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La Brigata - Storiaccia di un'Utopia

La Brigata - Storiaccia di un'Utopia

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La Brigata - Storiaccia di un'Utopia

Lunghezza:
269 pagine
3 ore
Pubblicato:
Apr 5, 2016
ISBN:
9788892589445
Formato:
Libro

Descrizione

Quattro partigiani decimano le Waffen SS colpevoli del massacro di Sant'Anna di Stazzema.
Comincia così la storia della Brigata che scompare e riappare quando c'è bisogno di lei e continua lungo un cammino cosparso di morti, ingiustizie, tradimenti, fino all'annientamento di ogni ideale.
Dalla Resistenza a oggi.
Un'Italia romanzata ma non del tutto falsa.
Pubblicato:
Apr 5, 2016
ISBN:
9788892589445
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Libro

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Anteprima del libro

La Brigata - Storiaccia di un'Utopia - Valerio Bollac

MOLTI ANNI DOPO

IL FUGGITIVO

C’è voluta la vecchiaia per farsene una ragione. Mesi consumati a conoscere cosa era successo; anni spesi a cercare di capire perché era successo.

Alla fine, dalla rassegnazione senescente, è venuta la risposta.

MOLTI ANNI PRIMA

IL PONTE

Marciavamo con l'animo in spalla, nelle tenebre lassù, ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà. Il tuo nome di battaglia era Yeckate ed io mi chiamavo Mozg.

<><><><><> 

La neve scende lenta con incedere maestoso e leggero. La sua presenza soffice diventa candida coltre al contatto col terreno e, con la sua virtuosa presenza, nasconde Yeckate e Mozg sotto il cumulo di fiocchi addormentati. Fa freddo ma le mani dei due partigiani sudano mentre stringono le Browning M1919; anche le dita sono bloccate da gelo però, stranamente, tremano carezzando i grilletti che tra poco duetteranno in una tragica sinfonia di morte.

Non sono guerrieri, Yeckate e Mozg, non hanno attitudine alla violenza; sono due intellettuali prestati alla Resistenza, ma resteranno lì e faranno la loro parte perché da quella curva che scrutano con attenzione feroce appariranno i fedelissimi di Himmler, volontari delle Waffen SS, diritti, alteri, ordinati nel marciare, con gli occhi azzurri che ancora tracimano la crudeltà consumata a Sant’Anna: vecchi, donne, bambini colpevoli soltanto di sospetto. Quando saranno sul ponte gli daranno le spalle e i due ribelli improvvisati li falceranno con una scarica improvvisa e letale. Non il massimo della sportività, ma quello è un battaglione di nazisti e loro sono in quattro.

«Tutto chiaro? – Bitva è un genio della guerriglia, si è fatto le ossa in Spagna tra i Repubblicani – Allora andate. Ognuno alla sua postazione ed intervenite sui tempi delle esplosioni se no va tutto a puttane. E non dimenticate … pietà l’è morta!»

Così aveva sentenziato Bitva e tutti erano d’accordo. Chiamatela vendetta o azione militare tanto la sostanza non cambia: stermineranno tutti quelli che riusciranno a sterminare.

Sangue chiama sangue.

<><><><><> 

Yeckate e Mozg sono acquattati per terra, protetti dalla neve che li rende invisibili; attendono il momento in cui le loro paure diventeranno realtà. Osservano Bitva che attraversa il ponte sotto al quale ha piazzato i tre pani di 888 (dono di Winnie): uno all’inizio, il secondo in mezzo, il terzo alla fine. Mentre sta raggiungendo la sua postazione, da dove farà brillare le cariche, fa un cenno d’intesa a Dook che, nascosto all’uscita del ponte, allinea le dodici ananas gentilmente fornite dagli americani (come le M1919) e carezza l’AK47 russo.

Ha il compito più difficile e pericoloso: arginare i sopravvissuti alle prime due esplosioni. Il suo sguardo è gelido, senza sentimento, come fosse consapevole che sta per entrare in uno squarcio di mondo che non tutti sanno sopportare. La sua è una calma che mette paura: forse, dei quattro, è il più guerriero.

Attende nel gelo dell’aria e della mente il momento … e il momento arriva. Il blindato di scorta e il plotone che lo segue è al centro del ponte e Bitva fa brillare la prima carica, posta dietro di loro. Istantaneamente Yeckate e Mozg vomitano i cinquecento colpi contenuti nei nastri delle Browning in venti secondi, si caricano le mitragliatrici in spalla e fuggono.

