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Il Teatro Delle Ombre

Il Teatro Delle Ombre

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Il Teatro Delle Ombre

Lunghezza:
358 pagine
5 ore
Pubblicato:
29 feb 2016
ISBN:
9788893370158
Formato:
Libro

Descrizione

La musica è un'ombra della vita vissuta. Nei suoni si raccontano esperienze interiori non definibili con le parole. Le parole, però, possono, regredendo agli stati di coscienza precedenti il suono, ricostruire ciò che il compositore, nei suoni, ha inteso rendere universale. Il Teatro delle ombre cerca di raccontare la musica nella drammaturgia: renderla un'esperienza emozionale mediante l'empatia tra gli spettatori e colui che recita, sulla scena, gli eventi che in lui la musica provoca. Non ricorrendo a tecnicismi da conferenziere, evitando le astrazioni dell’approccio scientifico, il Teatro delle ombre permette al pubblico digiuno di musica di percepire il senso dei capolavori musicali mettendo in scena i loro effetti spirituali sugli attori del dramma: un modo innovativo di fare divulgazione attraverso l'interagire tra i diversi linguaggi della musica e dell’azione teatrale. I testi che qui si presentano rappresentano un viaggio nell'arte più elusiva e, insieme, più istintuale: la musica.

Pubblicato:
29 feb 2016
ISBN:
9788893370158
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il Teatro Delle Ombre - Alessandro Zignani

anima

PRIMA PARTE: ROMANTICISMO POSTUMO

VIAGGIO D'INVERNO

Pellegrinaggio scenico sulle rovine del Romanticismo

​SINOSSI

Siamo nel 1828. Una tempesta di neve costringe quattro viaggiatori a cercare rifugio nella Locanda Ai tre cigni, nei pressi di Weimar. Si tratta di Johann Vogl, celebre tenore, amico di Schubert; Charlotte Lehrer, sua pianista accompagnatrice, nonché amante; Caroline Lehrer, sorella di Charlotte, attrice della Compagnia del Duca di Weimar, e suo marito: il poeta Georg Lenz. La città di Weimar intende celebrare il genio di Schiller, stroncato dall'emottisi ventitré anni prima, mentre si accingeva a completare il Demetrius: una svolta nella sua drammaturgia, fino ad allora orientata verso il titanismo romantico. Il tema della maschera, la recita della vita, domina ossessivamente questo frammento, travolgendo nel suo gioco di specchi ogni speranza di redenzione per l'umanità.

I quattro sono coinvolti nelle celebrazioni schilleriane: Caroline deve interpretare la parte di Lodoiska, protagonista del Demetrius. Lenz si deve occupare della messa in scena. Vogl e Charlotte hanno preparato, per l'occasione, la prima esecuzione pubblica del Viaggio d’inverno di Schubert.

Poco dopo essere giunti alla locanda, vengono a sapere che Schubert è morto. I due musicisti, Vogl e la Lehrer, hanno ricevuto anche un invito a casa di Goethe: il Gran Consigliere del Duca vuole commemorare l'amico Schiller con una serata di Lieder ispirati al tema del Viandante. Sperando di vincere il muro di indifferenza che circonda l'opera di Schubert, Vogl ha portato con sé i Lieder schubertiani su testi di Goethe. Una sua parola di assenso sarebbe bastata a sollevare Schubert dall'indigenza e l’oscurità. Ora, però, tutto è inutile.

Costretti a trascorrere una giornata insieme, i quattro ripercorrono la vita di Schubert e Schiller, segnate dall'alienazione. L'ombra di Goethe, il suo titanico egoismo, incombe su di loro e sui fantasmi degli sfortunati artisti cui va la loro venerazione. Si sentono giunti al termine di un'intera civiltà. Per ideale commiato al Romanticismo decidono dunque di inscenare un duello tra le due arti: la poesia drammatica e la musica. I due attori daranno vita ad alcune stazioni lungo l'enigmatico frammento del Demetrius; i musicisti illustreranno attraverso quali strategie Schubert, a partire dal testo poetico, sia giunto a quel suo teatro interiore che è il Lied.

