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Il pragmatismo flessibile

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Il pragmatismo flessibile

Lunghezza:
543 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
15 dic 2010
ISBN:
9788878534100
Formato:
Libro

Descrizione

Ciò che emerge dall’osservazione del contesto storico-politico asiatico è il progressivo reciproco avvicinamento delle cinque “tigri” dell’Asia sud-orientale e la Cina.
Il volume si propone di offrire un’analisi comparativa che, partendo dai paesi dell’Asia sud-orientale, si estende al complesso piano dei rapporti bilaterali di questi Stati con la Repubblica Popolare Cinese, in modo da costituire uno strumento di ricerca per una puntuale e il più possibile adeguata riflessione storico-politica relativamente ad un fenomeno che caratterizza in modo evidente l’età contemporanea. Il quadro complessivo delle relazioni tra i paesi dell’Asia sud-orientale e la Cina è indubbiamente orientato verso la maggiore integrazione delle economie delle “tigri” asiatiche con il “drago” cinese: ciò si è verificato attraverso un pragmatismo flessibile che sia i paesi del Sud-est asiatico sia la Repubblica Popolare Cinese hanno sviluppato grazie al il consolidamento dei loro rapporti economici e, più recentemente, politici. La linea del constructrive engagement intrapresa dalle “tigri” e la hépíng juéqì cinese hanno determinato la realizzazione di obiettivi comuni e la creazione di un contesto dinamico e di sempre maggiore influenza in Asia e nei rapporti internazionali contemporanei, descritti nel volume grazie alla ricostruzione di un quadro storico e politico in cui è progressivamente inserita l’analisi delle relazioni bilaterali tra i singoli Stati della regione e la Cina.
Editore:
Pubblicato:
15 dic 2010
ISBN:
9788878534100
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il pragmatismo flessibile - Chiara d’Auria

NovaCollectanea

serie economia

Comitato Scientifico

Olivier Poncet (Université Sorbonne)

Roberto Perin (York University)

Francesco Bono (Università di Perugia)

Matteo Sanfilippo (Università della Tuscia)

Giovanni Pizzorusso (Università di Chieti)

CHIARA D’AURIA

IL PRAGMATISMO FLESSIBILE

Tigri del Sud-est asiatico e Cina tra constructive engagement ed hépíng juéqì

SETTE CITTÀ

Zhī jĭ zhī bĭ, băi zhàn bù yí;

bù zhī bĭ ér zhī jĭ, yī shèng, yī fù;

bù zhī bĭ, bù zhī jĭ, měi zhàn bì bài.

Conoscere se stessi e l’altrocento battaglie, senza rischi; non conoscere l’altro e conoscere se stessi-a volte vittoria, a volte sconfitta; non conoscere l’altro, né se stessi-ogni battaglia è un rischio certo.

(Sūnzǐ Bīngfǎ - Sunzi, L’arte della guerra, III.17)¹

Stampato con il contributo parziale dei FARB (fondi ex 60%) anni 2008-2009-2010 ottenuti presso l’Università degli Studi di Salerno.

Proprietà letteraria riservata.

La riproduzione in qualsiasi forma, memorizzazione o trascrizione con qualunque mezzo (elettronico, meccanico, in fotocopia, in disco o in altro modo, compresi cinema, radio, televisione, internet) sono vietate senza l’autorizzazione scritta dell’Editore.

© 2010 SETTE CITTÀ

Via Mazzini, 87 • 01100 Viterbo

Tel 0761 304967 FAX 0761 1760202

www.settecitta.eu • info@settecitta.eu

Progetto grafico e impaginazione

Virginiarte.it

La casa editrice, esperite le pratiche per acquisire tutti i diritti relativi al corredo iconografico della presente opera, rimane a disposizione di quanti avessero comunque a vantare ragioni in proposito.

Prima edizione digitale: dicembre 2010

ISBN: 9788878534100


Edizione digitale realizzata da Simplicissimus Book Farm srl


INDICE

ABBREVIAZIONI

PREFAZIONE

Capitolo I IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Par. 1.1 Il dibattito scientifico sulle tigri asiatiche

Par.1.2 Il Sud-est asiatico tra crescita ed evoluzione. Il ruolo della Cina

Par. 1.3 Il rapporto tra Stato e società

Par. 1.4 Asia sud-orientale e Repubblica Popolare Cinese: una relazione di interdipendenza

Par. 1.5 Nanyang

Par. 1.6 La risposta delle tigri alla Cina. Il ruolo degli USA e dell’ASEAN

Par. 1.7 Le basi per l’istituzione della CAFTA e i suoi sviluppi; l’ascesa pacifica

Capitolo II LE RELAZIONI TRA IL SUD-EST ASIATICO E LA CINA: PROBLEMATICHE GLOBALI, PERCORSI INTERPRETATIVI

Par. 2.1 Nuove dinamiche storiografiche

Par. 2.2 Un tentativo di classificazione

Par. 2.3 I contributi del Dipartimento Generale degli Affari asiatici del Ministero degli esteri cinese, l’East Asian Institute di Singapore, il Congressional Research Service

Par. 2.4 Per una classificazione non tradizionale delle relazioni diplomatiche tra Sud-est asiatico e Cina

Par. 2.5 Altri contributi interpretativi sulle relazioni tra Cina e Asia sud-orientale

Par. 2.6 La sfida necessaria per le tigri asiatiche

Par. 2.7 La strategia cinese nel multilateralismo regionale in Asia sud-orientale

