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Nuova Grammatica Latina digitale: con esercizi e appendice metrica
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E-book481 pagine4 ore

Nuova Grammatica Latina digitale: con esercizi e appendice metrica

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Info su questo ebook

Un testo completo, che fornisce con chiarezza tutte le nozioni necessarie allo studio del latino: un autorevole ed interattivo strumento di consultazione, nato in digitale. Con esercizi per il controllo della comprensione del testo e con appendice metrica. Consultando l'indice si evidenzia la completezza dell'opera e il metodo di insegnamento.
LinguaItaliano
Data di uscita14 ott 2013
ISBN9788897982692
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    Anteprima del libro

    Nuova Grammatica Latina digitale - Maria Rita Antonelli

    Maria Rita Antonelli

    Nuova Grammatica Latina

    digitale

    con esercizi e appendice metrica

    DIGITAL INDEX

    Collana Digital Docet - Lettere e grammatiche

    La collana curata da insegnanti di esperienza, presenta testi fondamentali per il rinforzo degli apprendimenti di base e che rispondono alle esigenze sia di sviluppo che di recupero.

    Testi nativi in digitale, per un apprendimento più efficace e corrispondente alle richieste degli studenti e degli insegnanti che guardano al futuro della didattica.

    Nemo reperitur, qui sit studio nihil consecutus.

    Quint. Inst.1, 1, 3.

    Il tempo… è un dono di cui avere cura condividendolo con gli altri.

    Educare significa aprire la possibilità di un tempo sensato a chi cresce.

    R. Mancini, 2008

    Capitolo 1 - La morfologia

    L’alfabeto latino comprende 23 lettere, delle quali 21 latine e due greche (y, z):

    ABCDEFGHIKLMNOPQRSTVXYZ

    a b c d e f g h i k l m n o p q r s t u x y z

    La pronuncia usata nelle scuole italiane e dalla Chiesa Cattolica risale a quella dell’epoca di Costantino, III e IV secolo dopo Cristo, e in parte differisce da quella di un Romano colto del I secolo avanti Cristo.

    Rispetto all’italiano, le differenze più importanti nella pronuncia sono:

    ph, th, chsi pronuncianof, t, ecgutturale (come il nostrocane).

    il gruppoti,quando è seguito da vocale, si pronunciazi.Otium,il tempo libero,si pronunciaòzium.

    il gruppoglisi pronuncia con lagvelare (dura),glis, ghiro, si pronunciaghlis.

    la pronunciatipermane quando laiè accentata,petìeram, avevo chiesto; quando il gruppotiè preceduto das, t, x,òstium, apertura,Mettius, Mettio, nome proprio,mixtio,miscela; nelle parole di origine greca, Miltìades; negli infiniti arcaici,ùtier=uti, usare.

    C si pronuncia g nei prenomi Caius(che va pronunciato Gaius) e Cnaeus(che va pronunciato Gnaeus).

    V e u non erano lettere diverse, ma varianti dello stesso segno, erano usate rispettivamente per la maiuscola e per la minuscola. Nel latino classico la pronuncia della u iniziale di uiuus, vivo, aggettivo, si distingueva da quella di unus, perché la prima valeva come semivocale, come uovo in italiano, la seconda come vocale, come uno in italiano. Cauneas, vendo fichi di Cauno fu interpretato come auspicio negativo per Crasso, che partiva per la guerra contro i Parti, cioè, come cave ne eas, guardati dall’andare. Cau(neas) e cav(e) erano pronunciati allo stesso modo.

    Il passaggio di u a v, nella pronuncia, inizia nel I secolo d.C. La distinzione tra i due segni risale al 1500.

    I dittonghi sono:

    au, aurum.

    ae, oe, che si pronuncianoe,rosae, coelum, si pronuncianorose, celum.

    eu, ei, che ricorrono in poche parole,ceu, come,ei,dativo del pronomeis,ea, id, a lui, a lei.

    ui,che compare inhuic,dativo del pronomehic, haec, hoc,a questo, a questa, ecc.; e incui,dativo del pronomequi, quae, quod,al quale, alla quale, ecc.

    La i e la u formano dittongo quando sono semiconsonanti.

    La i è semiconsonante quando si trova all’inizio della parola ed è seguita da vocale, iocus, io-cus, il gioco, oppure è all’interno della parola ed è preceduta e seguita da vocale, peior, pe-ior, peggiore.

