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Frustalupi. Il piccolo gigante del centrocampo

Frustalupi. Il piccolo gigante del centrocampo

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Frustalupi. Il piccolo gigante del centrocampo

Lunghezza:
214 pagine
2 ore
Pubblicato:
26 apr 2013
ISBN:
9788898190140
Formato:
Libro

Descrizione

Una biografia che sembra un film, narrata da chi ha conosciuto il grande campione del calcio Mario Frustalupi, che ha giocato in squadre di serie A, Inter, Sampdoria, Pistoiese, Lazio. Nel libro anche il ricordo che di Mario Frustalupi ha Marcello Lippi, l'allenatore d'Italia campione del mondo. La vita del calciatore è narrata anche in un album fotografico inedito presente nel libro.
Pubblicato:
26 apr 2013
ISBN:
9788898190140
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Frustalupi. Il piccolo gigante del centrocampo - Giuseppe Baiocco

Table of Contents

Copyright

Una vita che è una sceneggiatura (Introduzione al gioco)

Che gli assomiglino non me ne viene in mente neanche uno (Prefazione o Riscaldamento)

Nei meandri di memorie impolverate (Calcio d’inizio)

Il toscanini del centro campo (Fase di studio)

Abbiamo cominciato a rotolare insieme, la palla e io (Trame di gioco)

Bombardamenti e una palla di stracci da calciare di sinistro (Ribaltamento di fronte)

Scagliata con calibro da capulta umana (Regia e passaggi filtranti)

Genova per noi (Goool)

Da Mariuccio al Frusta (Possesso palla)

Le faremo sapere (Capacità prestativa)

La vita io l'ho castigata vivendola (Cross dal fondo)

Profumo di querce e olive carnose (Marcatura a uomo)

Ma nulla paga il pianto del bambino a cui fugge il pallone tra le case (Contrasto)

La bellezza fugge come all'arrotino la scintilla (Rilancio)

Canzoni in salita (Stop e tiro)

Sassi che il mare ha consumato (Dalla poesia del calcio al calcio alla poesia)

Miln Milanon chi te lassa l'è un cojon (Gestione palla)

Chiacchiere e caffè borghetti (Intervallo)

La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro (Calcio totale, vortice, tourbillon)

Quando diventi più bravo diventi anche meno bravo (Fase offensiva)

Vidi il sole passare come un'abitudine qualunque sopra le cose sorde e distratte (Palle inattive)

Da rigore a rigore, parola di Barluzzi (Calcio dagli undici metri)

‘O vestito (Applausi e doccia, fredda)

90° (Nota o commento conclusivo)

ALBUM FOTOGRAFICO

Bibliografia

Copyright

Titolo: Frustalupi

Sottotitolo: Il piccolo gigante del centrocampo.

Autore: Giuseppe R. Baiocco.

Frustalupi. Il piccolo gigante del centrocampo è pubblicato nella collana Narrativa.

Copyright © 2013 LibrosìEDIZIONI.

ISBN versione ebook: 978-88-98190-14-0

Il volume è disponibile anche in formato cartaceo puoi richiederlo a librosi@librosi.it oppure accedi al catalogo on line.

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L’ingiustizia fa più grande un’anima libera e fiera

Marie-Joseph Chénier, Discorso in versi, Sulla calunnia

Una vita che è una sceneggiatura

(Introduzione al gioco)

di Roberto Conticelli

Avvampa le gote d’emozione il percorso umano di Mario Frustalupi raccontato da Giuseppe Baiocco. Pare di essere ancora lì, sul liso cemento dei gradoni di via Roma nello squarcio di un qualunque pomeriggio primaverile di pioggia appena terminata e polvere raccolta in sghembe pozzanghere, gli occhi sgranati al cospetto del ragazzino dal piede fatato intento a palleggiare contando a cantilena - dicono - fino a mille. Un’impresa ripetuta chissà quante volte e sempre sciorinata con la naturalezza dell’età, d’istinto, ci fossero o meno acquattati nell’ombra estasiati osservatori a scrutarlo d’invidia o d’ammirazione.

