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L'anno dei quattro imperatori
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E-book558 pagine7 ore

L'anno dei quattro imperatori

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Info su questo ebook

Il saggio illustra un episodio della storia romana
poco noto al grande pubblico, la guerra civile di
quattro pretendenti al trono che si concluse con
la vittoria di Vespasiano. È un anno che cambiò
l’organizzazione dell’impero fondato da Augusto,
portando alla scomparsa di molti esponenti
dell’antica aristocrazia e all’ascesa di nuovi attori
nella vita politica.
LinguaItaliano
Editore21 Editore
Data di uscita22 giu 2015
ISBN9788899470005
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    Anteprima del libro

    L'anno dei quattro imperatori - Cosme Pierre

    Pierre Cosme

    L’anno dei quattro imperatori

    Traduzione italiana a cura di Omar Coloru

    Prefazione di Giusto Traina

    L’année des quatre empereurs de Pierre Cosme

    © Librairie Arthème Fayard, 2012

    L’anno dei quattro imperatori

    Prima edizione italiana ‒ Palermo

    © 2015 Maut Srl ‒ 21 Editore

    www.21editore.it

    ISBN 978-88-909610-7-6

    Tutti i diritti riservati

    Opera pubblicata con il sostegno del Centre National du Livre

    Progetto grafico a cura di Luisa Di Martino

    Immagine di copertina: Roman marble relief of the Praetorian Guard

    © Leemage/Corbis

    Prefazione

    Con questa nuova trattazione della guerra civile che condusse Vespasiano al potere, Pierre Cosme fa il punto su una generazione di studi su questo momento cruciale per la storia e per la società imperiale romana. Fu Theodor Mommsen a coniare il termine Vierkaiserjahr, ovvero Anno dei Quattro Imperatori, per designare il 69 d.C.¹. In questo longus et unus annus (l’espressione è di Tacito, Dialogo degli oratori, 17, 3), ben tre principes ‒ Galba, Otone, Vitellio ‒ morirono di morte violenta. Il vincitore della guerra civile, Tito Flavio Vespasiano, fonda la dinastia dei Flavi, che apre una nuova fase nella storia del Principato. L’importanza di questo anno spiega la particolare ricchezza della documentazione, che consente allo storico dell’Antichità di ricostruire nei dettagli un periodo storico di breve durata. La guerra civile che segnò il passaggio dai Giulio-Claudi ai Flavi fu raccontata da autori più o meno contemporanei (Svetonio nasce proprio intorno al 69), che in ogni caso disponevano di fonti di prima mano e avevano conosciuto di persona molti dei protagonisti della vicenda. Alla documentazione letteraria si aggiunge quella epigrafica, piuttosto abbondante durante il Principato, che permette di perfezionare il quadro degli avvenimenti, determinare i rapporti di potere, e soprattutto precisare le carriere politiche e militari dei protagonisti ‘minori’.

    L’esame incrociato delle fonti letterarie ed epigrafiche consente a Pierre Cosme di abbandonare la prospettiva tradizionale incentrata sulle vicende dei principes. Questo lo spinge a prolungare ulteriormente il longus annus, i cui termini sono compresi entro due rivolte: quella di Gaio Giulio Vindice, scoppiata nell’inverno 67/68, e quella di Gaio Giulio Civile, che termina all’inizio del 70. I nomi di Vindice e Civile rivelano un’origine non romana: membri di aristocrazie locali, avevano ottenuto la cittadinanza romana sotto Cesare o Augusto. Il primo, «aquitano discendente da stirpe regia» (Cassio Dione, LVIII, 22, 1)², era governatore della Gallia Lugdunense, mentre il secondo, principe del popolo dei Batavi, aveva comandato alcune forze ausiliarie. La scelta di concentrarsi sulle due rivolte non è casuale: a partire dal secondo Ottocento, la storiografia ha idealizzato il ruolo di questi personaggi, esaltandone un presunto ruolo di liberatori, ovvero di separatisti, protagonisti di una ‘resistenza spirituale’ delle province; ma un accurato esame delle forze in campo, e soprattutto dei rapporti interni di un esercito romano diventato ormai una componente sociale distinta, mostra che non è più possibile limitarsi a una riduttiva polarizzazione fra romani e barbari. Come osservava Santo Mazzarino: «quei Galli antineroniani, che avevano seguito il gallo-romano Vindice, dovevano sentirsi meno antiromani (o in nulla antiromani) – pur nell’affermazione della loro causa gallica – al confronto di quegli altri Galli antivitelliani, che di lì a poco seguirono il germano (batavo)² Civile».

