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La vita di Marco Polo: Dalle memorie del nonno Luigi Polo

La vita di Marco Polo: Dalle memorie del nonno Luigi Polo

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La vita di Marco Polo: Dalle memorie del nonno Luigi Polo

Lunghezza:
239 pagine
5 ore
Pubblicato:
Jan 25, 2016
ISBN:
9788898980581
Formato:
Libro

Descrizione

Dov'è nato Marco Polo? La passione e la competenza che ne "Il Milione" Marco Polo dimostra per la caccia e per l’uccellagione, porterebbe a escludere che sia nato in laguna. Il fatto che in Carnia, sin dal Medioevo, fosse diffuso il cognome Polo, porta a supporre che da qui, legato al commercio del legname, questo cognome sia sceso fino a Venezia. Su questi presupposti storici il romanzo riproduce l’autobiografia di un Luigi Polo vissuto tra il 1210 e il 1300, che sarebbe stato il nonno di Marco. Al nonno, di ritorno dall’Asia, Marco anticipa i contenuti de "Il Milione", ma per una serie di casualità il nonno raccoglie anche il racconto dei precursori di Marco, Giovanni da Pian del Carpine e Guglielmo di Robruck. Per questo, la sua autobiografia diventa il compendio del racconto della scoperta dell’Asia nel Medioevo, in stridente contrasto con la storia del Friuli del tempo. La vita di Marco diventa metafora della vita d’un giovane d’oggi: un "glocale" del duemila, che s’apre alla globalizzazione, mantenendosi ancorato al valore delle proprie radici.
Pubblicato:
Jan 25, 2016
ISBN:
9788898980581
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

La vita di Marco Polo - Igino Piutti

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ANTEFATTO

Dov’è nato Marco Polo? La discussione è aperta tra gli storici senza che al momento si sia arrivati ad alcuna conclusione. Si é parlato di Venezia, come della soluzione più logica, ma anche di Sebenico in Dalmazia. L’idea di inserirmi in questa disputa, sostenendo che Marco Polo è d’origini carniche non m’era mai passata per la testa, anche se l’amore per la mia Terra, fin da ragazzo, è stato tale che per farne grande la storia sarei stato disposto a inventarmi qualsiasi cosa.

Non ci avevo mai pensato, anche se ero a conoscenza che il cognome Polo è molto diffuso in qualche paese della Carnia come Forni di Sotto. Non ci avevo mai pensato pur avendo tra i miei compagni di scuola un Polo, diventato ora uno studioso della storia della Carnia. Non ci avevo mai pensato neppure quando, ancora ragazzo, m’ero dato alla ricostruzione della storia del mio piccolo paese Chazàs in Carnea, ed avevo riscontrato che il cognome era molto diffuso fino a tutto il Novecento anche nel piccolo paese che mi aveva visto nascere. Non ci avevo pensato anche se, ricostruendo la genealogia della mia famiglia, avevo trovato molti incroci con persone che portavano questo cognome fino alla madre di mio nonno, che si chiamava appunto Orsola Polo, mentre Polo Domenica si chiamava la madre di sua moglie.

Non ci avevo pensato, finché non fui costretto a farlo a seguito del ritrovamento, con le modalità originali sulle quali avrò modo di intrattenere in seguito il lettore, d’un antico manoscritto con l’autobiografia d’un mio probabile antico antenato: tale Luigi Polo conte di Chiassàs, proprietario del castello di Fusea. Vissuto molti secoli prima di me, e precisamente dal 1210 al 1300, come ho potuto poi stabilire, incrociando i dati desunti dal manoscritto con i risultati di una mia rapida ricerca d’archivio.

Il lettore vorrà ch’io passi subito a parlare di questo ritrovamento, ma prima, a sottolineare che si sta parlando di storia e non inseguendo le fantasie d’un vecchio che s’è lasciato prendere dalla mania di grandezza, per sé e per il suo paese, mi si consenta di

dire due parole da storico su questo castello di Fusea e del conte di Chiazzâs.

Che sia esistito un conte di tal nome lo si ricava dal fatto che nell’armoriale della biblioteca Joppi di Udine esiste uno stemma con questo nome, così descritto dallo studioso Manin: Chiassas in Tolmezzo: Scudo sannitico. Partito al primo bandato di sei di rosso e d’argento, nel secondo d’azzurro al castello merlato d’argento turrito di due torri finestrate ognuna di due ed una portonata passato su un terrazzo di verde.