Durante la giornata, fatalmente, si riproduce tra loro la situazione descritta da Goethe ne Le affinità elettive: le due coppie si scambiano la loro valenza attrattiva. Alla fine, quando il cantante se ne va con l'attrice, ed il poeta con la pianista, si scopre come ancora una volta Goethe, col suo titanico egoismo, abbia sancito l'impossibilità per gli esseri umani di donare se stessi ad un ideale di sacrificio. Al nobile Idealismo romantico.

Quando la carrozza riparte, il Romanticismo è morto. Al suo posto, si profila l'uomo contemporaneo.

(La scena rappresenta una distesa di lenzuoli bianchi, come può essere lo studio di uno scultore neoclassico. Casse di legno e strapuntini sono coperti dai lenzuoli. A sinistra, c'è una toilette a forma di tavolinetto con specchio, con alcune lozioni e colori per il viso, ed una spazzola rosa. Al centro, il busto in gesso della Giunone Artemisia. Un drappo rosso le avvolge le cosce, e disegna a terra una specie di passatoia. A destra, un arcolaio a pedale, accanto al quale sta un appendiabiti con una parrucca, uno scialle ed una cuffietta rosa. Avvolta su esso c'è anche una corda per il gioco del salto. La parte avanzata: parterre, della scena è occupata da un camminatoio di legno che percorre a cerchio l'intero spazio scenico; al centro di esso ci sono una pedana elastica blu, alcuni manubri da sollevamento, un vogatore e due parallele per esercizi a corpo libero. Sulle parallele sono allineati tre burattini: due grandi ed uno piccolo)

​PRIMO MOVIMENTO: PRELUDIO AL CREPUSCOLO

(Arrivo alla locanda. Caroline e Charlotte entrano nel salotto posto sul palchetto. Sono assorte nei testi che devono presentare l'indomani a Weimar)

(Charlotte sfoglia nervosamente la partitura dei Lieder di Schubert che deve suonare davanti a Goethe) Chi si muove tra questi segni? una pulsione vitale, oppure un demone? Magari, lui, col battito del nostro cuore, ci guadagna la vita… E tu, ancora pensi di salvarlo? Del resto, l'hai sposato per quello. (odora il cappotto di Georg, che Caroline tiene tra le mani per appenderlo) Fammi sentire: tabacco, vino della Mosella, di quello acido che ti annoda gli intestini all'ombelico. Gli dèi, sorella mia, hanno abbandonato da un pezzo la terra.

(Caroline, accarezzando il cappotto, se lo stringe alla guancia, respirandovi l'odore di Georg) Alle volte, quando, a notte alta, lo vedo sorridere nel sonno, mi pare di avere sempre abitato la sua stanza dei giochi. Allora lui si stringe a me, ed io divento un cavallo a dondolo, una giostra degli ussari, come quando l'ho visto per la prima volta.

(Charlotte chiude di scatto la partitura) Sei rimasta ancora alla Maria Stuarda. Ma quella, aveva un omicidio da espiare.

(Caroline, imbarazzata, mette gli occhi nel Demetrius) Tutti l'abbiamo, nel cuore, tutti.

(Charlotte: prende il cappotto di Georg, ed accenna insieme ad esso una danza nuziale) Ricordi quella tua lettera che mi spedisti all’indomani del matrimonio con Georg? Voglio che la mia voce rivesta il suo spirito come, come…

(Caroline, con trasporto) Come la rugiada la pianta originaria.

(Charlotte) La pianta originaria. La Ur-Form: la forma somma. Come se a far colare lo spirito in tutte le crepe della terra, il cranio non diventasse una brocca rotta… (con un gesto brusco, lascia cadere il cappotto ed esce. Caroline la segue)

(Sul parterre, entrano Georg e Johann. Sembrano animati da una precedente conversazione. Georg tiene una mano sulla spalla di Johann; fissandolo negli occhi, ad ogni battuta si ferma e aspetta finché quello non ha annuito. Siccome tira fuori ogni parola di slancio, tutta questa concitazione interrotta da improvvise soste sortisce un effetto malato)

(Georg, raccogliendo il cappotto da terra) Allora Napoleone lo squadra, con tutti gli alamari e le nappine che gli pendono di groppa, quasi fosse un galeone che aspetta il varo, e poi gli fa: «Monsieur Gott, vous êtes un homme». Così, almeno, mi ha raccontato. (depone il cappotto sulle parallele) Io aspettavo da mezz'ora; si stava facendo arricciare i capelli col ferro; così, quando è comparso, aveva una testa che la Giunione Artemisia del salotto, al confronto, pareva l'allegoria degli spifferi.

