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Minimo comun sax tenore

Minimo comun sax tenore

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Minimo comun sax tenore

Lunghezza:
293 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
15 ott 2015
ISBN:
9788899394226
Formato:
Libro

Descrizione

Tre storie d'amore tormentate e difficili, unite tra loro da un destino "curvilineo e sinuoso" a forma di sax tenore. E complicate dalle concrete difficoltà quotidiane tipiche dei nostri tempi, dalle quali nemmeno il sentimento più grande può esimersi dal dover fare i conti: tra precariato economico e distanze laceranti, c'è un "minimo comun sax tenore" ad intersecare tra loro tutte queste vicende. Nelle quali le figure femminili sono preponderanti e decisive, mentre sullo sfondo c'è sempre la medesima città: Parigi, proprio quella dove questo magnifico strumento a fiato venne brevettato.
Editore:
Pubblicato:
15 ott 2015
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9788899394226
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Libro

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Anteprima del libro

Minimo comun sax tenore - Matteo Femia

Matteo Femia

Minimo comun sax tenore

Edizioni Eve

Matteo Femia

Minimo comun sax tenore

©Edizioni Eve

www.edizionieve.it

Ogni riferimento a cose, luoghi o persone è da ritenersi del tutto casuale

TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI

Edizioni Eve è un marchio editoriale

Di Editrice GDS

Via Giacomo Matteotti 23

20069 Vaprio D’adda-Mi

1

I’M A FOOL TO WANT YOU (Dexter Gordon)

Aveva immediatamente percepito un tumulto dentro di sé in Avenue Moliere osservando in lontananza quella donna così elegante e fascinosa, dai capelli biondi e lisci e dalle movenze rapide e decise.

Un’andatura simile potevano averla solo poche al mondo; anzi, forse solo lei.

In quei concitati istanti in cui si accorse che poteva davvero avere ragione, capì dalla crescita del battito del suo cuore come in fondo quella figura dalla camminata leggiadra rappresentasse per lei un punto di riferimento quasi obbligato, tanto si assomigliavano l'una con l'altra.

Si avvicinò con passi veloci, aumentando il ritmo in modo che potesse farle guadagnare terreno nei confronti di colei che stava dall’altra parte della strada, a una cinquantina di metri. Il tutto senza dare troppo nell’occhio. D’altronde, se era lì, a seguirla con rispetto e sicurezza a poche decine di metri, era anche perché il portamento era una qualità di entrambe.

Che figura sarebbe stata avvicinarsi a lei fermandola tutta trafelata, biascicando parole frettolose e inopportune come una fan maldestra o un paparazzo qualsiasi.

Non si sarebbe comportata così. E quindi avrebbe sì cercato di raggiungerla, ma senza superare quella sottile linea rossa che fa entrare negli ispidi terreni del disagio e della vergogna.

Cate era lì, a meno di cinquanta metri, vestita con una semplice t-shirt e un paio di jeans che la rendevano così umana e inarrivabile allo stesso tempo. Camminava da sola, forse perché stava per dirigersi in un appartamento parigino di qualche collega o amica; oppure perché magari stava per andare a qualche appuntamento di lavoro.

Aveva rallentato il passo e questo permetteva a Diane di esserle sempre meno distante. Ma quando si trovò a non più di dieci metri da lei - sebbene l’altra fosse solo di spalle - capì che si stava sbagliando.

Ci era andata molto vicina però, perché quella donna a pochi metri da lei era davvero simile alla persona che credeva. Volle avere la certezza di aver commesso un errore e decise di superarla, tanto a quel punto era chiaro che non ci sarebbe stato più da arrossire per un avvicinamento. La donna che aveva seguito negli ultimi cinque minuti era infatti una perfetta sconosciuta: ne fu certa quando le passò accanto e la osservò con la coda dell’occhio, come solo lei sapeva fare, attenta a non farsi notare.

Si trattava di una bellissima ragazza dai lineamenti vagamente nordici e dallo charme tutto francese tra i 30 e i 35 anni, e non era l’attrice che le aveva fatto capire d’essere non solo la sua preferita, ma anche il suo contraltare come donna nella vita di tutti i giorni. Ebbe coscienza di questo esattamente da quel momento.

