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Via Lactea - Dall'altra parte della galassia
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E-book319 pagine4 ore

Via Lactea - Dall'altra parte della galassia

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Info su questo ebook

Due specie, due mondi, una guerra interplanetaria che rischia di dilagare senza controllo.

Attraversata la galassia per fornire protezione a un pianeta messo ingiustamente a rischio dagli eventi, un equipaggio partito a bordo di un’astronave sperimentale trova ad attenderlo un avversario imprevisto. Un’antica razza, detentrice di un’avanzata tecnologia, si è infiltrata sul pianeta per conseguire misteriosi scopi, mostrandosi estremamente pericolosa…
LinguaItaliano
Data di uscita4 gen 2016
ISBN9788893320368
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    Anteprima del libro

    Via Lactea - Dall'altra parte della galassia - Eric Bucci

    INDICE

    1. Missioni spaziali

    2. L’avvistamento

    3. Il punto della situazione

    4. L’incontro

    5. Convocazione a scuola

    6. In cerca del relitto

    7. Il recupero

    8. A caccia dei fyloniani

    9. Il giro di interrogatori

    10. Lo stratagemma

    11. Area 51

    12. La prima ispezione

    13. Un mare di dati

    14. Il disco volante

    15. I diari di bordo

    16. Un bluff rischioso

    17. Ritorno alla base reticolare

    VIA LACTEA

    Dall’altra Parte

    della Galassia

    ERIC BUCCI

    VIA LACTEA

    Il primo arco narrativo della saga è composto da:

    Missioni spaziali

    Dall’altra parte della galassia

    Il tunnel conteso

    Minaccia dallo spazio

    Questo libro è un’opera di fantasia. Nomi,

    personaggi, luoghi e accadimenti sono prodotti dell’immaginazione dell’autore o sono utilizzati in maniera fittizia. Ogni somiglianza a eventi, luoghi o persone reali, vive o morte, è da

    ritenersi casuale.

    1.

    Missioni spaziali

    Spazio, ultima frontiera. Non molto lontano dal nucleo centrale della galassia vi è un sistema stellare che ospita due pianeti abitati: Fylon e Harrathon. I popoli di questi due pianeti, dapprima in buoni rapporti diplomatici, da alcuni anni si combattono per la supremazia nel sistema. Ad aprire le ostilità fu il leader di Harrathon, l’imperatore Colar Zinmov, il quale, dopo un primo periodo di espansione portato avanti con la costruzione di stazioni spaziali e avamposti in varie parti dello stesso sistema, decise di non limitarsi a prendere il controllo solo di quelle zone disabitate circostanti il suo mondo e puntò a colonizzare il pianeta vicino, dando inizio alla guerra.

    Il conflitto vide, in una prima fase, gli harrathoniani prevalere sui loro vicini; successivamente i fyloniani recuperarono quasi tutto lo spazio perso, arginando quindi l’espansione harrathoniana nel sistema e portando lo scontro in una situazione di stallo.

    L’equilibrio venutosi a creare, col tempo preoccupò l’imperatore Zinmov, il quale chiese ai suoi più stretti collaboratori di trovare al più presto una soluzione, allo scopo di riprendere la loro espansione e conquistare Fylon. Su suggerimento del generale Dàkarius Taagh, fu organizzata una missione di spionaggio diretta in una zona del sistema molto vicina a Fylon, ovvero l’orbita del terzo satellite del pianeta, Traxfill. Il generale non volle dare inizialmente troppe spiegazioni sul perché di un’idea simile, ma cercò comunque di invogliare l’imperatore a dare l’autorizzazione, insinuando il sospetto che i fyloniani avrebbero potuto nascondere lì qualcosa di molto importante, dato che avevano costruito una fitta rete di sensori controllati da una piccola base spaziale.

    Zinmov, apparentemente convinto dalle spiegazioni del suo generale, ordinò al comandante della flotta Loten Torak di fornire all’esercito tutta l’assistenza necessaria, scegliendo l’astronave che riteneva più adatta per una simile missione. La scelta cadde sull’astronave Krakor, un vascello da guerra comandato dal capitano Noorn e già impegnato in precedenti azioni contro i fyloniani.

    L’astronave Krakor arrivò a destinazione dopo aver seguito scrupolosamente alcune indicazioni molto precise fornite dallo stesso generale Taagh, cosa che però non impedì il rilevamento da parte dei fyloninani di stanza nella base spaziale. Il generale, a sua volta istruito da un misterioso complice e perciò in parte ignaro di ciò che stava per succedere, aveva mandato il capitano Noorn e i suoi a scoprire un tunnel spaziale il cui ingresso era proprio nei pressi di Traxfill e che i fyloniani avevano sempre tenuto nascosto.

