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Viaggio di ritorno: Firenze si racconta

Viaggio di ritorno: Firenze si racconta

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Viaggio di ritorno: Firenze si racconta

Lunghezza:
244 pagine
4 ore
Pubblicato:
20 gen 2016
ISBN:
9788897264651
Formato:
Libro

Descrizione

Firenze, da cuore del Rinascimento a città chiusa su se stessa, con lo sguardo rivolto al passato, alla gloria cristallizzata nei musei e nei palazzi, un po’ imbastardita e impoverita, oggi abitata da turisti più che da cittadini, nutrita da una dialettica sconnessa tra bottegai, una sinistra dalla cultura spesso polverosa e intirizzita nel passato e una borghesia seduta sulle glorie che furono... e la voglia di tornare ad essere capitale.

Ce la racconta una scrittrice nata a Firenze e "strappata" troppo presto alla sua città. Il suo viaggio di ritorno qui, dopo essersi "persa" nel Mediterraneo.
Pubblicato:
20 gen 2016
ISBN:
9788897264651
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Viaggio di ritorno - Ilaria Guidantoni

COPERTINA

COLOPHON

Tutti i diritti riservati

Copyright ©2016 Oltre edizioni

http://www.oltre.it

ISBN 9788897264651

Titolo originale dell’opera:

Viaggio di ritorno

di Ilaria Guidantoni

Collana * edeia / letture del mondo *

diretta da

Elisa Amadori

Diego Zandel

progetto grafico:

