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Le notti di Londra

Le notti di Londra

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Le notti di Londra

Lunghezza:
166 pagine
2 ore
Pubblicato:
Apr 10, 2013
ISBN:
9788898017591
Formato:
Libro

Descrizione

Sole è una giovane donna. Donna, perché lavora, ha una vita e degli affetti solidi. Giovane, in quanto capace di volare con la fantasia e con il cuore. Come accade, le capita d’innamorarsi. Non di uno qualunque, ma di un attore famoso e molto affascinante. Le sue giornate sono scandite dai suoi film, che vede e rivede. Un’ossessione. Così decide di osare l’impossibile. Molla tutto, casa, lavoro e affetti, e vola a Londra sulle sue tracce. All’inizio è dura, la città immensa e il clima ostile sembrano scoraggiarla. Sole ha però un segreto che neanche lei conosce: un destino ineluttabile. Una fata le mostra la via, donandole poteri e forza. Per Sole inizia una nuova vita, il grande amore è alle porte. Intanto, a squarciare il velo di una realtà che si colora sempre più di sogno, strane apparizioni, visioni, ambienti d’incanto. Quel sogno si fa troppo grande, anche per un’anima limpida come quella di Sole. Un romanzo che fila via come un respiro, alternando lo schema classico "rosa" a incursioni di genere fantasy, poggiato su psicologie semplici come quelle delle favole, che regala una lettura quieta, accesa da lampi che rivelano inquietudini e intuizioni misteriche.
Pubblicato:
Apr 10, 2013
ISBN:
9788898017591
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Le notti di Londra - Rossella Iorio

Amleto

1

Quel giorno avevo deciso di non andare al lavoro, non mi andava di stare chiusa in un’aula piena di bambini irrequieti e incontentabili, erano troppi anni che tutte le mattine alla stessa ora mi svegliavo, mi facevo una doccia, mi vestivo il più comodamente possibile e incontravo la mia migliore amica per fare colazione al bar del rione dove abitavo – una specie di paesino immerso nella caotica città. Un posto tutto sommato carino, ma la cosa che mi infastidiva di più era che conoscevo ogni singola pietra di quel posto, ogni singola persona e per giunta la maggior parte dei bambini del luogo erano stati miei alunni. Insegnavo in una scuola materna.

Non mi andava proprio di sprecare quella bella giornata di sole. Mi ero svegliata troppo di buon umore per starmene chiusa, sentivo il bisogno di fare qualcosa di diverso. Il mio sogno di stanotte, mi dissi, non poteva essere sprecato. Avrei voluto che quel sogno fosse durato in eterno.

Feci velocemente tutto, mi lavai, mi vestii e scesi di corsa come se in quel momento ci fosse stato da soccorrere qualcuno per strada. Mentre camminavo, o forse correvo, iniziai a sentire i profumi più invitanti che avessi mai odorato provenire dalle pasticcerie della zona. Salutavo ogni persona che incontravo con un immenso sorriso, il sole mi baciava la pelle e tutto sembrava essere irreale soltanto perché l’avrei rivisto.

Sì, avrei rivisto l’amore della mia vita, sarei andata a rivedere il suo film per la quarta volta, io da sola in pieno mattino al cinema, come un vero appuntamento galante. Solo che io ero reale, invece lui dietro ad uno schermo. Ma in fondo era come se fosse lì con me.

La strada per arrivare al cinema mi sembrò interminabile.

Giunta a destinazione, venni accolta da una miriade di sguardi stupiti di vedere una persona avvicinarsi alla cassa e chiedere: «Scusa Rita, mi fai un biglietto?» Com’era possibile di primo mattino un biglietto per il film?

«Ma se stiamo ancora pulendo! E poi lo sanno tutti che i cinema aprono di pomeriggio.» Fu questo che l’espressione di Rita mi fece capire, ma essendo anche lei una mia cliente, se così si può definire (sua figlia era stata nella scuola dove io insegnavo) ebbe il buongusto di dire soltanto: «Guarda, Sole, stiamo ancora sistemando la confusione fatta da tutta la gente venuta ieri per questo film.» Si fermò un attimo e poi riprese: «Ma non l’hai visto già tre volte?» Non finì nemmeno di completare la frase, che io già stavo pensando: Cosa m’inventerò per non sembrare la pazza di turno? Dai, fatti venire in mente qualcosa.

Lei non potrebbe mai capire il legame che hai con lui.

«Sì, ecco, mmm… vedi Rita, ho bisogno di conoscere tutto il film in maniera dettagliata perché sto raccogliendo notizie sui protagonisti, sai, ho una vera passione per questo genere di cinema!»

Insomma, come scusa non era granché. E con Rita non avevo mai parlato di nessuna mia passione, ma sembrò convinta da quello che le stessi dicendo, perciò mi disse: «Se non ti dispiace guardarlo mentre finiscono di pulire, non ci sono problemi. Il biglietto te lo regalo io.»