    Il tunnel spaziale conduceva in una zona periferica della galassia, consentendo di coprire in pochissimo tempo l’enorme distanza che la separava dalla zona centrale in cui si trovavano i due pianeti. I fyloniani avevano fatto questa scoperta già da molto tempo, al punto da aver mandato in passato missioni esplorative e raccogliendo molti dati, tra i quali le prove dell’esistenza di una civiltà che abitava uno dei pianeti situati dal lato opposto del tunnel.

    L’ammiraglio Hinvynth, uno dei più alti ufficiali della flotta fyloniana, chiese e ottenne, direttamente dal suo sovrano Scaldron, l’autorizzazione a condurre una missione dall’altro lato della galassia, con lo scopo di proteggere il pianeta abitato da eventuali attacchi degli harrathoniani, nel caso in cui questi fossero riusciti a conquistare Fylon e, di conseguenza, il controllo del varco. La missione partì pochissimo tempo dopo la scoperta della Krakor in zona proibita, ma avendo cura di far credere agli harrathoniani che la loro astronave era riuscita nel suo intento di passare inosservata.

    Il viaggio verso il mondo alieno fu fatto a bordo di un’astronave sperimentale, in grado di superare di tre volte la velocità della luce grazie ad un motore di nuova concezione progettato sulla base delle scoperte fatte proprio dall’ammiraglio Hinvynth, il quale, oltre ad essere un valido ufficiale, era anche un ingegnere geniale.

    L’equipaggio non ebbe quasi problemi a raggiungere la destinazione, ma a bordo della nave si ignorava che il posizionamento in orbita al pianeta Terra avrebbe dato inizio ad una catena di eventi imprevedibili e incontrollabili.

    2.

    L’avvistamento

    Pianeta Terra, Houston, Texas, Stati Uniti, lunedì 14 marzo 1988 ore 12:38: al centro di controllo della N.A.S.A. i tecnici di una delle postazioni radar ricevono sui loro strumenti un segnale anomalo.

    – Signor Morgan, può venire un attimo qui? – chiese un tecnico ad un suo superiore.

    – Cosa succede, Martin? – domandò l’interpellato.

    – Ricevo strani segnali di ritorno provenienti dall’orbita planetaria.

    – Da che direzione? – chiese il tecnico più anziano.

    – Da circa cinquecento chilometri di altitudine, sulla verticale a dieci gradi e dodici primi est e venticinque gradi e quarantasei primi sud.

    – Che cosa sta ricevendo con precisione? – chiese ancora Morgan.

    – Sembra che i nostri satelliti captino una specie di enorme massa metallica appena arrivata sulle nostre teste.

    – È possibile che ci sia un qualche tipo di errore? Da quali satelliti arriva il segnale?

    – Da tre satelliti posizionati tra l’Africa e l’Europa appartenenti al programma sperimentale Global Surveyor Net; il segnale più forte arriva dall’ultimo messo in orbita un mese fa, il numero 12, con matricola C-152/9A. Stavo effettuando una verifica delle funzioni di routine, quando me ne sono accorto.

    – Che cosa doveva monitorare?

    – Serve per il monitoraggio del territorio africano centro-orientale, signore.

    – È possibile che possa essersi già guastato?

    – Non penso, signore. Tutti gli strumenti indicano che non ci sono problemi.

    – Ha detto che segnala una grossa massa metallica. Può trattarsi della stazione Mir?

    – Non credo. Le dimensioni e la massa indicate dal radar di bordo del satellite indicano qualcosa di molto più imponente e comunque la Mir adesso è dall’altra parte rispetto al segnale.

    – Ne è sicuro, Martin?

    – Sì, signore. Se vuole, posso collegarmi anche con la telecamera esterna e provare a dare un’occhiata in giro.

    – Aspetti un attimo. Forse è meglio avvertire il Generale; alla Difesa non piace che si usino le nuove apparecchiature senza un valido motivo. Vado ad avvisarlo.

    E così Morgan si diresse verso l’ufficio del generale. Durante il tragitto, attraversando i vari corridoi che conducevano all’ufficio del suo superiore, pensò a ciò che avrebbe dovuto dirgli per spiegare la situazione in modo esauriente. Fermatosi in prossimità dell’uscio, si aggiustò con la mano destra un ciuffo di capelli che gli prudeva in fronte cercando di rimetterlo al suo posto, poi bussò timidamente.

