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La bizzarra impresa. In Fiat 500 da Bari a Pechino

La bizzarra impresa. In Fiat 500 da Bari a Pechino

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La bizzarra impresa. In Fiat 500 da Bari a Pechino

Lunghezza:
384 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
5 dic 2015
ISBN:
9788892526402
Formato:
Libro

Descrizione

Due amici programmano un viaggio in auto molto particolare, da Bari a Pechino passando da Vladivostok, e per renderlo ancora più speciale decidono di compierlo con una Fiat 500 del 1973. Un viaggio attraverso due continenti in totale autonomia, con pochi bagagli, un budget limitato e senza alcun supporto tecnico, su di un’auto vecchia di oltre trent’anni. Percorrendo sedicimila chilometri a una media di trenta all’ora, i protagonisti di La bizzarra impresa impiegheranno più di tre mesi per raggiungere la loro meta. Un viaggio in tutta lentezza che darà loro modo di guardarsi attorno e di parlare con la gente, cogliendo l’immagine di un mondo che sta rapidamente cambiando a seguito dei cataclismi politici che ne hanno modificato i confini e le certezze.
Editore:
Pubblicato:
5 dic 2015
ISBN:
9788892526402
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

La bizzarra impresa. In Fiat 500 da Bari a Pechino - Danilo Elia

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© Danilo Elia 2005-2015 Tutti i diritti riservati. Vietata la duplicazione con ogni mezzo

Premessa alla nuova edizione

Dieci anni. Due lustri. Tanto tempo è passato dal primo grande viaggio del Cinquino. Il battesimo della steppa, lo potremmo chiamare. Da allora il gagliardo ha attraversato deserti e solcato mari in burrasca. Ha sudato sotto il solleone del Sahara, zigzagato tra le piramidi di Giza, si è arrampicato su dalle profondità del Mar Morto, ha riposato all’ombra delle rovine di Petra la misteriosa. Ha viaggiato per 14 nazioni e tre continenti, mostrando una scorza dura come quella della più tosta delle fuoristrada.

Il racconto di quel viaggio, di quella bizzarra impresa partita male e finita benissimo, ha ispirato tanti viaggiatori che hanno solcato dopo di noi le rotte siberiane con i mezzi più improbabili. Ed è questo che ci rende più felici. Essere riusciti a trasmettere con la nostra storia un pizzico di quella sana incoscienza che accompagna chi si prepara a compiere qualcosa di folle.

In molti ci hanno scritto chiedendoci consigli pratici, raccontandoci i loro dubbi e i fondati timori che qualcosa lungo la strada potesse andare storto. E la nostra risposta è stata sempre la stessa. Partire subito, prima che i dubbi si trasformino in una vetta insormontabile e lasciare che sia la strada a risolversi da sola. Chilometro dopo chilometro.

Perché è la strada che fa il viaggio. Una strada fatta di strade tese come rette nell’infinito della taigà, che solo betulle e betulle per giorni; strade rotte che rompono schiene e sospensioni; strade in mezzo a villaggi, a città, a persone e vacche; strade che si avviluppano, si contorcono, s’arrampicano e precipitano ripide, superano montagne, fiumi, mari; strade vecchie come il mondo, che hanno fatto la Via della Seta, visto mongoli cavalcare a pelo e romani bardati, e strade larghe, lunghe, lisce e vuote che profumano ancora di asfalto; strade che non sono strade ma solo una traccia nella steppa come il bezdorože, e che pure ti fanno andare avanti. Tutto, pur di evitare le autostrade.

L’autostrada e il Cinquino non vanno d’accordo. Ha ragione Marc Augé, quando ci mette anche le autostrade tra i suoi non luoghi. Le autostrade sono nastri di smistamento, corsie veloci per andare da A a B senza passare per la vita. Un’invenzione utilissima quando hai fretta, una ragione di alienazione in tutti gli altri casi. Perché le autostrade sono recintate come le prigioni, hanno le sbarre e le regole affisse all’ingresso, non conoscono il sonno né santificano le feste, per entrarci hai bisogno di pagare un biglietto e avere la cilindrata giusta, hanno persino il limite di velocità minima e non ci puoi manco camminare con i tuoi piedi. Ma soprattutto perché, a differenza delle strade comuni, non conoscono incroci ma solo svincoli. Sono gli incroci – nei luoghi come nella vita – a creare la frizione che fa scoccare la scintilla delle relazioni. E l’autostrada è concepita per schivare i luoghi, aggirare le città, per svincolarsi dalle relazioni: s-vincoli, rinuncia ai vincoli, ai rapporti tra uomini.

