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Emigrazione e organizzazioni criminali

Emigrazione e organizzazioni criminali

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Emigrazione e organizzazioni criminali

Lunghezza:
212 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
Dec 20, 2012
ISBN:
9788878534278
Formato:
Libro

Descrizione

Un dossier nato dalla rivista Asei (Archivio Storico dell'Emigrazione Italiana)
Editore:
Pubblicato:
Dec 20, 2012
ISBN:
9788878534278
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Emigrazione e organizzazioni criminali - Matteo Sanfilippo

2007

Salvatore Palidda e Matteo Sanfilippo

EMIGRAZIONE ITALIANA, CRIMINALITÀ E CRIMINALIZZAZIONE:ALCUNE NOTE INTRODUTTIVE


Da qualche tempo la nostra rivista è criticata per l'approccio esclusivamente storico alle migrazioni italiane e per lo scarso spazio offerto alle altre discipline interessate al fenomeno. Ora la chiave storica è inscritta nel nome stesso del nostro Archivio e tuttavia non era giusto trasformarla in una barriera capace di escludere qualsiasi altra prospettiva. I due curatori di questo numero, uno sociologo e l'altro storico, hanno così proceduto a una sorta di negoziata collaborazione che non hanno voluto legare a dibattiti teorici, quanto piuttosto alla discussione di un caso specifico: soltanto un vero caso di studio ci sembrava poter offrire un terreno d'incontro effettivo. Nella nostra ricerca di quest'ultimo e nella scelta del tema ha giocato la pressione combinata delle notizie sempre più numerose su interessi e manovre di gruppi criminali organizzati, attivi fra o dietro lo schermo dei gruppi di emigrati italiani, e della coeva (e non sempre condivisa) riflessione storiografica sul passato e sul presente dei rapporti fra criminalità ed espatrio¹. Come mostrano le note dei contributi che seguono, il tema oggi alla moda, permette una triplice riflessione: a) storica, sui rapporti fra criminalità e migrazioni; b) sociologica, sulla criminalizzazione del gruppo migrante da parte delle società di arrivo a prescindere dalla concreta realtà; c) culturale, su come le collettività italiane all'estero stesse abbiano rielaborato tali accuse per giustificarsi o per costruirsi un autoritratto bigger than life.

La preparazione di questo fascicolo non è stata comunque semplice. I rapporti fra migrazioni, vittimizzazione, criminalizzazione razzista, devianza e criminalità sono stati infatti spesso ignorati come veri e propri oggetti di ricerca sia dagli storici che dalle cosiddette scienze politiche e sociali. Eppure questi aspetti sono stati particolarmente rilevanti in molte congiunture storiche, nei diversi paesi di immigrazione e per le varie migrazioni, compresi gli inurbamenti. Inoltre sono evocati qua e là in tutti i tipi di letteratura, cinematografia e giornalismo, sia pure talvolta soltanto en passant². Finite le congiunture negative è sempre prevalsa una sorta di credo teleologico nel trionfo della civilizzazione, nel migliore dei casi alla Norbert Elias. Così sono state dimenticate le teorie della criminalizzazione razzista che sostenevano il colonialismo e la repressione brutale delle classi pericolose³. Eppure queste teorie non hanno solo innervato l'esperienza coloniale europea, contraddicendo quanto alcuni pensatori favorevoli a tali imprese affermavano al contempo fosse meglio nell'Occidente. Alexis de Tocqueville, una volta inviato in Algeria dal Parlamento francese, arrivava così a invocare l'eliminazione fisica dei locali refrattari alla civilizzazione francese⁴. Hanno anche influito sulla costituzione dei nuovi Stati, l'Italia per esempio, favorendo la stigmatizzazione di chi migrava verso le città o all'estero. In merito alla criminalizzazione razzista delle classi pericolose spicca fra i discepoli di Lombroso il siciliano Alfredo Niceforo, presidente dell'Associazione di Antropologia criminale, che arriva a scrivere: La razza maledetta, che popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il Mezzogiorno d'Italia, ch'è tanto affine per la sua criminalità, per le origini e per i suoi caratteri antropologici alla prima, dovrebbe essere ugualmente trattata col ferro e col fuoco e dannata alla morte come le razze inferiori dell'Africa, dell'Australia ecc.. Qui c'è la sintesi del discorso colonialista e di guerra contro le classi pericolose, a volte i meridionali e altre volte gli scioperanti delle città del nord, contro le quali diventano legittimi i cannoni di Crispi e Bava Beccaris e c'è anche il materiale sui quali politici e antropologi statunitensi e argentini preparano le loro tesi contro gli emigranti italiani al di là dell'oceano⁵.