Cate Blanchett stava al mondo del cinema come Diane a quello del quotidiano tran-tran della Ville Lumiere e non solo per la comunanza di un fisico slanciato, di un viso incantevole e di un capello lucente.

Diane lo aveva sempre in qualche modo percepito senza averne mai del tutto la piena coscienza, fino a quel pomeriggio, fino a quei passi affrettati. Ogni personaggio interpretato dall’attrice australiana era in qualche modo riconducibile a lei e al suo modo di essere giornaliero.

Era infatti da sempre dotata di quella capacità di ammaliare con charme regale, ma austero da regina Elizabeth, perché Diane nella sua vita aveva compreso che per superare le avversità aveva tre armi a disposizione: un fascino senza tempo, un'intelligenza sopraffina e una sensibilità decisa.

Ma Diane era anche la Cate Blanchett di Babel: una donna adagiata su un concetto di amore privo di alcun sussulto, e che solo un agguato della vita avrebbe improvvisamente rinvigorito. E Diane era soprattutto la Daisy de Il curioso caso di Benjamin Button e non solo per la comune iniziale del nome. Come lei, infatti, Diane era una ballerina di danza classica a Parigi, amante del jazz e di New Orleans. Tanto da esserci stata qualche anno prima in vacanza. E proprio in quel luogo aveva definitivamente dato il via libera anche alla sua vena da musicista, portandola di lì a poco a iniziare a suonare il sax tenore, la sua grande passione fin da piccola, da quando inondava le sue orecchie e il suo cuore delle note geniali e vibranti di John Coltrane e dei sussurri grondanti calda classe di Dexter Gordon.

Ma Diane era Daisy soprattutto per quell’amore impossibile che le attanagliava l’anima, con quel ragazzo così differente dagli altri e così simile a lei stessa. Una passione travolgente per quel Benjamin Button che era entrato nella sua vita pian piano, da quando le aveva chiesto gentilmente di fare una foto a lui e ai suoi amici in quello splendido scorcio sul mare di Biarritz.

Diane aveva sentito la sua voce chiamarla: «Excusez moi, Mademoiselle».

Il tono era risultato candido e pulito, ma anche gentile e rassicurante.

Lei si era voltata e i loro sguardi si erano illuminati per sempre, come il flash di quella fotografia che pochi istanti dopo lei avrebbe scattato e impresso nel suo cuore.

*

Marc era belga e le sue origini di Dinant, la città dalla quale monsieur Adolphe Sax aveva lanciato in tutto il mondo la sua geniale invenzione, erano solo la prima delle mille cose che univano Diane in qualche modo con lui.

In una però Marc non era in sintonia con lei: i loro tempi. Ed era proprio questo fattore, un orologio della vita come nemico, che la faceva sentire così simile alla Daisy del film. La diversità di Marc era data da quella sensibilità come mai in nessun uomo prima, da quella volontà ferrea di abbattere ogni possibile barriera tra le loro vite; da quei «ti amo» che le apparivano tutto ciò che le poteva dare forza nelle sue giornate, come non ne aveva ascoltati mai così poderosi e appassionati rivolti verso di lei.

Ed era data anche da quella lontananza fisica e materiale tra loro: un precario, squattrinato insegnante elementare lui, una promessa sposa di un rampollo della Parigi industriale lei. E proprio qui, in questa persona con la quale Diane condivideva la sua esistenza da ormai più di cinque anni, che si era andato a impattare il timing del suo sentimento con Marc.

«In amore», aveva ascoltato da ragazzina in una scena di uno dei telefilm-cult della sua giovinezza, «la coincidenza dei tempi è tutto». Una frase che le era rimasta impressa fin dal momento in cui l’ascoltò per la prima volta, e non sapeva perché.

Lo avrebbe capito molti anni dopo, quasi che il destino avesse voluto avvisarla con dovuto anticipo.

Cyril era di qualche anno più grande di lei. Lo aveva conosciuto tramite un comune amico, un ufficiale di gendarmeria, a una serata in uno dei principali locali di musica dal vivo della capitale, Le Duc .

