali vissuta assieme alla raffinata Maga Globalizzata di Massimo Soumaré.

Ma torniamo a noi…

Si racconta che al Paese dove sono nata, qualche anno fa, ci fosse stata una strana malattia che aveva colpito un agricoltore; in concomitanza con l’arrivo di due misteriosi e giovani americani, e notturne quanto inconsuete incursioni nei pollai.

Già, perché nella Bassa, nemmeno i Vampiri sono normali… Questa è la storia di Pedar…

Questa è la Bassa, terra dove c'è gente che non battezza i figli e bestemmia non per negare Dio, ma per far dispetto a Dio. E sarà lontana quaranta chilometri o meno dalla città, ma, nella piana frastagliata dagli argini, dove non si vede oltre una siepe o al di là della svolta, ogni chilometro vale per dieci. E la città è roba di un altro mondo.

Giovannino Guareschi

Pedar, al Vampir d’la Basa

Chiara Negrini

Racconto vampirico in quattro atti in dialetto viadanese e piacentino arioso, con traduzione italiana a seguito.

Versione in dialetto viadanese.

Prologo

Viadana l’è un paés in d’la Basa ad Màntua, c’l’è töt an prùgrama. Péna ad rivi, at cati du cartèi.

Vòn c’al dis: Viadana, la città del melone. E lè al furèst al taca dmandàs se i viadanés i g’abia mia quèl ad mèi.

C’l’àtar l’è amò pusè bèl: Modera la velocità, in questo Comune non abbiamo cittadini in più. E anca lé, ad g’arés d’a vi bèla capì che gént i è i viadanés.

Pedar al stava ai Sabiòn, in n’a frasiòn ad Viadana. Al gava n’a bèla pansa ad sesant’àn, al fava al biulc in d’la sò mlunèra in d’li basi ad la Boca e al fava anca an qual mastiràin cul fradèl, Gino, al muradur. Al s’a lvàva a li sàinc d’la matina e l’andava a lèt a li nòv cu li galini.

Cl’a promavera lè, l’era ad mag, al paés l’era töt in rivolusiòn parchè era rivà du mericàn. Sùvan, mia pusè ad vint’an. Cun c’la bèla facia bianca bianca and coi chi a mai lavurà in d’la so véta.

I ava cumprà Al Buscòn, la cà cola c’la sta a drè d’l’ Oi; i gnéva föra ad cà ammà la not e i gava un bròt can sald e catìv, che la matina al fàva vàdar i dént e al curéva a dré a coi c’a pasava cul tratùr par andà in d’i camp. Propria in s’la via che Pedar al gava da fà par andà in d’la mlunèra.

Capitolo 1. Al bròt can sald

– Vacca che sul c'al scota! – l'ava dét Pedar la matina dop c'l’era stà sganà dal can. Un bròt cagnàs sald, c'al g'ava ciapà par proma na braga d'al toni.

Al Pedar, c'lera nasì e carsù in d'là Basa, a'l s'era mia tànt spavantà. Al g'ava mulà an pé in d’al cul e al g'ava dét marcia indrè!. Al can, però, inveci da andà a cà sua, à's gh'era vultà d'incùntra e al g'ava sgagnà na ciapa.

Pedar l'era andà a laurà ad distés, che c’la matina là al g’ava da fà cul Gino.

Lò l'era n'om gaiàrd, ad coi d'na volta, e an sgagnòn al cul l'è mia na roba azzé bròta da fa stà a cà vòn ammè lò. La proma roba c'lava sintì l'era an brusùr in d’un post ad coi che l'è mèi mia parlàn, e al sul c'al scutàva an pù trop par èsar promavéra.

La giurnada al l'ava pasàda in s'la barchésa d’al Gino, c'al g’ava da màtar a post, ma al fava an pù fadìga a laurà parchè la ciapa l’ag brusava. L'ava ciapà infina d'l'imbriàg, d’al Gino.

Al dòpmesdè a l’era azzé strac c’l’ava mandà a dà via al cul la mlunèra, e l’era andà a cà a culgàs so in s’l’utumàna. La Maura, so muiér, la girava in cà cul scusàl, la mansarina e la palàta par al rùd. Quand l’a s’era vésta Pedar c’al s’era tra via i stivai ad goma e al s’era butà in s’l’utumàna a cul busòn, la g’ava vardà li braghi e al sbreg c’al g’ava in s’al cul.