Gli stemmi, si sa, non se li potevano permettere le famiglie del popolo. L’esistenza dello stemma conferma la presenza d’una famiglia d’alto lignaggio che si fregiava di questa insegna.

Probabilmente uno degli arimanni di origine longobarda, di cui ci parla, nella sua storia della Carnia antica intitolata De Antiquitatibus Carneae il notaio tolmezzino del 1500 Fabio Quintiliano Ermacora.

Questo autore, nel primo libro della sua storia, ci dà anche testimonianza dell’esistenza del castello di Fusea, ricordandolo espressamente, assieme a quelli di Tolmezzo, San Lorenzo e Sezza, tra i ventiquattro dei quali aveva autorizzato la costruzione il figlio del duca longobardo Gisulfo e che poi aveva fatto demolire il patriarca Nicolò di Lussemburgo nel 1300. Scrive l’Ermacora che li rase al suolo ed emanò una pubblica disposizione affinché nessuno, in nessun tempo li potesse ricostruire.

Da questo si può capire come mai non esista nessuna traccia di questo castello di Fusea, anche se è molto probabile sorgesse come in molti altri casi in Carnia, dove oggi sorge la chiesa parrocchiale.

O, come si ricava tra le righe del manoscritto, sulla prominenza dove oggi sorge il cimitero condiviso tra di Fusea e Cazzaso, proprio al posto del cimitero.

Dato che può trovare conferma nel fatto che l’ultima famiglia a portare questo cognome a Cazzaso è stata proprio quella che viveva nel casolare isolato di Durànc, nei pressi del cimitero. Non è da escludere infatti sia proprio questo casolare a essere stato costruito recuperando i sassi dell’attiguo castello, ridotto dal tempo a un cumulo di macerie.

Comunque, stemma e castello sono dati storici e che si debbano porre in relazione tra loro, se non è certo, è quantomeno molto probabile.

Il solito scettico obietterà che sono elementi non provati ed imprecisi, ma credo tuttavia siano sufficienti a convalidare quanto ho anticipato, ossia che ci sono elementi di storicità in quel che sto per raccontare.

La scoperta, che in qualche modo ho già anticipato e della quale mi accingo a riferire, è avvenuta in occasione della morte del mio nonno paterno.

Aveva lasciato tra le ultime volontà la richiesta di essere sepolto nella tomba di sua moglie. Ma la cosa strana era che la nonna, morta già da quaranta anni, non aveva mai avuto una tomba. Si sapeva che era sepolta nella tomba di sua madre Polo Domenica, ma il nonno non aveva mai voluto aggiungere il nome di D’Orlando Rosalia di Diodato alla lapide della madre di lei.

Chiederne ragione al nonno mi era sempre parso indelicato, se non inopportuno. Anche perché, tutte le volte che avevo chiesto a mio padre ragione di quella stranezza, mi aveva sempre risposto: «Sai, tuo nonno ha sempre voluto fare l’originale!»

Così alla nonna, nella ricorrenza dei defunti, si portavano i fiori e i lumini sulla tomba della bisnonna, che forse era la tomba più antica del cimitero. Era l’unica che aveva mantenuto la lapide originaria stile ottocento, incastonata nel muro del cimitero, con la scritta. Polo Domenica 1810 - 1900.

Originale il nonno era stato anche nello scrivere le ultime volontà, quando, chiedendo d’essere sepolto in quella tomba aveva aggiunto: «Dopo averla accuratamente ripulita dai resti precedenti.»

«Cosa avrà voluto dire con questa strana precisazione?» si chiedeva mio padre, piangendo la sua morte. Ma, poiché le volontà d’un morto vanno rispettate, per evitare che il suo spirito possa venire a tirarti per i piedi, come s’usava dire in paese, mi aveva chiesto d’assistere in cimitero allo scavo della fossa, raccomandando al becchino,e facendo attenzione io stesso, a che mettesse una cura particolare nel ripulirla dai resti precedenti.

Il becchino non mi aveva accolto volentieri sospettando fossi stato mandato dal Comune a controllarlo.