Sara Paganetto

Prima edizione gennaio 2016

Indice

COPERTINA

COLOPHON

L'AUTRICE: ILARIA GUIDANTONI

LA MIA FIRENZE

I FIORENTINI, RITRATTO AGRODOLCE

LA NAZIONE, STRADE DI INCHIOSTRO

SOFFIANO, LA VEGLIA

IL GIARDINO DEI NIDIACI, LA BAMBINA CHE NASCONDEVA IL CIOCCOLATO

TEATRO DELL'AFFRATELLAMENTO, L'AMORE AL TEMPO DEI RIFUGI

IL CANALE DEI NAVICELLI, IL MARE CHE SORPRESA

SAN FREDIANO, SIGARETTE, ROSSETTO E BURLE

VIA DE' TORNABUONI, ARISTOCRAZIA, SPECCHI E MERLETTI

POGGIO IMPERIALE, STORIE DI PRINCIPESSE

CAMPO DI MARTE, TRA INGLESI, AMERICANI E TEDESCHI

IL BISONTE DI VIA RICASOLI, SPIRITO PARTIGIANO E PASSIONE LETTERARIA

LUNGARNO, CORIANDOLI E RIFICOLONE

PIAZZA DELLA REPUBBLICA, UN CAFFÈ PER TUTTI I GUSTI

PALAZZO SPINI FERONI, IL CIABATTINO DELLE STELLE

PONTE ALLA CARRAIA, L'ARNO DI FANGO

PALAZZO DAVANZATI, FIRENZE AL TEMPO DEI NOBILI

ALLE CASCINE, QUANDO ERA SEMPRE PRIMAVERA

FIRENZE NORD, LA TENDA DEI NOMADI

LA CHIESA DEL ROMITO, QUANDO I PRETI ERANO ROSSI

SANTA FELICITA, CELESTINO AMORE MIO

TRA IL DUOMO E IL BATTISTERO, IL VOLO DELLA COLOMBINA

SANTA CROCE, SIAMO NANI SULLE SPALLE DI GIGANTI

AL GIARDINO DI BOBOLI, LE PASSEGGIATE DEI RUSSI

DA PROCACCI A RIVOIRE, LE VIE DEL GUSTO

SETTIGNANO, SULLE ORME DELLA DUSE

CASA STIBBERT, QUEL GUSTO UN PO' KITSCH

IL GIRO DELLE SETTE CHIESE, FIORI E SEPOLCRI

VIA DELLE STINCHE, NELLE SEGRETE DELLE CARCERI

SANTA MARIA NOVELLA, DALLA CABALA AI MIGRANTI

VIA DE' BARDI, PROFUMI D'ORIENTE IN STILE FIORENTINO

GEORGOFILI, L'ORGOGLIO FERITO

VIA DELLE TERME, L'ULTIMA GUARDAROBIERA

ORSANMICHELE, LA CORPORAZIONE DEI BECCAI

VIA MARTELLI, LIBRERIE ADDIO

VIA DELLA VIGNA, DOVE LA CARTA CANTA

PIAZZA DUOMO, SE UNA TRAMVIA DISTURBA LA QUIETE

INDIRIZZO VOCALE, IL COLORE VIOLA

COVERCIANO, CHIACCHIERE CON UN FIORENTINO ADOTTIVO

VIA DELLE OCHE, LA FIRENZE EBRAICA

A ZONZO, VIA DE' MALCONTENTI

PRATO, UN ALTRO MONDO A POCHI CHILOMETRI

LA CHIESA DEL LIMBO, SULLE NOTE DEL TEATRO CANZONE

COSTA SAN GIORGIO, SINFONIA D'AUTUNNO

SAN DONATO, I CUSTODI DELLA COLLINA

2014. IL BEAUBOURG FIORENTINO, SENZA ZUCCHERO NÉ SALE…

ARCHIVIO DI STATO, RITORNO AL FUTURO

BIBLIOGRAFIA

L'AUTRICE: ILARIA GUIDANTONI

NOTE BIOGRAFICHE

Giornalista, blogger e scrittrice, si occupa di temi legati alla cultura del Mediterraneo. Fiorentina di nascita, vive e lavora tra Roma, Milano e Tunisi.

Laureata in Filosofia Teoretica.

E’ direttore della testata culturale on line Saltinaria.it.

NOTE BIBLIOGRAFICHE

Ha pubblicato il saggio Vite sicure. Viaggio tra strade e parole (Edizioni della Sera, marzo 2010); la raccolta di poesie e racconti Prima che sia Buio (Colosseo Grafica Editoriale, novembre 2010); l’instant book I giorni del gelsomino (P&I Edizioni, febbraio 2011); il romanzo verità Tunisi, taxi di sola andata (NO REPLY Editore, marzo 2012) e Chiacchiere, datteri e thé. Tunisi, viaggio in una società che cambia (Albeggi Edizioni – REvolution, 14 gennaio 2013). Ha pubblicato il racconto Chéhérazade non abita qui nel libro collettivo uscito il 25 novembre 2014 contro la violenza sulle donne, Chiamarlo amore non si può (Casa Editrice Mammeonline). Ha collaborato con il Dizionario Enciclopedico delle Migrazioni Italiane nel Mondo per le voci l’osmosi siciliana in Tunisia, l’emigrazione italiana interna nel Novecento e i lavoratori italiani nelle miniere nel mondo (SERItaliAteneo, 2014). A dicembre 2014 è uscito Marsiglia-Algeri Viaggio al chiaro di luna (Albeggi Edizioni) e a gennaio 2015 Il potere delle donne arabe (Mimesis, editore). Ha partecipato in rappresentanza dell’Italia a Tunisi al I Forum internazionale sulle identità multiple nell’area dell’Euro-Maghreb organizzato dalla Commissione europea nel 2013. Ha ricevuto il premio Diritti umani 2014 –XV edizione Salento porta d’Oriente, omaggio a Nelson Mandela.

LA MIA FIRENZE

Questo libro è un viaggio sulla mappa della città di oggi e di ieri, attraverso una serie di istantanee scattate in un percorso singolare, individuando, di volta in volta, un indirizzo, un monumento, un luogo da dove partire per fare una sosta lungo il percorso. A ogni nome e, in generale, indirizzo corrisponde una porta che si apre su un racconto, per un'emozione, una suggestione, un'associazione di idee o per un fatto realmente accaduto in quel dato luogo. L'intento è di restituire la città nel vissuto emozionale, soprattutto legato al raccontare e alla scoperta del valore imperdibile della tradizione orale, dell'incontro tra le genti. La voce è d'altronde l'espressione umana che unisce la parte più spirituale e carnale ad un tempo e svela chi siamo, come il singolare accento che connota la nostra origine e, quando manca l'inflessione locale, porta in emersione una perfezione un po' fredda, una professionalizzazione del nostro abitare il mondo.