Suonava un trio guidato da uno dei migliori trombettisti francesi del momento. Diane era andata a quel concerto per godersi dell’ottimo jazz e inizialmente quel giovane dall’aspetto elegante e preciso, che parlava delle sue continue trasferte Oltreoceano per motivi di lavoro, non le interessava proprio; anzi, lo riteneva un po’ troppo loquace per il tipo di luogo nel quale si trovavano. Si trattava pur sempre di un club nel quale tutti erano lì per ascoltare della musica, e non certo per parlarci sopra dei propri successi professionali.

Col passare della serata, però, gli sguardi e le parole di Cyril cominciarono a carpirla: tutto sommato quel ragazzo non era poi così antipatico. Parlarono della passione comune per la musica jazz e di come quel trombettista in realtà non fosse così eccezionale come tutti dicevano.

Discussero anche di cinema e di come le opinioni fossero discordanti su quella pellicola, Closer, che parlava di tradimenti continui e amori sul filo del rasoio. A lei quel film non era piaciuto per niente.

«Non rappresenta la vita vera, non può essere così la realtà», sentenziò con la sua solita personalità dirompente Diane.

Quel guizzo convinse Cyril che quella ragazza valesse non solo esteriormente, ma anche e soprattutto interiormente. La conseguenza fu quella richiesta di un appuntamento in Place de la Concorde due giorni più tardi, per il quale Diane rimase presa in contropiede.

Non se l’aspettava. Ci ragionò su un paio di secondi e alla fine acconsentì: vada per Place de la Concorde!

*

Passò quelle successive 48 ore sempre più con il cuore in gola: incredibile ma vero, più si avvicinava il momento dell’uscita con Cyril, e più lei non vedeva l’ora di essere già là. Cosa le stava succedendo? Quella sensazione era strana, non l’aveva mai provata prima. Perché pensava così spesso al suo sguardo profondo? Perché era stata rapita dalla sua sicurezza nell’esprimersi e nel gesticolare? Perché più ci ragionava sopra, e più si convinceva che lo stile di Cyril, così sobrio ed elegante («La mia famiglia», le raccontò nel corso del loro primo incontro, «ha lontane origini viennesi e praghesi», quasi a confermare un savoir faire dal dna imperiale), era davvero impeccabile?

Sapeva che a tutte queste domande c’era una risposta che non avrebbe mai immaginato fino a pochi giorni prima. Cyril le piaceva e anche parecchio. Era convinta di non poter essere davvero attratta da uno come lui («Sicuramente uno come lui avrà votato Sarkozy, come posso perderci la testa?» si ripeteva ben sapendo che il suo fiuto non sbagliava quasi mai).

E tuttavia la Waterloo sulle proprie fragili certezze arrivò alla fine del primo appuntamento, quando poco prima di risalire in casa, col motore dell’auto acceso, si abbandonò tra le sue braccia a un bacio pieno, desiderato, interminabile.

Da quel momento in poi tutto cambiò dentro di lei: aveva trovato l’uomo che la faceva sentire donna, coccolata e sicura; con il quale un giorno avrebbe potuto pianificare una vita insieme, una famiglia, dei figli. Cyril era una persona buona, che la faceva sentire in un sogno.

Come sempre le succedeva quando si trattava di emozioni forti, tutte queste sensazioni le comprese subito, fin dai primi giorni con Cyril, ma ne ebbe conferma solo col passare dei mesi e degli anni.

E anche per lui era lo stesso. Sebbene il lavoro lo portasse a volte lontano da lei, Diane era il suo centro di gravità, la donna che aveva sempre desiderato, e vederla innamorata di lui lo rendeva l’uomo più felice della Terra.

Dubbi sulla stabilità della loro relazione non ne aveva mai avuti.

Fino a quella richiesta, quello scatto, quell’istante.

«Excusez moi, Mademoiselle. La sua vita sta improvvisamente cambiando», sembrò sussurrarle all’orecchio Marc in quel pomeriggio a picco sull’Oceano.

*

Cinque anni dopo quel primo incontro al Le Duc, la routine si era accomodata nella vita di Diane.

Da un anno conviveva in affitto con Cyril in una splendida casa a due piani, nella quale trovavano posto anche due dolcissimi e vivacissimi gatti persiani .