«No, no» lo rassicurai, «mi manda mio padre, per raccogliere i resti.»

«Ma che resti vuoi che ci siano in una tomba dopo oltre quaranta anni?»

«Non so, non me ne intendo. Mi ha però raccomandato di dirti d’usare precauzione.»

Commentò la mia frase con una risata. «Ma, comunque ci vorranno almeno due ore prima di arrivare ai resti, nel frattempo puoi anche andartene a fare un giro» aggiunse. Si sputò nelle palme delle mani, come se volesse lubrificarle e diede di piglio al piccone.

Mi rendevo conto che era ridicola la scena d’un ragazzo intento ad assistere il becchino che scavava una fossa nel cimitero, ma non avendo altri impegni, mi pareva logico rispettare alla lettera l’ordine di mio padre. A casa c’era tante gente venuta per le condoglianze.

In giro, non sapevo dove andare. Restai così, per oltre due ore, a guardare in silenzio il becchino intento a preparare la sepoltura per mio nonno.

Era un uomo piccolo, ma pieno di forza. S’era messo a torso nudo e nello sforzo si vedevano i muscoli irrigidirsi e poi tendersi, come se fossero stati gli ingranaggi d’una macchina che si muoveva con i ritmi che gli erano stati imposti. Aveva un metodo e un ritmo regolare, come se fosse stato mosso da qualche automatismo. Con il piccone procedeva smuovendo righe di zolle di terra. Di riga in riga, avanzava fino a smuovere tutto il riquadro che aveva definito. Poi s’asciugava il sudore, beveva un sorso d’acqua da una bottiglia, e, posto da parte il piccone, con la pala rimuoveva le zolle che aveva smosso, ammonticchiando la terra sulla sua destra, sul lato più lungo della fossa.

M’ero sistemato sul lato opposto, seduto su una tomba, seguendo come incantato ogni colpo di piccone, ogni lancio di terra sul mucchio che avevo di fronte. Egli lavorava come se io non ci fossi.

Io lo stavo a guardare come se mi trovassi a seguire una rappresentazione a teatro, invece che nella realtà.

Riflettevo sulla scena come se fosse stata costruita da un regista per rappresentare la metafora della vita. Una zolla a fianco all’altra, e poi una fila di zolle, l’una davanti all’altra, e poi la pala a rimuoverle per creare un piano un po’ più in basso del precedente. E di piano in piano la fossa s’andava approfondendo: avrebbe un po’ alla volta raggiunto la profondità che il becchino aveva impostato nel suo piano di lavoro. E finalmente tutto sarebbe finito.

Sudava il becchino nel sole d’agosto, scottava il marmo sul quale m’ero seduto, il gridìo delle cicale dai pioppi che circondavano il cimitero pareva ampliato in un eco che si scioglieva rincorrendosi di tomba in tomba. Pensavo alle parche, le mitologiche fate della morte. Pensavo al giorno dell’ira, al dies irae solvet saeculum in favilla, che avremmo cantato il giorno dopo. Forse poi m’ero addirittura appisolato...

Mi riscossi quando la voce del becchino interruppe il monotono stridire delle cicale con un: «Ci siamo!» che diceva la sua soddisfazione per una fatica che finalmente si avvicinava alla conclusione. «Ci siamo» e mi mostrò ridendo un pezzo d’osso. Non capivo cosa c’era da ridere per il ritrovamento d’una rotula della nonna, ma non commentai. Ricordandogli invece il motivo per cui ero lì, gli raccomandai di recuperare i resti con precauzione, come mi aveva richiesto mio padre.

«Agli ordini» disse lui scherzando. Ma poi, forse per il rispetto che aveva per mio padre, anche se non capiva il senso di quella richiesta, invece che continuare a dare di piccone con forza, prese a usare lo strumento come se fosse un rastrello. Smuoveva con delicatezza la terra alla ricerca dei resti. Fu così che il piccone si imbatté in qualcosa di più consistente d’un osso.

«Che diavolo c’è qui!» brontolò. Poi, facendo leva con la punta del piccone, fece emergere qualcosa che non era certo un resto umano. Tirò verso di sé l’oggetto che, coperto ancora di grumi di terra, pareva null’altro che una tavoletta di legno annerita e marcia.