(Johann si aggiusta le lenti tonde che porta strette sul naso, e che sono uguali a quelle con cui Schubert viene raffigurato nei ritratti) Lo confesso, l'idea di cantare in casa sua, domani, mi terrorizza.

(Georg, sfilandogli gli occhiali) L'importante è che ti tolga quegli occhiali. Non li sopporta. Gli fanno venire in mente che, talvolta, il suo Deus sive natura fabbrica gente orba.

(Johann) Ma, così, non distinguo nulla.

(Georg) Tanto meglio; infatti, secondo la Teoria dei colori che Goethe ha dato alle stampe, tutto ha origine dal bianco. Tu forse non lo sai, amico mio: ma le idee del bello, e del vero, e della giustizia, e l'armonia, sono tutte di marmo.

(Johann si divincola dolcemente dal braccio di Georg. Il profilo degli alberi mossi contro le finestre attira la sua attenzione) Notte tremenda, fuori. Pare di vedere il buon padre, col suo bambino febbricitante sotto braccio, e, sotto la coltre delle foglie, il Re degli Elfi, che li spia.

(Georg volge la testa e tutto il corpo verso la finestra, seguendo Johann. Ora, entrambi stanno nella stessa postura del quadro di Friedrich Un uomo e una donna in contemplazione della luna) Già: quel bambino gli piace, ed ha deciso che sarà suo. Ma naturalmente, sono tutte allucinazioni. Il povero piccolo ha la mente sconvolta dalla febbre. Che cosa gli è venuto in mente, al tuo povero amico Schubert, di mettere in musica questa ballata facendone una porta tra due mondi? Con tutto quel martellare ossessivo, ha dato voce ad un incubo. Come se di ognuno dei suoi incubi giovanili, Goethe, oggi, non sapesse dare una spiegazione naturalistica… (prende Johann sottobraccio) Ai bauli, ora; ai bauli... Ho dimenticato di presentarti il mio critico più benevolo. Lo vado subito ad introdurre.

(escono)

(Sul palcoscenico, Charlotte rientra con tutta una serie di abiti) Non mi dire più niente, ti prego.

(Caroline, tenendole dietro con molto affanno) L'ho visto, ti dico, sul suo letto di morte, stringergli la mano. Mai come quella volta la morte mi è apparsa la remissione di ogni dolore. In quella mano di Schiller che Georg stringeva, c'era un tale ritorno alla pace… Fu allora che i suoi occhi ebbero una domanda, e Georg glielo promise.

(Charlotte si ferma di colpo e le sbarra gli occhi in faccia) Che cosa? Cosa, gli promise… Di completare il Demetrius? Sono ventitré anni che vivi sospesa in questo inganno. Un dramma sulle maschere ha rinchiuso la tua vita in un labirinto di specchi.

(Caroline) E la tua musica, allora? Sei l'ombra di Johann Vogl: il celebre tenore, il maestro dei Lieder. Sei solo l'eco di un uomo che intona suoni nati dai riflessi che le parole suscitano nei sentimenti altrui. Io, a Georg, gli ho dato un senso. A tal punto gliene ho dato che, per esprimerlo, non ha saputo più trovare le parole.

(Charlotte) Ah, Lodoiska, come si chiama quella tua isterica santa fanciulla del Demetrius... Sì: sia oggi la tua serata d’onore. Lo vedi? Domani intitoleranno a Schiller il teatro di Weimar. Tutti aspettano la tua lettura scenica del Demetrius. Magari Goethe, alla fine, si sporgerà dal palco ducale e proromperà nel suo triplice battimani, tonante come quello di Giove Pluvio. Lunga-breve-breve, che vuol dire: anche questa è fatta. Un Consigliere di Stato ha tante di quelle beghe sociali... (si dividono i vestiti, che, nella fretta di guastare i bauli, gli erano capitati per mano mescolati; quindi, li vanno a riporre nelle proprie stanze, che sono collocate ai due lati opposti, fuori scena)