    Il merito principale del libro è di presentare l’impero romano come un mondo in circolazione. Movimenti di truppe e, in particolare, di informazioni che si diffondevano nel territorio imperiale grazie alla vehiculatio, un servizio non particolarmente prestigioso, ma di fatto strategicamente fondamentale. Le vicende della guerra civile sono osservate da un punto di vista militare, che spiega esaurientemente i meccanismi di controllo e di conquista del potere, in un momento storico decisivo, in cui l’esercito diventa protagonista e può addirittura decidere l’elezione di un princeps. Si può forse aggiungere un altro aspetto importante, solo in apparenza ‘sovrastrutturale’: quello dei movimenti di notizie sulle usanze dei territori controllati dall’imperium Romanum. Il caso più interessante è quello di Licinio Muciano, che aveva favorito l’ascesa di Vespasiano. Navigato comandante e amministratore, al tempo della guerra civile aveva dimostrato le sue doti in modo fin troppo spregiudicato, almeno a giudicare da come lo presenta Tacito, che evidenzia la sua avidità di gloria ma anche la sua notevole abilità politica³. Incaricato di requisire le somme necessarie per finanziare l’esercito di Vespasiano, Muciano soleva dire: «Il denaro è il nerbo della guerra civile» (Tacito, Storie, II, 84, 1). Questo senatore modello, che fu console per ben tre volte, aveva governato province come l’Asia, la Licia e la Siria, illustrandosi come un abile costruttore di ‘romanizzazione’, ma era anche un curioso conoscitore di tradizioni locali. Nei suoi scritti, di cui restano alcuni frammenti tramandati dalla Storia naturale di Plinio il Vecchio, Muciano potrebbe sembrare un semplice osservatore di mirabilia, ma di fatto egli si fa interprete di una nuova concezione della geografia, che va ben oltre i dettami tradizionali dell’etnografia ellenistica, mostrando al tempo stesso una certa sensibilità per le tradizioni religiose: non solo per i santuari⁴, ma anche nei riguardi della comunità ebraica (Flavio Giuseppe, Antichità giudaiche, VII, 120). In questo egli è uno dei rappresentanti più prestigiosi della nuova generazione di generali scrittori, appartenenti sia all’ordine senatorio che a quello equestre, che si sviluppa in particolare sotto Nerone (il fenomeno venne probabilmente represso sotto i Flavi)⁵. Del resto, lo stesso Vespasiano aveva mostrato un’analoga sensibilità religiosa quando era entrato nel Serapeo di Alessandria per chiedere conferma del proprio destino imperiale (Tacito, Storie, IV, 82).

    Un altro personaggio di grande interesse è Petilio Ceriale, genero di Vespasiano e impegnato nella repressione della rivolta batava. Nelle Storie, Tacito lo introduce al momento del passaggio degli Appennini da parte dell’armata flaviana: buon conoscitore della regione, era riuscito a sfuggire alle guardie di Vitellio travestendosi da contadino (agresti cultu: Tacito, Storie, III, 59, 2). Ceriale supplisce alle proprie mancanze strategiche con una notevole sensibilità diplomatica. Nel suo discorso ai notabili treviri e lingoni, anch’essi in rivolta come i Batavi, Ceriale mette in guardia i notabili galli dall’allearsi con i germani, ricordando loro le vicende passate (Storie, IV, 73, 2-3: «Non ci siamo installati sul Reno per proteggere l’Italia, ma per evitare che un altro Ariovisto si impadronisse del regno delle Gallie. O forse credete che Civile, i Batavi e i transrenani si preoccupino di voi, più di quanto i loro avi si diedero pensiero dei vostri padri e dei vostri antenati?»). Ma soprattutto, Tacito fa del discorso di Ceriale una vera e propria dottrina della romanizzazione: «Non ci può essere convivenza pacifica di popoli senza esercito, né esercito senza paga, né paga senza tributo. Tutto il resto è comune tra noi e voi: vostri uomini comandano spesso le nostre legioni, vostri uomini governano queste e altre province, da nulla siete separati ed esclusi» (Storie, IV, 74, 1)⁶.