Attaccati da dietro i tedeschi si girano e aprono il fuoco, anche il blindato ruota la torretta e spara; una musica che solleva nuvole di neve e stradica le betulle che abitano il bosco. Ma Yeckate e Mozg sono già lontani; trascinano il peso delle armi e della loro coscienza dirigendosi verso il luogo dell’appuntamento.

La seconda carica esplode e spacca a metà il ponte. Il blindato sparisce nel vuoto mentre una cinquantina di nazisti corrono verso la terraferma dall’unica parte dove possono trovare salvezza. Dook li accoglie a colpi di granata, poi imbraccia il mitra e comincia a sparare.

«Va via, Dook! – urla Bitva anche se sa che non può sentirlo – Devo fare l’ultimo botto!»

Poi lo vede cadere in terra e scivolare lungo il greto del fiume.

Un altro boato e rimangono solo pezzi di soldati sul ponte e cadaveri nell’acqua gelida.

Pietà l’è morta.

IL RIFUGIO

Tutti abbiamo un posto sicuro dove trovare ricovero. Magari un libro, un pensiero, una fede. Lì cerchiamo aiuto quando le certezze sono in pericolo. Quando la vita è in pericolo il rifugio è nascosto, sconosciuto a tutti, tranne a chi lo frequenta. 

È in quota, mimetizzato tra gli alberi di questa valle stretta traversata dal torrente che non ha un nome e scorre nascosto dalle fronde. Inaccessibile se non a piedi o a dorso di mulo. A memoria d’uomo le pareti di pietre senza tempo e le travi di rovere orgoglioso hanno dato riparo a pellegrini, contrabbandieri, transfughi. Ma oggi non ci sono più credenti, né spalloni o fuggitivi a chiedere aiuto a questi muri sinceri.

Ci sono Yeckate, Mozg e Bitva che mangiano salsicce e bevono vino ignorante, figlio delle viti eroiche che vivono in montagna: la lunga maturazione dell’uva dà un sapore acido all’invenzione di Noè ma regala anche i mille aromi che vagano nei boschi. Non è adatto ad un cittadino ma va d’accordo col pane grezzo, la carne di cinghiale, i sassi, il freddo e il legno che brucia nel caminetto.

«Perché Dook non è ancora arrivato? – Mozg chiede dell’amico a Bitva – Perché tarda?»

La voce è bassa, un sussurro triste. È un combattente, Bitva, come Dook, entrambi conoscono le regole: se non è ancora arrivato non arriverà più.

«È scivolato nel fiume. Credo l’abbiano colpito.»

Il parere autorevole di Bitva uccide la ultime speranze.

«Pensi sia morto?»

Non fa in tempo a rispondere. Un rumore sordo tronca la conversazione e Mozg non riceve la risposta che cercava.

«Zitto! – il gesto della mano e la voce sono imperiosi. Bitva appizza le orecchie. Conosce quel rumore che porta morte e distruzione. A Guernica c’era anche lui, gli assordanti fragori della Legione Condor gli sono noti – Fuori tutti, veloci! È un Messerschmitt!»

Un attimo. Arraffano gli zaini, le armi e via di corsa in mezzo agli alberi. Sono a cento metri, aggrappati a una roccia, quando il109B-1 comincia la planata. Si apre la strada tra gli alberi con le mitragliatrici e trova la baita nascosta tra i rami. Poi l’ululato dell’MG 105 che sbriciola il rifugio tra i rantoli delle pietre preistoriche. Missione compiuta. Il pilota mette la prua a sud e torna alla base.

Sono salvi e lo debbono all’esperienza e alla rapidità di reazione di Bitva. È lui il leader militare ma anche a due intellettuali prestati alla Resistenza i conti non tornano.

«Come ha fatto il pilota ad andare così sicuro verso l’obiettivo? Era nascosto dagli alberi.»

«Conosceva le coordinate precise. Non c’è altra spiegazione.»

«Un’informazione molto tecnica. Da chi l’ha avuta? Chi era al corrente di dati così specifici? – Yeckate ha un dubbio che gli lacera il cuore – Dook conosceva le coordinate del rifugio?»

«Può essere, ma non ne sono certo.»

Adesso il dubbio sta strappando il cuore di Yeckate.

«Pensi che l’abbiano catturato e fatto parlare?»

Anche Bitva ha dei dubbi e gli mancano le risposte, però sa del coraggio di Dook.