Par. 2.8 I Preferential Trading Agreements tra i paesi dell’Asia sud-orientale e la Repubblica Popolare Cinese

Par. 2.9 Prospettive future: lo scenario dell’Asia sud-orientale tra realismo e razionalismo

Capitolo III IL SOFT PRAGMATISM: SINGAPORE E LA REPUBBLICA POPOLARE CINESE

Par.3.1 Tra continuità e innovazione

Par. 3.2 Le relazioni sino-singaporiane dal 1949 agli anni Duemila

Par. 3.3 Il quadro attuale

Par. 3.4 Le relazioni sino-singaporiane: una rassegna della critica storica

Capitolo IV LE RELAZIONI SINO-THAILANDESI: DALLA PING-PONG DIPLOMACY AL BALANCED ENGAGEMENT

Par. 4.1 Dall’ostilità alla cooperazione: il ruolo chiave della questione della sicurezza

Par. 4.2 Il quadro storico dei rapporti sino-thailandesi: dal 1949 al 1975

Par. 4.3 La nuova fase delle relazioni sino-thailandesi (1975-1990)

Par. 4.4 Il balanced engagement (1990-2006)

Par. 4.5 Le attuali condizioni e le prospettive future

Par. 4.6 Conclusioni: la principale storiografia sulle relazioni sino-thailandesi Le relazioni economiche tra i due paesi negli anni Duemila.

Capitolo V INDONESIA E CINA: TRA AMBIVALENT E CHARMING DIPLOMACY

Par. 5.1 I rapporti sino-indonesiani: considerazioni introduttive

Par.5.2 Le relazioni bilaterali tra il 1949 e il 1990

Par. 5.3 Dallo scongelamento al consolidamento (1990-2000)

Par. 5.4 Gli anni Duemila: il re-engagement sino-indonesiano

Par. 5.5 Prospettive future e principali contributi storiografici

Capitolo VI LE RELAZIONI SINO-MALAYSIANE TRA APPRENSIVE ENGAGEMENT E PARTNERSHIP STRATEGICA

Par. 6.1 Principali interpretazioni storiografiche e quadro d’insieme

Par. 6.2 Le relazioni sino-malaysiane durante la guerra fredda

Par. 6.3 L’apprensive engagement malaysiano dal 1990 agli anni Duemila

Par. 6.4 I principali temi della diplomazia sino-malaysiana: la disputa nel Mar cinese meridionale e l’assetto strategico-militare

Par. 6.5 Osservazioni conclusive e principale storiografia sui rapporti sino-malaysiani

Capitolo VII LE RELAZIONI SINO-FILIPPINE: TRA TRADIZIONE E DEVELOPMENTAL DIPLOMACY

Par. 7.1 Considerazioni introduttive

Par. 7.2 Il quadro dei rapporti bilaterali tra il 1949 e gli anni Duemila

Par. 7.3 I rapporti tra le Filippine e le Repubblica Popolare Cinese negli anni Duemila

Par. 7.4 Osservazioni conclusive

Capitolo VIII CONCLUSIONI: QUALE FUTURO PER I RAPPORTI TRA LE TIGRI E IL DRAGONE?

Par. 8.1 Prospettive storiche sulle relazioni tra le tigri asiatiche e la Repubblica Popolare Cinese.

Par. 8.2 L’enigma cinese per le tigri asiatiche: potenziamento del bilateralismo o del regionalismo?

Elenco dei caratteri cinesi

Elenco dei termini cinesi traslitterati secondo il metodo pīnyīn

Indice dei nomi

Bibliografia

ABBREVIAZIONI

PREFAZIONE

Questo libro è il risultato di un’attività di ricerca che, nel corso degli ultimi dieci anni, ho svolto attraverso studi letture, riferimenti, spunti e suggestioni, nel tentativo di riuscire a tradurre in Segnali e Messaggi il contesto di un’analisi storica comparativa che, partendo dai paesi dell’Asia sud-orientale, intende estendersi al complesso piano storico dei rapporti bilaterali di questi Stati con la Repubblica Popolare Cinese.

L’analisi dell’evoluzione dei sistemi politici ed economici del Sud-est asiatico, intrapreso alla luce dei principali eventi che hanno caratterizzato questa regione alla fine degli anni Novanta, è stato sviluppata in relazione al nuovo contesto continentale ed internazionale che vede la Repubblica Popolare Cinese proporsi come una delle maggiori protagoniste nel quadro storico, politico e strategico a cavallo tra XX e XXI secolo.

Ciò che emerge dall’osservazione e dalle indagini storiche del contesto politico asiatico è il progressivo reciproco avvicinamento delle cinque tigri dell’Asia sud-orientale e la Cina: è per questo motivo che si è tentato di fornire uno strumento di ricerca per una puntuale e il più possibile adeguata analisi storica e politica relativamente ad un fenomeno che caratterizza in modo evidente l’età contemporanea.

Non è stato sempre facile distinguere l’evoluzione intrapresa dai cinque paesi del Sud-est asiatico con quella della Cina contemporanea. Tuttavia ciò si è reso indispensabile per due motivi. Innanzitutto perché l’obiettivo principale del presente contributo è quello di rappresentare uno strumento di indagine storica che sia relativo principalmente ai paesi dell’Asia sud-orientale; in secondo luogo perché ricerche e studi relativi alla complessa realtà geopolitica, economica e finanziaria della Cina contemporanea (come ha chiarito Rana Mitter in un suo recente contributo del 2008¹) non possono certo limitarsi ad indagini mirate ad un’analisi circoscritta alle questioni di politica estera della Repubblica Popolare Cinese in Asia e, in particolare, nel Sud-est asiatico.