    In sottofondo a queste vicende ambientate fra l’Italia, le Gallie e il fronte renano, non va trascurato l’Oriente, in continua ebollizione. Alla rivolta giudaica, che Vespasiano aveva affidato al figlio Tito e che si sarebbe conclusa con la distruzione del Tempio di Gerusalemme e la presa di Masada, si affiancavano episodi solo apparentemente aneddotici, come quello del «falso Nerone», che aveva raccolto seguaci nell’Oriente romano, suscitando l’interesse dei parti (Tacito, Storie, I, 2, 1; II, 8; Svetonio, Nerone, 57, 2). Nel 63 d.C., Nerone si era accordato con Vologese, il re dei Parti, per porre fine alla lunga guerra per il controllo sull’Armenia; ne era risultato un compromesso di rara finezza diplomatica, che aveva concesso il trono a Tiridate, fratello di Vologese, a patto ch’egli si recasse a Roma per ricevere il diadema dal princeps (Cassio Dione, LXXIII, 1, 2-3). Sotto Nerone, il controllo romano sull’Oriente passava in gran parte dal delicato equilibrio dei re ‘clienti’. Come già le guerre civili della fine della Repubblica, anche quella del 69 d.C. aveva messo a repentaglio la posizione di Roma in Oriente. Non è improbabile che questo abbia contribuito a modificare radicalmente la politica orientale di Nerone, dando luogo all’annessione di territori come l’Armenia minore e la Commagene, e alla costruzione, in età flavia, di un vero e proprio cordone sanitario di fortezze e guarnigioni lungo la frontiera dell’Eufrate⁷.

    Nella conclusione, Pierre Cosme osserva giustamente che uno degli elementi originali scaturiti dagli eventi è «un nuovo patto tra le province e l’impero quello a cui assistiamo. I cittadini esterni alla Penisola, essendo più partecipi del potere, scrivono ormai le pagine della loro storia» (p. 293). Il processo di integrazione delle aristocrazie, favorito per le Gallie dall’imperatore Claudio, stava cominciando a dare i suoi frutti: di lì a pochi anni, un discendente del notabile ispanico Trahius, che aveva integrato la famiglia del concittadino di origine italica Marco Ulpio, sarebbe stato acclamato princeps con il nome di Marco Ulpio Traiano⁸.

    Giusto Traina

    Introduzione

    All’inizio del mese di giugno 68, Nerone è spinto al suicidio dall’opposizione di alcuni governatori di provincia. La sua successione non è prevista. Con lui scompare l’ultimo rappresentante della casa di Augusto. Chi può sostituire questo imperatore il cui regno era cominciato sotto i migliori auspici e si è concluso nel più completo abbandono?

    Per un anno l’aristocrazia romana si lacera per porre un nuovo principe al vertice dello Stato. La guerra civile trascina tutto l’impero in una spirale di violenza. Vedrà i figli uccidere i padri come quando, davanti a Cremona, Giulio Mansueto, soldato della legione XXI Rapax, muore sotto i colpi del suo stesso figlio arruolato nella legione VII Gemina Galbiana¹. I soldati semplici pagarono un pesante tributo ai conflitti tra i pretendenti, e l’aristocrazia ne uscì ugualmente decimata: non restavano più di duecento famiglie senatorie quando Vespasiano giunse a fondare una nuova dinastia alla fine dell’anno 69. Su seicento padri coscritti che sedevano abitualmente nella curia, non ne restava dunque che la metà².

