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Visto in sala. Storytelling attraverso il cinema.: Analisi non convenzionali per comprendere il cinema

Visto in sala. Storytelling attraverso il cinema.: Analisi non convenzionali per comprendere il cinema

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Visto in sala. Storytelling attraverso il cinema.: Analisi non convenzionali per comprendere il cinema

Lunghezza:
275 pagine
3 ore
Pubblicato:
5 gen 2016
ISBN:
9788892536944
Formato:
Libro

Descrizione

Quelle che vi apprestate a leggere non sono “recensioni” di film. Le storie cinematografiche sono un pretesto per affrontare i temi della narrazione sotto diversi punti di vista: l’articolazione di una storia, la creazione della suspense, le tematiche che riguardano i conflitti, le relazioni psicologiche, il rapporto con le fonti storiche, i canoni e gli stereotopi, le isotopie e tanti altri che aiutano a costruire storie efficaci.
Il lettore sarà sollecitato da molti spunti e particolari riflessioni. Non troverà mai un linguaggio incomprensibile per “addetti ai lavori”. Perciò si gusti questo libro con calma, sono sicuro che vi troverà una molteplicità straordinaria di spunti di riflessione sulle strutture e sul modo di raccontare buone storie!
Pubblicato:
5 gen 2016
ISBN:
9788892536944
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Visto in sala. Storytelling attraverso il cinema. - Alberto Pian

Quando fra due persone scatta qualcosa l’inquadratura si stringe sugli occhi. Passa da un personaggio all’altro rapidamente, ma poi rallenta quasi in un fermo immagine. È una bellissima soluzione che allo spettatore comunica proprio ciò che deve cogliere: fra quelle due persone c’è qualcosa, sta passando una scintilla, c’è del sentimento.

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Il leit motiv degli occhi, espressione di sentimento, di affetto, di contatto.

George, professore di letteratura, ha deciso di suicidarsi perché ha perso il suo compagno in un incidente d’auto. Si reca a scuola per insegnare, poi acquista qualcosa (e lì incontra un altro soggetto, gay come lo stesso George, con il quale si manifesta questa intesa magica così ben rappresentata), va a cena dalla sua amica e infine è tutto pronto per farla finita. Ma non ci riesce perché un suo studente, che capisce che George attraversa una grave crisi, lo salva. George però muore lo stesso, d’infarto.

Fermiamoci un momento qui.

George vive questa giornata come se fosse estraneo a se stesso. Parla ma è come se non parlasse, cammina, ma è come se non camminasse, compie azioni ma è come se non le compisse. Egli è fuori da se stesso. Vive come se fosse in una condizione di rimozione permanente. Rimuove la sua esistenza pratica e concreta. È facile capire il perché: George ha deciso di suicidarsi. Suicidarsi significa recidere ogni legame con la vita reale. Dunque George vive in  una situazione di chiara assenza perché se così non fosse il suo aggancio con un piano di realtà rimetterebbe in causa la decisione presa (soprattutto a livello inconscio), di togliersi la vita. Le spinte al suicidio sono tutte inconsce, derivano da pesanti sensi di colpa e da inconfessabili odi nei confronti di terzi, che non si possono esplicitare e che, pertanto, vengono ribaltati su se stessi. È una miscela esplosiva che Freud per primo aveva indagato nel quadro della melancolia: una situazione psicologica nella quale il soggetto può spingersi fino a togliersi la vita.

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Condizione di assenza. Melancolia, mancanza di un piano di realtà.

Dunque George deve essere isolato dalla realtà stessa, affinché i suoi legami con la realtà non minino la decisione di suicidio che è stata intrapresa con il potente concorso di forze inconsce, quelle stesse forze che ora sono in gioco per inserire George in una sorta di bolla, di condizione di distacco, di assenza.

Egli presenzia alla vita reale e concreta di quella giornata senza parteciparvi realmente.

Tuttavia è molto difficile isolare completamente un soggetto da un piano di realtà. Così, nel corso dell’ultima giornata, dalla mattina alla sera, si determinano almeno quattro contatti molto forti con la realtà stessa. Vediamoli un momento.

Il primo si verifica all’università. Lì George svolge una lezione completamente sui generis. Siamo in pieno maccartismo (la caccia alle streghe contro ogni intellettuale sospettato di essere comunista o sovversivo), e George svolge una lezione improntata a una grande libertà critica e di pensiero. Questo contatto dura molto poco , George esce dall’aula di nuovo nella sua condizione di assenza.

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Il ragazzo farà di tutto per incontrare il professore.