Le fonti e le interpretazioni storiche ed economiche per un’analisi ed uno studio della formazione ed evoluzione del contesto storico-politico in cui interagiscono le tigri asiatiche e la Cina, non sarebbero state tuttavia sufficientemente complete se non fossero state integrate dai consigli, dalle indicazioni e dagli spunti di riflessione ricevuti da studiosi italiani e stranieri in questi ultimi anni.

Desidero dunque ringraziare il prof. Roderick MacFarquhar per i suoi preziosi consigli sullo studio della storia della Cina contemporanea, sulle principali problematiche relative alla Repubblica Popolare Cinese e il quadro diplomatico internazionale e asiatico, sull’analisi dell’evoluzione politica e sociale nella Cina post-Tian’anmen.

A Michael Chambers devo numerosi spunti per le più attuali riflessioni circa i rapporti strategici tra il Sud-est asiatico e la Repubblica Popolare Cinese.

Grazie a Luigi Tomba che, nonostante i rapidi contatti, mi ha illustrato e chiarito la definizione delle complesse linee storiografiche sulla storia della Cina contemporanea.

Un ringraziamento speciale è per John Wong, che dall’East Asian Institute di Singapore che ha costantemente seguito i miei studi italiani con interesse partecipe, riuscendo ad infondermi coraggio e passione per il percorso scientifico che ho scelto di intraprendere e concretizzare; un ringraziamento particolare devo anche a James Tan Senior Administrative Officer dell’ East Asian Institute, National University of Singapore, per l’aiuto tecnico a e da Singapore.

Un pensiero affettuoso va a tutti i colleghi e alle personalità accademiche che ho avuto modo di conoscere e incontrare nel Sud-est asiatico, e cioè: Li Mingjiang, Joey Long Shi Ruey, Joseph Liow Chin Yong e Tan See Seng della Nanyang Technological University di Singapore; Ang Chen Guan del National Education Insitute of Singapore; Noel M. Morada del College of Social Sciences and Philosophy della University of Philippines Diliman; Evelyn Goh, del-Department of Politics & International Relations Royal Holloway, University of London; Rizal Sukma, direttore del CSIS Indonesia; Chulacheeb Chinwanno della Thammasat University in Thailandia.

A Marina Miranda un ringraziamento particolare per l’incoraggiamento fornitomi allo studio della lingua, della cultura e della tradizione cinese; a Valdo Ferretti, che ha seguito i miei interessi accademici, allargandoli alle iniziative sul Giappone e sul suo ruolo in Asia.

Inoltre intendo rivolgere i miei ringraziamenti a Cristina Camerotti, direttrice della Bibliothèque du Centre d’Études de l’Inde et de l’Asie du Sud est di Parigi ; Barbara Bonazzi, responsabile del fondo Cina e Christophe Caudron, responsabile del fondo Asia sud-orientale . Per tutte le indicazioni di natura archivistica e documentaristica, un ringraziamento a David A. Pfeiffer della Archives II Reference Section, presso la Textual Archives Services Division dei National Archives di College Park (NARA), USA; a Carole Atkinson e Greg Green, Curatori della Southeast Asia Collection della Kroch Library, Division of Rare and Manuscript Collections presso la Cornell University; a Bruno Derrick e Clive Hawkins, National Archives, Gran Bretagna.

Un pensiero affettuoso và a tutta la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Salerno, a tutto il personale docente e non docente che mi ha accolto e assistito in questi anni; alla mia famiglia, forza e sostegno in tutti i momenti della mia vita, migliori o peggiori, e ai miei amici straordinari.

Uno forte stimolo all’elaborazione e alla realizzazione di questo lavoro è provenuto dallo studio della lingua, dalla cultura e dalla storia della Cina. Per questo motivo, come si vedrà, si è provveduto a segnalare appositamente un elenco dei caratteri cinesi impiegati nel testo e un elenco dei termini cinesi traslitterati secondo il metodo pīnyīn (sia per i nomi propri di persona sia per i luoghi geografici cinesi sia per altri termini) attualmente impiegato nelle principali opere accademiche italiane ed internazionali (a cui fa eccezione, come ricordato con estrema precisione da John A. G. Roberts, la Cambridge History of China, che utilizza il sistema Wade-Giles²). Ciò vuole rappresentare, oltre che il tentato completamento del volume anche sotto l’aspetto linguistico, un omaggio a tutte le personalità citate che hanno alimentato in me il fascino e la passione per lo studio di una realtà complessa ed articolata, ulteriormente impreziositi da una conoscenza, seppur parziale e ancora verde, dello strumento linguistico.

L’Autrice

Roma, giugno 2010

CAPITOLO I

IL QUADRO DI RIFERIMENTO

Par. 1.1 Il dibattito scientifico sulle tigri asiatiche

Nella sua genesi ed evoluzione contemporanea il fenomeno di sviluppo economico che ha caratterizzato l’area dell’Asia Orientale negli ultimi tre decenni si ricollega al più ampio dibattito sulla correlazione tra crescita economica ed evoluzione politica, una tematica centrale nella riflessione scientifica e nella ricerca accademica. Un’analisi che ha caratterizzato in modo ampio e vario il Novecento, non solo sul piano storico-politico e politico-economico, ma anche nell’ambito della scienza economica vera e propria, degli studi sociologici e delle relazioni internazionali¹.