C’è la provincia che non c’è più perché soppiantata dall’incomunicabilità economica dei tempi moderni, c’è il sogno d’arrivare ma senza le vuote nevrosi del terzo millennio, c’è uno scanzonato volto da umbro in trasferta incastonato in folte basette, da Beatles, come andava allora che anche lo spirito di ribellione era fashion, e idee socialiste e voglia di correre dietro quell’indomabile pallone. C’è Orvieto e in controluce si scorge il mondo in un racconto che commuove per il suo attaccamento all’essenza dei valori più genuini che però non vuol dire modestia ma sana consapevolezza di poter essere grandi. Allora era tutto più semplice, come bere un bicchiere d’acqua: capitava così che un piccoletto si mettesse in testa l’idea meravigliosa di inseguire le bizzarre evoluzioni di una sfera e c’era chi si rendeva conto che quei piedi erano alimentati da talento, mentre ai bordi di campi di periferia spuntavano talent scout e non procuratori, quando il calcio era pane e mortadella e in disparte le riserve panchinare consolavano la rabbia verso lo spigoloso mister con litri e litri di tè caldo. A quei tempi, ma è appena l’altro ieri, si poteva partire dalla rupe per arrivare a Milano e poi a Roma, fino a dare del tu tra una foglia morta e l’altra a Mariolino Corso e a litigare di brutto, ma da pari a pari, con Long John Chinaglia. Allora si poteva passare in pochi anni dall’inzaccherante polvere di via Roma alle luci di San Siro, e perfino Rivera e Mazzola, cioè il Dio degli uni e il Dio degli altri, aggrottavano lo sguardo e chiedevano tra i denti a Lodetti o Bedin: «Ma chi è quello che da sessanta metri ti mette di mancino il pallone sul piede come lo vuoi tu, e basta spingere... ?»

Baiocco ha saputo rileggere attraverso il ragazzino nato all’ombra dei Servi di Maria quegli anni difficili e stupendi, nei quali si poteva ancora tutto ciò che oggi è vietato, perché nel frattempo ci hanno preso la mano gli uomini dei conti e anche il calcio si vende a peso, come le mozzarelle.

Mario Frustalupi da Orvieto è una vita e sembra una sceneggiatura, dato per vecchio fin da giovane ha saputo ringiovanire invecchiando, parlando direttamente dal terreno di gioco ai cuori della gente nelle metropoli del tifo organizzato come in piccole città dai fumosi bar di chiacchiere e strategie dove la gente si radunava ciarlando in attesa delle sentenze (mai definitive però) del Novantesimo Minuto televisivo.

Che gli assomiglino

non me ne viene in mente neanche uno

(Prefazione o Riscaldamento)

di Marcello Lippi

Ho un grande ricordo di Mario. Me lo rivedo sempre scherzoso e sorridente. Quando ci si allenava al mattino eravamo tutti assonnati e lui ci svegliava con battute spiritose, i suoi sfottò, la sua voglia di fare, la sua esuberanza.

Sono nato nel 1948, sei anni dopo Frustalupi. Partii da Viareggio a sedici anni per trasferirmi a Genova, dove ero stato ingaggiato dalla Sampdoria. Ho fatto tutta la trafila del settore giovanile, che era molto selettiva. Qualche volta mi allenavo con la prima squadra, ma fuori del campo non frequentavo i titolari per motivi anagrafici. Loro uscivano per proprio conto. Andai un anno in prestito al Savona, in serie C, ma l’anno seguente mi conquistai il posto fisso alla Samp. Ho esordito in serie A il 27 settembre del 1970 in Sardegna, in un Cagliari-Sampdoria che finì 2 a 1 per loro. In quel campionato ho collezionato ventotto presenze segnando un gol, cosa che per un libero è poco usuale, ma Frustalupi non c’era più, era stato scambiato con l’Inter per Luisito Suarez, un campione che aveva ormai trentasei anni.