Passava con loro la maggior parte del suo tempo: Cyril infatti usciva di casa la mattina per tornare nel tardo pomeriggio, quando andava bene. Non era raro che i suoi impegni di lavoro all’estero la lasciassero sola anche diverse notti di seguito. I suoi amici e i suoi fratelli riempivano le sue giornate, fatte soprattutto di studio: Diane aveva deciso che la medicina sarebbe stata la sua strada e dopo aver superato l’esame di ammissione all’Università, giurò a sé stessa che avrebbe fatto di tutto per esaudire il suo sogno di bambina.

Le capitava spesso, guardando le immagini alla televisione, di osservare dai quattro angoli del mondo volti di madri straziate dal dolore perché non riuscivano ad assicurare un futuro ai propri figli malati e denutriti. Quei servizi sulla povertà e la fame in Africa, in particolare, l’avevano segnata per sempre. Un giorno sarebbe andata laggiù, almeno per un periodo della sua vita, per dare il suo contributo affinché quei bimbi potessero avere una vita migliore. E lo avrebbe fatto da medico.

Per questo aveva scelto quella carriera, e per questo stava ormai correndo per concludere gli studi. Non aveva dubbi: una volta conseguito il titolo di studio avrebbe svolto un periodo di lavoro sul campo in una zona remota del Senegal. Ed era convinta di portare con sé almeno per uno o due mesi Cyril, magari con una fornitura di tablet e laptop della sua azienda.

Curare i malati e garantire loro una maggior apertura al mondo grazie alla tecnologia. Diane aveva in mente questo progetto da tempo e Cyril non avrebbe potuto dirle di no.

D’altronde giocare a fare la bambina che curava gli altri era uno dei suoi passatempi preferiti fin da quando aveva cinque anni. A fare le veci della paziente era qualunque essere umano, preferibilmente della sua età, che trascorresse con lei almeno un’ora della sua giornata, al termine della quale c’era sempre un buon motivo per stenderlo a pancia in su e sentirne il battito del cuore o carpirne i movimenti dello stomaco, quasi che con quei gesti volesse sempre arrivare al nocciolo delle persone, senza barriere né dubbi.

Nella realtà, però, necessità di osservazioni mediche non ce n’erano.

Diane era nata e cresciuta a Parigi, da una famiglia dal livello sociale non certo elevato, ma nemmeno povero. I Menez erano conosciuti nella capitale per una piccola azienda dolciaria che con il passare degli anni aveva fatto fortuna. Nel Natale del 1994 la ditta di famiglia aveva consegnato uno stock di prodotti addirittura al Paris Saint Germain per la festa interna della società con giocatori e staff tecnico prima delle vacanze invernali. Il papà di Diane, Antoine, mostrava sempre orgogliosamente la foto scattata quella sera nella quale lo si vede abbracciare Rai, la star della squadra.

Quando anni dopo un altro Menez, Jeremy, sarebbe approdato nello stesso team, tutti quelli che entravano nel negozio chiedevano lumi su eventuali rapporti di parentela, ed Antoine allargava sempre le braccia: «Purtroppo nessuno, si tratta solo di omonimia».

Il fratello di Diane, Jerome, e la sorella, Melanie, erano entrambi più giovani di lei. Avevano preso strade apparentemente diverse, ma in realtà molto simili. Tutte, in fin dei conti, parlavano di arte.

Lui, dopo aver conseguito un diploma come perito aziendale, aveva scelto di entrare a pieno regime nell’azienda di papà, dividendosi tra i conti di bottega e la creazione di muffin e bonbons, con una sempre più evidente predilezione nel tempo per quest’ultima opzione, che gli garantiva di esprimere quel lato creativo di sé troppo spesso soffocato in anni di insindacabile matematica e ferreo diritto tra i libri scolastici.

Lei, invece, non era andata troppo per il sottile: aveva sempre saputo che l’estro artistico era una componente preponderante della sua personalità. Liceo d’arti applicate Auguste Renoir terminato a pieni voti, carriera assolutamente ineccepibile al Conservatorio nella classe di canto, e una predilezione, come la sorella, per la musica jazz. Non appena adulta aveva puntato tutto su questa strada iniziando a esibirsi live e riscuotendo da subito un buon successo. Ormai era conosciuta in diversi club parigini per la sua voce morbida e il suo stile asciutto, mai sopra le righe.