(Sul palcoscenico, Georg entra in tuta da ginnastica, seguito da Johann, in vestaglia. Ha in mano un teschio che va a deporre sul drappo rosso, sotto la Giunone Artemisia. Quindi, si va a sdraiare sulla pedana elastica, presso il parterre. Johann prende a massaggiargli i polpacci) E se potesse mettere il suo capino impomatato sulla piazza di Corinto, al tuo Goethe gli verrebbero gli occhi cascanti come le zizze della sua Pandora. Tutti variopinti, i frontoni dei templi: di viola, indaco, carminio, rosso porpora; e, sotto, meticci cotti dalla salsedine, e Fenici con in braccio la loro capra personale…(va alle parallele, e tenta qualche evoluzione. Johann, discretamente, lo applaude. Atterrando, si fa male. Esce zoppicando, sostenendosi a Johann)

(Sul palcoscenico, entrano Charlotte e Caroline. Si dispongono sulla passatoia rossa, davanti alla Giunone Artemisia. Caroline ha in mano l'occorrente per dipingere. Charlotte si mette in posa, per farsi ritrarre. Un faretto le illumina dal basso. A questo punto, si diffonde il Lied di Schubert: Il Re degli Elfi, nella trascrizione pianistica di Liszt)

(Caroline depone con forza gli attrezzi per dipingere sul boudoir. Si tura gli orecchi) Ah, sorella: basta, basta... Lo senti? La suona un'altra volta, la ballata del fanciullo senz'occhi. Quell'inforcare l'onda della tempesta, scambiando il pulsare del ritmo per i battiti del cuore. E invece, sono gli zoccoli dei cavalli: scivolano tra le foglie. (la musica cessa d’improvviso) Ecco, sono caduti... (prende a danzare in tondo) Han variopinti fiori i miei liti, mia madre ha vezzi d’oro e bei vestiti. (parossistica. La musica riprende da capo)

(Sul parterre, entra Georg. Si arrampica fin lassù. La riscuote. La musica cessa)

Caroline: ancora il dio gotico dei canti. Leggero scherza nell'aria, e gli occhi son guglie orlate di vite. Ma la pietra, lo vedi? Vino non può dare. Da vent'anni il mio cervello è sterile, incavato in una gorla, come la tua sacca di donna.

(Caroline) Perché l'hai suonato, Georg?

(Georg) Non io: Johann suonava.

(Johann, entra in accappatoio, con la testa avvolta in uno straccio) Tu me l'hai chiesto (si siede al boudoir a scrivere una lettera)

(Caroline) È male, è male. Il deserto avanza. Guai a chi alimenta i deserti.

(Georg) Occorre solo non pensare. Agire bisogna, anche quando il pensiero ti salisse su per le tempie, e si facesse musica.

(Johann si alza e va al centro del palchetto) Tra le tempie, c'è un ragno che tesse le fila di ogni discorso. E lì, quando arriva il pensiero, quello lo imbozzola, e poi, lo succhia, finché non ne rimane che la nuda carcassa. Con la musica, noi tedeschi, ci siamo mangiati il cervello. In questi ultimi mesi, la sifilide ha reso Schubert calvo. Quando passa per via, le ragazze gli mandano fiori (mima un corteo trionfale) allora lui si mette le mani in testa, e sparge su di loro ciocche dei suoi capelli arruffati. Era per quelli che lo chiamavano funghetto.

(Caroline) Il tempo: il tempo che ci scava, come ciottoli di fiume. Non agire. Non fare nulla, se si vuole conservare la purezza.

(Georg) Quanto a me, al tempo, io riservo un bello specchio. Voglio che ci ficchi il grugno, nei miei occhi, e ci giochi la riffa. (va all'arcolaio e canta Margherita all'arcolaio: un Lied di Schubert. Sulla sua voce, piano piano, si sovrappone quella della cantante. D'improvviso, cessano le ombre alle pareti)

(Charlotte) Zitto... la tempesta è finita. Le ombre degli ontani, ora, sono nitide contro i vetri, come mani in preghiera.

(Johann) Pieta, pietà per quel bambino, o Re degli Elfi.