Guardarlo con altri non sarà proprio la stessa cosa ma non importava, avevo un tremendo bisogno di vederlo.

«Grazie» risposi, «disponi di me quando vuoi.»

Con un sorriso stampato, le spalle chiuse come un riccio, mi recai nella sala 3. Non mi ero mai accorta di come fosse grande, le poltrone erano di colore rosso, ma questo non l’avevo mai notato.

Questa volta avevo un intero cinema tutto per me!

Potevo scegliere il posto migliore, e così fu.

Mi sistemai al centro della sala, avevo una visuale fantastica da lì.

Ero felice come una bambina, attesi qualche minuto, poi, a differenza della premessa fatta da Rita, non c’era nessuno che puliva e per giunta si spensero anche le luci. Ecco, il mio viaggio stava per iniziare.

Un’infinità di emozioni mi pervasero il corpo: alla sua prima apparizione sentii il cuore fermarsi, quegli occhi, i suoi occhi impressi su di me, ero io in quel momento la protagonista femminile, percepivo ogni suo movimento, ogni sua espressione, sentivo il suo respiro sul mio collo, i suoi abbracci mi avrebbero potuta soffocare e i suoi baci, così fuori dal normale.

Ogni cosa mi piaceva di lui, ma quello che mi faceva perdere il controllo era il suo modo d’amare. O almeno quello che io sentivo tale.

Tutto svanì per incanto con la scritta the end.

Ero lì per la quarta volta per lo stesso film, ma era come se non l’avessi mai visto; uscii dalla sala in uno stato di estasi, felice di aver continuato a sognare.

Ringraziai Rita e gli inservienti per avermi aspettato. Fuori c’era ancora un magnifico sole, ma ora era tutto così banale. L’effetto della mia droga era svanito. Sole, devi ritornare con i piedi per terra.

Mi sentivo svuotata, ma nel contempo sapevo che sognare faceva parte della mia esistenza.

Sin da piccola amavo rifugiarmi nel mio mondo, nella mia isola sicura, nel mio alt, qui è vietato entrare.

Il fatto che mia madre mi avesse catapultata molto presto nella realtà, nelle responsabilità, nel senso del dovere, aveva fatto crescere in me una sorta di sensazione di abbandono. Come se una parte di me, legata al sogno, mancasse.

Amare ed essere amata per me erano delle priorità.

Forse non avrei voluto crescere troppo in fretta né avere la sensibilità che ho, ma in parte mi ha resa quel che sono oggi: una ragazza semplice, coraggiosa, capace di affrontare l’inevitabile, e soprattutto innamorata dell’amore. L’amore fiabesco, quello più puro, quello che si vede al cinema, quello che lui mi faceva provare ogni volta che lo guardavo.

Mi sentii chiamare: «Sole, Sole!» La mia migliore amica, Didy.

«Ma che fine hai fatto? No, non mi dire, sei stata di nuovo…»

La interruppi: «Sì, sono stata di nuovo.»

E lei: «Perché non mi hai chiamata, sarei venuta anch’io.»

È inutile dirlo, anche Didy impazziva per lui, come altre miliardi di fan.

Mi fece un’infinità di domande, del tipo: «Hai fatto colazione? Che giustifica hai dato a scuola? E lui, lui com’era? Vieni a pranzo con me?» Tutte contemporaneamente e tutte con lo stesso respiro.

Didy è una ragazza magnetica, non si può non essere attratti da lei. Risposi a tutto e accettai l’invito a pranzo.

Mentre camminavo per andare ad assaporare una delle pizze più buone della città qualcosa, o meglio qualcuno, attirò la mia attenzione.

Essere guardata non era una novità, a dire degli altri non ero brutta, e per fortuna non avevo nessun difetto fisico. I miei trent’anni me li portavo bene ed ero consapevole di essere anche piacente: molto curata nell’aspetto, nonostante mi vestissi quasi sempre in modo comodo, e con i capelli tagliati a carré. Una deformazione professionale: lavorare con i bambini comportava praticità, senza per questo dover rinunciate all’eleganza.

Ma l’attenzione di questo qualcuno mi aveva infastidita. Non ebbi tempo di rendermi conto chi fosse e cosa volesse, fui assalita dalla banda di nostre amiche, tutte invitate da Didy per pranzo, una sorta di rimpatriata fuori programma.

Fu un bel pranzo: il posto incantevole, una piccola trattoria in stile country, calda e accogliente; i proprietari persone deliziose e la compagnia eccellente. Tutto sembrava perfetto: avevo rivisto lui, stavo insieme alle mie amiche mangiando divinamente in un luogo eccezionale. Cosa potevo desiderare di più?