    Una volta resosi vacante il potere imperiale, quattro candidati hanno tentato la sorte e assoldato delle truppe per impadronirsene. Da principio Galba, forte del sostegno delle legioni di stanza nella penisola iberica, è spinto sul proscenio. Discendente da una stirpe prestigiosa, egli è riuscito ad imporsi utilizzando i mezzi di comunicazione dell’epoca, e in particolare la posta imperiale, per mettere in risalto la sua ascesa. Galba è anche il primo imperatore assassinato per ordine del suo successore. Inaugura una lunga tradizione. È Otone che ha deciso la sua morte approfittando del sostegno dei pretoriani fedeli alla memoria di Nerone. Vitellio, che scende in campo contro di lui, cerca altrove i suoi appoggi. Crede di trovarli sul Reno, dove le legioni lì stanziate fanno massa nella lotta contro i Germani. A tal punto che le sorti dell’impero non potranno risolversi se non con l’intervento di una nuova potenza militare attraverso la coalizione formata dall’esercito d’Oriente e quello del Danubio. Sono questi che portano Vespasiano al potere.

    Presentato così, l’anno dei quattro imperatori darebbe l’impressione di un combattimento di capi e di conflitti tra generali che prendono ciascuno i loro eserciti a testimone. Ma il senso di questo episodio storico è più profondo. Questa guerra civile non solo rivela, come diceva lo storico romano Tacito, che solo gli eserciti delle province permettono ormai di mantenersi al potere, ma dimostra anche oggi quanto le strutture dello Stato fossero ben stabilite e pronte ad adattarsi a ogni nuova situazione³. Se Otone, per esempio, non regnò che cento giorni, l’amministrazione, quanto ad essa, è sopravvissuta parecchi secoli.

    In questa prima crisi del regime imperiale, l’informazione svolse un ruolo capitale che richiede di essere studiato in tutte le sue dimensioni⁴: comunicazioni tra imperatore e governatori, ma anche modalità di diffusione delle voci in tutti gli strati della popolazione e l’uso del segreto. La posta imperiale creata da Augusto fu allora messa particolarmente alla prova, ma subì anche la concorrenza di circuiti paralleli, reti aristocratiche o scambi di informazioni tra mercanti. I soldati furono ampiamente implicati in questa circolazione di informazioni, che siano serviti da corrieri o che abbiano preso l’iniziativa di inviare dei rappresentanti per esprimere il loro punto di vista.

    Fra tutti questi soldati, Gaio Volusio, legionario flaviano della legione III Gallica, che penetrò per primo nel campo vitelliano alla battaglia di Cremona⁵, incarna la persistenza dei valori militari romani, anche in un combattimento dall’esito incerto. Tuttavia, considerando tutti gli eserciti senza distinzione, il ritratto del soldato romano tratteggiato dagli autori antichi è, in genere, molto più fosco. I militari sono avidi, sfrontati e pronti a dar retta alle dicerie. Non vivono che per il denaro e i piaceri. Le fonti letterarie insistono sul loro brigare per promozioni e licenze. Ma traspaiono anche i conflitti coi legati delle province sulle paghe e gli incentivi al momento delle ascese imperiali. Eppure questa dimensione economica e finanziaria della guerra civile è stata trascurata. La ricerca storica ha privilegiato le motivazioni politiche dei soldati considerando ogni legione come un unico attore⁶. Si parla comunemente delle legioni di Otone, di Vitellio o di Vespasiano come se costituissero un tutt’uno col loro capo. Ma le posizioni prese dalla truppa potevano differire da quelle che adottavano i centurioni e gli ufficiali superiori.

    Instabili in guerra, i militari non lo sono meno in pace. L’anno dei quattro imperatori ha importanza sia per il suo esito che per il suo irrompere. Esso lascia delle conseguenze durevoli, dal momento che i soldati impiegheranno molto tempo a deporre le armi. Anche dopo l’eliminazione di Vitellio, alla fine del mese di dicembre 69, la smobilitazione delle truppe poteva far perdurare l’agitazione. L’operazione, dunque, richiedeva molta abilità e prudenza da parte di Vespasiano, fino alla censura che egli esercitò nel 73-74, per garantire il riordinamento degli uomini e legittimare il suo ascendente sulla popolazione. Per la maggior parte dell’anno 70, i disordini continuarono altrove, nella Gallia Belgica. La rivolta di Civile, partita dal paese batavo, è stata talvolta interpretata come un avatar esasperato della rivalità tra legioni e ausiliari, talvolta come una sollevazione antiromana. Il suo esito è mal conosciuto. Ma, a differenza degli studi sulle guerre civili del I secolo a.C., le ricerche consacrate all’anno dei quattro imperatori possono ora nutrirsi di un confronto tra fonti narrative e una documentazione epigrafica molto più sostanziosa, rinnovatasi di recente. Tra gli eroi e i ribelli si può intravvedere il percorso dei soldati semplici grazie a epitaffi o a diplomi militari scoperti in gran numero in questi ultimi anni.