(Georg, Caroline, Charlotte) Pietà, o Re degli Elfi.

(Ultime battute del Re degli Elfi. Charlotte riprende in mano la partitura, seguendo su di essa il canto. Johann si mette a occhieggiare sopra la sua spalla. Escono lentamente)

(Georg conduce in fretta Caroline sul parterre) E tu, vieni via. Ho da parlarti. Bada, se mi darai scandalo anche nel giorno del mio rientro sulle scene…

(Caroline si divincola da lui) Non… agire. Agire è sentire… dentro sé… tutti i dolori del mondo…

(Charlotte rientra con Johann sul palchetto. Luce sul palchetto) Mai avrei pensato che una tastiera potesse respirare. Eppure, quando la voce dentro di te è già fiato, ma non è suono ancora: io, ecco, in te, respiro. E mi pare che, per questo, la mia vita debba durare più a lungo, come su di una veste appesa al vento che, di prima mattina, la terra esala al cielo, non possono darsi pieghe.

(Johann) Ma domani, vicino all'Olimpio, ci sarà lui: Zelter. La poesia basti a se stessa, e le note l’abbraccino come l'edera, nei marmi, avvolge il capino della colomba. L'armonia, il decoro, la civiltà degli amabili conversari…

(Charlotte, ironica, divertita) E quella melodia che ti frizza in bocca come il buon mosto selvatico.

(Johann) E con l'esercito dei trilli sconfigge i pensieri di morte.

(fanno kaputt con la mano. Luce sul parterre)

(Caroline) Le stelle sono ferite nel manto celeste. No, non guardare la luna.

(Georg si siede lentissimamente al vogatore: braccia a perpendicolo, planando come un falco) Opsassaé, giù per i declivi.

(Caroline) La luna ha i denti di latte.

(Georg, remando) La lettiga dei folli, questa sera, ha buona preda. Opsassaé.

(Caroline) Con la sua falce, taglia il capo alle stelle.

(Georg, scende, e la prende per le spalle) Vieni, mia povera mentecatta. Annacqua i calici degli occhi col pianto di Lodoiska. (Caroline va a riprendere il copione del Demetrius. Cammina sommessa, movendo le labbra. Georg le legge sulla spalla e la corregge, stizzito, con moti di impazienza)

(Luce sul palcoscenico. Charlotte e Johann sono seduti, come assistessero ad uno spettacolo teatrale)

(Charlotte) Come possono vivere così?

(Johann) Oh, è facile... è come abitare in una partitura musicale, ma senza nessuno che ti dia mai l’attacco.

(Luce sul parterre, dove ci sono Caroline e Georg)

(Caroline) Andiamocene in veranda. Raccontami ancora, come quella prima notte, il nome delle stelle, e quanto tempo splenderanno ancora in cielo.

(La luce si restringe ad occhio di bue, alternativamente, dall'uno all'altro)

(Georg) Ti dico che Lodoiska è un gioco da capezzale di malato. Uno stornello in tempo di peste, che Schiller avrebbe liquidato con la prima notte di sonno. La tua fanciulla santa ha le gote di moccio, e la voce col raschio in eco che assume la tisi allo stato terminale.

(Caroline) Io, io c'ero, quella sua ultima sera. Mi ha guardato negli occhi pregandomi di salvare la sua Lodoiska. Di portarla con me per sempre.

(Georg) Da un dramma sulle false identità, tu pensi di poterne cavare una morale? Perché, che cos'è mai, questo Demetrius, se non la storia di un impostore che finge di essere lo zar per servire una congiura di falsi nobili contro chi, per farsi zar, ha ucciso? Dov'è più, qui, la giustizia per cui il tuo Schiller ha gonfiato i suoi drammi di altisonanti proclami?

(Caroline) Nella santa follia di Lodoiska. La sua mite condanna di martire.

(Georg, si avvicina gradualmente a Caroline fino a sfiorarle la bocca. Luce diffusa sul parterre) Ah... e secondo te, Schiller, ormai mezzo soffocato dal sangue, ha voluto dedicare il suo estremo dramma a un Cristo femmina? Un Cristo degli idioti.