Il nostro viaggio è durato il doppio del previsto. Abbiamo buttato via quasi subito l’itinerario che avevamo in mente, abbiamo fatto dietro front in Kazakistan, attraversato la Siberia con un visto scaduto, siamo stati abbandonati a metà strada dallo sponsor, abbiamo portato il Cinquino sul Mar del Giappone e siamo arrivati a Pechino in nave.

Il viaggio è sempre imprevisti, collisioni di eventi, piani che vanno a carte quarantotto, incastri magici, porte che si chiudono e portoni che si spalancano. Del resto, i viaggiatori sono fondamentalmente degli ottimisti, perché se così non fosse, non andrebbero da nessuna parte. Sono parole di Paul Theroux, lo scrittore. E Fare un viaggio di 16mila chilometri con una Fiat 500 vecchia di quasi quarant’anni richiede una buona dose di ottimismo.

Ma c’è di più. La velocità che impone scandisce il viaggio con una parsimonia dimenticata tra i moderni motori a scoppio, la sua piccola scocca ripara dai capricci della strada come un ombrello in una tempesta, e la sua linea che pare uscita dalla matita di Walt Disney fa sgranare gli occhi ai bambini e fa tornare bambini i grandi. Ovunque.

Lo sospettavamo da sempre, l’abbiamo visto nei tre mesi di viaggio fino a Pechino, ne abbiamo avuto conferma in tutti i Paesi attraversati dopo: la 500 è la chiave che apre gli usci delle case, fa alzare le sbarre alle frontiere, fa sparire d’un soffio le barriere linguistiche e culturali, scioglie la diffidenza verso lo straniero e la trasforma in incontenibile curiosità.

Dieci anni sono passati, ma il viaggio raccontato in questo libro potrebbe essere stato fatto ieri. Rileggerlo per questa nuova edizione ha fatto saltare agli occhi tutte le contraddizioni di due continenti veloci eppure immobili. La Russia di Putin è ancora la Russia di Putin, la Cina è sempre lanciata verso un futuro annebbiato dalla cappa di smog nelle sue città, il Kazakistan continua a trasformare petrodollari in grattacieli dorati e l’Ucraina è all’alba di una nuova vita proprio come lo era allora all’indomani della rivoluzione arancione. Eppure non è tutto. Perché proprio l’Ucraina è ferita da una guerra che ne ha cambiato i connotati, e a ripercorrere lo stesso itinerario oggi si passerebbero città bombardate e nuovi Stati che si sono dichiarati indipendenti. Cittadine e villaggi che abbiamo attraversato, i cui nomi fino a un anno e mezzo fa sapevano di poco, risuonano ora di cannonate e battaglie di carri armati, come Debalcevo, Uspenka, Slovyansk.

Il mondo cambia, ma il viaggio resta. Il viaggio è soprattutto incontri. E gli incontri che sono raccontati in questo libro non invecchiano. Così come non invecchiano lo stupore che ci ha accompagnato per tutto la lunga strada fino alla meta, la simpatia per una macchina che è un’icona dell’italianità, la curiosità per due viaggiatori che scelgono lo scomodo e il lento al tempo dei jet low cost e dei viaggi all inclusive.

Ora, come allora, la meta è soltanto una scusa per andare, la 500 il mezzo per raggiungerla, e il viaggio, come sempre, il fine.

PROLOGO

Non vi fidate dei viaggiatori moderni che scelgono lo scomodo per principio. O mentono, o sono disturbati.

Stefano Malatesta

«È una pazzia!»

«Ma che ti salta in mente? Ci vuole una buona jeep, che so, una Land Rover.»

«E se si rompe a metà strada?»

Avevo fatto l’abitudine a questo tipo di domande. Niente dello stupore che mi sarei aspettato, nessun entusiasmo, nessuna ammirazione.