Si calò quindi nella fossa per raccoglierla. La pulì sommariamente e me la passò dicendomi:

«Ecco i resti che stai cercando! Mi pare una cassetta.» «Attento»

aggiunse, «che se ci sono dei soldi, mi spetta la percentuale.»

Cercai di pulirla con uno straccio e in effetti in quello che sembrava solo un blocco, apparvero nettamente i segni di un coperchio. Era una cassetta più o meno di venti per trenta centimetri di lato, alta circa dieci; d’un legno nero che non avevo mai visto prima. Mi stupì anche il peso, come se contenesse qualcosa di molto pesante o che fosse di metallo, o di marmo, invece che di legno.

Appena il becchino me la consegnò, d’impulso avrei voluto vedere cosa contenesse. Ma trattenni la mia curiosità e la portai a mio padre che, con mia sorpresa e disappunto, decise di non aprirla.

Così, senza farmi alcun commento e darmi alcuna spiegazione, per una decisione che mi pareva assurda e incomprensibile.

Il mistero della cassetta mi accompagnò quindi per tutta la vita, fino alla morte di mio padre.

Avrei voluto più volte chiedergli come mai non l’avesse aperta.

Forse l’aveva aperta in seguito, ma non in mia presenza. Forse il nonno gli aveva raccomandato di non farlo, ed egli aveva voluto rispettare le volontà di suo padre, come aveva fatto. mandandomi in cimitero persino a seguire le operazioni del becchino che scavava la fossa. Ma, in questa ipotesi, suo padre gli aveva anche spiegato quale era il contenuto, e non c’era motivo di mantenere il segreto con me. Con tutti questi forse per la testa, m’era capitato più volte negli anni, di pensare alla cassetta, e alla fine mi ero rassegnato a considerare che in qualche modo me la sarei ritrovata tra le volontà testamentarie di mio padre, alla sua morte.

Quando venne a morire, avevo altro a cui pensare. Erano altri i miei sentimenti, il mio dolore, le incombenze di cui ci si deve far carico, respingendo il pianto.

Non c’era il problema di far scavare una fossa, perché aveva voluto costruire la tomba di famiglia. Non qualcosa di monumentale, ma una semplice serie di loculi, con sul frontone il nome della famiglia. Vi aveva già fatto trasferire anche i resti del nonno, dalla fossa allo scavo della quale avevo assistito tanti anni prima.

Per sé, mi aveva più volte detto, aveva riservato il loculo più in alto a sinistra, quello ove si spegne l’ultimo raggio di sole. I loculi guardano a occidente e vi si arresta contro l’ultimo raggio del sole al tramonto, dopo aver abbandonato il cimitero. Ma prima di spegnersi anche sui loculi, sembra quasi esiti ancora un istante, sull’ultimo in alto a sinistra. Non avrei mai notato la cosa, se non me ne avesse parlato mio padre. Ma poi ho personalmente potuto controllare che non si trattava della fantasia d’un vecchio. Ho visto anche io, con sorpresa, quel fermarsi del sole sui loculi e quell’esitare ancor un momento sull’ultimo, quello che s’era scelto mio padre come dimora per l’eternità.

Ero presente quando gli addetti del Comune hanno aperto il loculo che avevo loro indicato per la sepoltura di mio padre. Ma mentre toglievano la lastra di marmo che lo chiudeva, pensavo evidentemente a tutto fuorché alla scatola. Si può immaginare quindi la mia sorpresa quando me la ritrovai davanti, appoggiata dentro al loculo, come se fosse l’urna delle ceneri d’un defunto.

«Cos’è?» mi chiesero stupiti anche gli operai.

«Nulla!» risposi, «un ricordo di mio nonno.»

La cassetta era stata pulita e lucidata da mio padre. L’aveva deposta nel loculo che s’era scelto, evidentemente perché la potessi trovare alla sua morte. In quello strano modo alla fine me l’aveva consegnata, senza nessuna indicazione, e quindi la potevo considerare mia. Ne potevo fare ciò che volevo. Potevo finalmente esaudire la curiosità che mi portavo dentro, sin dalla morte del nonno. E infatti, raggiunta la macchina, per sottrarmi alla curiosità degli operai, provai subito ad aprirla.