    Questo rinnovamento sta all’origine del mio approccio, perché, intraprendendo questo percorso, sono ben consapevole di mettere i miei passi su quelli di numerosi predecessori. Non si tratta, dunque, per me di riaprire il dibattito sui fondamenti della legittimità del potere imperiale messo in evidenza da E. Flaig⁷, né di concepire l’ideologia flavia che la nuova dinastia ha voluto diffondere nell’impero secondo modalità definite da E. Rosso⁸, né di ritornare sulla prosopografia degli ambienti aristocratici intrapresa da R. Syme nella sua biografia di Tacito⁹ e prolungata da altri lavori, in particolare quelli di S. Demougin sull’ordine equestre¹⁰ o di J. Nicols sul partito flavio¹¹. Queste convulsioni che scossero l’impero romano saranno qui considerate come un indizio rivelatore del posto che vi aveva acquisito l’esercito nato dalle riforme augustee. Tra 68 e 70, al di fuori del campo di battaglia¹², i soldati furono infatti coinvolti nella circolazione delle notizie, la preparazione dei colpi di Stato, degli ammutinamenti, dei massacri di civili e anche dei cantieri di costruzione nelle città italiche. È dunque importante distinguere ciò che dipende da circostanze eccezionali da ciò che risulta dal ruolo svolto di solito dalle forze armate nel funzionamento delle istituzioni e del loro peso nella società. Questi militari hanno potuto costituire, talvolta, dei veri e propri partiti capaci di piegare il corso degli avvenimenti¹³?

    Capitolo I

    Vindice

    Il legato e il principe

    L’inverno 67-68 giungeva al termine quando alcuni notabili gallici si riunirono alla chiamata del governatore Gaio Giulio Vindice. In passato i rappresentanti dei popoli gallici avevano già avuto l’abitudine di riunirsi nella foresta dei Carnuti. Ma da ottant’anni era a Condate, alla confluenza della Saona e del Rodano, che i delegati di circa sessanta città delle Tre Gallie venivano ad assistere, il primo agosto di ogni anno, alle cerimonie del culto imperiale. Infatti è in questo luogo e in questa data che, nel 12 a.C., Druso, figliastro di Augusto, aveva inaugurato l’altare federale delle Tre Gallie. Tuttavia il Consiglio delle Tre Gallie non si riuniva solo per ragioni religiose. Poteva anche rivolgere delle richieste all’imperatore – da cui dipendevano direttamente queste province – per il tramite dei suoi rappresentanti sul posto, il principale dei quali era, evidentemente, il governatore che portava il titolo di legato di Augusto propretore¹.

    Non è facile datare con precisione questa riunione straordinaria – ci ritorneremo su – ma una cosa è certa: si è tenuta prima dell’1 agosto 68. Per quanto riguarda la sua localizzazione, è probabile che si sia svolta nel luogo abituale, in quanto colui che la convocò, Gaio Giulio Vindice, sembra proprio essere stato legato di Augusto propretore della Gallia Lugdunense, una delle tre province nate dalla ripartizione augustea delle conquiste di Cesare. Quanto al discorso che vi tenne, ci dobbiamo affidare a quanto ci dice lo storico Cassio Dione, che scrive la sua Storia romana in greco circa centocinquant’anni più tardi, e per di più in una versione abbreviata trasmessa dal monaco bizantino Xifilino nella seconda metà dell’XI secolo:

    Questo Vindice riunì i Galli – che avevano molto sofferto per via delle numerose esazioni e che, ancora adesso, dovevano soffrine da parte di Nerone – e, salendo su una tribuna, si produsse in un lungo discorso contro Nerone sostenendo che bisognava sollevarsi e rivoltarsi contro di lui «perché – diceva – egli ha saccheggiato tutto l’universo romano, perché ha fatto perire il fior fiore del Senato, perché ha disonorato e ucciso sua madre, e non conserva nemmeno più l’apparenza di un imperatore. Molti assassinii, molte rapine, molte violenze sono stati commessi tante volte da altri; ma come si potrebbero ripercorrere degnamente quelli commessi da lui? Io l’ho visto, amici e alleati, credetemi, io l’ho visto quest’uomo (se si può definire un uomo il marito di Sporo o la moglie di Pitagora) in teatro, sull’orchestra, ora con una lira in mano, ora abbigliato con l’ortostadio e calzando il coturno, ora anche con lo stivaletto da commedia e la maschera. L’ho sentito più volte cantare, l’ho sentito fare l’araldo, l’ho sentito recitare la tragedia. L’ho visto avvinto in catene, l’ho visto farsi trascinare, l’ho visto in stato interessante e in travaglio mentre diceva, udiva, soffriva e faceva tutto ciò che riferisce la favola. E si dovrebbero dare ad un tale essere i nomi di Cesare, di Imperatore, di Augusto? No, no; che nessuno oltraggi questi nomi sacri. Augusto e Claudio, in effetti, questi nomi li hanno portati; ma lui sarebbe più giusto chiamarlo Tieste o Edipo, Alcmeone o Oreste, perché sono proprio questi i titoli che egli prende al posto degli altri. Perciò insorgete una buona volta, soccorrete voi stessi, soccorrete i Romani e liberate l’universo intero»².

    I notabili delle province galliche avevano dunque delle serie rimostranze nei confronti di Nerone, che allora regnava da quasi quattordici anni. Costoro avevano infatti trovato nel governatore designato dall’imperatore il perfetto portavoce delle loro aspirazioni. Come loro, egli era nato da una di quelle grandi famiglie galliche che avevano beneficiato della sollecitudine della dinastia giulio-claudia³. Nato probabilmente da una famiglia principesca d’Aquitania, Vindice doveva il suo gentilizio Giulio a Cesare o ad Augusto, che avevano concesso la cittadinanza romana ad uno dei suoi antenati alleatosi a Roma⁴. Era riuscito ad entrare in Senato grazie alla politica dell’imperatore Claudio, che aveva adoperato tutti i suoi sforzi per farvi ammettere gli aristocratici gallici già in possesso della cittadinanza romana, come testimonia il discorso inciso sulla Tabula Claudiana di Lione⁵. Nerone, invece, a differenza dei suoi predecessori, non aveva mostrato molto interesse per le province galliche. Aveva piuttosto manifestato una predilezione speciale per l’Oriente greco e d’altronde, nel momento in cui Vindice si rivolgeva ai suoi amministrati, il principe era appena ritornato da un soggiorno in Acaia⁶.

    Le critiche rivolte da Vindice avrebbero potuto essere altrettanto formulate dai senatori o dai notabili italici. L’assassinio di Agrippina nel 59, la sanguinosa repressione della congiura di Pisone nel 65, le esibizioni di Nerone sulla scena, come pure il peso della tassazione, suscitavano infatti la loro indignazione⁷. In generale i notabili delle province non si sconvolgevano molto per le eccentricità del principe a Roma, fintanto che queste ultime non avevano delle ripercussioni al di là dell’Urbs*. Ma dopo l’incendio del 64, che ne aveva devastato interi quartieri, si era dovuta aumentare la pressione fiscale per finanziare la loro ricostruzione. Le élite delle province galliche, che già si sentivano trascurate dal potere centrale, avevano allora unito il loro crescente malcontento all’antica ostilità della nobiltà romana contro Nerone.

    **Nota del traduttore. Nel riportare i termini latini si è optato per il mantenimento della distinzione tra u (vocale e semiconsonante) e v (consonante) tipica della pronuncia del latino ecclesiastico più familiare al lettore italiano.