    – Avanti! – si sentì dall’interno il generale.

    Il capo tecnico aprì la porta e trovò il generale seduto alla scrivania. L’ufficio non era molto grande, nonostante la presenza dei capi militari nella base fosse prevista dal regolamento e, quindi, la predisposizione di spazi consoni al grado fosse, se non necessaria, quantomeno fortemente consigliata. Il generale indossava la divisa blu dell’aeronautica militare degli Stati Uniti; di aspetto era brizzolato, con i baffi e alto circa un metro e ottanta.

    Aperta la porta, Morgan disse: – Buongiorno, generale Carter; scusi il disturbo, ma c’è qualcosa che deve sapere.

    Il generale lesse un certo timore nel viso del tecnico e gli chiese: – La vedo preoccupato, Morgan. Che cosa è successo?

    L’ingegnere, perché questa era la qualifica di James Morgan, rispose cautamente: – Un satellite ha visto qualcosa.

    – Ha visto qualcosa di che genere?

    – Stando al signor Martin, qualcosa di molto grosso.

    – Di che tipo?

    – Non lo sappiamo con precisione; Martin voleva collegarsi con la telecamera esterna, ma l’ho trattenuto dal farlo. Sa… si tratta dell’ultimo satellite del progetto G.S.N. e non volevamo correre il rischio di un richiamo dai nostri superiori alla Difesa.

    – Sì, ha ragione. Comunque vorrei vederci chiaro; andiamo in sala osservazione, poi ci penso io.

    I due uscirono dall’ufficio del generale per ritornare nella sala in cui si trovavano i pannelli di controllo radar.

    Appena entrati, Carter disse: – Martin, situazione!

    Il giovane tecnico, sorpreso, come tutti, mentre era seduto di spalle all’entrata, si girò di scatto, si alzò in piedi e, facendo il saluto sull’attenti rispose: – Generale!

    – Riposo, Martin, lei è un civile… il saluto non è necessario; faccia quello che le ho appena chiesto: mi aggiorni!

    – Subito, signore. – rispose risedendosi alla postazione – Vede, signore, il radar dell’ultimo satellite G.S.N. ha captato una enorme massa che, dal tipo di segnale di ritorno, sembra essere metallica.

    – Questo satellite ha una telecamera esterna, giusto?

    – Sì, signore.

    – Vorrei usarla, ma preferirei evitare di far innervosire gli uomini a Washinghton. Parlerò con il Segretario alla Difesa.

    I presenti, pur sapendo a cosa andavano incontro con il loro lavoro, sembravano non essere realmente preparati al contatto con qualcuno di un altro pianeta. Comunque, tornarono lo stesso ai loro compiti in attesa degli eventi.

    Il generale Carter uscì dalla sala controllo della base N.A.S.A. di Houston; arrivato nel suo ufficio, prese in mano il telefono e chiamò il Segretario alla Difesa: – Sono il generale John Carter, vorrei parlare con il Segretario alla Difesa…

    All’altro capo della cornetta risposero: – Sono io il Segretario. Mi dica, Generale.

    – Oh, mi scusi. Non l’avevo riconosciuta. – rispose Carter.

    Non fa niente. Perché ha chiamato? C’è qualche problema?

    – Potrebbe esserci, ma non ne siamo sicuri.

    Come sarebbe a dire?

    – Poco fa, tramite uno dei satelliti del G.S.N., abbiamo avvistato un oggetto che non possiamo identificare.

    Sta parlando di un U.F.O.?

    – Potrebbe esserlo, ma non ne saremo mai sicuri se non ci dà l’autorizzazione ad usare la telecamera esterna in dotazione.

    Perché la chiede a me? – domandò il segretario.

    – Perché si tratta di un satellite di un programma sperimentale e non vorrei creare problemi.

    Mi dica qual è il satellite.

    – Si tratta del G.S.N. numero 12, matricola C-152/9A.

    Va bene, faccia quello che ritiene più opportuno, ma in fretta. Mi tenga informato, deciderò se avvisare o meno il Presidente.

    Chiusa la telefonata, il generale tornò in sala osservazione e disse: – Morgan, faccia predisporre tutto per il collegamento video esterno.

    – Agli ordini! – rispose l’ingegnere – Avete sentito, ragazzi?