Nei due anni che ho passato a divertirmi a raccontare in giro la mia idea, un po’ per scherzo, un po’ accarezzando il sogno di poter davvero un giorno arrivare dall’Italia fino in Cina con una Fiat 500, erano queste le reazioni alle quali assistevo. Quando andava bene. Perché invece, negli interlocutori più ravveduti e giudiziosi, l’incredulità era accompagnata da sguardi di profonda riprovazione e, talvolta, persino di commiserazione. E non c’è certo da meravigliarsi: che teste calde sono due che a trent’anni invece di metter su famiglia pensano ad andare in capo al mondo, e con un vecchio rottame? Sì, proprio rottame: era l’insulto più comunemente usato per la piccola 500.

Ma per fortuna lo scellerato entusiasmo che caratterizza coloro che si apprestano alle folli imprese mi permise di scrollarmi di dosso la disapprovazione e lo scetticismo dei molti, e continuare a fantasticare.

Tutto nacque da una foto di Samarcanda. Fu la prima volta che vidi una foto della piazza del Registan a far nascere in me il desiderio di visitare l’Asia centrale. Esattamente, lo ricordo bene, accadde proprio sfogliando un vecchio libro alla Libreria del Viaggiatore a Roma. Si trattava di un libro fotografico – a dire il vero le foto non erano di particolare bellezza – una di quelle edizioni dell’Intourist ancora in epoca sovietica, se non sbaglio pubblicato a Belgrado. Ricordo che fui colpito da quella grande foto a doppia pagina, priva di prospettiva e un po’ banale, e dai colori forzatamente contrastati come quelli delle vecchie cartoline delle località di mare. Quei lampi turchesi che al sole si sprigionavano dalle cupole di maiolica di quell’incredibile complesso erano qualcosa che non avevo mai visto. Nelle pagine seguenti sfavillavano gli altri tesori dell’Uzbekistan, i minareti di Bukhara, le mura di Khiva. Ci sono luoghi che, o per dono naturale o per mano degli uomini, hanno il potere di insinuarsi nell’immaginazione e tarlare la mente fino a divenire un’ossessione; ecco, Samarcanda era uno di quelli. Pensai che prima o poi sarei dovuto andarci di persona, ma non ne sapevo niente; volevo saperne di più.

In quei mesi mi stavo preparando per un viaggio sulla Transiberiana e, fra i libri che avevo letto, mi aveva affascinato l’avventuroso saggio di Colin Thubron sulla sterminata regione russa; non sapevo se l’inglese (che durante il viaggio tutti scambiavano per estone per via del suo strano accento quando parlava russo) avesse scritto qualcosa anche sull’Asia centrale.

In una mattina di profondo lassismo, curiosando nell’immenso catalogo di Amazon, m’imbattei in The lost heart of Asia, proprio di Thubron. Non volevo aspettare i lunghi tempi della spedizione e non sapevo se esistesse un’edizione italiana così, il pomeriggio stesso, ne comprai una copia della Penguin books dalla Feltrinelli International. Nonostante l’ostico inglese di quelle pagine, ricche di incontri e di strade percorse lentamente, in treno, in vecchie Lada tenute col fil di ferro, talvolta a piedi in una sorta di pellegrinaggio tra luoghi dai nomi evocativi e sognanti, crebbe riga dopo riga il desiderio di partire. Quasi un bisogno.

Ignoravo tutto dell’Asia centrale ex sovietica, di quella regione che si apriva, solo in quegli anni, dopo decenni di chiusura, all’avidità dei turisti annoiati dalle solite rotte, che adorano chiamarsi viaggiatori. Mi sembrava sempre di più che quel mosaico di paesi, confini e popoli che la compongono cominciassero a esercitare su di me un richiamo emotivo, un po’ come ha fatto l’India per generazioni di occidentali in cerca di qualcosa di lontano, non solo geograficamente, dalla propria cultura; un posto dove andare per sentirsi davvero lontano da tutto.

Ma in tutto questo non c’era ancora traccia della 500.

Quando tornai dalla Siberia, per nulla saziata la voglia di viaggio, dovetti mettere da parte l’idea delle repubbliche centroasiatiche (gli stans come li chiamano gli anglosassoni); ripartii infatti immediatamente per la Lituania dove per un po’ insegnai all’Istituto Italiano di Cultura di Vilnius, fino all’inverno successivo. Fu al ritorno in Italia che, in un periodo privo di prospettive particolarmente allettanti nell’immediato futuro (la voglia di evasione è sempre inversamente proporzionale al grado di appagamento), la fantasia cominciò a viaggiare prima ancora dei piedi.