    La u è semiconsonante quando si è preceduta da q, aqua, a-qua, acqua, quando è preceduta da g, lingua, lin-gua ( ma non in certi perfetti come vigui, vi-gu-i, sono stato vigoroso, negli aggettivi uscenti in –guus, ambiguus, am-bi-gu-us, ambiguo), quando è preceduta da s in parole come suavis, sua-vis, soave, consuetus, con-sue-tus, consueto ( ma non sua, su-a, sua, aggettivo o pronome possessivo, consuo, con-su-o, cucio).

    Quantità e accento

    Le vocali in latino si distinguono in brevi, ad esempio la penultima (e anche la terzultima) e di lĕgĕre, leggere, e lunghe, la penultima e di mŏnēre, ammonire. La durata, breve o lunga, delle vocali, e, come vedremo nell’appendice metrica, delle sillabe, si chiama quantità. 

    La quantità poteva avere anche valore distintivo, ad esempio rŏsă, nominativo, termina con la –ă( a breve) mentre rŏsā, ablativo, termina con la –ā ( a lunga) e la funzione che le due parole svolgono nella frase è ben diversa. 

    La pronuncia delle vocali brevi richiedeva un tempo inferiore rispetto a quella delle vocali lunghe. 

    L’accento latino era musicale, la sillaba accentata di una parola era pronunciata secondo una nota musicale più alta rispetto alle altre. L’accento italiano è di intensità, noi impieghiamo più energia, facciamo uscire più aria dai polmoni, per pronunciare la sillaba accentata.

    Quando pronunciamo il latino, noi non siamo più abituati a riprodurre né la quantità, né l’accento musicale.

    Regole sull’accento:

    L’accento non cade sull’ultima sillaba di una parola, a meno che non sia caduta l’ultima vocale, come illìc, illùc, lì, stato e moto a luogo, istìc, istùc, qui, stato e moto a luogo, che originariamente terminavano in –e, illice, ecc.

    L’accento può trovarsi sulla penultima o sulla terzultima sillaba di una parola polisillaba.

    L’accento si trova sulla terzultima sillaba se la penultima è breve: lĕgĕre, si pronuncia lègere; si trova sulla penultima se questa è lunga, mŏnēre, si pronuncia monère.

    Una vocale davanti ad un’altra vocale si abbrevia. Noi diciamo filosofìa, in latino si dice philosòphia.Se citiamo la Monarchìa di Dante, possiamo anche accentare la i, perché è probabile che così allora fosse pronunciata la parola, ma se diciamo De monàrchia, è meglio seguire la pronuncia del latino classico.

    Radice, tema, desinenza

    Sono gli elementi che troviamo in ogni parola.

    Nell’italiano temibile troviamo la radice tem-, l’elemento base, che è comune a tutte le parole della stessa famiglia, il tema temibil- formato dalla radice, più il suffisso – bil- che indica chi può ricevere una certa azione, uniti dalla vocale tematica –i-, la desinenza –e, che indica il singolare. Temevamo presenta la radice tem-, la vocale tematica –e-, il suffisso –va- la desinenza -mo, della prima persona plurale.

    Nell’inglese helper, troviamo la radice help- e il suffisso –er, di chi compie l’azione, la parola significa aiutante. Helpless presenta la stessa radice help- e il suffisso -less, che ha valore negativo, la parola significa indifeso, senza aiuto.

    Nel latino timemus abbiamo la radice tim-, la vocale tematica –e-, per cui abbiamo il tema time- e la desinenza –mus, della prima persona plurale.

    La radice contiene il significato fondamentale della parola.

    Il tema, formato dalla radice da sola o più la vocale tematica e/o gli affissi (prefissi, infissi, altri suffissi), presenta le varianti al significato di base. È la radice della parola ampliata, ma senza la desinenza.

    La vocale tematica o predesinenziale è quella con cui si chiude il tema, è un suffisso, a cui eventualmente se ne possono aggiungere altri.

    La desinenza è la parte finale, che indica la forma e la funzione della parola nella frase. Indica il genere, il numero e il caso nei sostantivi, negli aggettivi e nei pronomi, il numero, la persona e il modo nei verbi.

    Tutti questi elementi non sempre sono ben riconoscibili nella parola, per molti motivi: a causa, ad esempio, dell’apofonia (conficio,porto a termine, ha la stessa radice di facio,faccio), della trasformazione dei gruppi consonantici (bellum deriva da duellum, scontro tra due, e ha la stessa radice du- di dubius, dubbioso), o della fusione tra vocale tematica e desinenza (amo deriva da am-a-o).

