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Leali Ragazzi del Mediterraneo. Cefalonia, settembre 1943. Viaggio nella memoria

Leali Ragazzi del Mediterraneo. Cefalonia, settembre 1943. Viaggio nella memoria

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Leali Ragazzi del Mediterraneo. Cefalonia, settembre 1943. Viaggio nella memoria

Lunghezza:
263 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 30, 2015
ISBN:
9788893213486
Formato:
Libro

Descrizione

Il libro del colonnello Liuzzi riporta, attraverso testimonianze di reduci, una delle peggiori atrocità compiute dalla Wehrmacht in Europa durante la seconda guerra mondiale. La commovente storia riguarda l'annientamento della Divisione Acqui nell'isola di Cefalonia nel settembre 1943.
Pubblicato:
Nov 30, 2015
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9788893213486
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Leali Ragazzi del Mediterraneo. Cefalonia, settembre 1943. Viaggio nella memoria - Pietro Giovanni Liuzzi

Pietro Giovanni Liuzzi

Leali Ragazzi del Mediterraneo

Cefalonia, settembre 1943

Viaggio nella memoria

2ª edizione

Dicembre 2014

Titolo | Leali Ragazzi del Mediterraneo

Cefalonia, settembre 1943

viaggio nella memoria

Autore| Pietro Giovanni Liuzzi

Prima Edizione, pubblicato in Italia nel 2006

Da Edit@ - Casa Editrice e Libraria

Via De Cesare, 9 – 74100 Taranto

ISBN | 9788893213486

© Tutti i diritti riservati all’Autore

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Copertina a cura dell’Autore.

Foto archivio Apolllonio:

- Sopravvissuti della Divisione Acqui in attesa di imbarco per il rientro in Patria; Cefalonia, novembre 1944.

Dedicato a mio padre

Il mondo intero è la tomba degli eroi,

la loro storia non è scritta soltanto sulle loro tombe

ma ovunque, senza simboli apparenti,

sulle membra delle vite di altri uomini.

(dalla Orazione funebre di Tucidide in memoria di Pericle )

PRELUDIO

Le virtù guerriere e la prontezza operativa militare italiana, vantate negli anni ‘30 da Mussolini per ottenere dalle democrazie occidentali mano libera all’espansionismo territoriale, nella concretezza dei fatti, ben presto, si rivelarono un bluff. Le Forze Armate ed il popolo italiano non erano interessate, preparate ed equipaggiate per sostenere una guerra e, men che meno per una guerra di ampio respiro.

Con il susseguirsi delle sconfitte su tutti i fronti, il sogno di Mussolini di fare del Mediterraneo il mare nostrum si infranse contro la superiorità dell’avversario morale, addestrativa e logistica.

Dopo lo sbarco in Sicilia delle forze anglo-americane nel 1943 e la defenestrazione di Mussolini, il Re incaricò il Maresciallo Badoglio di stipulare un armistizio per la cessazione delle ostilità. Esso fu firmato il 3 settembre ma reso noto cinque giorni dopo. La Nazione fu colta di sorpresa. Badoglio, il Re e la sua Corte fuggirono verso il sud dell’Italia ignorando il destino del paese. Le Forze Armate confuse, senza ordini, rapidamente si dissolsero. Quelle d’oltre confine fecero del loro meglio per fronteggiare la nuova situazione. I tedeschi seppero approfittare della situazione: subito occuparono militarmente la penisola e piegarono qualunque iniziativa di resistenza messa in atto dalle disorientate unità militari italiane. La feroce reazione nazista si materializzò spesso anche su gente inerme.¹

Uno degli episodi più cruenti in quel periodo accadde nel settembre del 1943 alla Divisione Acqui nell’isola di Cefalonia.

I soldati italiani « decisero di non cedere le armi. Preferirono combattere e morire per la Patria. Tennero fede al loro giuramento. Essi furono spinti dall’onore e dall’amore per la loro Patria; maturato nelle grandi gesta del Risorgimento, andando incontro al tragico destino senza precedenti nella storia delle guerre europee ». Con queste parole il Presidente della Repubblica italiana, Carlo Azeglio Ciampi, il 1° marzo 2001, esordì il suo discorso per commemorare i caduti della Divisione Acqui, alla presenza del Presidente della Repubblica ellenica, signor Constantinos Stephanopoulos, e dei sopravvissuti ai tragici eventi radunati a Cefalonia 58 anni dopo.