    Tutti gli rimproveravano di non tenere il comportamento che ci si aspettava dal detentore del potere supremo. Il regime imperiale era certo sprovvisto di una costituzione scritta, ma Augusto aveva lasciato un modello di buon governo facendo incidere il racconto delle sue gesta, le Res gestae divi Augusti, alle porte del suo mausoleo nel Campo Marzio a Roma. Si trattava per lui, alla fine del suo principato, di descrivere i poteri che aveva esercitato, in modo da offrire un modello ai suoi successori evitando il rischio di un ritorno alle guerre civili. Il principe aveva allora sentito la necessità di stilare quello che J. Scheid chiama «un bilancio politico dalla portata costituzionale»⁸. Perciò si comprende come mai egli abbia insistito sull’iscrizione delle sue prerogative nelle tradizioni repubblicane e sul rifiuto dei poteri dittatoriali o monarchici. Oltre ai suoi successori, Augusto aveva così cercato di mirare soprattutto alle giovani generazioni delle élite italiche, di cui gli interessava guadagnare per prima cosa l’adesione al Principato che esse erano destinate a servire. Ora quelle élite voltavano le spalle a Nerone all’inizio dell’anno 68.

    Questo moto di protesta, dunque, non era rivolto contro la dominazione romana, ma contro il modo in cui Nerone esercitava il potere⁹. Anche se le sue motivazioni rimangono difficili da delineare, Vindice, verosimilmente, non era spinto da un sentimento nazionale gallico come lo considerava ancora Camille Jullian¹⁰, né dall’ambizione di ripristinare la repubblica romana tradizionale così come pensava T. Mommsen¹¹. L’impatto di questo discorso sul suo uditorio non è molto facile da valutare. Senza dubbio trovò un’eco favorevole presso gli Arverni, gli Edui e i Sequani¹². Ma la colonia romana di Lione, al contrario, pur essendo vicinissima all’altare delle Tre Gallie, sembra aver manifestato una sincera ostilità a Vindice. Fondata nel 43 a.C. da Lucio Munazio Planco, che Cesare aveva posto a capo della Gallia, sarebbe servita da rifugio ai veterani ausiliari insediati a Vienne, da cui erano stati scacciati per una rivolta degli Allobrogi, e che avrebbero allora ricevuto la cittadinanza romana¹³. Nella Gallia Comata era all’epoca una delle tre città di diritto romano insieme a Nyon e Augst¹⁴. Augusto ne aveva fatto la capitale della provincia gallica che portava il suo nome: la Lugdunense. Inoltre, vi si trovava una zecca destinata a battere il contante necessario al versamento del soldo degli eserciti che operavano in Germania. Ora, Lione aveva stretto delle relazioni privilegiate con Nerone attraverso l’invio di quattro milioni di sesterzi per contribuire alla ricostruzione di Roma dopo l’incendio del 64. Devastata a sua volta dalle fiamme poco tempo dopo, la colonia aveva ricevuto la stessa somma dal principe¹⁵.

    Viceversa, questa solidarietà non poteva che schierare dalla parte di Vindice la città di Vienne, il cui antagonismo con Lione risaliva alla sua fondazione. Del resto, sono delle monete coniate probabilmente in queste circostanze nella capitale degli Allobrogi che, forse, testimoniano meglio delle intenzioni di Vindice e del suo attaccamento all’impero romano. Vienne, infatti, faceva parte delle città che in passato avevano ospitato una zecca. Sul dritto di certi denari era rappresentata una Vittoria con la leggenda Salus Generis Humani («salvezza del genere umano»), presa in prestito da Seneca, mentre il rovescio recava la dicitura S(enatus) P(opulus) Q(ue) R(omanus)¹⁶. Altri presentavano al dritto un’effigie di Ercole, di Roma o di Giove seduti con la leggenda Roma restitut(a) («Roma rifondata») o Iuppiter liberator («Giove liberatore»)¹⁷. Niente perciò suggerisce una tentazione separatista oppure l’aspirazione all’indipendenza. Quanto ai Treviri e ai Lingoni, insediati nella Gallia Belgica, si rifiutarono di seguire Vindice¹⁸.

    La reazione di Nerone

    L’imperatore fu informato della rivolta di Vindice a Napoli, il giorno dell’anniversario dell’assassinio di Agrippina¹⁹. Confrontando questa indicazione con un passo degli Annali dove Tacito precisa che il crimine era stato commesso durante le feste dei Quinquatria²⁰ – celebrate in onore di Minerva tra il 19 e il 23 marzo – gli storici moderni in generale sono concordi nel fissare l’inizio dell’insurrezione tra il 15 e il 18 marzo 68, tenendo conto di un ritardo nella comunicazione della notizia da quattro a cinque giorni tra le Gallie e la Campania²¹. B. Levick accetta addirittura l’ipotesi per cui Vindice avrebbe scelto la data simbolica delle idi di marzo per innalzare lo stendardo della rivolta²².