(Caroline: col dito proteso in alto, come un Imperativo Categorico) La purezza sta nelle intenzioni. L'eroismo di chi non trascende mai all'atto… (pone le mani a coppa sui pettorali di Georg)

(Georg) Sai chi l'ha rovinato, il tuo Schiller? Tutti questi idealistici impostori secondo i quali, se noi non fossimo fatti così (si divincola da lei) con gli occhi ai lati del naso, il cielo sarebbe una spirale su cui salire pian piano in braccio al demonio. (canta l'inizio del Re degli Elfi)

(Charlotte e Johann scendono; Caroline e Georg salgono. Si incontrano sulla scaletta)

(Georg) Ma infine, di che parla, questa ballata che è come un occhio sbarrato?

(Johann) È… una favola.

(Charlotte) Una favola, questa...

(Georg) Certo. Le favole raccontano storie, ma le travestono da rito. Così, tra dannazione e canto, non ci passa che un'ombra sul muro. (Il Re degli Elfi in versione pianistica. Tutti e quattro si dispongono come nella Deposizione del Caravaggio) Lo sentite, il padre che galoppa nella notte? porta al villaggio il suo bimbo malato. Il vento fischia tra gli ontani finché quel fischio, agli orecchi del bimbo, non diventa una voce. È il Re degli Elfi. Lo invita nel suo regno, dove gli servirà l'idromele in una smagliante coppa d’oro. Là, il piccolo potrà danzare con altre larve pallide come lui. (si dispongono di fronte. Aguzzano gli occhi come un naufrago verso la spiaggia lontana) Ma guardatelo bene, il Re degli Elfi: non vi pare che abbia il naso a becco e gli occhi slavati dal troppo fissare le stelle di Friedrich Schiller? (agilmente, Georg va alle parallele e vi si molleggia per un po') Lui, per il quale gli aggettivi sono come bicipiti... Ma, prima di essere Schiller, costui, che era mai? (i tre rimasti sul palchetto si siedono come in una platea. Georg prende due burattini in mano, a rappresentare i genitori di Schiller, ed un piccolo burattino, a rappresentare il poeta; allora gli altri srotolano il drappo rosso, e ne tendono i capi, come fosse uno scenario) Ecco: stendete la mano in aria, e vi appare la sua casa natale, con quel piccolo giardino aperto sul ruscello. Passava le ore a scrutarvi il suo viso riflesso. Osservava le mani di sua madre: aveva le unghie tutte smangiate. Suo padre: l'unico chirurgo capace di non imprecare, se il paziente gli si svenava in braccio. Le ferite da taglio, nei duelli, mandavano in cancrena le gambe. Nella sua infanzia, Schiller non aveva imparato ad amare le cose semplici. Alle volte, la notte, si svegliava con le nocche rattrappite sul petto. Quando il fruscio dei versi gli sciolse la stretta, la poesia si impadronì di lui. Schiller, studiò medicina. Sezionare i corpi gli permetteva lo smemoramento di sé.

(Caroline scende sul parterre. Prende dalle mani di Georg il burattino più piccolo) Una volta, però, si fermò a osservare una goccia d’acqua. Lasciava pian piano dietro di sé goccioline più piccole. Allora, l'acqua non gli parve più sterile. Ognuno dei riflessi del suo viso, in queste goccioline, aveva una differente durata.

(Georg) E così, cominciò a teorizzare ciò che non poteva conoscere. Il cielo stellato sopra di me, la coscienza morale dentro di me. Ma la luce delle stelle, spesso, nasconde mondi ormai morti. Anche quella del Re degli Elfi, in fondo, non è che una specie di coscienza morale. (strozza il burattino coi suoi stessi fili)

(Caroline, allattando il piccolo burattino al proprio seno) Ma infine, di che parla, Il Re degli Elfi?

(Georg) Di un bambino che ha la febbre, e quindi delira, e vede gli elfi laddove non ci sono che le ombre degli ontani al vento, riflesse in innumerevoli goccioline di pioggia. E allora, Schubert, questa verità, l'ha fatta diventare un'intonazione di voce. Ma quale verità? Che il bambino che delira, è Schiller. Il Re degli Elfi, invece, è il Consigliere Segreto von Goethe. (Il Re degli Elfi: la musica cresce) Lodoiska, prendimi...