Ho giocato con Mario alla Pistoiese e lì ho avuto modo di frequentarlo e conoscerlo bene. Aveva un carattere straordinario, era un uomo di grande spirito, e nonostante avesse i suoi trentacinque anni era sempre in prima linea a tirare il gruppo negli allenamenti. Dal punto di vista dell’impegno e della dedizione ha rappresentato un esempio per tutti. è stato un giocatore di gran classe, un distributore di gioco, un ideatore rigoroso e allo stesso tempo di fantasia estrema.

Dei giocatori di oggi, che gli assomiglino, non me ne viene in mente neanche uno.

Nei meandri di memorie impolverate

(Calcio d’inizio)

Memorie impolverate. Che giacciono nascoste in un reticolo di interconnessioni fuori uso. Siamo ciò che ricordiamo e poco più. Un colpo di mano leggero sfugge e riporta alla luce vite arretrate sparse e perse. Fascinazioni, desideri, un mondo sotterraneo che abbiamo abitato e abbandonato.

Ho frugato, nei meandri di memorie impolverate, per donare smalto a momenti di gloria di un uomo che ha acceso passioni e discussioni, dando farina dal suo sacco zeppo di contenuti, che solo il tempo ha appannato un poco.

Ma andiamo con ordine. Ho conosciuto Mario Frustalupi nel 1985, cinque anni prima della sua morte, per un servizio da pubblicare su un piccolo giornale. Era tornato ad Orvieto per un saluto ai suoi, nel viale alberato dove era nato e cresciuto. Ho suonato il campanello, lui è sceso quasi subito con fare sportivo, ha fatto di corsa i sette scalini esterni di granito, ci siamo appoggiati ad una Wolkswagen chiara parcheggiata là sotto e siamo partiti con l’intervista.

Eravamo ignari di cominciare, lui a narrare la storia della sua vita, ed io la fatica piacevole di scriverla.

Il toscanini del centro campo

(Fase di studio)

«Devi sapere che la faccia di una persona è come un paesaggio. Una faccia può essere un giardino, oppure un bosco, oppure una terra desolata» (dal film I cento passi di Marco Tullio Giordana). Zigomi sporgenti, fossette alle guance, mascella volitiva, in un bel viso regolare che sprizzava saggezza. Ecco, la faccia di Frustalupi era un allegro campo sportivo che sprizzava saggezza.

Aveva occhi color verde mare, che scoprì bambino alla colonia per figli di mutilati e invalidi di guerra di Igea Marina. Il mare lo rivide per la seconda volta a sedici anni, dal treno che lo portava a Genova per il provino decisivo, con quegli occhi furbi, assertivi, da cui partivano sguardi complici carichi di tensione positiva o rimprovero. Un po’ stempiato già poco dopo i vent’anni, causa per cui è spesso sembrato più grande di quello che non fosse, aveva un punto di forza nel sorriso, grazie alla dentatura sana da cui traspariva una piccola fessura verticale fra gli incisivi superiori che ne accresceva la simpatia. Carl Gustav Jung, allievo e poi quasi nemico del padre della psicanalisi, Sigmund Freud, l’avrebbe definito un estrovertito interno o, forse, un introvertito esterno. Al di là di termini vetusti, era timido, eppure estroverso, allegro, ma a volte pensieroso. S’interrogava sul suo mondo che, oggi, rimpiangiamo amaramente.

Mario Frustalupi ebbe molti epiteti nella sua folgorante carriera di calciatore, coniati da giornalisti più o meno garbati. Il più evocativo e bello, inserito nel titolo di un pezzo per L’Intrepido, fu quello affibbiatogli da Enzo Tortora, divo della televisione, ma anche giornalista di vaglia: «Il Toscanini del centrocampo». Il parallelo con uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi poteva sembrare esagerato, però non strideva, calcolando la misura con cui Tortora era solito esprimersi, ma nonostante ciò, per vari motivi, la convocazione in Nazionale per Frustalupi non venne mai.