Ma ecco che l'attuale congiuntura appare segnata da politiche e pratiche proibizioniste accompagnate da una diffusa criminalizzazione razzista e ha favorito la proliferazione di ricerche e scritti che in parte accreditano l'amalgama fra migrazioni e criminalità, mentre altri la criticano ferocemente cercando di spiegare la riproduzione della sovrapposizione fra i discorsi neo-colonialisti e quelli di inferiorizzazione dei subalterni.

Con l'intento di offrire una prospettiva interpretativa, articolata e multidisciplinare, questo numero dell'Archivio ospita scritti sia di storici, sia di ricercatori delle scienze politiche e sociali, nonché del diritto, in qualche modo appartenenti a entrambe le correnti qui brevemente delineate. Lungi dal pensare di fornire un lavoro esaustivo sull'argomento, vorremmo promuovere un cantiere di ricerche che ci sembravano estremamente importanti, per il loro impatto politico, ma anche per la possibilità di sviluppare un approccio più appropriato ai fenomeni qui presi in esame. In effetti non esistono ricerche d'archivio o etnografiche e di storia orale riguardanti la vittimizzazione, la devianza, la delinquenza, la criminalità e la criminalizzazione delle molteplici migrazioni italiane interne e con l'estero e anche i tentativi di sintesi sono estremamente ridotti⁶. Grazie alla collaborazione di alcuni ricercatori siamo quindi riusciti a ricostruire alcuni casi, riguardanti le migrazioni italiane in Europa e nelle Americhe, nonché la vera grande diaspora del Novecento, quella che ha visto e che vede ancora gli emigranti meridionali trapiantarsi nel Centro e nel Nord della Penisola⁷. Non siamo tuttavia riusciti a coprire tutti i settori, dal punto di vista geografico basti qui menzionare il Québec, negli ultimi decenni al centro del ciclone per la scoperta dei legami con Mafia e 'Ndrangheta, e la Francia, soltanto tratteggiata schematicamente nel saggio conclusivo di Palidda. Inoltre molti argomenti singoli sarebbero ancora da testare. Se in più saggi (in particolare quelli di Sanfilippo e Luconi) si discute della proiezione del problema nella criminalizzazione della comunità italiana statunitense e nella produzione culturale di quest'ultima, niente viene detto per altri paesi, eppure abbiamo un discreto numero di film e romanzi francesi sull'argomento. Ancora, sarebbe stato assai interessante riprendere i casi di criminalità individuale di italiani in Germania negli anni 1960-1990, che suscitarono un certo dibattito fra alcuni antropologi e criminologi e che ancora meritano attenzione. Per non parlare poi dei casi (per fortuna rarissimi) riguardanti la reazione di padri autoritari contro figlie emancipate nella Germania degli anni 1960-1980. Purtroppo non avevamo abbastanza pagine a disposizione, né abbastanza collaboratori da schiavizzare in una ricerca enorme, né tantomeno risorse finanziarie (come del resto accade quasi sempre nei progetti sulla storia delle migrazioni italiane). Tuttavia speriamo che questo nostro primo tentativo possa servire a sgombrare il campo da pregiudizi negativi e positivi, suggerendo una prospettiva interpretativa e di analisi rigorosa.