Tutti e tre i fratelli, uniti dalla passione per l’Impressionismo sebbene ognuno di essi avesse un pittore preferito differente - Diane adorava i colori vivi e passionali di Gauguin, Melanie l’eleganza semplice e scarna di Degas, Jerome le atmosfere soffuse e sfumate di Monet -, fin da piccoli non abbandonavano mai la tradizione di famiglia della settimana estiva di relax a Biarritz, nei Paesi Baschi francesi, il paese del quale era originaria la mamma Marie-Bernadette, che tutti però conoscevano come Mabè.

Donna di una bellezza algida e folgorante, aveva trasmesso alle figlie quei capelli biondissimi e quello charme aggraziato che di generazione in generazione avrebbero conquistato schiere di cuori maschili, costretti a crollare alla propria passione, ma più spesso vilmente rinchiusi in una ben poco virile rocca di attrazione mai confidata, per timore di un rifiuto che porti via definitivamente con sé quegli sguardi anche solo amichevoli.

Mabé si era trasferita da ragazza a Parigi, ufficialmente per seguire dei corsi di lingue straniere dopo essersi innamorata del canto lirico italiano e dell’allegria dei ritmi sudamericani; ufficiosamente per guadagnare qualche soldo come cameriera nella città che riteneva la più bella del mondo; sinceramente per inseguire il suo sogno di diventare una modella.

Non le andò bene dal lato professionale. Ma la sua passerella la conquistò ugualmente ed era di colore rosso come il tappeto che la condusse all’altare della chiesa romanica di Saint Pierre de Montmartre, dove sposò quel simpatico pasticcere fattosi già imprenditore, conosciuto due anni prima versandogli per errore una Cocà sui jeans nel bar dove Mabè era arrivata da meno di un mese.

«Mon Dieu, Je suis desolèe, Monsieur!».

Lui, per tutta risposta, aveva aperto tutto lo splendido stupore del suo sorriso e, con esso, anche il suo cuore improvvisamente palpitante.

«Non ho mai visto una bibita rovesciata creare in un viso una desolazione così luminosa, Mademoiselle!».

Alla settimana estiva a Biarritz, da quando stavano insieme, partecipava sempre anche Cyril. Quell’anno, però, sarebbe potuto arrivare solo per il weekend a causa di inderogabili impegni lavorativi; peccato, perché in mezzo a quella famiglia piccolo-borghese, così educata ma allo stesso tempo anche così alla mano, lui era felice. E voleva un gran bene anche alla nonna di Diane, Beatrice, il cui carattere solare arrivava forse da quel papà proveniente dalla Toscana che in quel lontano paesino del Sud della Francia aveva trovato fortuna a cavallo tra le due guerre.

Diane era legata a quella donna che racchiudeva in sé tutte quelle che credeva fossero le virtù basilari in un’anziana: la saggezza, la comprensione, il senso dell’umorismo e soprattutto l’amore indiscusso e indiscutibile per ognuno di quegli splendidi nipoti che Antoine e Mabè le avevano regalato.

Ed era proprio per accompagnare a fare una passeggiata quella nonna così attiva e di cui nessuno avrebbe mai sospettato i suoi 79 anni, che quel pomeriggio aveva deciso di uscire assieme alla sorella.

Fecero alcune centinaia di metri e subito dopo che Melanie terminò di raccontarle di quello splendido concerto che aveva tenuto in un grazioso ristorantino fuori Parigi pochi giorni prima, Beatrice chiese loro di fermarsi per poter suonare alla porta di Amelie, una cara signora sua coetanea.

Non si vedevano da giorni e già che stavano transitando per rue d'Harcet avrebbe salutato la sua amica. L’altra anziana aprì la porta e invitò le tre donne a entrare. Diane e Melanie però non se la sentivano di approfittare dell’ospitalità.

«Non preoccupatevi. Se preferite proseguire nella passeggiata facciamo così: voi andate pure fino all’oceano, io resto qui a fare quattro chiacchiere tra signore. Ci rivediamo tra un’oretta».