Ma la mia serenità all’improvviso fu scossa da quello sguardo che avevo incrociato, da quella persona che per un attimo mi aveva turbata. Cercai di ricordare: Sarà qualcuno che conosco? Non riuscivo a fare chiarezza, sapevo soltanto che una sorta di agitazione mi aveva avvolto. Dovevo capire.

Anche se con rammarico, cercai di concludere quel piacevole momento inventandomi un impegno all’ultimo minuto, salutai affettuosamente le mie compagne e uscii dalla trattoria.

Nel ritorno verso casa cercavo disperatamente di dare una spiegazione al mio stato d’animo dicendomi: Sole, ti sei impressionata, forse quella persona ti ha semplicemente guardata. Mentre mi perdevo in ipotesi, qualcuno afferrò il mio braccio con delicatezza ma decisione. Mi girai di scatto come per difendermi e rividi quello sguardo: era lui, la persona che aveva turbato la mia giornata idilliaca.

Cercai di mantenere la calma ma l’adrenalina era tanta. Sforzandomi di sembrare tranquilla, dissi: «Prego? Ci conosciamo?»

Dall’altra parte ci fu un attimo d’imbarazzo; l’espressione di quell’uomo cambiò come per magia, i suoi lineamenti – già delicati – si addolcirono ancora di più e dalla sua bocca uscì: «Mi deve scusare se l’ho spaventata, non era mia intenzione. Ho rifatto questa strada cento volte con la speranza d’incontrarla. Sono stato nella scuola dove lei lavora e non l’ho trovata, allora ho pensato di cercarla.»

Cercarmi? Ma chi sei? Cosa vuoi? Ti conosco?

pensai.

«Mi dica pure» gli risposi, «ci conosciamo?» ripetei.

«No, non ci conosciamo. E non pensi che io voglia attaccare bottone con lei per altri fini. Mi spiego meglio: siccome mia moglie a breve dovrà partorire, avevamo intenzione d’iscrivere il nostro primo figlioletto, di due anni e mezzo, nella scuola dove lavora lei. Il nostro desiderio sarebbe che fosse lei la sua maestra, abbiamo sentito parlare divinamente dei suoi metodi d’insegnamento.»

In quel momento la rabbia che percepivo attraversare tutto il mio corpo dalla punta dei capelli a quella dei piedi era fuori dal normale: non avevo parole per descrivere l’inadeguatezza di quel comportamento. C’era stato il bisogno impellente di pedinarmi e di farmi fantasticare sulle cose più assurde per poi chiedermi quello? Non poteva aspettare l’indomani, quando sarei ritornata a scuola? Cose così mi facevano capire ancor di più che quella che stavo vivendo non era la vita per me.

Cercai di ricompormi, non so quale potesse essere diventato il mio aspetto in quel momento, e risposi con diplomazia: «Mi dispiace, caro signore, penso che questo non sia il luogo adatto per poter parlare.

L’aspetto domani a scuola. Mi saluti tanto sua moglie.»

Non gli diedi neanche il tempo di poter rispondere che già ero andata via. Non era la prima volta che mi sentivo invasa nella mia privacy, nella mia libertà. E

questa cosa non mi andava proprio giù.

Tornai a casa e cercai di rilassarmi: accesi lo stereo, le paradisiache melodie dei suoi film iniziarono a inebriare ogni singola fibra del mio corpo; in quei momenti niente aveva più senso per me, mi sentivo cullata erano come una dolce ninnananna.

Vivere da sola aveva i suoi lati positivi.

I miei genitori avevano deciso di godersi la vita, girare il mondo era sempre stata la loro passione e dopo tanti sacrifici stavano realizzando il loro sogno.

Erano diventati una sorta di nomadi. Saperli felici mi bastava, anche se a volte il calore di una persona di famiglia mi avrebbe fatto bene.

Mia sorella abitava a pochi isolati da me, ma la sua era una vita super incasinata: un marito e due figli rendevano le sue giornata delle vere e proprie maratone e nonostante amassi i miei nipotini, non mi andava di complicarmi la vita con altri impegni e stress. Sentirla a telefono mi bastava.

M’immersi nei miei sogni, sicura che l’indomani sarebbe accaduto qualcosa che avrebbe cambiato tutto, per sempre.

2

Il cielo quella mattina era coperto da nuvole e l’aria piacevolmente fresca, del resto l’inverno era alle porte.

Adoravo camminare di primo mattino quando la città dormiva ancora, potevo osservare tutto senza distrazioni.

Quando uscii di casa ero più rilassata, la convinzione che quello sarebbe stato un giorno indimenticabile s’insinuava sempre di più nella mia mente.

In classe i bambini mi accolsero come se fossi mancata per tanto tempo, le loro dimostrazioni d’affetto mi facevano sentire unica e speciale. Il loro entusiasmo fu alle stelle quando

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