    Senza farselo ripetere, Martin ed altri tecnici si collegarono con il satellite in questione e guidarono la telecamera esterna di cui era fornito verso il segnale anomalo. Quando l’immagine fu messa a fuoco, i presenti non riuscirono a trattenere la sorpresa: davanti ai loro occhi, inquadrata dall’obiettivo di un satellite spia degli Stati Uniti, vi era un’astronave aliena. La forma, il modo di orbitare e tanti altri particolari non lasciavano dubbi: quell’oggetto non era partito dalla Terra.

    – Questa è bella! – esclamò Carter.

    – Cosa facciamo? – chiese Morgan.

    – Avvertiamo il Segretario. Di più non possiamo fare, almeno per ora. Può passarmi un telefono?

    – Sì, signore.

    Quando Carter ebbe in mano il telefono, compose subito il numero che lo avrebbe messo di nuovo in contatto con il Segretario alla Difesa: – Sono ancora io.

    Allora, Generale?

    – Confermato: oggetto alieno in orbita al pianeta.

    Va bene. Continuate a tenere la situazione sotto controllo. Io avverto chi di dovere.

    Il segretario sapeva a chi telefonare. Interruppe la linea premendo i pulsanti del suo telefono con le dita senza riagganciare la cornetta e compose un altro numero.

    Quando si ripose la cornetta all’orecchio, il segretario disse: – Pronto, generale Levinson?

    Sì, sono io. È lei, Segretario?

    – Certo! Le dirò tutto e subito. Colleghi gli strumenti della base al satellite C-152/9A e scopra cosa sta puntando; ha carta bianca su quello che ci sarà bisogno di fare, anche se ci terrei ad avere meno danni possibili a cose e… persone!

    Chiaro e conciso. Ricevuto. Salve e a risentirci.

    Il generale Thomas Levinson era calvo, in leggero sovrappeso e non era alto più di un metro e settanta. L’ufficiale era al comando della base segreta nota come Area 51, installazione di cui erano in pochi a conoscere l’esistenza e che aveva l’incarico di svolgere, per conto del governo degli Stati Uniti d’America, ricerche tecnologiche di ogni tipo e provenienza per utilizzarne i risultati a scopi militari. Si sospetta che la base sia anche in contatto con esseri di altri pianeti e che utilizzi alcune apparecchiature fornite da questi ultimi. Il governo nega la sua esistenza, ma non sempre le vie ufficiali risultano attendibili.

    – Capitano Smith, – disse il generale rivolgendosi ad un giovane e biondo ufficiale entrando nella sala di controllo della base – faccia collegare gli strumenti di osservazione alla telecamera del satellite C-152/9A. Sembra che abbia visto qualcosa di interessante.

    Il capitano eseguì l’ordine ricevuto: – Tenente Wilson, ci dia le immagini provenienti da quel satellite spia.

    L’ufficiale smanettò un po’ con gli strumenti a sua disposizione e fece comparire l’immagine sui televisori della sala.

    Appena la vide, il capitano Smith disse: – Generale, che cos’è?

    L’ufficiale rispose: – Vogliono saperlo anche alla Difesa e ci hanno chiesto di indagare. Il Segretario mi ha chiamato poco fa dicendo che il satellite riceveva questa immagine e che noi siamo quelli che devono vederci chiaro.

    – Ha detto proprio così?

    – Non proprio, ma si capiva benissimo quello che intendeva.

    – Da dove cominciamo? – chiese ancora Smith.

    – Dall’unico che potrebbe darci una mano. Presto, fate chiamare Mor. Ditegli che è urgente. – ordinò il Generale.

    Smith eseguì l’ordine e, tramite l’interfono, fece chiamare urgentemente Mor. Dopo alcuni minuti entrò nella sala qualcuno che, al solo vederlo, non aveva nulla di umano: Mor era un alieno, per la precisione un Grigio di Zeta Reticuli; un essere dalla corporatura esile e dalla testa grande, alto un metro e cinquanta, con due grandi occhi a mandorla neri e la pelle di un colore grigio argenteo. Indossava quella che era la divisa del suo corpo di appartenenza: era azzurra, con una giacca dal colletto alto dai bordi dorati, sul quale erano appuntate due spille anch’esse dorate, una per lato, accompagnate sull’occhiello da altri simboli di riconoscimento.

    Quando l’essere entrò in sala osservazione, uno strano sentimento di timore pervase tutti i presenti; senza salutare si guardò un attimo intorno e, con voce molto bassa, disse: – Allora, che succede qui?