Non ci riuscii. Ero persino incerto nello stabilire se fosse fatta di legno o di marmo. Dovetti ricorrere all’aiuto d’un amico falegname.

Fu lui a dirmi, mentre armeggiava per aprirla, che senza dubbio era fatta di legno di ebano. Uno dei legni più densi, con il più alto peso specifico. E questo giustificava i miei dubbi sul fatto che fosse di marmo. «Un legno che viene dall’India e che può conservarsi per secoli anche sotto terra» aggiunse. E questo spiegava il perché fosse stato scelto quel materiale, per conservare quelli che, a suo tempo, mio padre aveva chiamato «i resti».

Ma che cosa poteva contenere? Al mio amico ci volle un bel po’

di tempo per risolvere il problema dell’apertura e sciogliere la mia curiosità. Quando finalmente riuscì a sollevare il coperchio, venne alla luce un oggetto avvolto in un panno che sembrava argentato.

Anche il panno era fatto con un materiale che non avevo mai visto prima.

Posai l’involucro sul tavolo e presi a liberarlo della strana tela che lo avvolgeva, curioso di capire quale fosse il contenuto.

D’istinto, mentre aprivo, pensavo a un libro, e non mi sorpresi quindi quando, liberato da quella originale carta da imballo, mi trovai tra le mani proprio un libro. O meglio, un manoscritto, molto simile a quelli che avevo potuto compulsare per le mie ricerche storiche, nella Biblioteca di Udine.

Lo sfogliai. Conteneva un testo latino manoscritto con una bella grafia, piccola e ordinata. Sulla copertina c’era una sorta di fascetta incisa, che mi fece pensare a quelle che si usano per ricordare un premio vinto dal libro. Portava scritto: Scriptori historiae castri, a colui che scriverà la storia del castello. Nella prima pagina il titolo.

De vita et moribus Aloisii Polo. La vita e i costumi di Luigi Polo, e una data, il 1300.

Come ho potuto avere conferma in seguito, si trattava dell’autobiografia d’un tale Luigi Polo, nato nel 1210 e morto molto vecchio nel 1300, arrivata sino a me, (passando di tomba in tomba, nel corso dei secoli). Dopo aver letto il manoscritto in latino, mi sono subito impegnato a farne una traduzione in un italiano facile e scorrevole.

È il testo che vado a riportare di seguito.

Sarebbe corretto trascrivessi l’originale, ma sono sempre meno quelli che studiano il latino. Finirebbe per restare un libro riservato agli studiosi di storia locale, mentre il racconto che vi ho letto merita un pubblico molto ampio.

Non è infatti soltanto un prezioso documento sulla storia della Carnia, ma è anche un documento straordinario che permette di fare luce sulla vita d’un importante personaggio della storia mondiale.

Il Luigi del manoscritto è infatti nientemeno che il nonno di Marco Polo, e dalla sua autobiografia si ricavano notizie fino ad ora assolutamente inedite sulla vita del famoso mercante-esploratore.

Nell’autobiografia del probabile antenato si trovano ampi stralci e anticipazioni de Il Milione, il racconto del viaggio in Cina dettato da Marco Polo allo scrittore Rustichello da Pisa.

E già questo basterebbe a confermare l’autenticità della biografia, e quindi a rendere credibile il racconto così originale e nuovo, che vi si trova della vita di Marco Polo. Un racconto fin qui inedito che riempie lo strano vuoto di notizie sulle origini e sulla vita d’un personaggio dell’importanza di Marco Polo.

Nello scritto di Luigi si documenta l’origine carnica del cognome Polo, e si spiega come i Polo dalla Carnia si siano trasferiti a Venezia e su tutta la costa settentrionale del mare Adriatico fino all’Istria. Fatto poi ancora più straordinario, si documenta la nascita in Carnia del più famoso esploratore di tutti i tempi.

Si può quindi ben capire l’impegno che ho messo nel trascrivere e nel dare alle stampe il manoscritto che aveva attraversato la storia, di tomba in tomba, per arrivare sino a me.

Dopo questa lunga premessa lascio quindi la parola a Luigi Polo che ho tradotto in una forma molto libera, ma (mi si creda!) con una estrema fedeltà al contenuto.

DE VITA ET MORIBUS ALOISII PAULI (Vita e costumi di Luigi

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