In quei giorni leggevo libri come In vespa di Giorgio Bettinelli e Il cammello battriano di Stefano Malatesta e, affascinato dalla lenta traversata della Siberia in treno che aveva impiegato sei giorni per portarmi da Mosca a Ulan-Bator, cominciavo già a provare un senso di insofferenza verso il moderno modo di viaggiare.

Nel corso di lunghe divagazioni nella rete, avevo trovato numerosi racconti di viaggi lungo la Via della Seta. Molti partivano dall’Europa, quasi tutti imbarcandosi dall’Italia, attraversavano l’Anatolia, il Caucaso e l’Iran, girovagavano per l’Asia centrale e poi si tuffavano in Xin-Jiang, e fino a Pechino; altri, più fantasiosi, puntavano invece a sud seguendo quella che viene chiamata la Via delle Spezie, valicavano il Pamir per arrivare in Pakistan e India. E ci andavano in moto, con dei fuoristrada o anche in camper.

Una costante di questi viaggi è il fatto che tutti gli itinerari tracciati si dirigevano dall’Europa verso l’Oriente (qualcuno faceva il contrario, ma il concetto non cambia). È una possibilità che solo il continente eurasiatico offre: poter attraversare due continenti, un numero potenzialmente vastissimo di nazioni e di paesaggi, culture e popolazioni, senza prendere neanche un aereo o una nave. Quelli che vogliono usare un termine alla moda lo chiamano overland. Da diversi anni anche Avventure nel Mondo, un’associazione di appassionati di viaggio di Roma, organizzava alcuni tour dai nomi inquietanti come Asia Raid, in cui gruppi di impiegati annoiati andavano in cerca di avventura a cavallo delle proprie Honda, al seguito di una guida esperta. Ognuno di loro portava al ritorno a casa i ricordi e le emozioni di un’esperienza entusiasmante e avvincente, ma mancava qualcosa.

Anch’io avrei potuto fare un viaggio simile. Anch’io ero un impiegato annoiato e sfogliavo con mal repressa libidine i cataloghi che Avventure nel Mondo mi recapitava a casa. Avrei potuto partecipare a uno di quei viaggi organizzati, oppure noleggiare un fuoristrada con autista e accontentarmi della mia avventura all inclusive!

Ma c’era qualcosa che mi tratteneva dal farlo, e mi sembrava sempre di più di trovarlo nei libri che leggevo.

In questo c’è un che di perverso, me ne rendo conto: andare veloce vuol dire poter raggiungere mete un tempo riservate solo a chi aveva a disposizione mesi per un viaggio. È un vantaggio. I mezzi a disposizione del turista del terzo millennio consentono di passare una settimana dall’altra parte del mondo e tornare, salvando il tornaconto con le ferie, ma privano il viaggio della sua componente principale: per l’appunto il viaggiare.

Ecco ciò a cui avevano scelto di tornare gli autori dei libri che stavo leggendo.

Qui però devo aprire una parentesi: per certi versi quello che facevano gli autori di questi libri, così come tutti i viaggiatori per professione e un certo tipo di giornalisti alla Thubron o Terzani, non aveva nulla di speciale: era il loro lavoro. Tutti partivano da una posizione privilegiata, tutti erano reporter affermati, giornalisti con anni di esperienza come corrispondenti esteri, o comunque abili scrittori già noti nel mondo letterario.

Tranne uno.

Non nascondo che era con una punta di invidia che leggevo delle scorribande in vespa di Bettinelli: senza alcuna credenziale e nel giro di poche settimane, a sentire lui, era riuscito a organizzare il suo viaggio in Vietnam e a farsi sponsorizzare dalla Piaggio, aveva inforcato una vespa a Roma per guidarla testardamente fino a Ho Chi Min City nell’arco di sei mesi. Ed era un qualcosa che si avvicinava molto all’idea di quello che doveva essere un lungo viaggio prima dell’epoca dei voli commerciali.

Bettinelli era riuscito a fare qualcosa di più di un noto giornalista o di coloro che già avevano i contatti giusti. Lui era approdato direttamente dalla sua capanna in riva al mare dell’Indonesia, dove viveva da alcuni anni, alle porte dei manager di Pontedera. E gli avevano aperto; come c’era riuscito?