Firenze è la mia origine, la culla nella quale sono stata coccolata, i miei primi ricordi nonché l'imprinting all'apprendimento; e ancora, i primi passi verso la curiosità, la smania di conoscenza che per chi viene dal cuore del Rinascimento non può essere secondaria. Firenze è al contempo il pungolo di una città troppo stretta, sempre con lo sguardo rivolto al passato, alla gloria cristallizzata nei musei e nei suoi palazzi, oggi un po' imbastardita e impoverita, abitata da turisti più che da cittadini, nutrita da una dialettica sconnessa tra bottegai, una sinistra dalla cultura un po' polverosa e intirizzita nel passato e una borghesia seduta sulle glorie che furono, chiusa, quasi arricciata su se stessa. I fiorentini che tutti conoscono nel mondo, quelli che hanno reso illustre la patria – perché Firenze non è solo una città, è un luogo dell'anima, un continente culturale – hanno smesso di viaggiare e sono troppo innamorati di loro stessi e del loro piccolo mondo antico, da aver perso quella vitalità che nasce dalla contaminazione con quello che sta fuori, seppur meno bello.

Il mio è un viaggio di ritorno, alla città alla quale mi sono sentita strappata troppo presto e che mi ha segnata nella malinconia come un sentimento dell'inquietudine e quindi dell'erranza del vivere. Dopo essermi persa nel Mediterraneo vi torno per riannodare i fili di un mosaico le cui tessere sono andate alla deriva. Sono tornata per ripartire ma, sulle orme di Caterina de' Medici, per raccontare e portare in giro le preziosità della mia culla.

Il mio percorso in queste pagine è legato a un filo conduttore che si snoda nel tempo e nello spazio lungo un secolo e tre generazioni, dal 1913, anno della nascita dello scrittore Vasco Pratolini e, a pochi giorni di distanza, di una bambina, Milena, mia nonna materna, all'origine di tante storie del libro, fino al 2013 e agli albori di una nuova stagione fiorentina, quella aperta con la squadra politica dei toscani, dai toni pop che in ogni caso stanno rompendo quel guscio provinciale, dal quale da troppo tempo la città si era lasciata avvolgere.

Firenze nel 2014 sembra infatti essere tornata in qualche modo la capitale d'Italia, almeno politica; mentre Roma è in preda alla deriva, sfilacciata dall'erosione morale del tempo.

Il 2015 è l'anno dei festeggiamenti per i 150 anni di Firenze capitale. La storia vuole, infatti, che la sera del 3 febbraio 1865 re Vittorio Emanuele II, in una città illuminata a giorno e gremita, con una folla di senatori, deputati, autorità civili, militari e comuni cittadini, facesse il suo ingresso a Firenze, appena proclamata nuova capitale del giovanissimo Regno d'Italia. La città ebbe questo ruolo per soli cinque anni, sino al 1870. Il protocollo del 150° anniversario di Firenze capitale ha previsto l'apertura della commemorazione nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio – detto così per distinguerlo dall'allora nuova residenza dei Medici, Palazzo Pitti – lo stesso giorno del giuramento del neoeletto presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Sullo sfondo di questo libro, racconti, episodi, qualche volta più inclini alla cronaca giornalistica, che seguono anche le vicende di una famiglia – la mia, per tre, quasi quattro generazioni – che potrebbero però appartenere a cognomi diversi.

Alcune pagine sono ispirate a quelle che mia nonna mi leggeva, tratte dal quotidiano locale La Nazione e firmate da Luigi Maria Personè, maestro del bello scrivere, dal gusto ironico, raccoglitore di storielle, aneddoti, episodi; curioso autentico della vita e della gente, esperto di teatro, costume e letteratura.

Su tutte le pagine, come sulla città e sui fiorentini regna sovrana un'idea platonica che ha nome armonia, un misto di eleganza, raffinatezza, gusto del vivere che è difficile da descrivere. Come disse una donna estrosa, di fine cultura e ingegno, l'antiquaria milanese Adriana Levi a mia madre, titolare del negozio Il Cenacolo, molti anni fa, chi ha i propri natali a Firenze ha il senso del bello innato e non ne può fare a meno.

Gli resta per sempre cucita addosso un'eredità ricca quanto impegnativa.

I FIORENTINI, RITRATTO AGRODOLCE

Guelfo non son, né Ghibellin m'appello:

chi mi dà da mangiar, tengo per quello

Si dice che se qualcuno chiede ad un altro di descriversi e poi ad un terzo di raccontare la persona oggetto di questo singolare identikit, vengano fuori due ritratti diversi. Generalmente l'autoritratto è sempre più incline a sottolineare i difetti, piuttosto che a guardare e a valorizzare l'insieme.