– Pedar, cus’et fat in s’al cül? A gh'et un sbrag c’al fa pagüra!

– A l’è stà cul bròt cagnàs sald d’al Buscòn! – al g’ava rispost. – Ma quäl, al yorsiaild d’i merican?

Al Pedarl a’l s’era vultà vèrs la Maura, e al l’ava vardada d’un màl c’al paréva al la vulés magnà. – Al can. S’at degh c’lè stà cul bròt cagnòs, a l’è stà an can. Mia un yorsiaild. Cus’èl sta yorsiaild?

La Maura, che l’era ad Piasénsa, la fava la sartùra ma l’ava fat li scoli al prufesiunàl, l’a s’era vultada in d’al mubilàt sòta la televisiòn par trà föra la gucia e al fil.

– Al yorsiaild. Parbiu se at'è ignurant. La g’äva rason la vecia Bice: an pesgat al dvëinta mia un siluro. Al yorsiaild l’è un can c’al bäia! Cusa vöt c’al sia!

Pedar l’ava vardà la Maura, mia tànt cunvìnt.

– A sarù anca ingurànt, ma te at z’è propia ne bèla vilana!" al s’gh’era vultà indré. – E adès staca la puntina e làsum fa un pasacor.

La Maura, c’lera viàda a so marì e la sàva c’lera fàin ammè na badilada ad stràm in s’an mur biànc, la g’ava dàt an squasòt da spali, la g’ava cavà li baghi e l’ava tacà a cusar. Con n’oc in s’la gocia e n’atar in s’la ciapa ad Pedar, la Maura la vardava li braghi e al cul.

– Pedar… värda che c’ul sgagnòn lé, a l’è mia bèl gnan un po – la g’ava dét, dop c’la g’ava così li braghi.

– Cusa vot c’al faga, dona! A l’era mia an leon! L’era un cagnén gròs ammè un sorag!

La Maura l’ava més so li braghi, e l’ava vardà mèi al sgagnòn. – Me ad dis c’lè mia bel. Agum da ciamà la Curnacia?

La Curnacia l’era la vecia Maria, c’là stava a Samaté, in d’al Ghèt. La gnéva da Verona, e i l’a ciamava töti la Curnacia parchè l’era sémpar vastida ad négar ammè un prét. E i géa c’l’era un Striòs.

Pedar a’l s’era girà in d’l’utumàna, e col che la Maura la g’ava dét, lò al l’a g’l’ava gnanca in nota. Al s’era més a dòrmar.

La Maura, alura, la l’ava mandà in Pu in mèsa ai dént, e l’ava tacà a fà da sena.

Capitolo 2. Al Strios ad Verona

C’la not là, Pedar l’ava mia durmì propia bén.

Par proma roba, l’ava mia senà. Al s’era smisià dal sugnén in s’l’utumàna che l’udùr d’la séna d’la Maura l’ag dava fastidi, ma un fastidi c’ag gnéva da ragatà. La not al s’era girà in d’al let, e l’ava durmì pug.

La matina, quand al s’era smisià d’intùran a mesdé, l’era andà so in cusina e l’ava catà la Maura c’l’era apéna gnida a cà d’al furnèr, cun na bèla fàta ad chisola cu li sigoli.

– A t’at s’è firmada a tégnar la boca in muimént cun ch’iatri doni? – l’ava dét Pedar, cun al giurnàl in màn. La Maura la l’ava vardà, ammè s’l’a fòs dré a pensà a quèl ad mia tànt bèl.

– Ma täs – l’ava fàt la Maura. – Sëint un po’, a set che ista nott Giuvan l’ha cattä vöin in cà sua c’al l’ha vurì sgagnä in s’al coll?

– Cusa ghet? – al g’ava rispost Pedar. – Ades a gh’om i pervertì anca che?

– Eh, cus soia mé! Giuvan al dit c’al g’hà mullä un s’giaffòn c’al g’ha tratt zù in gula i deint, e cul c’al vurì sgagnal, al set, Giuvan al dis c’l’è vulà via d’la fnëstra!