«Uomo eccezionale in campo e nella vita privata… Calca i campi di gioco (escluso il periodo dell’oratorio) dal 1960. Attitudini: sbroglia le matasse più intricate (nel gioco) nella maniera più semplice e riprende il bandolo in mano con disinvoltura. Soprannome: il Toscanini del centrocampo. Qualità: molta modestia, tanta bravura. Segni particolari: come calciatore non invecchia mai; è simile all’eccellente vino delle sue terre, vivo, inebriante, da tre stellette», scriveva Tortora.

Dai bombardamenti degli americani agli agi delle grandi città, dallo sterrato campo di Orvieto allo stadio S. Siro di Milano, la Scala del calcio, o all’Olimpico di Roma, dove Frustalupi è stato di casa e ha conquistato le platee, la vita del piccolo-grande regista è stata una rincorsa verso uno spazio tutto suo che mantenere non fu facile, né privo di angustie. Altari, i due scudetti conquistati e la finale di Coppa dei Campioni giocata e persa contro l’Ajax di Cruijff, e polveri, l’ingiusta retrocessione della Samp in B, le frettolose svendite subite da Inter e Lazio dopo la vittoria dei campionati nazionali. Nel flusso a forma di onda che caratterizza le esistenze di ciascuno di noi, la storia di Frustalupi, che è una storia di storie, è caratterizzata dall’indomita lotta per smentire i contrari e per affermare verità inconfutabili eppure confutate. L’hanno fatto sentire vecchio quando vecchio non era, utilizzandolo come fulcro ed emblema per poi dimenticarlo per la gioia di chi veniva dopo. Altre società coraggiose che l’hanno ingaggiato facendo la loro fortuna quando vecchio lo era diventato, ma non lo sembrava ancora.

«Le discese ardite/ e le risalite/ su nel cielo aperto/ e poi giù il deserto/ e poi ancora in alto/ con un grande salto» chiosava Lucio Battisti, uno dei cantori dell’epoca, con parole di Mogol, in contrapposizione alla leggendaria scuola dei cantautori genovesi.

Nando dalla Chiesa, che non è solo il figlio del generale ucciso dalle Brigate Rosse, il senatore della Repubblica, o il docente universitario di Sociologia economica, ma anche un fine narratore di storie attorno al calcio, di cui è stato tifoso attento e appassionato, ha marchiato con un’espressione felice «il popolo delle camicie bianche… il popolo più bello e più poetico che abbia riempito gli stadi, quello degli anni Sessanta». A quei tempi le camicie degli uomini non erano colorate e con i primi caldi ricchi e poveri (col vestito buono) toglievano la giacca regalando un colpo d’occhio formidabile. Ebbene è quel popolo che ha decretato i primi successi del piccolo gigante di Orvieto. Era quella la gente che voleva stupire e deliziare e alla quale ha regalato lanci da orologeria svizzera, lampi, squarci nel buio di lunghi pomeriggi seduti su scaloni di cemento armato. Prima dei contrasti degli anni Settanta. Dalla Chiesa ha scritto, tra l’altro, La farfalla granata, su Gigi Meroni e Capitano, mio Capitano dedicato ad Armando Picchi, entrambi acuti cunei in quei favolosi anni, mettendo un punto fermo nel settore delle biografie sportive.

Abbiamo cominciato a rotolare insieme,

la palla e io

(Trame di gioco)

«Sono così le storie del calcio: risate e pianti, pene ed esaltazioni, scriveva Soriano, più o meno come la vita. Osvaldo Soriano era un promettente centravanti argentino che dovette presto chiudere col calcio per un grave incidente di gioco. Diventò giornalista sportivo e scrittore di talento assoluto. In Italia Alessandro Baricco ha fondato una sorta di Nazionale degli Scrittori, insieme ad altri, denominandola Osvaldo Soriano Football Club". Morì presto, nel 1997, a soli 53 anni. Molto presto, nel 1990, a 47 anni, scomparve Frustalupi. Uno dei memorabili racconti di Soriano nasce così: «Mi ricordo i tempi in cui abbiamo cominciato a

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