(Caroline, tranquilla) Georg...

( Georg cade tra le sue braccia. Prende a muoversi per scatti asimmetrici, come un burattino) No. Non vi preoccupate. Ora è sereno. Ci sono io. È il tempo: il tempo che ci scava come ciottoli di fiume.

SECONDO MOVIMENTO: ADAGIO DI LUNA

(Luminescenza lunare. Ombre. Alla luna: Lied di Schubert)

(Caroline e Charlotte saltano sulla pedana elastica) Il lupo alla foresta, la volpe in città/Perde chi resta, vince chi va. Adesso all'indietro. Si salta fino a che non vengono i noccioli nei ginocchi. Ed ora, via: mettiamo il sale sulla coda all'elfo delle lucciole. (ridono. Salgono di corsa sul palchetto. Caroline si siede al boudoir. Charlotte prende una spazzola rosa dal boudoir e comincia a pettinarla) Fammi pettinare i tuoi capelli. Ricordi? Dov’è ha messo il suo bel sassolino, l'imperatore?/Negli occhi delle belle bambine, perché il sonno le faccia addormentare/Dove ha le dita il cattivo rospo seduttore?/Nei lunghi capelli delle bambine, se ciò che dico non vogliono ascoltare… Di' un po’, ti ama ancora?

(Caroline) Come un cieco può amare i suoi polpastrelli.

(Charlotte) Eh, già... le belle mani di Georg Lenz, come vi ficcavano sopra gli occhi, le dame di Weimar, quando se le cacciava sulle tempie, perché a Don Carlos la testa non gli schizzasse via come la zucca avvelenata della strega. Dio, come fu enfatico, quella volta... «Me, mio buon signore? Il bilanciere della giustizia ha forse dato di cozzo in una pietra, e nel suo corso ha sviato l'asse terrestre?»

(Caroline, ride) Si era dimenticato la battuta…

(Charlotte) Che faccia tosta... Schiller, acquattato nel suo palco, aveva le convulsioni. Certo, con Johann, è tutto diverso. Io devo solo aspettare che respiri, ed ecco, quando tutta l'aria è entrata, la mia mano la segue e, sulle ali del canto, gli tocca il cuore.

(Caroline) Ti invidio. Tu puoi giocare a non esistere. La tua musica ti protegge dal male. A me, dopo la morte di Kleist, pare che ogni parola detta sulla scena sia una manciata di terra in più gettata sulla sua bara. Tu non lo sai. In quel periodo, stavi a Vienna, chiusa nella Hofburg insieme a Johann: il cantante da camera dell'Imperatore. Nessuno lo doveva sapere che Kleist si è ammazzato perché, a Weimar, Goethe gli aveva messa in scena una commedia massacrandola. Per questo, quando Georg ha schiaffeggiato Goethe, l'ho ammirato. Certo, mettere in scena La brocca rotta a quel modo, con tutti quei tagli, e i personaggi statuari, lì, girati verso il pubblico, come cariatidi su di un frontone… E più parlavano di delitti, più le loro parole si facevano di marmo, e rotolavano in scena, a rintocco funebre per le sorti del dramma. E Georg, alla fine, si fa dappresso a Goethe (si alza; fa una reverenza a Charlotte) «Maestosissima pappagorgia reverenziale per magniloquente indiazione superna».

(Charlotte, stando al gioco) «Onore a voi, imperator delle scene, Johann Wolgang von Goethe» (reverenza reciproca a mo’ di minuetto)

(Caroline, mimando l’atto) E giù, uno schiaffo in faccia. (si siede. Charlotte riprende a pettinarla) Dovevi vedere che espressioni, intorno a lui. Quella Claudine, la prim'attrice, che tra naso e mento fa punto e virgola, e Julius: il Prometeo delle scene, dalle consonanti così elastiche…

(Charlotte) …così elastiche che le corde vocali, mi pare, gli sono rimbalzate nel cervello; ed ora, invece di pensare, parla.

(Caroline) Comunque, quella volta, tutta la corte intorno a Goethe si è fermata, mentre lui pensava che fare del povero Georg.

(Charlotte) Quando si dispongono tutti intorno a lui, sembrano la conchiglia di un pattinatore.