«Ammesso e non concesso che sapesse le coordinate, può essere, ma, conoscendo Dook, mi pare improbabile. Neanche sono sicuro che sia sopravvissuto all’agguato; quando è scivolato nel fiume mi sembrava un corpo morto. Sono più propenso a credere a un infiltrato nei ranghi operativi alti.»

Neppure Mozg è esente da perplessità.

«Se è così perché non ci hanno fermato prima? Abbiamo fatto molte vittime che avrebbero evitato.»

«Il Comando Centrale non è mai al corrente di come organizzo le azioni. Solo i pochi che partecipano conoscono il piano.»

«Sì, ma il Comando ha ordinato l’agguato.»

«Vero! Però ha ordinato di interrompere la viabilità, cioè solo di far saltare il ponte. Lo scontro a fuoco lo abbiamo deciso noi, di nostra iniziativa come ritorsione per i fatti di Stazzema, quando abbiamo saputo che il reparto di Waffen SS responsabile della strage avrebbe attraversato quel ponte. Non so se il Comando sarebbe stato d’accordo, ma noi abbiamo deciso così in piena coscienza. È stato fatto quello che andava fatto nel modo che ci è parso più giusto. Spesso il Comando non recepisce le volontà della base.»

Yeckate e Mozg sono due intellettuali prestati alla Resistenza e gli intellettuali sono tendenzialmente pacifisti. Però non sono stupidi e capiscono per ragionamento quello che Bitva sa per intuizione: à la guerre comme à la guerre. Sono le situazioni che plasmano l’operato degli uomini, i quali, è vero, hanno un piccolo margine decisionale, ma molto piccolo perché i binari su cui viaggiano sono assai poco flessibili. Perciò, tristi ma decisi, zaino in spalla e fucile a tracolla, la schiena dritta come quella degli eroi, riprendono un cammino che, forse, non li porterà esattamente dove volevano andare.

<><><><><> 

Marciavamo con l'animo in spalla, nelle tenebre lassù, ma la lotta per la nostra libertà il cammino ci illuminerà.

PRIMA DEL REGIME

PIAZZA DELLA SAPIENZA

Il prof. Luca Visasi osserva i suoi allievi davanti all’ingresso dell’Università.

Non può fare a meno di notare che c’è qualcosa di ampolloso, enfatico, ridondante come lo fu quasi tutta l’architettura del ventennio, in quello spazio tra la Clinica Ortopedica e gli Istituti di Igiene, Microbatteriologia e Parassitologia, riempito dai due altissimi propilei, antiche porte di santità o d’orgoglio civico, anelanti il cielo, che tuttavia non svettano, non riescono a proseguire la loro rincorsa tra nubi ed azzurro, bloccati come sono dall’asfalto in cui mettono radici; ancorati a magniloquenti certezze (paure) mancano dell’accessorio necessario al volo, le ali, irrinunciabili propaggini della fantasia.

<><><><><> 

Come tutti gli anni, di marzo, Ursula Iguarán è preoccupata: il rigoglio di primavera porta un fiore strano tra le case di argilla e di canna selvatica del villaggio.

Un’ortica irritante e velenosa - lei pensa - che s’annida tra le pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche, del torrente, inquinando le acque e le anime.

Un branco di zingari cenciosi, spiriti turbolenti, gente rumorosa sempre preceduta da un grande frastuono di zufoli e tamburi, carica di una profusione di crogiuoli, imbuti, storte, filtri e colatoi; persino una moderna riproduzione dell’alambicco a tre bracci di Maria l’Ebrea.

Credono, i bestemmiatori, di strappare al buio il segreto della pietra filosofale senza che Dio alzi un dito?

Tre pezzi di denaro coloniale per una lente che produce ulcere e principi d’incendio?

Ursula pianse di costernazione, sbaragliata dall’umiliante insensibilità del marito, occupato a stabilire le ignote qualità dell’ultima scoperta degli Ebrei di Amsterdam.

Povero babbo: tutta una vita di privazioni per accumulare quel cofano di monete d’oro, seppellito sotto il letto a garanzia di un futuro migliore! Adesso lo scrigno è violato ed uno scriteriato consorte può realizzare i suoi sogni di gloria, eseguendo quegli assurdi esperimenti tattici che per poco non bruciarono la casa.

La disperazione di Ursula si tagliava col coltello, ma Josè Arcadio Buendía non cercò nemmeno di consolarla.

<><><><><> 

Fu la spasmodica ricerca dell’archetipo, manifestata nell’applicazione meticolosa dei valori plastici, che reca in sé un qualcosa di formale, meramente encomiastico, oppure le lucrose commissioni del Regime a far sì che il formoso monolite in mezzo alla piazza fonda, trasudando continuamente intenti celebrativi?