La correlazione tra sviluppo dell’economia di mercato e trasformazione del sistema politico è stata affrontata in un contesto analitico e scientifico che, gradualmente, si è anch’esso adattato all’abbandono di rigorosi schematismi accademici fino a diventare interdisciplinare. Un percorso che, pur avvenendo progressivamente, è riuscito a coinvolgere e a relazionarsi sempre più intensamente con gli strumenti mediatici più attuali, contribuendo così alla fruizione globale del prodotto scientifico nella sua interezza. Un caso particolare è rappresentato dal Sud-est asiatico, una delle poche regioni del mondo ad aver attraversato un rapidissimo sviluppo del proprio sistema economico, secondo un processo definito dalla Banca Mondiale (come da altri contributi) miracolo asiatico².

E se le prime teorie relative all’interrelazione tra crescita economica ed evoluzione delle istituzioni politiche risalgono alla dottrina di Karl Marx e di Max Weber (il primo evidenziando il legame dei due fattori nel concetto di determinismo economico e di lotta di classe, mentre il secondo affermando che la storia dell’uomo era caratterizzata dal continuo passaggio dalla tradizione alla modernità sia in senso istituzionale sia per quanto concerne la sperimentazione di nuove forme di mercato) le teorie di Schumpeter rappresentarono un fattore innovativo poiché, partendo dalla formula di Léon Walras sull’equilibrio economico generale, con queste si sosteneva che il sistema economico si adattava ai fattori esogeni (istituzioni politiche e loro evoluzioni) ed endogeni (le preferenze dei consumatori, il grado di sviluppo tecnologico), tendendo all’equilibrio. Il pensiero di Schumpeter fu il primo a descrivere questo fenomeno secondo un modello dinamico, contraddicendo parzialmente Marx sul ruolo delle istituzioni politiche e sociali oltre che sulla fine del capitalismo borghese. Secondo l’economista austriaco le strutture istituzionali non sarebbero state semplici impalcature nell’ambito del rapporto di produzione. Dall’evoluzione del processo produttivo capitalista sarebbe emersa la forza politica della classe borghese la quale, rimuovendo i metodi obsoleti ed inefficienti di produzione e di pensiero, avrebbe da una parte promosso lo sviluppo complessivo della società e dall’altra avrebbe eliminato i valori della stabilità istituzionale e politica.

La principale intuizione di Schumpeter consisteva nel dichiarare che il ruolo dell’imprenditore capitalista, creativo e orientato all’innovazione, sarebbe stato progressivamente sostituito dall’attività burocratica e di governance amministrativa tipica delle grandi imprese contemporanee. Alla lotta per il mantenimento dello status quo e del potere manageriale in ambito economico si sarebbe contrapposta la diffusione nella società di valori contrari allo sviluppo capitalistico. Prevedendo, dunque, la fine del capitalismo per eutanasia dello stesso, Schumpeter sostenne che l’evoluzione del capitalismo e dell’adattamento ad esso delle strutture istituzionali avrebbero condotto ad un sistema politico ed economico dominato dalla concorrenza di gruppi corporativi, non più regolato dalle libere forze di mercato, bensì dallo Stato³.

Successivamente Seymour Martin Lipset si ricollegò alla dottrina weberiana secondo cui il capitalismo industriale poteva essere un prerequisito per l’emersione della moderna democrazia, dimostrando che esisteva una stretta connessione tra democratizzazione e sviluppo economico⁴. Basandosi sugli esempi storici di alcuni paesi dell’Europa Occidentale e dell’America Latina, Lipset affermò che la crescita economica era generalmente accompagnata dalla trasformazione della società politica attraverso l’avvento dell’urbanizzazione, dell’industrializzazione e dell’istruzione collettiva. Questo processo si sviluppava ulteriormente, concludendosi con la mobilitazione sociale e politica, quindi, con il raggiungimento di un maggiore grado di democrazia⁵.

Il contributo di Samuel Huntington fu rivoluzionario poiché sottolineò che il cambiamento della struttura politica (parallelo al grado di sviluppo dell’economia) poteva non sempre risolversi in un’esperienza democratica. Secondo Huntington l’equilibrio tra ordine e disordine socio-politico poteva condurre alcuni paesi alla costituzione di regimi autoritari o quasi autoritari, sia ispirati all’ideologia marxista-leninista sia a quella nazionalista⁶.

Di fronte all’evoluzione politica ed economica che ha coinvolto nella seconda metà del XX secolo le tigri asiatiche (Singapore, Thailandia, Indonesia, Filippine e Malaysia), il contributo teoretico huntingtoniano sembra essere particolarmente appropriato poiché l’esperienza storica del Sud-est asiatico dimostra che lo sviluppo di un’economia dinamica e competitiva e i suoi effetti globalizzanti non ha prodotto un adattamento progressivo del sistema politico verso istanze liberal-democratiche, garantiste della rappresentatività collettiva e dei principali diritti civili e politici.

Successivi studi sull’interrelazione tra sistemi politici e crescita economica hanno evidenziato alcune considerazioni più specifiche, soprattutto in riferimento al caso dell’Asia Sud-Orientale.