    Il generale, non sapendo che rispondergli, lo invitò a vedere lo schermo: – È difficile da spiegare; forse è meglio che venga a dare un’occhiata.

    L’essere si avvicinò lentamente allo schermo, lo guardò e pensò: «Che cos’è? Non la riconosco; non ho mai visto una nave simile!» Poi si rivolse agli altri: – Da quanto tempo è qui?

    Levinson rispose: – Non lo sappiamo con precisione, l’abbiamo appena scoperta. Può essere lì da qualche minuto, come anche da molte ore. Sa dirci chi sono?

    – Devo essere sincero?

    – Possibilmente sì!

    – Non lo so, è un tipo di nave che non ho mai visto. Potrebbe essere di qualche nuova razza o magari un nuovo modello partito da un pianeta che già conosco; non le so dire assolutamente niente.

    – Possono essere pericolosi?

    – Per dirglielo ho bisogno di sapere di chi si tratta. Sareste capaci di comunicare con loro?

    – Sì, se possono usare le onde radio.

    – E allora provate il contatto.

    In quell’istante un flebile suono, simile ad uno squillo, pervase nella stanza: era il piccolo comunicatore portatile di Mor; qualcuno aveva bisogno di dirgli qualcosa.

    – Sono in ascolto! – disse l’alieno prendendo il piccolo strumento da una tasca della divisa e mettendosi un po’ in disparte.

    Gli umani l’hanno chiamata perché hanno avvistato qualcosa, vero?

    – Certo. Sapete dirmi di che si tratta?

    Sicuro. Stando al nostro database si tratta del nuovo prototipo dei fyloniani.

    – Come? Quello in grado di superare la velocità della luce?

    Proprio quello.

    – Avete capito cosa ci fa qui?

    Ancora no.

    – Allora non sforzatevi! Ci penseranno gli umani a fare il lavoro sporco. Qui Mor, chiudo. – disse congedando chi lo aveva chiamato. «Questa non ci voleva. Rischiano di trascinare fin qui la loro guerra contro gli harrathoniani e di mandare in rovina tutte le operazioni su questo pianeta! No, non deve succedere!» pensò fra sé.

    – Qualcosa non va, Mor? – chiese Levinson.

    – Sì. Ho appena avuto delle notizie poco incoraggianti. Quelli lassù non possono restare.

    – Come? Allora sono pericolosi?

    – Sì, lo sono. Buttateli giù.

    – E come? Non sappiamo se le nostre armi siano adatte o meno.

    – Non mi interessa. Sono problemi vostri. Se siete incerti, potete sempre usare la vostra arma definitiva.

    Il generale, nonostante qualche dubbio, chiese al capitano: – Smith, quali delle nostre postazioni missilistiche possono esserci utili adesso?

    – L’oggetto si sta spostando verso est; dovremo aspettare che si avvicini alla costa ovest, poi una qualunque postazione dalla California in su va bene.

    – Contatti chiunque dei nostri disponga di una testata nucleare dalle Hawaii alla Florida. Devono prepararsi immediatamente; quel coso deve essere distrutto!

    Nel frattempo, a bordo della nave fyloniana, fervono i lavori di preparazione al contatto con i terrestri: – Allora, – disse Hinvynth – avete trovato qualcosa di interessante su cui lavorare?

    – Niente di particolare rilievo. Su quel pianeta sembra che le trasmissioni utili non esistano. – rispose Kron.

    – Come sarebbe a dire? – chiese l’ammiraglio.

    – Da quello che si capisce, il che non è molto, sembra che la maggior parte delle comunicazioni su onde portanti elettromagnetiche siano trasmissioni musicali, video e roba di vario genere a scopo di intrattenimento.

    – Ne siete proprio sicuri?

    – Non del tutto, signore. – rispose Siimms – Le frequenze che abbiamo controllato sono poche rispetto a quelle usate. Comunque sto inserendo i vari modelli di linguaggio nel database del traduttore, così da poterci lavorare con più calma in un secondo momento.

    – Non con troppa calma, mi raccomando. Vi ricordo che il fattore tempo è un elemento molto importante in quello che stiamo facendo.

    Improvvisamente Leskal iniziò ad agitarsi: – Signore, qualcosa si avvicina alla nostra posizione.

    Hinvynth si avvicinò subito alla postazione dei sensori: – Che cos’è, lo ha identificato?

    – Non proprio: è un oggetto dalla forma affusolata che sembra appena partito dalla superficie. Non so dire altro.

    – Ha fatto scansioni approfondite con i sensori?

    – Eseguo subito!