– Giuvàn al g’à da lasà lé cui piculàin!

La Maura la g’ava més so la culasiòn in s’al tàvul e la l’ava vardà màl. – Pedar, ma at te mia datt da stanot?

– Cusa ghet, dona? – al g’ava d’mandà.

– A go che am sëra indurmintä, e am sum dasdä che gh’era un baiamäint c’al fäva pagüra. A sum alvä so, e a t’ho cattä in s’al balcon. At sert in müdand, in snucion, e a gh’era un rat barbastel c’at girava inturan. A go dat du spazzürà, e l’è andà via un po’ stort. Te at baiäva a la loina, e tutt i can d’la via it davan risposta!

Pedar al l’ava vardada mia tànt cunvint, l’era andà in d’al canton ad l’a stuva e l’ava ciapà in màn al pistòn d’al lambròsc.

– A sèt imbriaga anca té, dona? – al g’ava dét d’intànt c’l’as vudàva an bèl bicéròt ad ròs.

– No no, ma che imbariaga! Che a gh’en d’ìl rob chi iän mia tant nurmäl. Ista mattëina ho cattä la Curnacia dal furnär, e l’ha dit c’la veign a dà un’ucciä al to sgagnon in s’al dadrè.

Pedar l’ava nasà al vàin, e l’ava stursì la boca. – Vacca dì che spòsa d’asé – l’ava dét. Po’ al s’era alvà da la scragna. – Ciama chi at vò, mé a vag a let.

– E at mäng mia?

– La chisòla la sà d’ai!

– E alura, at l’è seimpar mangiä l’äi! – l’ava fat la Maura. Po’ l’ava vardà al sò om che al bruntulava e al fava li scali.

La Curnacia l’era rivada dòp d’na mèsùra. La Maura la g’ava vèrt l’os e la l’ava fata sintà so. La g’ava fat al cafè, e la l’ava purtada in càmara da let.

– Elo amò in leto el to omo? – l’ava dmandà al striòs.

– Me al so mia, Maria la disea la Maura d’intant c’la fava li scali. Ier sira l’ha mia mangiä, ista mattëina l’ha mia mangiä. Ma la roba puzzë brütta al mond l’è che l’ha gnan büì al lambrusc!

– A dito dal bòn? – l’ava dmandà la Curnacia.

– Parbiu! L’era invers cmé un calzitt, e al dsiva che al väin al säva azé!

Apéna li dòni i era rivàdi in d’la camara, la Curnacia l’era andada d’arént al let. In s’al cùsain, a gh’era an pù ad cavèi.

– Ossignur! – l’ava fat la Maura. – Al m’ha ciappä anca la rugna adess! – La Curnacia la s’era mia tànt squasàda, l’ava fat un gir d’intùran al let, e l’ava squacià Pedar in s’la part ufésa.

– El veito là, Maura, el sgagnon in sul cul?

– Eh, si, l’è sta al can d’i mérican, al yorsiaild!

– No, Maura, l’è mia en sgagnòn d’un can normale sto qua!

– Dabbon? – l’ava dmandà la Maura d’intànt c’l’as fava al sàign d’la crùs.

– Nemo so che go da far la butacarte adeso, prima de dirte cosa l’è sta roba qua.

La Maura, spavantada, l’ava lvà i oc i aria. – Ossignur – la saguitava a dì.

Rivada so in cusina, l’ava vardà la Curnacia c’la tirava föra al màs d’li carti. La g’ava fat taià al masòl d’li piacentini in nòv mucéin, e dop che la Maura la i ava girà, la Curnacia l’ava stursì la boca.

– Maura, dame un piato con drento de l’acqua e la butiglia de l’oio e del sal groso.

La Curnacia l’ava més l’acqua in d’al piat, l’à g’ava butà l’oli e l’ava vardà la Maura.

– Adeso buteghe drento el sal groso, sete grani!

Dop che la Maura l’ava cuntà i granàin, la Curnacia l’ava dét tri o quàtar paroli in n’à léngua strana, e l’ava vardà proma al piat e pò la Maura.