    La conoscenza del significato della radice e di alcuni suffissi, grazie ai rapporti associativi, ci aiuta a capire il significato di una parola. 

    Ad esempio, conoscendo il significato di help-less, comprendiamo subito quello di home-less; in pri-mo riconosciamo il suffisso –mo del superlativo, come in bellissi-mo. Bus era la desinenza di omni-bus, per tutti, parola che poi fu usata per indicare i mezzi di trasporto pubblici. Su omnibus sono sono stati coniati filobus, autobus, finché bus, in inglese, è diventato sinonimo delle parole precedenti.

    Osservazione: l’apofonia è l’alternanza di una vocale all’interno di una parola, di un suffisso, di una desinenza, dovuta in origine a motivi di carattere fonetico, che ha acquisito poi valore morfologico o semantico. 

    Es. in tedesco, gehen, andare, infinito, ging, andai, perfetto, gegangen, andato, participio passato. In italiano, siedo, sediamo. In latino, vīdi, vidi,perfetto; vĭdēre, vedere, infinito; făcio, faccio, presente, fēci, feci, perfetto.

    La declinazione

    In latino i nomi, gli aggettivi, i pronomi sono caratterizzati, oltre che dal genere e dal numero, anche dal caso.

    Il numero

    Come in italiano, può essere singolare e plurale.

    Il genere

    Può essere maschile, femminile e neutro. I nomi neutri hanno la medesima desinenza al nominativo, all’accusativo e al vocativo singolare e al nominativo, all’accusativo e al vocativo plurale.

    I casi

    Indicano la funzione che un nome, un pronome o un aggettivo svolge all’interno della frase, mentre in italiano questo ruolo lo svolgono gli articoli e le preposizioni nonché la posizione delle parole. L’ordo verborum italiano prevede soggetto, predicato e complementi. Se dico Mario ama Maria, il senso è che Mario, soggetto, ama Maria, complemento oggetto.

    In latino sono le desinenze a determinare il significato, per cui possiamo avere Marius amat Mariam, ma anche Mariam amat Marius. Mariam è in accusativo, è il complemento oggetto, Marius è in nominativo, è il soggetto.

    In latino ci sono anche le preposizioni, che sono seguite da specifici casi, e che contribuiscono a determinare la funzione dei termini cui si uniscono.

    Distinguiamo i casi retti, nominativo e vocativo, e i casi obliqui, genitivo, dativo, accusativo, ablativo.

    Del caso locativo, che aveva desinenza –ĭ e che indicava lo spazio o il tempo in cui avveniva un’azione, rimangono alcune forme, spesso avverbi di luogo o di tempo: hic,qui, illic,là, ibi, ubi, dove, stato in luogo, perĕgri,all’estero, ruri, in campagna, viciniae,nelle vicinanze, humi,a terra, domi, in casa, in patria, heri, ieri, vesperi, di sera, luci, di giorno, meridie, a mezzogiorno, cotidie, ogni giorno. Anche lo stato in luogo: Romae, da Romā-i, Carthagini erano locativi. Che queste forme fossero avverbiali si deduce dal fatto che si dice Romae, ma in ipsa Roma, domi, ma in magna domo. Il locativo è confluito nell’ablativo o è espresso da preposizioni (in, ad, apud), seguite dal caso necessario.

    Il Nominativo è il caso del soggetto e di tutto ciò che al soggetto si riferisce, attributo, apposizione (ma questo vale per tutti i casi), ma in particolare è il caso del nome del predicato, e del complemento predicativo del soggetto. Risponde alla domanda: Chi? Che cosa?

    Il Genitivo è il caso del complemento di specificazione, del complemento partitivo, del complemento di qualità. Indica l’appartenenza. Tra tutti i casi è quello che esprime il rapporto più generale. È retto dalla preposizione causa (o gratia), che indica il complemento di fine o la causa. Risponde alla domanda: Di chi? Di che cosa?

    Il Dativo è il caso del complemento di termine, del complemento di fine. Indica chi è interessato al processo verbale. Esprime il complemento d’agente nella perifrastica passiva, ma anche con altre forme verbali. Risponde alla domanda: A Chi? A che cosa?

    L’Accusativo è il caso del complemento oggetto, del complemento predicativo dell’oggetto, dell’accusativo di relazione, del complemento di tempo, del complemento di moto a luogo, del complemento di moto per luogo. Indica un movimento verso. Può essere retto dalle preposizioni in, ad, apud,ecc. Risponde alla domanda: Chi? Che cosa?