    Leskal avviò la scansione approfondita dei sensori esterni, il cui risultato fu poco incoraggiante: – Signore, siamo nei guai. Quello che ci sta venendo addosso è un missile a fissione atomica. Capto livelli di radiazioni molto elevati provenire dalla struttura e inoltre sembra avere una serie di congegni che sembrano far parte di un detonatore.

    – Ci hanno scoperti e ora ci stanno sparando addosso! – esclamò allarmato l’ammiraglio.

    – Come? Ma non avevamo preso tutte le precauzioni una volta entrati in orbita? – chiese Barth.

    – Evidentemente non sono bastate. Misàk, manovra evasiva!

    Misàk eseguì l’ordine e la nave iniziò a spostarsi dall’orbita in cui si trovava.

    – Signore, – intervenne Leskal – non siamo abbastanza veloci e l’oggetto continua a venirci addosso; perché non attiviamo il trans-luce?

    – Può essere un’idea. Misàk, avvii la procedura.

    – Signore, mi correggo, – disse Leskal – forse non c’è più tempo. Mancano quindici sub-rotazioni all’impatto.

    – Misàk, svelto; quanto ci vuole ad avviare la procedura?

    – Non posso avviarla se prima non usciamo dall’orbita; l’attrazione gravitazionale frantumerebbe lo scafo.

    – Si muova! Nel frattempo preparatevi all’impatto!

    Nonostante gli sforzi, dopo pochi istanti il missile lanciato da terra colpì, anche se di striscio, l’astronave, provocando danni al rivestimento esterno dello scafo: – Impatto avvenuto! – disse Leskal.

    – Danni? – chiese Barth.

    – La sezione di poppa ha subito un impatto diretto, lo scafo ha resistito senza squarciarsi, ma sembra avere delle profonde ammaccature.

    – Esplosioni?

    – Nessuna.

    Non appena questa parola fu pronunciata il missile, che dopo aver colpito l’astronave era rimbalzato via finendo ad alcuni chilometri di distanza, esplose, provocando un’onda d’urto che investì il velivolo.

    – Cos’è stato? – chiese ancora il capitano.

    – L’arma è esplosa dopo averci colpito. – rispose ancora Leskal.

    – Abbiamo riportato altri danni?

    – Non lo so; qui tutti gli strumenti sono come impazziti. Non funziona più niente: sensori, armi, comunicazioni, propulsione, timone e…

    – …E basta non c’è altro! – interruppe Misàk.

    – No, c’è dell’altro! – disse Hinvynth affacciandosi ai finestrini.

    – Cosa, Ammiraglio? – chiese il capitano raggiungendolo.

    – Stiamo precipitando!

    Improvvisamente, una comunicazione irruppe nel panico generale: – Tèsar a plancia, mi sentite?

    – Sì, Tenente, ma molto male; qui non funziona più niente. – fu la risposta di Hinvynth.

    Me ne sono accorta! Si può sapere che accidenti sta succedendo? Qui da noi per poco non si apriva una falla e gli strumenti sono andati quasi tutti in tilt.

    – Non c’è tempo per le spiegazioni, la situazione si è complicata più del previsto; fatevi trovare tutti in prossimità della pedana del trasportatore, ce ne andiamo! – le rispose Hinvynth pur non essendo sicuro di aver capito bene il messaggio.

    Come? Ho capito bene? Vuole che abbandoniamo la nave? Con il trasportatore, poi! Non è ancora affidabile per gli esseri viventi!

    – È vero, ma è la nostra unica possibilità. Prenda qualche strumento che potremmo usare laggiù, imposti delle coordinate e se ne vada, è un ordine! Le spiegazioni le avrà quando ci rivedremo sulla superficie!

    In plancia la decisione di abbandonare la nave fece discutere: – Signore, se il trasportatore non è ancora affidabile, come può pretendere che lo usiamo in una situazione simile? Non siamo neanche sicuri che non abbia subito danni come il resto delle strumentazioni. – disse Barth.

    – Questo ce lo diranno Tèsar e gli altri se non dovessero attivarlo.

    – E se dovesse guastarsi al momento del trasporto? Li sacrificheremmo per niente!

    – Capitano, la nave ha subito dei danni che di certo non potremmo in alcun modo riparare qui e adesso; ora come ora non è possibile per noi provare a recuperarla; se non ce ne andiamo subito faremo comunque una brutta fine!

    – È lo stesso che potrebbe succedere usando il trasportatore! – ribatté Barth.

    – Appunto: col

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