Però qui avviene un secondo contatto che sarà decisivo in serata. Possiamo definirlo come un pre - contatto. Succede questo: un suo studente, che ha colto e apprezzato il valore di questa lezione sui generis di George, fa di tutto per incontrare il professore fuori da scuola. Si può pensare che anche questo studente sia gay o che nutra secondi fini. La suspense è bene organizzata, in modo che si provi questo dubio. Invece, come si vedrà in seguito, il ragazzo è molto sensibile, è sinceramente interessato al professore sul piano umano. Si capisce che lo stesso ragazzo attraversa un periodo confuso, ma non si dice nulla su questa sua confusione. La narrazione rimane sul suo terreno, che è quello di George, senza aggiungere inutili elementi sulla storia del ragazzo, che potrebbero distrarre. Il ragazzo è lì e parla con George. George sorride, anche dall’auto, mentre va via e offre una matita al ragazzo, che ne aveva bisogno. È un tangibile e reale segno di riconoscimento della presenza dell’Altro. È un aggancio a un piano di realtà. Ma è ancora troppo poco per strappare George al suicidio. Egli ritorna in fretta nella sua condizione di assenza.

Il terzo contatto è quello a cui abbiamo accennato prima: fuori da un negozio si verifica un rapido incontro fra George e un giovane uomo di passaggio. Il montaggio sul fermo - occhi mostra che fra i due scorre qualche sentimento, qualche emozione. C’è un’intesa. È forte, è un richiamo alla vita, di nuovo un piano di realtà. Ma il giovane uomo è uno sconosciuto. Anch’egli ha i suoi problemi. George dovrebbe fermarsi a parlare con lui e poi forse fare una passeggiata, ma costerebbe troppa fatica, troppa energia proprio nel giorno dell’abbandono, l’ultimo giorno. Così anche questa opportunità si consuma in fretta e George torna nella sua clandestina assenza.

Apriamo a questo punto una breve parentesi sul piano compositivo e ritmico della narrazione. Il ritmo del film e la composizione dell’immagine sono completamente impegnati nella valorizzazione dell’assenza di George. Le inquadrature, che presentano molti primi piani e dettagli, centrati sulla figura umana secondo diverse angolazioni, e il montaggio che le valorizza perché offre il tempo di osservarle, di gustare le immagini anche da un punto di vista formale, permettono di apprezzare a fondo il ritmo lento della narrazione. La lentezza è uno strumento per gustare la composizione e quindi per fermarsi sulla narrazione. In questo modo il ritmo e la composizione dell’immagine viaggiano di pari passo per rappresentare lo stato di assenza di George. Ho letto di critiche che parlano di composizione effimera, di gusto maniacale per le immagini e per la composizione, per il bello. Sono fuori luogo. Prima di tutto perché anche l’immagine deve essere gustata esteticamente e, di fronte a un proliferare di immagini (filmiche e televisive), sgraziate, prive di gusto, di equilibrio e di valore estetico, possiamo qui ammirare la sensibilità di Tom Ford. Ma soprattutto perché la composizione è perfettamente funzionale alla narrazione, come abbiamo visto e come vedremo andando avanti. Chiusa questa parentesi, torniamo ora al meccanismo della storia.

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Il contatto fuori dal negozio, lo sguardo, una scintilla...

Il quarto momento di contatto con un piano di realtà è a casa della sua vecchia amica che da tanti anni cova un sentimento di amore nei confronti di George. Sentimento disatteso a causa dell’omosessualità di George. Ci sono momenti in cui George e la sua vecchia amica stabiliscono un contatto che permette a George di tornare sulla terra, di riprendere il senso di realtà che aveva smarrito. Ma quando la donna non riesce a dominare i suoi sentimenti, quando dimostra di non essere interessata alla sofferenza di George, ma ai sentimenti e all’attrazione che lei stessa prova per il vecchio amico, quando, cioè, il proprio narcisismo prende il sopravvento su una necessaria manifestazione di altruismo, il contatto finisce e George torna nella propria assenza.

L’amica aveva nelle sue mani il potere di salvare George. George stesso, attraverso un paio di frasi e il suo atteggiamento generale, aveva lasciato intendere le sue intenzioni. Se lei fosse stata più sensibile nei suoi confronti, le avrebbe raccolte. Ma all’amica di George interessava lo stato dei rapporti con George stesso e non il George che aveva davanti nel qui e ora. Così lo perde ancora e questa volta rischia di perderlo per sempre.

A questo punto entra di nuovo in scena il ragazzo.