In primo luogo fu Larry Diamond ad analizzare l’alto livello di interdipendenza tra sviluppo economico e apertura delle istituzioni politiche in questa regione⁷, definendo la natura dei regimi politici dei paesi dell’Asia sud-orientale come un ibrido tra democrazia e autoritarismo.

In un’interessante raccolta di studi curata da Juan Linz, Seymour Martin Lipset e dallo stesso Diamond, Samudavanija descrisse la sola Thailandia secondo il termine di semidemocrazia⁸, impiegando un modello di analisi particolarmente adatto all’intera regione del Sud-est asiatico.

Simile prospettiva ha riguardato il contributo di Case sulla pseudo democrazia in Malaysia, poi sviluppato sull’intero quadro di riferimento dell’Asia sud-orientale in un documentato lavoro ⁹.

Ottaway, sottolineando il carattere di governance istituzionale e di indirizzo politico-economico, affrontò l’analisi dei sistemi semiautoritari¹⁰ come una sfida posta ai regimi democratici contemporanei rispetto all’affermazione di sistemi autoritari o semiautoritari, più che sul piano dell’etica politica, su quello della reale efficienza dell’uno o dell’altro modello istituzionale in ambito politico, sociale ed economico.

E, partendo da simili considerazioni, Edward Friedman sviluppò l’osservazione per cui nel caso del Sud-est asiatico non poteva essere applicato in toto il principio secondo cui il miglioramento delle condizioni socio-politiche della collettività fosse diretta conseguenza della crescita economica, soprattutto a causa del differente percorso storico e della varietà etnica, linguistica e culturale dei singoli paesi della regione¹¹.

I contributi scientifici più attuali ritengono che la trasformazione dei sistemi politici nei paesi dell’Asia sud-orientale sia stata possibile grazie alla presenza di determinate condizioni economiche, le quali favorirebbero gradualmente un processo più o meno diffuso di apertura liberal-democratica¹². Questa impostazione, oltre ad aver consentito un approccio strutturale più ampio e dettagliato al fenomeno asiatico, certamente ha concorso all’inquadramento multidisciplinare che nell’ultima parte del Novecento la ricerca accademica ha mostrato in merito alla tematica generale del binomio sviluppo economico-riforma politica o della correlazione sviluppo e libertà.

Uno dei contributi più interessanti è quello fornito dall’East Asian Institute della Columbia University, secondo cui nel caso dei paesi del Sud-est asiatico è possibile sostenere che il processo di interrelazione tra sistema politico ed economia di mercato si sia verificato in tre fasi successive¹³.

Nella prima, la crescita dell’economia e il maggior livello di benessere della collettività hanno dato origine alla nascita e all’affermazione di una consapevolezza politica dei gruppi e delle organizzazioni delle comunità fino a coinvolgere il singolo individuo. Questo processo si è manifestato attraverso una forte mobilitazione sociale, consistente essenzialmente nella richiesta della rappresentatività (laddove mancasse) nelle istituzioni politiche e nella possibilità di partecipazione al processo politico decisionale¹⁴.

In una seconda fase la mobilitazione sociale si è evoluta in mobilitazione politica attraverso le forme tradizionali della società contemporanea, in un contesto generale che non ne aveva mai sperimentato il ruolo e la funzione come nel caso dell’Asia sud-orientale, percorso da tradizioni millenarie e composto da una poliedrica realtà etnico-sociale. La definizione della mobilitazione politica nei partiti, associazioni studentesche, organizzazioni religiose, movimenti intellettuali, etc. segna un punto di svolta nella storia dell’evoluzione delle tigri nello specifico e del mondo asiatico del Novecento.

Nella terza fase, infine, la mobilitazione politica ha esercitato una pressione per la trasformazione delle istituzioni politiche e al loro adattamento alle richieste della mobilitazione stessa.

È a questo punto che emerge l’originalità della linea di ricerca sviluppatasi essenzialmente negli Stati Uniti, oltre che di alcuni studi più recenti sul Sud-est asiatico: essi hanno dimostrato che non sempre il fenomeno di crescita economica è coinciso con un’effettiva apertura delle istituzioni alla società civile la quale, più che democrazia nel senso occidentale del termine, chiedeva rappresentatività e partecipazione nel dibattito politico e decisionale, rispetto e tutela dei principali diritti civili e politici, della libertà di espressione e di critica. Un’interpretazione che, al di là del suo successo, ha evidenziato che nel caso del Sud-est asiatico le classi dirigenti hanno dovuto arginare necessariamente (si vedrà oltre il perché) la pressione proveniente dalla collettività. E se alcuni sistemi hanno deciso e stabilito programmaticamente di effettuare una parziale apertura alla comunità civile e di accoglierne i rappresentanti al suo interno, altri, al contrario, hanno mantenuto il proprio carattere autoritario, istituendo strutture capaci di assorbire positivamente la pressione esterna.

La teoria sopra esposta, inoltre, osserva che altri elementi hanno influenzato questo ciclo evolutivo (fattori geografici, sociali, politici e culturali), alterandone alcuni aspetti.