– Mi a go da dirte che el sgnagnòn el ghe l’a mia dato un can normal, eto capio?

– Cus dista? – l’ava fat la Maura.

– El veito chi, che gh’è la macia de l’oio che la xe mésa de qua e de là; e nde le carte, la m’è gnùa föra la carta de la pita. L’è sta na bestia mia normala questa qua. Questo exè un caso de sgagnòn fato da… La Curnacia l’a s’era firmada, po’ l’ava vardà la Maura, che adès la tacàva anca a cagàs an pù adòs. – … da un vampìr. Eto capio?

– Ossignur, Maria Santissima! – la Maura l’era bianca ammè an nisòl, e l’ava piantà na culàda in s’la scràgna da la paura!

– A ghè da catàr ci è che el g’à sgagnà el cul, al to omo, a dopo che l’emò catà… e la facia d’la Maura l’era gnida longa ammè cola d’aun caval – …a gò da dir no scongiuro e butarghe doso de l’acqua santa. Parchè solo in sta manéra qua el to omo pol star bén. Ciamame, se ghe dà fastidio el sol, l’aio, o se te ghe vedi creser i denti.

La Maura l’ava pagà la Curnacia cun dò palanchi, un sachét d’ov frésc e na mèsa galina. L’ava lasà Pedar a let fin a l’ura ad magnà. Po’, la g’ava purtà ad sura an bèl tònd ad mnastròn, che a Pedar l’ag piaseva asè. Ma l’om, c’ul dé lé, l’era més amò pès ad ier; e apéna l’ava sintì l’udùr ad l’ai déntar al mnastròn, l’ava tacà a dà föra ad mat.

– Taca mia cun c’li stupidàdi da sta vampìr, Maura, té e c’la bròta vecia imbriaga. U ciapà un sgagnòn e a un culp ad sùl e làsa lé da dì d’li vacàdi! E porta via c’ul tònd, c’a gh’è n’udùr d’ai c’as pol mia stàg!

La Maura l’era gnida so da li scali c’ul tònd d’al mnastròn in màn, la l’ava nasà e l’ava slargà i bras: l’ai al gh’era péna péna, in cumpagnia d’an pu’ ad sigòla.

Che la roba l’as fava fésa, e anca an pu grìsa.

Capitolo 3. Al Sgagnadur Seriàl

La facenda l’a paréva c’l’as fòs cumplicada, in d’al paés. Màn’i’màn che al témp al pasàva era sucès d’l’i robi strani.

Na not, col c’l’ava sircà da sgagnà Giuvàn l’era andà in n’atra cà e l’ava pruvà a sgagnà n’àtar paisàn. E la roba l’era mia fnida lé, che da c’l’a not in avanti a era sucès quel d’incumpàign.

Uramai in d’al paés l’era sciupà al caso d’al Sgagnadur Seriàl. I sùvan i sircava da fàg na futugrafia, e i pànsava da ciamà coi ad’l’a televisiòn ch’i fava Si Es Ai u Mistero par capì chi l’era stà Sgagnadur.

Al pès, però, a’g l’ava vì al Sgagnadur, che i mantuàn d’la Basa i è mia gént da fas spavantà da un facia da stùpid. Se da Giuvàn l’ava ciapà do gasi, al vèc Nando al g’ava dàt na badilada in facia e la Natalina la g’ava mulà n’a psada in d’al cul.

Al Cumòn però, vist i casòt c’a sucedéva, l’ava mandà soquanti Guardién e la Prutesiòn Civìl, par girà la not e par vardà i can, parchè an qualch’idon l’insisteva a dir che al Sagnadur l’era dvantà un can. Un bròt can sald, catìv e picinàin. E la facenda, cui Guardién, la parea l’as fòs mésa an pù a post.

Pedar, inveci, al stava mia mei. Al carséva ammè al pan in tavula, al sul al l’a scutàva e al g’ava da ndà in gir c’ul tabàr che urmai a serum in giuign. La Maura, dasprada, la miteva in tavula da töt, ma Pedar al magnava mia. Gnanca al pucén u al bevr’in vàin, c’l’era la roba cl’ag piaseva pusè.

Andà

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