    Il Vocativo indica a chi o a che cosa si rivolge il discorso. Spesso è seguito da un verbo all’imperativo o al congiuntivo esortativo.

    Es.: Sicelides Musae, paulo maiora canamus!/ Non omnis arbusta iuvant humilesque myricae. Verg. Buc. 4, vv.1-2.

    O Muse siciliane, cantiamo un carme un po’ più impegnativo, non a tutti piacciono gli arbusti e le basse tamerici.

    Sycelides Musae è vocativo; canamus è congiuntivo esortativo. Così inizia la quarta Ecloga di Virgilio, quella in cui il poeta cantava un bambino, che doveva nascere, con il quale sarebbe iniziata una nuova età dell’oro. Per questo motivo Virgilio venne considerato un profeta del Cristianesimo, vedi Dante , Pg. 22, vv. 65-75.

    I versi citati, diversamente suddivisi, costituiscono i sottotitoli (e un titolo) delle raccolte poetiche di G.Pascoli.

    L’Ablativo è il caso del punto di partenza. Con i verbi passivi esprime il complemento di agente, preceduto da a o ab, e di causa efficiente. In ablativo vanno i complementi di causa, di moto da luogo, questo preceduto da a o ab, e o ex, de; di origine, di materia, di qualità, il secondo termine di paragone, il complemento di tempo, il complemento di argomento, questo preceduto da de. Oltre all’idea di allontanamento o di separazione, l’ablativo esprime la funzione strumentale /sociativa, e quindi i complementi di moto per luogo (quando si tratta di un passaggio obbligato), di modo, di mezzo, di compagnia, talora preceduto da cum. Vi è confluito il caso locativo e quindi in ablativo si esprime il complemento di stato in luogo, a volte preceduto da in.

    I complementi

    Segue l’elenco dei casi e dei principali complementi che si esprimono nei medesim

    Caso Complementi

    Nominativo soggetto, predicativo del soggetto, nome del predicato.

    Genitivo specificazione, partitivo, qualità.

    Dativo termine, fine, agente (con la perifrastica passiva e non solo).

    Accusativo complemento oggetto, predicativo dell’oggetto, accusativo di relazione, moto a luogo (+ in), moto per luogo (+per), tempo.

    Vocativo vocazione

    Ablativo agente (+a o ab), causa efficiente, causa, origine, qualità, moto da luogo (+a o ab, e o ex, de), materia (+de), argomento (+de), secondo termine di paragone,tempo, mezzo, modo (a volte +cum), compagnia e unione (+cum), stato in luogo (+in), moto per luogo (se indica il passaggio, la funzione è strumentale), stato in luogo (+in).

    Il complemento di moto da luogo è espresso, in genere, da a o ab, se il movimento inizia dal margine, fuga ab urbe, la fuga dalla città, da e o ex, se il movimento parte dal centro, ex imo corde,dal profondo dell’animo, da de, se il movimento avviene dall’alto verso il basso, descendit de coelo, discende dal cielo.

    Le preposizioni

    Segue l’elenco delle principali preposizioni, con i casi con cui si costruiscono e il complemento corrispondente.

    Preposizione + caso significato complemento

    Ad + accusativo presso, moto a luogo

    Ad + accusativo verso fine

    Apud + accusativo presso stato in luogo

    In + accusativo a, verso moto a luogo

    In + ablativo a, in stato in luogo

    A o ab, e o ex, de + ablativo da moto da luogo

    Per + accusativo per mezzo mezzo, se è una persona

    Per + accusativo attraverso moto per luogo

    Per + accusativo per tempo continuato

    Sub + accusativo sul far di tempo

    Sub + ablativo sotto stato in luogo

    De + ablativo di, su, intorno a argomento

    De + ablativo di materia

    Prae + ablativo per, a causa causa impediente

    Cum + ablativo con compagnia

    Cum + ablativo con modo

    Le declinazioni

    Declinare un nome, un aggettivo, un pronome, significa enunciarlo in tutte le desinenze che può avere. 

    Per i nomi ci sono cinque declinazioni, per gli aggettivi due classi, più la distinzione tra grado positivo, comparativo e superlativo, poi ci sono gli aggettivi numerali, i possessivi, gli indefiniti e i numerosi pronomi.

    Le coniugazioni

    Coniugare un verbo significa enunciarlo in tutti i tempi, i modi e le persone, distinguendo la diatesi attiva, passiva o deponente; poi ci sono i verbi irregolari, difettivi, anomali, ecc.