È quello che succede a me quando penso ai fiorentini. Tendo a prenderne le distanze anche se Firenze è profondamente radicata in me per quel gusto del bello e dell'armonia che perfino nelle periferie e nei siti industriali riesce a trasmettere.

Eppure, sempre più spesso, a chi mi chieda di dove sia, rispondo non già fiorentina ma di origine fiorentina, malgrado ci abbia vissuto fino a dieci anni e sia stata legata visceralmente a quel fiume che la divide e a quelle colline che l'abbracciano, talora stringendola troppo, fino a farla soffocare.

Nel mio definirmi mediterranea, faccio però un complimento ai fiorentini, non già a quelli di oggi, piuttosto a quelli antichi, che stanno nei musei e nella memoria della storia, quelli che avevano una vocazione internazionale senza essere dei colonizzatori, ben diversi dai cugini Romani; quelli che hanno portato il gusto delle belle e buone cose, della cultura che sola traccia il buon vivere senza finire nella volgarità e spesso non sono stati capiti, come Caterina de' Medici che andò in sposa in Francia dove fu profondamente infelice. Ecco, mi sento figlia di quella Firenze, di quell'anima un po' altera e algida che disegnava prospettive impeccabili, coltivando il gusto della lingua e affinandola per disegnare ed educare il pensiero.

È solo staccandomi da essa, come da una passione che rischia di togliere il respiro, che sono riuscita a innamorarmi di nuovo di questa città, con l'incanto del primo amore.

Ma guai a starci a lungo con i fiorentini, litigiosi perché innamorati della polemica e del battagliare, tanto che talora perdono di vista quello per cui si battono, difetto che mi è rimasto attaccato, malgrado la lontananza di anni. Lo spirito dialettico tra Guelfi e Ghibellini qui non è mai morto.

Simpatici si è soliti dire anche se per me è più una diceria che una realtà: quella battuta salace, quell'inclinazione un po' becera piace come una nota naïf a chi viene da fuori, visita la città e se ne va, sperando di tornarci presto, senza mai volerla abitare. E quella parlata, calda e un po' sboccata… diverte i più che non la capiscono ma io che me la sento addosso come una crosta della quale ho voluto liberami in nome della lingua di Dante, la vivo con imbarazzo, come un orpello che il fiorentino ormai usa per attirare il turista, per divertire, divertendosi a sua volta alle spalle di chi non comprende il gioco. Purtroppo è che la città ha perso la memoria della bella lingua. Certo si resta sempre maestri dell'italiano.

Il fiorentino non riesce a vedere nulla di più bello e meritevole della propria città perché è vero, un altro Dante al mondo non c'è e l'italiano nella sua derivazione dal greco e dal latino, è – vuoi o non vuoi – la lingua del mondo occidentale. Cosa vogliamo di più?

Ancora, il fiorentino ha il gusto popolare, di fingere di amare le buone cose semplici, di parlare come mangia, di dire pane al pane e vino al vino ma in fondo ha una – e non troppo – segreta supponenza.

Mercante fine da sempre, nel tempo è divenuto un commerciante e con un lato bottegaio, una nota di snobismo naturale, genetico, perché, chi è da sempre immerso nella cultura, un po' di sapere, lo assorbe perfino con il latte materno. Attaccabrighe e retro, quel tanto che basta per pensare che il meglio sia coltivare la gloria passata; tradizionalista; poco interessato ad aprirsi ai vicini toscani, guardati sempre dall'alto al basso, apre la città ma poco il proprio cuore a chi viene a Firenze.

Resta ancora qualche vecchio signore, elegante nella sua semplicità, naturalmente colto, pacato e ironico … ma sempre meno.

I fiorentini sono convinti che dopo la Seconda Guerra Mondiale e, soprattutto dopo l'alluvione del 1966, il mondo abbia sì dimostrato di amarli, purtroppo però contaminandoli, cosicché il vero fiorentino non esiste più.

Non chiamateli toscani, per carità! È un'offesa. Piuttosto Etruschi dopo che, nella metà degli anni Ottanta del Novecento, c'è stata una vera mania, tra marketing turistico e autentica riscoperta culturale di questo popolo misterioso. Ironia della sorte, ho letto recentemente che una ricerca sembra dimostrare che il misterioso popolo abbia un trenta per cento del proprio Dna simile se non identico a quello dei turchi, fatto che forse ne spiegherebbe la grande creatività e una certa irascibilità. Questo naturalmente lo dico io.