È tutta colpa di Arturo Martini se Minerva, la Sapienza, appare come una Dea un po’ bigotta, non troppo disponibile a concedersi?

Al pari di una maestra saccente, sorretta solo dalla sgradevole convinzione di orgogliosa gelosia del suo sapere, sta assisa sulla cattedra marmorea nell’omonima piazzetta, senza un attimo di relax o un giorno di ferie ed osserva la sua prole impertinente, impenitente, dissacrante, brulicare di là dal colonnato tra libri, amorazzi e cappuccini, alla ricerca di una gioventù meno inquadrata che prova a darsi schemi suoi, non annegati dal conformismo, abbandonato sul soglio dei cancelli e quegli studenti, anime dannate, allievi recalcitranti, fors’anche ci riescono ad essere quel che vogliono, pur senza conoscerne il motivo; la loro consapevolezza, probabilmente, non si esprime nel positivo di una conquista, ma nell’opposto, ossia il negativo del rifiuto.

Questo perché Athena, la Sapienza, è lì, non meno stupita che perplessa, solerte conservatrice delle sue prerogative, incapace di capire, poiché lei, la Sapienza, accumula ma non elabora, quindi custodisce ma non valorizza; tale compito spetta a sua figlia, la Saggezza, ed alla miriade di spiriti curiosi che rincorrono e si rincorrono oltre le inferiate della città degli studi: muratori, architetti, ingegneri, tutti egualmente partecipi del progetto che diventerà la loro casa, non infiacchiti manovali di un edificio che non hanno richiesto e che, in fin dei conti, al momento nemmeno li riguarda. In fuga caparbia dagli arroganti precetti del simulacro, ragazze e ragazzi, poco più che adolescenti, cercano, brancolando nel buio dell’incertezza, qualcosa che veramente gli appartenga: vogliono addentare la mela o, meglio, suggere il latte del fico, frutto autonomo del loro albero, tanto desiderato e mai concesso, perché Minerva, e chi la gestisce, non dà con prodigo disinteresse, ma, semplicemente, elargisce doni mai richiesti, in base alle convenienze, inseguendo l’imperativo della sua stabilità.

<><><><><> 

Come tutti gli anni, di marzo, Ursula Iguarán è preoccupata, pure se sbigottì anche lei quando uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, sormontato da un cappello grande e nero, come le ali spiegate di un corvo ed il busto inguainato da un panciotto di velluto patinato dalla borraccina dei secoli, mise a soqquadro il villaggio dando una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti di Macedonia.

Restò anche lei stupefatta mentre guardava i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi seguire i ferri magici di Melquíades, come topi dietro al flauto magico, come soldati dietro al generale e quasi si convinse che le cose hanno vita propria e si tratta solo di risvegliargli l’anima: troppo nuda per essere eccitante le parve questa verità, perciò la ricoperse con la tunica della sua solerte fede.

Eppure, ogni anno, Melquíades, lo zingaro, emigrava a Macondo per consegnare a José Arcadio Buendía un regalo, regolarmente pagato dalla riottosa Ursula: calamite (non attirano l’oro solo comune ferro), lenti fatate (eliminano le distanze), astrolabio, bussola e sestante che permisero alla strabiliante ignoranza d’Arcadio di stabilire, senz’ombra di dubbio, che la terra è rotonda come un’arancia.

Forse Melquíades vendeva truffe, forse vendeva sogni (il che, in fondo, potrebbe essere la stessa cosa), opportunità che neanche lui sapeva maneggiare. Ciò non di meno, non le rifiutava: valutava, invece, se mai fossero state buone e quando lo erano, le accettava con gratitudine; per questo ricominciò a masticare, per la sua miracolosa dentiera posticcia!

Forse Melquíades voleva soltanto coniugare il passato col futuro; provava, pur non sempre assistito da un esito fausto ed Arcadio con lui. Scienziati plebei, accecati dalla voglia di sapere, di capire, di elevarsi sull’indifferenza e Macondo avvolge l’Università, che resiste, però, si difende agitando cazzuola, filo a piombo, livella e compasso, quasi fossero doni divini inaccessibili alla curiosità del volgo ignorante, protetti dall’occhio compiacente del Creatore.

Forse Melquíades (ed Arcadio con lui) voleva strappare quegli irraggiungibili strumenti all’empireo coatto in cui risiedevano per renderli pratici attrezzi da utilizzare, sperimentare,

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