    Gambe in spalla, si studia a memoria! La morfologia di base va studiata a memoria. Studiare deriva dal latino studeo, studēre,che significa aver passione per. Learn by heart, apprendre par coeur, indicano che lo studiare a memoria ha a che fare con la nostra interiorità e con la nostra affettività. La memoria è alla base delle nostre certezze. Noi ricordiamo perfettamente le informazioni che ci riguardano e che ci interessano, perché hanno un riscontro nella nostra vita.

    Se studiamo l’inglese, dobbiamo mandare a memoria una serie di regole grammaticali e forme idiomatiche che ci saranno comunque utili.

    Difficilmente avremo occasione di parlare latino, ma lo leggeremo nelle iscrizioni, nelle opere che sono arrivate sino a noi e in quelle che, nel corso dei secoli, hanno continuato ad essere scritte in questa lingua.

    Quanto ai vantaggi dello studio di questa lingua, li vedremo strada facendo. Potrei intanto citare un manager ( Corriere della Sera, 27 ottobre 2011) che dice che fare una versione di latino abitua ad analizzare situazioni complesse: aiuta a sviluppare il pensiero strategico, a disegnare, cioè, un piano di sviluppo che regga nel lungo periodo, a dominare la complessità, a concentrarsi sull’analisi, prima di passare al giudizio.

    Studiare il latino significa conoscere i capolavori della letteratura latina direttamente nella loro lingua.

    Significa conoscere una lingua che, incessantemente modificata, senza soluzione di continuità, si è gradualmente trasformata nelle principali lingue romanze e anche nel nostro italiano, latino di duemila anni dopo. Dunque significa conoscere la nostra lingua come era duemila anni or sono.

    Confucio diceva che, come un uomo non potrebbe conoscere la propria immagine senza guardarsi allo specchio, così una civiltà non si può conoscere senza avere nozione del suo passato. 

    Senza conoscenza del passato non possiamo progettare il futuro.

    La prima declinazione

    Appartengono alla prima declinazione i nomi che escono al nonimativo singolare in –ă e al genitivo in –ae. Sono per lo più nomi femminili, pochi sono i nomi maschili.

    Diamo la flessione di un nome femminile, rosă, la rosa.

    Il genitivo singolare originariamente usciva con queste desinenze: in - ās, o in –āī; sono arcaismi dovuti o alle esigenze del lessico giuridico (la lingua del diritto ovvero quella religiosa, soprattutto in epoca arcaica, è un punto di riferimento per quella letteraria) o della lingua poetica, anche per motivi metrici: la desinenza –āī è formata da due sillabe, mentre –ae, è un dittongo e costituisce ormai una sola sillaba. āī > ăī > ăĭ > ai / ae

    Es. 1: Patris familias fundus felicissimus, qui colonos indigenas habet. L.Volusio in Columella.

    È molto redditizio il fondo del padre di famiglia che ha coloni indigeni.

    Quella del pater familias è una figura giuridica con ampi poteri, sui servi, ma anche sui figli.

    Es. 2: Effice ut interea fera moenera militiai,/ per maria ac terras umnis sopita quiescant.Lucr. 1, vv. 29-30.

    Fa’ in modo i duri doveri della guerra riposino tutti sopiti, per mare e per terra.

    Il genitivo plurale può uscire in –um, o per influsso del greco (la cultura latina è fortemente influenzata da quella greca) e/o per motivi metrici, con la desinenza -um la parola ha una sillaba in meno rispetto alla desinenza –orum. Questo vale anche per i nomi della seconda declinazione.

    Alcuni sostantivi hanno un diverso significato per il singolare e per il plurale, ad esempio littera, al singolare, significa la lettera dell’alfabeto, mentre litterae, al plurale, indica la lettera (missiva) o la letteratura, perché sono scritte con molte lettere dell’alfabeto. 

    Alcuni nomi hanno solo il plurale (pluralia tantum), come alcuni nomi di città, ad esempio Syracusae, Siracusa, perché era costituita da più quartieri.

    La seconda declinazione

    Appartengono alla seconda declinazione:

    i nomi che escono al nonimativo singolare in–ŭs,sono nomi per lo più maschili,quelli femminili sono nomi di alberi e di piante (perché gli alberi producono frutti, trasmettono la vita, come le creature femminili).

    i nomi che escono al nominativo singolare in –ĕr e in–ĭr, sono tutti maschili.

    i nomi neutri che escono al nominativo singolare in –ŭm.

    Diamo la flessione di un nome in –us, lupus,il lupo e di un nome in –ir, vir, l’uomo e di un nome neutro, verbum, la parola.