Il fiorentino ha da distinguersi e se è di qua d'Arno lo dichiarerà; se di là d'Arno lo tacerà, perché la mentalità medievale è rimasta anche se non esasperata come quella senese.

Il fiorentino ama la città, tutta, ma ha le sue preferenze.

Io, ad esempio, sono di qua d'Arno come tutta la mia famiglia, figlia di una madre che è stata battezzata nel Battistero, ma lo dico solo per dovere di cronaca e per completezza d'informazione.

Da viaggiatrice, anche della parola, quale mi sento e non da turista, credo che solo specchiandosi negli altri e provando a mettersi dall'altra parte, guardando la propria patria da lontano, ci si conosca davvero; sempre che si sia disposti a mettersi in discussione.

In tal senso ho letto quanto ha scritto sui fiorentini il pittore inglese di paesaggio William Blundell Spence nell'Ottocento, morto a Firenze dove si era trasferito. Credo che una certa distanza aiuti infatti a veder più chiaro e in modo più acuto, appunto.

Dei miei concittadini scrive che spesso furono paragonati agli antichi Ateniesi: la stessa energia al momento opportuno, lo stesso amore per uno spirito pronto e arguto… Dante, che usava prendersela con i propri concittadini…, li chiama: quell'ingrato popolo maligno e quindi orbi e invidiosi.

Tra la stima e la critica feroce, l'autore britannico sottolinea la vitalità, soprattutto del popolo, a Firenze più incline al divertimento e a godere la vita rispetto a quanto accadeva in Inghilterra. Parla infatti con piacere di quel ceto di mercanti e bottegai, un po' abitudinari, anche del bel vivere. Certo chissà cos'è rimasto oggi, a un secolo di distanza, di quell'affresco di paesaggio.

Il miglior ritratto della città è però, a mio parere, quello di Aldo Palazzeschi, l'autore de Le sorelle Materassi che, lodato dalla rivista La Voce, scriveva a Prezzolini nel 1910: Lei m'ha fatto meglio di quel che sono… È molto doloroso confessarlo, ma sono di quelli che hanno bisogno di essere ingannati e quello che è più doloroso è che non riesco ad ingannarmi da me….

Ecco i fiorentini hanno scoperto la dolcezza dell'inganno e se non ricevessero le lodi da fuori, se le stamperebbero in casa. Non cercano l'adulazione ma solo chi addolcisca la crudezza della vita.

LA NAZIONE, STRADE DI INCHIOSTRO

Mangiare il fumo alle schiacciate¹

Il quotidiano locale per un giornalista è uno dei punti di partenza per la visita di un luogo. Questo mi è stato insegnato dal mio primo direttore in redazione ed è un suggerimento che ho sempre tenuto presente. A Firenze, il nostro viaggio tra vie d'inchiostro e piazze di carta, si chiama La Nazione, principale quotidiano della città, fondato da Bettino Ricasoli, il cosiddetto barone di ferro, primo ministro dopo il Cavour. Rileggendone la storia ci si rende conto di come sia lo specchio di Firenze e della sua evoluzione. Ancora oggi, almeno per le persone anziane, resta il giornale che entra a casa quotidianamente. Fu fondato pochi mesi dopo l'annessione del Granducato di Toscana al Regno di Sardegna ed è il primo quotidiano italiano a diffusione nazionale che già al momento della sua nascita era stato creato come giornale quotidiano inteso in senso odierno, con un'uscita giornaliera e varie informazioni. A dire il vero anche la Gazzetta di Parma nutriva la stessa ambizione, sebbene non sia nata originariamente come testata quotidiana. Il primo numero de La Nazione esce il 13 luglio 1857. Distribuito ancor oggi su tutto il territorio nazionale, di fatto ormai da anni è diffuso per lo più in Toscana, Umbria e nella provincia ligure di La Spezia con le varie edizioni locali che più o meno corrispondono alle province toscane ed umbre. Secondo diverse fonti che ho trovato, viene ritenuto da sempre una testata con un orientamento moderato-conservatore sul quale non mi sento di concordare totalmente. Forse però bisogna conoscere la sinistra toscana che ha conservato un approccio ancora ideologico, almeno fino alle ultime vicende e un taglio più tradizionale che non si addice al quotidiano locale. Attualmente forma una rete con altri due quotidiani dello stesso gruppo editoriale (Poligrafici Editoriale),

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