    Ora, Nerone, una volta informato della rivolta di Vindice, si rivelò incapace di risolvere la contraddizione di ogni potere di fronte a una situazione di crisi: «La necessità di avere delle informazioni e, proprio per questo, di cercarle; la necessità di lottare contro le voci; quella di preservare certi segreti; infine, il bisogno relativo di comunicare delle informazioni alla popolazione»²³. Svetonio, infatti, specifica che egli si era astenuto dall’inviare posta e di rispondervi per otto giorni²⁴. È anche vero che gli avvenimenti sopraggiunti in Gallia potevano sembrargli meno preoccupanti della rivolta in Giudea, per la quale quattro anni di operazioni militari non erano ancora riusciti a venirne a capo. Questa, infatti, era motivata da una violenta ostilità contro la dominazione romana stessa²⁵. Dopo tutto, Tiberio, posto di fronte alla rivolta di Giulio Floro e di Giulio Sacroviro nelle province galliche nel 21 d.C., non aveva manifestato anche lui la stessa indifferenza²⁶? Di certo il peso del fiscalismo era stato in egual misura all’origine dell’insurrezione, ma l’iniziativa non era stata presa da un governatore di provincia in persona. Tuttavia, si trattava di un governatore sprovvisto di truppe, dal momento che nessuna legione era di stanza nella Gallia Lugdunense.

    Il potere centrale aveva la capacità di reagire a tali eventi grazie ad un mezzo di comunicazione efficace: la vehiculatio. Istituita da Augusto, la posta imperiale aveva presto sostituito gli iuvenes – che facevano la staffetta di città in città per trasmettere i dispacci imperiali – con messaggeri, a cavallo o su carro, portatori di un lasciapassare (diploma), che potevano regolarmente cambiare cavalcatura nelle stazioni di posta (mutationes) previste a questo scopo e percorrere in media tra i 200 e i 250 km e fino a 350 km al giorno²⁷. Ma i governatori di provincia, proprio come i procuratori imperiali, potevano ricorrere in ugual modo alla vehiculatio scegliendo i messaggeri all’interno del loro ufficio (officium) o fra le guardie del corpo, mentre l’imperatore reclutava i suoi liberti, i suoi schiavi o i soldati della sua guardia²⁸. La posta imperiale aveva permesso all’imperatore di essere rapidamente informato della ribellione. Tuttavia, astenendosi dal comunicare istruzioni ai rappresentanti di Roma nelle province, come era regola dalla fondazione del Principato²⁹, Nerone lasciava loro carta bianca per accordarsi senza dare la sensazione di infrangere i suoi ordini. Senza volerlo, facilitava anche l’entrata in gioco di altri fattori di circolazione delle notizie e la diffusione di ogni sorta di dicerie³⁰.

    L’allargamento della rivolta

    Sebbene gli spostamenti di truppe da una provincia all’altra dipendessero di solito dalla volontà imperiale, scambi di informazioni tra governatori di provincia avevano già avuto luogo ancor prima che la notizia della rivolta di Vindice fosse nota a Nerone. Sembra infatti che il legato di Augusto propretore della Gallia Lugdunense avesse comunicato le sue intenzioni ad alcuni colleghi posti a capo delle province vicine, in particolare Galba nella Spagna Citeriore³¹ e, forse, anche Lucio Verginio Rufo³², comandante dell’esercito della Germania Superiore, incaricato in seguito di combattere gli insorti³³. Secondo Plutarco, Galba, in un primo tempo, si sarebbe mostrato attendista senza rispondere a Vindice, ma anche senza denunciarlo a Nerone. In seguito, secondo Svetonio, sarebbe stato informato dell’insurrezione che era appena scoppiata nelle Gallie da una lettera del legato d’Aquitania, che sollecitava rinforzi, prima di ricevere quella di Vindice:

    Stava tenendo le sue assise a Cartagena quando apprese che le G