Diane e Melanie salutarono le due nonnine e decisero che per unire l’utile al dilettevole sarebbero tornate indietro e avrebbero preso l’auto per spostarsi fino alla Grand Plage, dove camminare un po’ sul lungomare prima di ritornare in tempo per riaccompagnare la nonna a casa.

Diane guidava su quel breve tratto di strada mentre alla radio passava Supreme di Robbie Williams, canzone che a Diane piaceva tanto perché le ricordava il suo pezzo preferito di John Coltrane, Love Supreme. Melanie cantava a squarciagola mentre il sole dell’estate le illuminava il viso e l’aria che penetrava dal finestrino le faceva volare i capelli:

Quand l’Amour n’est plus là

Que te reste-t-il pour survivre ici-bas?

Donne le meilleur de toi même

et tu trouveras l’Amour suprême

L’Amour suprême

Oh, sais-tu au moins ce que tu veux?

Est-ce la peur d’être seul

Qui t’empêche de jouer franc jeu

Entre l’amour et le plaisir

Quel est vraiment ton désir?

Tu dois choisir

Diane la guardava con un sorriso bonario, come si osserva una bambina un po’ vivace ma tutto sommato divertente. Un’auto lasciò il parcheggio proprio mentre stavano arrivando loro. Fece una manovra rapida e la sua Citroen Saxo occupò subito quel posto.

Che colpo di fortuna, pensò tra sé e sé.

*

Luc gliel’aveva detto: «Non metterti a dormire troppo vicino alla riva: dicono che qui arrivino maree improvvise che lavano via tutto. Non che ti faccia male eh, una doccia».

Glielo diceva per scherzare, ovviamente. Marc ci teneva alla pulizia e anzi aveva l’abitudine addirittura di passarsi un fazzoletto tra le mani se la persona a cui aveva stretto il saluto non gli pareva granché idonea al suo standard igienico.

Era un piccolo vezzo, uno dei tanti innumerevoli tic che ci racchiudono la vita in piccoli recinti nei quali ci sentiamo di più a nostro agio prima di rimettere la testa fuori nella giungla di ogni giorno.

Le parole di Luc però non ebbero una gran presa sulla sua testa, persa tra le nuvole e impegnata a pensare ancora a quella moneta trovata per caso camminando tra il furgone e la spiaggia.

Che colpo di fortuna, aveva pensato mentre la raccoglieva con Alex che gli stava spiegando nel dettaglio come ormai il Belgio, grazie ai vari Kompany, Lukaku e soprattutto Hazard, fosse addirittura più forte della Nazionale anni Ottanta del mitico Vincenzo Scifo. Non che fosse proprio convintissimo di quel ragionamento; e forse proprio il distacco dalla conversazione fu decisivo per concentrare la sua mente e i suoi occhi verso quella moneta da due euro, non un capitale, ma abbastanza da renderlo felice.

Un piccolo passo per l’Uomo, un grande passo per le mie tasche, aveva pensato, rendendosi conto che la battuta era talmente pessima che non valeva la pena rivelarla agli altri.

Come Luc aveva pronosticato, distendersi a cinque metri dall’acqua non era stata una buona idea. Si era appena messo comodo sul bagnasciuga quando un'onda lunga lo raggiunse e lo inzuppò quasi del tutto.

«Porca puttana, la macchina fotografica e il cellulare!» sbottò mentre un’altra decina di ragazzi come lui stava bofonchiando imprecazioni in altrettante lingue diverse (perché la sfiga, a volte, è internazionalmente democratica).

«Te l’avevo detto io, ma tu oggi hai la testa tra le nuvole», lo rimproverò Luc immerso in acqua insieme agli altri.

«Cazzo ragazzi! Il cellulare si è spento e non si riaccende più».

Fece tutte le prove del caso: tolse la scheda, rimise la scheda, aspettò con la scheda in mano e rifece il gesto di provare a riattivare il telefono.

Niente di niente.

«Mi sa che ti sei ciucciato la batteria» gli disse Martin.

I suoi tre amici da un lato se la ridevano, dall’altro comprendevano il piccolo grande dramma umano

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