Lo studente sta cercando George e lo trova per strada. Lo porta a bere e poi a fare il bagno, di notte, nudi. Anche qui, sapendo dell’omosessualità di George, si è indotti a pensare che questa relazione debba finire in un consumo erotico. Ma il film è molto delicato. L’omosessualità è vista sempre attraverso il filtro di sentimenti che lasciano sincere emozioni anche sullo spettatore eterosessuale.

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L’omosessualità è trattata con grande sentimento e delicatezza.

I due in acqua corrono qualche pericolo e quindi vanno a casa per asciugarsi. Il ragazzo prende una doccia e ancora, un po’ perché il film gioca su questa suspense, un po’ perché siamo condizionati da stupidi stereotipi, si può pensare che fra i due debba finalmente succedere qualcosa. Si può cioè, ancora pensare che le intenzioni del ragazzo siano più complesse di ciò che appare. In effetti il ragazzo ha uno sguardo a volte strano, fra il dolce e il curioso. Ma se ci si pensa bene ciò è logico: è dolce perché vuole sinceramente bene al suo professore, è curioso perché capisce o intuisce che il professore cela un segreto. In effetti in bagno trova una foto di George con il suo ex  amante deceduto. Il ragazzo osserva la foto, sembra capisca che George è gay. Potremmo pensare che a questo punto si schermisca, che se ne vada, che si difenda in qualche modo da un possibile interesse da parte di George. Anche perché sono svestiti, fanno la doccia, gli ambienti che frequentano sono la sala e la camera da letto.

Invece no. L’omosessualità non gioca alcun meccanismo e specialmente non gioca un ruolo perverso. Il legame di questo ragazze è sincero e George lo rispetta fino in fondo. Lo studente ha capito quali sono le intenzioni del suo professore e mentre George dorme nel suo letto (il ragazzo dorme sul divano dello studio), sottrae la pistola con la quale George voleva togliersi la vita e la nasconde sotto il proprio cuscino. Egli vuole salvare il suo professore. È lì per questo e ha giocato il suo compito con grande semplicità e delicatezza.

George si sveglia. Getta un’occhiata al suo studente che dorme nello studio. Trova la pistola e rinuncia definitivamente al suicidio. È questo il contatto con la realtà che può modificare l’equilibrio di un soggetto, che può fermare le pulsioni inconsce di morte e liquidare la bolla, l’assenza di un uomo che stava per togliersi la vita.

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Lo studente cerca tenacemente la compagnia di George.

Solo l’affetto può trattenere il gesto. Solo l’affetto convalida la vita. L’affetto c’è, c’è tutto: è quello di uno studente per il suo insegnante, è uno degli affetti più belli e puri. È un affetto che nasce da una relazione intellettuale e si consolida in un contatto umano, quando il rapporto fra persone non è meccanico (io insegno e tu impari), ma vissuto come una relazione nella quale avviene uno scambio. George non può non capirlo. Lo capisce bene. È per questo affetto che rinuncerà al suo proposito, per continuare a vivere.

Per continuare a vivere?

Purtroppo no. Proprio in quel momento un infarto lo stroncherà per sempre.

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Il diverso sguardo di George sulla vita. Osserva il suo studente con affetto e una sorta di incredula gratitudine

Appena il film si è concluso ho pensato che Tom Ford avrebbe potuto benissimo modificare il finale, per dare una prospettiva ai sentimenti. Perché finire così?

Ora che scrivo queste note lo so. Perché George ha sofferto e non si passa indenni dalla sofferenza. L’infarto è la malattia del cuore e il cuore è la sede degli affetti. George ne aveva molto di affetto e ha sofferto, per questo muore. Non voglio dire che la morale sia pessimista, non ci interessa dare dei giudizi. Ma la conclusione, che lì per lì, sembra così paradossale, strana, ingiusta, forse anche scorretta sul piano narrativo, in realtà reca in sé una lezione: la sofferenza fa male. Però la sofferenza è anche ciò che rende umani o meglio, che porta alla luce la propria umanità. Se vuoi essere umano devi rischiare soffrendo.

D’altra parte George ha scelto di vivere da solo questa sua condizione. Scelto non è la parola giusta. È appena trascorso il periodo della caccia alle streghe contro gli intellettuali comunisti e omosessuali. Incombe la crisi dei missili a Cuba. La chiusura psicologica di George è favorita anche dal clima politico del Paese, che non lo aiuta a esternare i suoi sentimenti, né a vivere serenamente la propria condizione. Ma ciò significa anche che da soli non si può vivere, che occorre trovare la forza di incontrare l’Altro e di affidarsi, di mostrare e prendere affetto, di rompere l’isolamento che porta alla morte (per suicidio o per sofferenza).