Secondo uno spettro d’indagine empirica ampia ed articolata, a conclusioni simili raggiunge l’indagine realizzata dall’Asian Barometer Survey (ABS), un programma di ricerca statistica sull’orientamento della pubblica opinione di alcuni Stati asiatici in merito all’evoluzione dei sistemi politici e al grado di partecipazione democratica al processo istituzionale. Il canale di riferimento dell’Asian Barometer è esteso dalle tigri asiatiche ad altri otto paesi dell’Asia Orientale (Giappone, Mongolia, Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong, Cina, Vietnam, Cambogia) e a cinque dell’Asia meridionale (India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka e Nepal). Si tratta di uno studio che riguarda, dunque, sistemi politici di varia natura, caratterizzati non solo da un differente excursus storico-politico ma anche da un diverso grado di evoluzione politica ed economica. L’obiettivo principale dell’ABS (composto da vari gruppi di ricerca nazionali) è la gestione di dati statistici per una loro comune interpretazione, sia metodologica sia applicativa. In tal modo è resa possibile la comparazione del grado di percezione dei diversi processi di transizione politica, di distribuzione del potere, di riforma strutturale e, secondo quanto dichiarato, di evoluzione verso la democrazia in Asia.

La natura comparativa del progetto di base dell’ABS (Comparative Survey of Democratization and Value Change in East Asia Project, nato con il nome di East Asia Barometer) fu definita nel 2000 dal Ministero dell’Educazione di Taiwan e dal National Sciences Council taiwanese nel Programma Promoting Academic Excellence of University.

I validi risultati ottenuti tra il 2001 e il 2003 hanno istituzionalizzato l’EABS presso la National Taiwan University (NTU) e l’operatività dei vari centri di raccolta dei dati statistici è patrocinata dal Dipartimento di Scienze politiche dell’Academia Sinica, la National Academy della Repubblica di Cina (Taiwan). Con la partecipazione di oltre tredici team asiatici e statunitensi, i rilievi statistici dell’ABS rappresentano attualmente un’importante strumento di studio in merito alla comparazione dei diversi orientamenti della pubblica opinione asiatica sull’evoluzione dei regimi politici, il sistema istituzionale e le riforme economiche¹⁵.

Gli studi elaborati dall’Asian Barometer hanno analizzato essenzialmente il grado di sostegno della pubblica opinione ai valori di partecipazione democratica alle istituzioni politiche, alla tutela dei diritti civili e delle principali libertà politiche, al livello di soddisfazione per le riforme.

Nel caso dell’Asia sud-orientale è emerso un quadro che denota la generale condivisione della comunità civile ai principi assoluti di responsabilità politica e di democrazia. Tuttavia, secondo un’analisi più specifica, relativa alla transizione verso la democrazia da altre forme di regime politico, è risultato assai rilevante il ruolo attribuito dalla pubblica opinione in questo processo alla classe militare, a personalità politiche autoritarie o a classi dirigenti tecnocratiche¹⁶.

Certamente gli studi sopra citati, pur premettendo la necessità di una più chiara e univoca definizione e misurazione del concetto di democrazia e di transizione democratica nel Sud-est asiatico, hanno contribuito a chiarire che le dinamiche dell’orientamento politico delle popolazioni in questa regione del mondo tengono conto di una molteplicità di fattori i quali non sono unicamente riconducibili all’esperienza storico-politica dei singoli paesi. Essi, infatti, comprendono anche le contingenze socio-culturali, gli equilibri strategici regionali e le sfide internazionali che gli Stati dell’Asia, in particolare quelli dell’Asia sud-orientale hanno intrapreso negli ultimi decenni¹⁷.

Par.1.2 Il Sud-est asiatico tra crescita ed evoluzione. Il ruolo della Cina

La ricerca scientifica sul binomio sviluppo-libertà nell’Asia sud-orientale si presenta come analisi di ampio spettro che tuttavia riesce efficacemente a valutare il ruolo e il peso specifico delle singole forze interagenti in quel miracolo asiatico che si è tradotto raramente in una chiara evoluzione di regimi politici illiberali verso forme di maggiore apertura.

Le tigri asiatiche e l’attuale realtà dell’Asia orientale non può prescindere da una considerazione di fondo per cui la crescita dell’economia ha rappresentato l’obiettivo prioritario delle classi dirigenti, le quali, nonostante la diversità delle basi di partenza e dello stesso contesto economico, hanno anzitutto garantito una stabilità interna ed esterna al sistema politico per il raggiungimento dello sviluppo economico. Che si trattasse di una stabilità antidemocratica o autoritaria (come nelle Filippine o in Indonesia) o che presentasse solo formalmente elementi democratici (come in Thailandia e in Malaysia) o che si caratterizzasse come democrazia autoritaria (sul modella della one party domination dell’esperienza singaporiana) era comunque una stabilità propria degli Stati della regione, storicamente e geostrategicamente dominata fino alla fine della seconda guerra mondiale dal colonialismo occidentale e dall’imperialismo regionale di matrice giapponese e cinese.

Si comprende, dunque, che nei paesi dell’Asia sud-orientale grande importanza sia stata attribuita alla necessità di proteggere, dopo l’emancipazione dalle potenze coloniali tradizionali, l’equilibrio raggiunto da qualunque agente destabilizzante, di natura esterna ma anche interna, come, ad esempio, l’allargamento alla società del processo politico decisionale. Solo la classe dirigente poteva, almeno nello stadio iniziale del nuovo percorso storico dei paesi del Sud-est asiatico (orientato, come si vedrà, allo sviluppo economico) essere in grado di gestire, stabilire e programmare l’attività non solo del mercato ma anche dello Stato, in un ambito storico-politico che non presentava una base sociale omogenea e organizzata e che spesso era ancora sconvolta da profonde ferite interne, eredità della tumultuosa storia contemporanea dell’Asia orientale.