(Caroline. Prende la cuffia dall’appendiabiti , e se la mette in testa) Del resto, fu proprio pattinando che Goethe ascese alla gloria. Fu Klopstock. Capitò per Francoforte. Allora Goethe si mise i pattini più antiquati che poteva. Cominciò a scivolare sul ghiaccio fino a Klopstock. Poi ruzzolò a gambe all'aria davanti a lui. Quello gli vide i pattini, e prese a compatirlo. Gliene prestò un paio dei suoi. (mima sul palchetto l'atto del pattinare)

(Charlotte. Pattinando, le prende la cuffietta) Tutti sanno che, quando Klopstock ti compare, viene il momento in cui ti presta i pattini…

(Caroline) Allora Goethe acciuffò la cuffietta della sua mammina, e fece, su quei pattini, un bel giro di pista.

(Charlotte) In quel momento, lo Sturm und Drang finì. E Goethe divenne l'Olimpico.

(Charlotte e Caroline recitano) Libero è il pensiero: chi lo indovina mai?/Come sogno leggero mormora e fugge via/Nessuno lo può sapere, né il cacciator colpire/Questo è ben sicuro: libero è il pensiero. (ridendo, girano in tondo sempre più vorticosamente)

(Charlotte esce. Sul palcoscenico entra Georg, consultando gli appunti del Demetrius. Nella destra, agita la marionetta che ne rappresenta il personaggio. Si presenta a Caroline supplichevole, eppure protervo, come fosse il falso zar. Si mette in testa la parrucca. Pian piano, il suo aspetto diventa quello di una vecchia distinta ma abbandonata a se stessa: la madre di Goethe. Assumendo un'espressione compassionevole, come implorasse clemenza per suo figlio, va da Caroline)

(Caroline si blocca di scatto, imitando un Georg sconvolto dall'ira, dopo la rappresentazione de La brocca rotta) «Non glielo perdonerò mai».

(Georg) «Mio figlio, l'Olimpico, quando sale di corsa su di un colle, pensa che Iddio gli entri nei polmoni insieme all’affanno».

(Caroline) Ma l'uomo: quello, muore; e quindi gli è nemico. Quando Schiller lasciò Lodoiska, era già mattina. Non riconobbe la luce. Lasciò che il respiro scivolasse sopra i suoi polmoni, che erano, ormai, come di marmo. Per una volta, non contrasse il pugno. Allora, Lodoiska lo baciò. In quel momento, Goethe fuggì nei boschi. Sapeva che, incontrandola, sarebbe rimasto fulminato.

(Entra Johann con Charlotte. Ha in mano un piccolo burattino. Gli ha avvolto i fili attorno al collo e lo consegna nelle mani di Georg, come fosse un catafalco. Charlotte ha in mano alcuni rotoli di musica) È morto con indosso gli occhiali. Si addormentava sempre con gli occhiali, per poter annotare ciò che il respiro gli dettava. Da una settimana si trascinava dal letto alla poltrona. Domani, questi Lieder saranno un atto di accusa verso chi lo ha sepolto da vivo. Perché, non lo sapete?, Franz Schubert è morto. L'ho udito sotto le finestre, nella piazza dove scende la carrozza di posta, e intanto bambini lo ripetevano in tondo; allora ho pensato al modo in cui la musica, in lui, giocava a trasformare il destino in una filastrocca. (prende i rotoli dalle mani di Charlotte) Questi Lieder, due o tre, me li ha lasciati sul letto dove aveva dormito. Con questo: Ganimede, si è pagato il pranzo. È su testo di Goethe (getta lo scartafaccio addosso a Georg e Caroline) Suonatelo: sa di latte, e di quelle focacce col miele che, dove sto io, sul colle di Grinzing, fanno ancora col sesamo.

(Charlotte) Ora, però, Goethe, non ci può scappare. Non ha mai conosciuto Schubert di persona. Quando gli ho recato io stessa questi Lieder, ha interrogato con gli occhi il suo Zelter. «Schubert? temperamento demonico, vostra eccellenza»; e lui: «il bello, cercano solo il bello. Mai l'armonia del bene».

(Georg arrotola le partiture e le tiene in equilibrio sul naso) L'armonia del bene toglie al

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