Decisi di affrontare il quesito con un rigoroso approccio scientifico: e fu così, un mattino davanti al caffelatte, gli occhi puntati su un punto vuoto della parete e l’aria inebetita per il precoce risveglio, che ebbi l’illuminazione, forse una visione. Una piccola Fiat 500 percorreva un lungo rettilineo sterrato, sollevando dietro di sé una nuvola di polvere. Una Fiat 500! Una di quelle vecchie, buffa e bombata come una coccinella, con qualche bozzo sui paraurti! Di colpo tutto mi fu chiaro: quella visione dissipava tutti i dubbi! Come una valanga – dovevo convincere me stesso, prima di tutti, della plausibilità di un’impresa apparentemente assurda – mi vennero alla mente tutti i vantaggi che avrebbe comportato la scelta di quella macchina. Un’auto piccola, economica, facile da riparare e che non avrebbe fatto mai gola a nessun ladro, neanche nella periferia della più malfamata città kazaka.

E poi, con una macchina così piccola, che era stata progettata per percorrere ben altro tipo di strade e distanze, un viaggio come quello avrebbe assunto un carattere tutto diverso, una sorta di sfida o di scommessa. Ci si poteva anche filosofeggiare un po’ su, come fanno tutti quelli che vogliono dare una veste più nobile alle cose che fanno, disputando sulla dimensione del viaggiare a velocità d’altri tempi o su quel perverso piacere di affrontare le difficoltà con mezzi sfavorevolmente impari. E magari sbeffeggiare quelli con le grosse 4x4 o con le moto da enduro.

I dettagli erano ancora avvolti nella nebbia, ma tutto collimava alla perfezione; anche trovare le migliaia di euro necessarie al viaggio non sarebbe più stato un problema: ero certo che gli sponsor avrebbero fatto la coda per appiccicare i propri marchi sugli sportelli della 500. E poi un’impresa di quel genere avrebbe certamente attirato l’interesse di tutte le riviste che si occupano di viaggi, avrei potuto scrivere qualche articolo, magari addirittura un libro… La 500 era la chiave giusta per aprire le porte giuste!

Non riuscii neanche a finire il caffelatte nella mia tazza: prima di lasciar scorrazzare liberamente il mio entusiasmo, dovevo essere sicuro che nessuno prima di me avesse già avuto la stessa idea. Questo è il genere di dubbi per sciogliere i quali puoi solo chiedere aiuto ai prodigiosi algoritmi di Google. Così, dando immediatamente sfogo alle mie falangi sulla tastiera del computer, e facendo zampettare freneticamente il mouse sul tappetino, venni a scoprire che nel 1974 alcuni freak avevano viaggiato in lungo e in largo per il Marocco con una Fiat 500, che nel 1998 due coppie su altrettante 500 avevano fatto un breve giro d’Europa e, poi, nel 1999 un coast to coast negli Stati Uniti, qualcun altro negli anni 60 era arrivato fino a Mosca… Ma nessuno si era spinto oltre!

Già, ma oltre dove? Un viaggio così non ha senso senza una meta, una sorta di traguardo da raggiungere per poter dire di essere riusciti nell’impresa. Bastò un’occhiata alla mappa e lo sguardo cadde su Pechino. Eccola lì la meta!

C’era da cominciare a organizzarsi, che so, tipo scrivere delle lettere ai potenziali sponsor, preparare un itinerario, magari un sito internet; decisi così di coinvolgere nella spensierata perdita di tempo chi di tempo da perdere ne aveva in abbondanza: Fabrizio. Lui era la persona ideale per sprecare energie e danaro in un progetto così folle; lo conoscevo da molti anni, avevamo viaggiato tante volte insieme ed era dotato della giusta dose di incoscienza e immaturità per prendere sul serio me e il mio progetto.

Preparammo tutto: lettere su carta intestata con un bel logo a colori, persino delle magliette con la scritta EuropaAsia (certo, ci voleva anche un nome, no?) e un sito internet con la mappa dell’itinerario, le nostre facce fiere e le foto della sfavillante 500 che pareva davvero pronta a partire. Mancava solo una cosa… la 500!

Nelle nostre menti ottenebrate dall’eccitazione quello era solo un dettaglio. Non appena infatti avessero cominciato a fioccare le offerte degli sponsor, non avremmo dovuto fare altro che trovarne una in buone condizioni, risistemarla un po’, magari con qualche modifica, scegliere un bel colore e partire. Nel frattempo avevamo pescato a caso dalla rete alcune foto di una bella 500 verde e l’avevamo piazzata nella vetrina del nostro sito: non potevamo certo proporci agli sponsor senza neanche avere la macchina. Doveva sembrare che ci fosse già una certa organizzazione e che fossimo quasi pronti a partire. Dovevamo mostrare affidabilità, altrimenti chi avrebbe dato credito a due illusi con una idea così eccentrica e nient’altro in tasca?