In una prima fase evolutiva, dunque, tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta, i governi delle tigri, seppur in tempi e modi differenti, hanno seguito una linea politica autoritaria, in modo da arginare, oltre che fattori esogeni di destabilizzazione, il pericolo della mancanza di ordine pubblico e di crisi istituzionale che ne aveva caratterizzato la sopravvivenza e segnato l’esperienza storica nella prima metà del Novecento.

Numerosi sono stati i risultati ottenuti dalle élites governanti: il miglioramento dell’istruzione, la diminuzione del costo del lavoro per incrementare la competitività delle merci esportate, l’attrazione di Investimenti Diretti Esteri, la creazione di imprese statali altamente concorrenziali e l’attuazione della politica di sostituzione delle importazioni per rendere autonomo il mercato interno. Contemporaneamente sono state soffocate nuove forze che avrebbero eventualmente potuto compromettere tale processo di consolidamento.

Questo processo si è espletato con ritmi e modalità differenti da paese a paese. Singapore, ad esempio, ha rapidamente abbandonato la politica di import substitution a favore del potenziamento del mercato per l’esportazione (prima verso paesi terzi, poi anche verso la regione dell’Asia orientale). Altri paesi, come la Thailandia, hanno raggiunto più tardi una certa stabilità politica e hanno intrapreso tale percorso solo negli anni Ottanta. Altri ancora, come l’Indonesia, hanno preferito puntare sul rafforzamento del proprio sistema economico per poi aprirsi gradualmente al mercato internazionale. Per questi motivi la crescita dell’economia non è stata identica, ma è variata da paese a paese e nella maggior parte del Sud-est asiatico ha generato un fenomeno di mobilitazione sociale che ha condotto le tigri asiatiche verso una fase di sviluppo successiva.

La crescita economica aveva dato, infatti, una nuova consapevolezza alla dimensione sociale, che, grazie al crescente livello di benessere economico, si era rafforzata fino ad evolversi verso la mobilitazione politica. Le organizzazioni collettive come i partiti, i sindacati, i movimenti intellettuali e studenteschi, dalla seconda metà degli anni Ottanta iniziarono a rivendicare la propria partecipazione al processo decisionale, unitamente alla tutela dei diritti civili e politici. La modernizzazione del sistema economico aveva profondamente influenzato la struttura socio-politica e in molti casi il fenomeno di maggior rilievo era la nascita di una classe media borghese. Questa nuova forza, connessa all’elevato grado di urbanizzazione e al miglioramento dell’istruzione, divenne progressivamente il principale strumento di propulsione della crescita economica per le élite dirigenti ma, a seconda dell’intensità della sua pressione, della diversificazione delle classi sociali e del livello di sviluppo effettivamente raggiunto, anche un elemento che poteva esercitare un’eccessiva alterazione del rapporto Stato forte-società debole che era stato alla base del successo nei risultati economici e sociali raggiunti nei paesi del Sud-est asiatico dalle classi dirigenti.

Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, quando i primi segni del miracolo asiatico erano giunti all’attenzione della comunità internazionale, ebbe inizio una reazione dell’élite dirigente che tentava di contenere gli effetti di ogni attività autonoma. Ad esempio, tra le economie ad alto reddito come Singapore il Partito Popolare d’Azione agì in questo senso già tra il 1965 e il 1980, inizialmente nei confronti dei sindacati, poi verso la parte più progressista dello stesso partito. Lo straordinario sviluppo economico della città-Stato aveva rappresentato la principale causa dell’aumento dei salari, della politica di public housing, del potenziamento del sistema previdenziale e di assistenza sanitaria e del miglioramento dell’istruzione.

Nelle economie a medio reddito, come la Thailandia e l’Indonesia, in cui la mobilitazione politica era più debole, la classe media mostrò essere meno attiva e meno capace di portare avanti le proprie rivendicazioni. Sul piano strutturale fino alla metà degli anni Ottanta il mercato indonesiano e quello thailandese rimasero caratterizzati dalla piccola e media impresa a gestione familiare e il numero di impiegati nei settori più moderni era inferiore rispetto a quello presente negli altri paesi più avanzati dell’area. Questo aspetto si rivelò importante poiché la forza e l’incisività dell’attività politica della middle class era smorzata dalle istanze di collettivismo familiare e di tradizione¹⁸.

Nonostante la classe media a Singapore fosse più organizzata e proporzionalmente superiore rispetto a quella di paesi come la Thailandia e l’Indonesia, in tutti e tre gli Stati asiatici (come anche nelle Filippine e in Malaysia) questa stessa non fu in grado di promuovere e consolidare le proprie istanze di partecipazione politica. Erano infatti le classi dirigenti a promuovere e tutelare gli interessi della comunità, del benessere economico, del buon funzionamento del welfare, del miglioramento dell’istruzione, della sicurezza interna ed esterna, etc. Per cui essendo la società nel suo complesso divenuta la principale beneficiaria degli effetti della crescita economica, l’intero processo era indiscutibilmente guidato, programmato e costantemente monitorato dall’élite dirigente.

Per questo motivo alcuni studi risalenti agli anni Ottanta hanno descritto le tigri asiatiche secondo la formula Stato forte-società debole, per cui le classi medie erano non solo tolleranti ma addirittura sostenitrici di governi fondamentalmente non democratici, impedendo l’avvio di una effettiva trasformazione istituzionale, aperta alla partecipazione di tutte (o quasi tutte) le componenti sociali.