¹ l’Istituto Storico dei Lager Nazisti V.E.Giuntella di Cesena, su proposta di Pietro Vaenti, testimone d’accusa, ha tenuto nel 2009 a San Mauro Pascoli il processo a Pietro Badoglio – traditore o salvatore della Patria. Il pubblico era fornito di palette ed al termine delle requisitorie si è espresso per la sua condanna con 219 voti a favore, 77 contrari ed un centinaio di astenuti. Gli atti del processo sono riportati in una pubblicazione curata da Maurizio Balestra. Aldo Giovanni Ricci, per l’accusa, definì Badoglio uomo sbagliato al posto sbagliato nel momento sbagliato. Per la difesa, Aldo Alessandrini Moia dichiarò Badoglio ottenne che l’Italia perdesse dalla parte meno sbagliata…". Difensore del generale era suo nipote Gianluca che ha così concluso l’arringa: ….sarebbe mortificante chiedere un’assoluzione per insufficienza di prove. Propongo una sospensione del giudizio, un rinvio in appello. Propongo di ritrovarci qui in una successive occasione, magari tra dieci anni….Non chiedo quindi pietà per Badoglio, chiedo più documenti e riflessione.

Questo libro è un tributo agli uomini della Divisione Acqui fedeli al loro motto

Sull’arma si cade, ma non si cede

Firenze, 19 marzo 2005

«………la ringrazio per avermi mandato il suo interessantissimo volume sulla strage di Cefalonia del settembre 1943. Come può immaginare ho letto tutto quanto è stato scritto da Padre Formato ad oggi ( compreso quelli di De Bernieres, di Filippini, di Paoletti) ma i suoi racconti mi sono piaciuti moltissimo e mi hanno commosso soprattutto per i sentimenti che manifestano ed i commenti oltre che per la precisione storica. Ho trovato particolarmente emotive ed interessanti le descrizioni dei luoghi, le piante topografiche, le fotografie delle località che ho percorso a piedi o dove ho combattuto o dove sono stato ammazzato con i miei ufficiali e serventi dei pezzi. Quasi tutte le persone che lei ricorda sono state da me incontrate nei numerosi viaggi che ho fatto e sono miei amici………».

Amos Pampaloni²

² Gli avvenimenti di Cefalonia cui partecipò il capitano Amos Pampaloni hanno notevole similarità con quelli del protagonista del libro " il mandolino del capitano Corelli

Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana

Roma, 18 giugno1958

Decreto 18 gennaio 1957

registrato alla Corte dei conti il 25 giugno 1957

registro n. 8 Presidenza, foglio n. 33

E’ concessa la seguente decorazione al valor militare:

MEDAGLIA D’ARGENTO

Pampaloni Amos..……………………classe 1910, capitano di artiglieria, partigiano combattente.

Sorpreso dall’armistizio a Cefalonia, si faceva ben tosto il più deciso assertore fra le nostre truppe della necessità di opporsi con la forza ai tedeschi e contro questi non esitava a sparare i cannoni della sua batteria, riuscendo in tal modo a divenire l’anima della resistenza dell’isola.

Dopo una serie di duri combattimenti, sopraffatto dal nemico, fatto prigioniero e passato per le armi, veniva abbandonato come morto sul luogo dell’esecuzione, per quanto egli avesse riportato soltanto una ferita alla testa. Tratto in salvo dai partigiani locali, non appena guarito entrava a far parte delle formazioni armate greche sul continente con le quali partecipava a dure ardite operazioni contro i tedeschi segnalandosi sempre per il suo coraggio e per le sue capacità combattive.

Decisa dal comando greco l’occupazione di Cefalonia, egli da solo sbarcava il giorno prima nell’isola ancora saldamente occupata dai tedeschi, inducendo con il suo prestigio una batteria italiana che era rimasta fedele a questi, di passare nelle file dei patrioti e ad aprire il fuoco contro i tedeschi stessi, dando così inizio all’insurrezione nell’isola. Nel corso di queste operazioni egli riportava ferite ad una gamba.

Bellissima figura di comandante, di patriota e di combattente della libertà.

Cefalonia – Grecia, 9 settembre 1943 – 30 ottobre 1944

INTRODUZIONE

Un amico inglese un giorno mi consigliò il libro scritto da De Bernieres che aveva appena finito di leggere e che riteneva estremamente fabulous : Captain Corelli’s Mandolin (Il mandolino del capitano Corelli). Mi accennò molto brevemente la trama; ero suo ospite e non volli entrare in una discussione polemica. Presto me ne dimenticai finché sentii dire al Presidente Ciampi che lo aveva letto; così, mosso dalla curiosità, lo comprai nella versione originale inglese.

Lessi solo le prime cinquanta pagine perché turbato dal sentimento razzista anti-italiano e irriverente anche se, a detta di molti, l’opera è un atto di accusa ai totalitarismi e alla guerra. In Italia il libro ha per titolo Una vita in debito.

A mio avviso anche il film, dall’omonimo titolo originale, del regista Karl Madden, mette alla berlina gli italiani. Poco più che una soap opera, tocca molto superficialmente i fatti realmente accaduti, ma, in compenso, è intriso di stereotipi che fanno apparire gli italiani inetti, donnaioli e suonatori di strumenti a plettro, privi di disciplina.

Lo scrittore ed il regista, se avessero compreso a fondo i fatti di Cefalonia, avrebbero potuto raccontare quella che per tutti i cefalloniti rappresenta la vera storia del capitano Corelli. Ci sono tutti gli elementi: il graduato, la ragazza, lo strumento, le amiche con la sorella, il fratello partigiano, la madre, il dottore, il prete. Allora sì che il libro ed il film avrebbero raccontato una vera storia d’amore con tutti i suoi risvolti di delicatezza, di odio, di sofferenza, di guerra.