È troppo tardi per George quando capisce l’importanza della presenza del suo allievo, che non lo ha lasciato un istante, che ha perseverato nel suo obiettivo di aiutarlo. L’affetto deve anche essere costante per ottenere dei risultati.

La sua intensità e la sua costanza hanno preservato George dal suicidio, ma non hanno potuto fornirgli un riparo retroattivo da tutto il peso della sofferenza sotto la quale il cuore, infine, ha ceduto.

Se le ellissi non raccontano

Achiko il tuo migliore amico, Lasse Halstrom, 2009

Certo, la storia si guarda volentieri, commuove e tocca lo spettatore, però ci interessa andare più a fondo.

D’altra parte non è difficile raccontare una storia di amicizia, vera e piena di buoni sentimenti. Il fatto che il protagonista sia un animale rende il racconto più complesso da articolare: quanti e quali lati comuni hanno un essere umano e un animale, che possano sostenere l’attenzione di una storia? Penso che il problema principale, in casi come questo, consista nel dosare bene gli ingredienti e soprattutto i tempi. Come nasce l’amicizia fra un uomo e un cane? Perché l’uomo si affeziona e perché si affeziona un cane? Fin dove si può spingere questa relazione? Quali ostacoli e situazioni può affrontare? Un film come questo avrebbe potuto essere l’occasione per rispondere a qualcuna di queste domande. Non in chiave filosofica, scientifica o moralista, ma dal punto di vista degli eventi fattuali, dell’azione. In realtà non lo ha fatto. Non lo ha fatto perché sarebbe occorso che i diversi momenti fossero raccontati in modo che avessero a disposizione i tempi giusti per essere narrati e che fra uno e l’altro ci fossero delle ellissi (salti temporali), corrette. Però, affinché ciò possa avvenire bisognerebbe porre delle domande significative, come quelle che ho enunciato prima. Infatti, queste domande servono per determinare quali scene, quali momenti della storia sono più importanti, potrebbero essere raccontati in modo più disteso, oppure dovrebbero subire delle contrazioni o perfino dei tagli e dei salti.

Per esempio: se la storia è centrata sul fatto che per molti anni, tutti i giorni, un cane aspetta alla stazione l’arrivo del suo padrone, che non giungerà più perché è morto, potremmo chiederci se sia importante, nell’economia della storia, raccontare per bene la nascita e lo sviluppo di una relazione di amicizia che in seguito avrà simili sviluppi. Secondo me si perché il nocciolo importante (l’attesa del cane, la sua fedeltà), ha un’origine che suscita interesse: Achiko e Gere hanno stabilito un legame molto forte e particolare. Soffermiamoci su questo aspetto con la dovuta calma. Oltretutto i cuccioli sono assai più interessanti e suscitano più affetto e simpatia nel pubblico, rispetto a un animale adulto. 

Si sarebbero potuti sfruttare di più questi aspetti per preparare l’epilogo e per legare meglio lo spettatore al film. Invece questa parte si conclude abbastanza presto. Si conclude senza che sia mostrato nulla di curioso o di non scontato in questa relazione fra uomo e cane, a parte una bella scena in cui Gere mostra al cane che cosa deve fare per riportare indietro, fra i denti, una palla.

Fra l’altro proprio questa scena ha un grande valore perché mostra che bisogna sapersi mettere dalla parte dell’Altro, abbassarsi alla sua condizione, non alzare, ma rompere le barriere. È una bella metafora sull’amicizia, ma anche sull’educazione e sull’insegnamento perché parla del valore dello scambio di ruoli e di status. Dunque perché non soffermarsi maggiormente su momenti del genere? Non solo potrebbero rappresentare i fondamenti del rapporto di amicizia fra un uomo e un cane ma, assumendo un valore universale, si sganciano dai meri fatti narrati per collocare lo spettatore nel mondo dei valori e dell’etica. Peccato che il terreno metaforico del racconto sia stato completamente trascurato, rinunciando così  ad esprimere fino in fondo un messaggio universale e quindi poetico. Il film, infatti, commuove per la storia, ma non per la poesia, di cui è sostanzialmente privo.

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Momenti come questi fondano e giustificano il rapporto di amicizia e preparano l’epilogo.

A un certo punto il cucciolo diventa un cane adulto. È un passaggio fastidioso visivamente oltre che narrativamente. L’ellissi è troppo forte. Si sarebbero potute inserire delle scene di crescita e di maturazione fra il cucciolo e l’animale adulto, vale a dire dei momenti significativi che illustrassero con una certa cura la crescita di un rapporto originale e

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