Ricordo che avremo mandato più di una cinquantina tra lettere, e-mail e fax a tutte le aziende che potessero avere un qualche interesse a sponsorizzarci e, naturalmente prima fra tutte, alla Fiat. Scrivemmo anche a tutte le riviste di auto e di viaggi che conoscevamo. Risparmierò i dettagli sull’attesa delle risposte, e dirò solo che gli eventi non si svolsero proprio come avrebbero dovuto secondo le nostre fervide fantasie.

Di tutte le comunicazioni mandate, la quasi totalità rimase senza risposta. Un paio di redazioni di giornali si degnarono di farci sapere che, al nostro ritorno, si sarebbe potuto vedere di pubblicare qualche articolo, ma di soldi neanche a parlarne. Quasi per una beffa, dopo alcuni mesi, su uno dei periodici a cui avevamo scritto comparve un trafiletto con la notizia della nostra partenza per la successiva primavera.

Naturalmente, non pensavamo affatto di riuscire a partire, senza il becco d’un quattrino e sempre senza macchina.

La cosa che ci gettò maggiormente nello sconforto fu, in quel coro di silenzi, quello per noi inspiegabile di mamma Fiat. Eravamo convinti che a Torino, avuta notizia della nostra audace iniziativa, si sarebbero affrettati a sponsorizzarci: è vero, la 500 non era un’auto in produzione, ma era pur sempre la macchina che aveva fatto la storia della Fiat in Italia, un vero e proprio simbolo per la casa automobilistica e per tutta l’Italia. E invece noi non ci spiegavamo davvero come gli uffici marketing del Lingotto, proprio quelli che fra tutti avrebbero dovuto avere interesse per noi, non manifestassero altro che silenzio. Neppure un rifiuto esplicito, anche brusco.

Lentamente, perso l’ingenuo entusiasmo della prima ora, cominciammo a lasciar perdere il progetto.

Circa un anno più tardi mi trovavo a Tivoli dove mi ero trasferito per lavoro ed ero entrato nel tunnel dell’affannosa ricerca di un tetto. Occupavo una stanza in affitto e compravo due volte a settimana Portaportese, il giornale di annunci dei romani. Sistematicamente, esaurite le inserzioni di offerta in affitto della periferia est, scorrevo oziosamente quelle di vendita delle auto usate, curiosando tra le Fiat 500 dai prezzi più stracciati. Ne andai anche a vedere qualcuna: si partiva dai 150 euro per una senza motore, passando per i 300 di una priva del pianale (un po’ come l’auto dei Flintstones) e i 450 di una che, a forza di parcheggi al tocco, aveva perso le sue forme arrotondate e somigliava più a una 126. Poi un giorno, poco convinto, ne andai a vedere una da 600 euro dalle parti di Cinecittà e, sorpresa, non era messa niente male. Contrattai, e a 450 euro la macchina era mia.

La portai a Bari dove, insieme a Fabrizio, decisi di rimetterla un po’ a posto, farle qualche piccola modifica e… e poi? Farne che? Infatti a chi ci chiedeva dove saremmo mai andati con quel macinino con due ruote di scorta, pneumatici da fuoristrada, cinquanta litri di riserva di benzina, quattro fendinebbia e un portapacchi da tetto con una cassa stagna militare… be’, non sapevamo davvero che rispondere. Finché un bel giorno, come si dice nelle favole, a distanza di più di due anni dalla nostra prima richiesta, arrivò un’e-mail piccola piccola da Torino. Due righe che, in sostanza, ci aprivano un orizzonte intero, quello dell’Asia.