Con la seconda metà degli anni Ottanta e fino alla fine del decennio successivo i paesi del Sud-est asiatico attraversarono una fase di sostenuto sviluppo economico, in cui alla resistenza nella gestione dello Stato forte-società debole si accompagnò effettivamente una certa apertura delle istituzioni politiche alla limitata partecipazione delle componenti sociali.

Non si trattava, in effetti, di un risultato ottenuto grazie alla mobilitazione politica della classe media, che non aveva raggiunto un sufficiente grado di coesione per la promozione di un processo di riforma politica tale da comprendere un ampliamento della sua rappresentatività. Al contrario, la borghesia degli affari (fosse essa più o meno vicina alla classe dirigente) si mostrò riluttante nel manifestare i propri interessi politici attraverso strutture ed organizzazioni indipendenti ed autonome.

La riforma politica, dove si manifestò, fu progettata e guidata (come nel caso dello sviluppo economico) dalla classe dirigente che, di fronte ad un ritmo di crescita economica pari a quello dei paesi occidentali, comprese la necessità di una riforma parziale delle istituzioni, per evitare che il proprio potere fosse prima o poi compromesso.

Tale processo non sarebbe stato realizzato se le economie dell’Asia sud-orientale non avessero raggiunto livelli di sviluppo soddisfacenti. Più che dalla classe dirigente, quindi, la trasformazione politica nel Sud-est asiatico fu determinata dagli effetti della crescita economica.

L’adattamento della struttura politica si era dunque reso inevitabile, a causa della sempre maggiore complessità e articolazione della società; quest’ultima aveva raggiunto tale grado di sviluppo grazie allo Stato forte, cioè alla guida e al controllo della classe dirigente, che aveva permesso l’ingresso di nuovi elementi all’interno delle strutture istituzionali. Si trattò di un assorbimento progressivo e limitato, dall’azione selettiva delle élite di governo.

Tuttavia (e questo è l’elemento più interessante, rilevato negli studi più attuali) non sempre gli autoritari o quasi autoritari regimi preesistenti si erano aperti al processo interno di riforme.

Diversamente dalla prospettiva teoretica essenzialmente lineare e consequenziale sul binomio sviluppo-libertà (o sviluppo-riforma politica) dell’Asia sud-orientale¹⁹, i contributi scientifici più recenti sostengono che la correlazione tra crescita economica e trasformazione politica abbia assunto un andamento curvilineo²⁰: generalmente lo sviluppo economico non ha indotto alla rimozione di caratteri autoritari nel sistema politico, nonostante il consolidamento di nuove forze socio-politiche. Tuttavia l’incremento progressivo della mobilitazione politica della collettività ha reso le classi dirigenti più propense all’apertura delle istituzioni verso i nuovi elementi. Ed è opportuno rilevare che questo fenomeno si è verificato solamente in presenza di elevati livelli di sviluppo economico, quando cioè l’equilibrio tra Stato e società, il patto di reciproca obbligatorietà che prometteva alla comunità civile benessere e sviluppo in cambio della sua osservanza al primato dello Stato e della sua classe dirigente, poteva essere seriamente compromesso.

La varietà dell’esperienza dei cinque paesi del Sud-est asiatico consta di alcune importanti singolarità come l’influenza di fattori di carattere geografico, etnico, religioso o culturale che, a seconda dei casi, hanno contribuito all’accelerazione o all’arresto di questa evoluzione, fino, in alcuni casi, ad invertirne il senso²¹.

Certamente, nonostante la concezione occidentale della dimensione politica e sociale si differenzi da quella orientale sia nel suo valore assoluto sia in quello relativo, una parte della dottrina ha sottolineato come nel caso del Sud-est asiatico i valori asiatici (Asian Values o, in maniera più globale, Asian Way) siano stati impiegati per descrivere il concetto di cultura politica asiatica²². Quest’ultima differirebbe da quella occidentale nell’importanza attribuita all’armonia della collettività, mentre la società e la cultura politica dell’Ovest considererebbero prioritari le soluzioni dei conflitti, la disciplina, il senso di responsabilità individuale e di tutela e rispetto dei diritti (civili e politici) del singolo. Perciò, secondo la teoria dei valori asiatici, i paesi del Sud-est asiatico subordinerebbero il senso dell’individuo per il collettivo.

Se da una parte questa interpretazione ha riscontrato un discreto successo per la descrizione del fenomeno asiatico di sviluppo (soprattutto nella prima metà degli anni Novanta), dall’altra essa offre un’interpretazione troppo limitata della complessità culturale e politica dei paesi considerati, le cui evoluzioni socio-economiche si sono adattate e sono state metabolizzate, seppur con difficoltà e ostacoli, in un periodo di tempo relativamente breve come quello degli ultimi trenta anni e che quindi sono riuscite ad affrontare anzitutto una sfida rappresentata dalla trasformazione globale del proprio sistema di valori sociali, nei quali alla tradizione millenaria si è unito il frutto dell’insieme di contaminazioni esogene della modernità.

Al di là delle teorie relative all’individuazione di valori asiatici, ciò che emerge chiaramente dall’analisi dei sistemi politici ed economici dell’Asia sud-orientale è il loro graduale passaggio da forme istituzionali e di mercato più rigide verso altre più fluide. Nel caso delle economie più avanzate (come, ad esempio, Singapore) tale percorso sembra orientarsi verso una maggiore capacità di adattamento della struttura

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