    Es. Virum mihi, Camena, insece versutum Livio Andronico, fr. 1 Morel

    L’uomo dal multiforme ingegno narrami o Camena.

    Così inizia l’Odusia di Livio Andronico (intorno al 240 a. C.), questo primo verso è la traduzione del primo dell’Odissea di Omero (àndra moi ènnepe Mousa polỳtropon).

    Le uniche differenze sono Camena, antica divinità delle fonti, al posto di Musa, e l’aggettivo semplice versutum, al posto dell’aggettivo composto polỳtropon.

    Quello che ci interessa è che virum è la prima parola della letteratura latina. Vir deriva dalla radice ἵs (come anche vis, forza ) che indica la forza attiva.

    Il genitivo singolare dei nomi che hanno la vocale i prima della desinenza, come Horàti-us, o come benefìci-um, può essere regolare, Horàti-i benefìci-i, o contratto.

    Horàti, benefìci. Se la vocale i è preceduta da un’altra vocale, Gai-us, il genitivo è Gai.

    Il vocativo singolare di filius e di Antonius è rispettivamente fili e Antoni. O figlio mio si dice fili mi.

    Il sostantivo deus, il dio, sempre per influsso dei diversi strati della lingua religiosa, presenta più possibilità nella flessione.

    Al vocativo singolare possiamo trovare, oltre a deus, anche dive, che è anche il vocativo di divus, diva, divum, aggettivo della prima classe, che significa divino, ma esistono anche divus, sostantivo maschile che significa dio, e divum, sostantivo neutro che significa cielo scoperto.

    Al nominativo e al vocativo plurali, oltre a dei, possiamo trovare anche dii o di. Al dativo e all’ablativo plurali, oltre a deis, possiamo trovare anche diis o dis.

    La parola ha la stessa radice di dies, giorno e di Juppiter (*dyeu-pater), genitivo Jovis, Zeus, Giove, il padre degli dei. Questa radice si riferisce a ciò che è luminoso. Gli dèi dei Romani erano celesti. Stretto era il rapporto dei Romani con la religione e le divinità.

    Anche per la seconda declinazione esistono nomi che sono usati solo al plurale (pluralia tantum) o il cui significato cambia se sono usati al plurale o al singolare.

    Gli aggettivi della prima classe

    Due sono le classi di aggettivi:

    la prima classe, che segue per il maschile e per il neutro la flessione della seconda declinazione e per il femminile la flessione della prima declinazione.

    la seconda classe, che segue la flessione della terza declinazione.

    Gli aggettivi della prima classe possono avere il nominativo maschile singolare in-us o in –er.

    Diamo l’esempio di bonus, bona, bonum, buono, e di miser, misera, miserum, misero, sventurato, detto anche dell’innamorato non corrisposto.

    Come gli aggettivi in –us si declinano:

    meus-mea-meum, mio, aggettivo e pronome possessivo,tuus, tua, tuum, tuo,suus,sua, suum, suo.

    il participio passato, es.laudatus, laudata, laudatum

    il participio futuro, es.laudaturus, laudatura, laudaturum

    il gerundivo, es.laudandus, laudanda, laudandum

    Come gli aggettivi in –er si declinano:

    noster, nostra, nostrum,nostro, aggettivo e pronome possessivo,vester, vestra, vestrum,vostro.

    L’aggettivo, sia attributo sia predicato nominale, concorda in genere, numero e caso con il nome cui si riferisce.

    L’aggettivo può essere anche sostantivato. Quando è usato al neutro il suo significato è astratto. 

    Es. bonum, il bene, malum, il male, iustum, la giustizia, verum, la verità, ecc.

    La terza declinazione

    È costituita da un gran numero di nomi maschili, femminili o neutri. Per questa declinazione non possiamo catalogare i nomi in base al nominativo singolare, la cui uscita è varia. Un nome della terza declinazione può uscire al nominativo in una delle vocali -ŏ,- ō, -ĕ, -ă o in una delle consonanti -s -x, -l, -n, -r.

    Il genitivo singolare esce sempre in –ĭs; se noi togliamo questa desinenza ad un nome al genitivo, ricaviamo il tema della parola cui si uniscono le desinenze degli altri casi.

    I nomi che al nominativo e al genitivo singolare hanno lo stesso numero di sillabe si dicono parisillabi, quelli che al genitivo hanno un numero di sillabe maggiore si chiamano imparisillabi.

    I nomi della terza declinazione si dividono in tre

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