Era l’inizio di dicembre e avevamo tempo fino alla primavera per organizzare tutto. A parere loro un sacco di tempo, ma secondo noi il minimo indispensabile per cercare di commettere meno errori possibile. Riuscimmo a raccogliere anche qualche altro piccolo sponsor. Ci affrettammo coi preparativi: completammo l’allestimento della macchina e la riverniciammo di un color crema che facesse da sfondo neutro per gli adesivi che intendevano attaccare; disegnammo anche un tricolore che attraversava la scocca da parte a parte. Fissata la data della partenza verso il 5 aprile, ci procurammo tutti i visti turistici dei paesi che avremmo dovuto attraversare; solo quest’operazione richiese quasi tre mesi di tempo, e un considerevole sforzo di programmazione per ipotizzare con la minore approssimazione possibile le date di ingresso e uscita da ogni paese. Un pomeriggio a casa mia stendemmo per terra tre grandi cartine, Kazakistan, Asia centrale e Cina, e delineammo un itinerario di massima; non sapevamo bene quali strade esattamente avremmo percorso, ma decidemmo che saremmo usciti dall’Italia dalla Slovenia, passando per l’Ungheria avremmo attraversato l’Ucraina, la regione del Volga-Don in Russia, poi il Kazakistan, e da lì saremmo entrati in Kirghizistan, e poi ancora Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e infine avremmo fatto ingresso in Cina. Un tragitto dai quattordici ai quindicimila chilometri da percorrere in circa due mesi.

Alla Fiat decisero di rifare il motore come nuovo presso un’officina a Bari, così concordammo che avremmo raggiunto Torino a bordo della 500, per farle un buon rodaggio e sottoporla lì agli interventi necessari dopo i primi mille chilometri a motore nuovo. Intanto, man mano che passavano i giorni senza che si riuscisse a sapere quando avremmo potuto consegnarla in officina, la sponsorizzazione si era già ridotta dalla copertura di gran parte delle spese di viaggio, come inizialmente proposto, a qualche contributo per i lavori al motore e per il rimpatrio della 500 via nave. Le rose cominciavano a mostrare qualche spina.

A una settimana dal grande giorno, finalmente ebbero inizio i lavori al motore che, alla fine ci fu detto, avrebbero rappresentato l’unica forma di sponsorizzazione; naturalmente la macchina fu pronta diversi giorni dopo, cosicché la nostra partenza da Torino dovette essere posticipata di quasi due settimane. La sera del 15 aprile ritirammo la macchina dall’officina, finimmo di montare gli ultimi ammennicoli nel garage di casa, le ruote di scorta e il portapacchi, caricammo tutti i pezzi di ricambio e le taniche della benzina: non era più una 500 qualunque, era il Cinquino che ci avrebbe portati a Pechino!

capitolo I

DUEMILA CHILOMETRI IN QUATTRO GIORNI

Partiti! Partiti?

Notte insonne. Sveglia alle sette, lo zaino per terra appoggiato all’armadio sembrava in inerte attesa nella penombra delle veneziane.

Avevo provato a immaginare tante volte la mattina della partenza: prima, quando tutto era solo un’idea, un desiderio che probabilmente sarebbe rimasto irrealizzato; poi, sempre più di frequente, quando quell’idea aveva cominciato a prendere forma. E quando avevo cominciato a contare i giorni che mancavano al grande momento… sì: svegliarmi al mattino, caricare lo zaino sul sedile posteriore, salutare tutti e uscire dal cancello di casa con la 500, tuffarmi tra le macchine che nervosamente portano il quotidiano carico umano al lavoro, e davanti a me lo srotolarsi incommensurabile di migliaia di chilometri verso oriente, la lentezza di strade polverose e silenziose, l’imponderabilità di una meta lontana e forse irraggiungibile, la fugace ebbrezza di realizzare che è lì che davvero comincia tutto, che è davvero quello il momento irripetibile, forse il più irripetibile di tutti…

Il programma era semplice: tutto pronto dalla sera prima, veloce colazione ed entro le otto a casa di Fabrizio. Da lì la statale è vicina, e poi guidare fino a sera fino a Urbino dove la sua fidanzata ci avrebbe dato ospitalità per la prima notte di viaggio. Era sabato, e l’appuntamento a Torino era davanti al cancello numero 4 di Mirafiori per le nove del lunedì mattina: due giorni per percorrere quasi tutta l’Italia da sud a nord su strade statali e provinciali. Sì, solo su strade di campagna, perché che senso avrebbe avuto andare in autostrada? D’altro canto, considerato che avremmo dovuto rodare il motore completamente rimesso a nuovo, la velocità massima che avremmo potuto tenere era di 70 chilometri all’ora e perciò l’idea, forse un po’ demodé ma perfettamente in sintonia col viaggio, di valicare gli

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