Si sarebbero portati alla luce gli eccidi compiuti in quell’isola bella e selvaggia. Entrambi avrebbero incontrato i favori del pubblico, ma, soprattutto dato un contributo veritiero alla Storia.

Il racconto è nel Museo della Divisione Acqui ad Argostoli, capoluogo di Cefalonia, in otto pagine scritte dal protagonista della vicenda: il sergente maggiore Walter Gorno.

Così scrive un inglese nel libro dei visitatori del Museo, il 3 agosto 2001: If only the film had got over the message. The pity of the war, the ignorance and the stupidity. May be another time a remake! (magari il film avesse afferrato il messaggio: la pietà della guerra, l’ignoranza e la stupidità. Forse in futuro, con il suo rifacimento). In Grecia, voce comune è che il libro, nella sua traduzione dall’inglese, ha subito degli addolcimenti per non intaccare la suscettibilità dei lettori, mentre per la realizzazione del film, girato a Sami, seconda città di Cefalonia, fu istituita una commissione che impose al regista di accennare solo superficialmente alla lotta partigiana.

Descrivere fatti di guerra in un periodo in cui l’argomento pace viene assiduamente proclamato, perchè intimamente sentito, o discutere di avvenimenti scabrosi che implicano avversari di un tempo, che oggi condividono le nostre stesse idee e guardano al domani con le nostre stesse aspettative, può sembrare inopportuno: ma non è così. Ciò a cui oggi assistiamo e di cui proviamo nuovo sdegno è la comparsa di barbari novelli che, per un errato fanatismo religioso, anziché affrontare il nemico in battaglia, compiono atti spietati di terrorismo lasciandosi esplodere, come bombe umane tra la popolazione civile, inerme ed ignara. Così facendo credono di guadagnarsi un posto speciale nel loro Paradiso e non sanno, invece, o fingono di non sapere, che compiono solo atroci delitti di cui daranno conto al Padre Celeste.

Quello che racconto in queste pagine si riferisce a quanto fu compiuto, non da terroristi o da mercenari senza patria, ma da componenti di un esercito regolare che dettero libero sfogo alla vendetta più bieca ed inumana, con rabbia e con intensità inaudita per eseguire barbari ordini superiori..

A Cefalonia la Divisione Acqui, forte di 12.000 uomini, fu sopraffatta in due giorni per l’incessante attività aerea nemica, che inibì qualunque reazione efficace, nonché per la superiorità dell’armamento e per la rapidità d’azione degli avversari nello sfruttamento delle nuove situazioni venutesi a creare.

Le Unità italiane erano dislocate su un ampio fronte montuoso che, per le asperità del terreno, non consentiva adeguate trasmissioni di ordini e rapidi rifornimenti. Alcune di esse furono aggirate e colte di sorpresa perché considerarono, erroneamente, ancora amiche le truppe in avvicinamento.

Ci furono errori tattici, ma la fine della Divisione fu decretata dalla firma dell’Armistizio che abbandonò le truppe italiane al loro destino. Nonostante ciò, i combattimenti furono sostenuti con vigore, in molti casi all’arma bianca al grido di guerra Savoia , e l’artiglieria, benché sottoposta a continui attacchi, agì fino all’esaurimento delle munizioni.

Le perdite in vite umane da parte tedesca non sono note. Da Parte italiana circolarono dati che non sono riconosciuti da alcuni storici. Recentemente, (dopo la pubblicazione della prima edizione di questo libro nella sua versione italiana ) sono stati resi noti gli studi degli storici F.H. Meyer, Carlo Gentile e Giorgio Rochat da cui emergono dati rilevati dallo documentazione germanica. Essi riducono le cifre fornite dalla Associazione Veterani a 3800 coloro che furono uccisi in esecuzioni di massa, 1300 annegarono nell’affondamento delle navi che trasportavano i prigionieri nella Grecia continentale (alcuni asseriscono che le navi furono deliberatamente affondate dai tedeschi), 5000 trasferiti nei campi di prigionia in Germania e 1300 militari furono trattenuti nell’isola come forza di lavoro.

Sebbene i dati degli uomini che furono uccisi siano stati notevolmente ridotti, come asserisce Giorgio Rochat, rappresenta la vendetta tedesca eseguita per ordine di Hitler rimane un ingiustificato massacro

Dei 525 ufficiali in organico se ne salvarono solo 135 perchè 65 perirono in battaglia e 325 subirono la fucilazione. Di questi, 136 furono soppressi due giorni dopo la dichiarazione di resa della Divisione. (all. 1)

Non è mia intenzione acuire rancori che rendano più difficile il processo di pacificazione tra le genti, ma non è giusto ignorare la storia e far finta che nulla sia accaduto in quell’isola dello Ionio tanti anni addietro.

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