Stefano Luconi

MITO E VICENDE DEL CRIMINE ORGANIZZATO ITALO-AMERICANO NEGLI STATI UNITI


1. LA LEGGENDA DELLA COSPIRAZIONE ITALIANA

Dai resoconti della stampa sensazionalistica della fine dell'Ottocento al successo della serie televisiva The Sopranos all'inizio del Terzo Millennio, i media hanno concorso ad alimentare nell'immaginario collettivo la nozione che la criminalità organizzata statunitense abbia non solo una matrice prevalentemente italiana, ma sia stata addirittura importata dalla Sicilia⁸. Presentare il crimine come un fenomeno esogeno, riconducibile all'immigrazione di un gruppo etnico specifico, ha assolto nel tempo a una duplice funzione. Da un lato, ha ottemperato al bisogno psicologico, se non addirittura alla necessità ideologica, di preservare il mito della presunta innocenza e della supposta virtuosità dell'esperienza storica statunitense. È stata così ascritta a elementi esterni al paese la responsabilità di azioni criminose che attentavano in modo sistematico alla tranquillità e al benessere della società americana, liberando quest'ultima da qualsiasi senso e concorso di colpa⁹. In tale prospettiva, poiché il crimine organizzato era in contrasto con i valori e lo stile di vita statunitensi, non poteva che essere giunto dall'estero attraverso l'immigrazione¹⁰. Tale lettura assunse particolare rilevanza nel corso della guerra fredda, dopo che il maccartismo ebbe contribuito a conferire credibilità alle illazioni sull'operare di presunte cospirazioni straniere all'interno dei confini nazionali¹¹. Dall'altro lato, nel periodo in cui il nucleo anglo-sassone della società statunitense, ancora maggioritario, si sentiva minacciato per l'afflusso apparentemente inarrestabile di appartenenti ad altre etnie europee tra cui gli italiani erano tra i più numerosi, associare gli immigrati che sbarcavano dall'Italia a comportamenti delinquenziali contribuì a rafforzare le argomentazioni di coloro che si prefiggevano di arginare con provvedimenti legislativi l'arrivo in massa di individui ritenuti inassimilabili a causa delle loro diverse radici etno-culturali. Non appare, infatti, casuale che le prime indagini del Congresso sulla venuta di malavitosi dall'Europa si fossero sviluppate a partire dalla fine dell'Ottocento, proprio in occasione dell'esplodere delle apprensioni per il riversarsi negli Stati Uniti di persone che non erano di ceppo anglo-sassone¹².

In particolare, la vastissima eco suscitata dall'uccisione del capo della polizia di New Orleans, David C. Hennessy, nel 1890, durante una faida tra gruppi malavitosi siculo-americani per il controllo del fronte del porto, e dal linciaggio di undici dei presunti responsabili l'anno seguente segnò, a livello nazionale, l'emergere della consapevolezza dell'esistenza della Mafia¹³. A destare preoccupazione non fu la semplice constatazione della oramai risaputa presenza di clan di delinquenti di origine italiana che operavano sul suolo statunitense¹⁴. Le apprensioni sorsero piuttosto in relazione al fatto che i malavitosi italiani avevano esteso il loro raggio d'azione al di fuori della Little Italy, invece di seguitare a circoscrivere le vittime dei loro crimini ai propri connazionali. Come osservò il sindaco di New Orleans, Joseph A. Shakspeare, la gravità dell'omicidio di Hennessy consisteva proprio nel fatto che fino a oggi, questi bastardi si sono limitati ad ammazzarsi tra loro¹⁵.

La scoperta dell'operare della Mafia all'esterno della comunità italo-americana servì ad alimentare le richieste dei restrizionisti. Una commissione municipale nominata da Shakspeare dopo l'assassinio del capo della polizia per indagare sulle organizzazioni criminali a New Orleans raccomandò la messa al bando dell'immigrazione dalla Sicilia e dal resto dell'Italia meridionale perché non c'era motivo di offrire libertà e civiltà a coloro che non solo non erano in grado di apprezzarle, ma addirittura si rifiutavano di comprenderle o accettarle¹⁶. Nel corso del dibattito successivo alla promulgazione dell'Immigration Act, che era stato approvato dal Congresso pochi giorni prima dell'assassinio di Hennessy, furono richiamate le vicende di New Orleans a dimostrazione del fatto che certe nazionalità straniere continuano a mantenere le loro associazioni omicide e a farle operare sul nostro suolo in violazione delle nostre leggi¹⁷. Il provvedimento aveva proibito ai pregiudicati stranieri l'ingresso negli Stati Uniti, ma fu ritenuto insufficiente dai nativisti che, nel 1895, proposero un Literacy Test Bill ancora più restrittivo che vietava l'immigrazione agli analfabeti. Il primo firmatario del progetto di legge fu il senatore del Massachusetts Henry Cabot Lodge, un politico che poco tempo prima aveva giustificato il linciaggio di New Orleans con l'eccessiva permissività della legislazione vigente sull'immigrazione e aveva tratto spunto dall'intera vicenda per sostenere la necessità di impedire che briganti analfabeti come gli italiani potessero trasferirsi liberamente negli Stati Uniti per commettere reati¹⁸. Allo stesso modo, il quotidiano Philadelphia Public Ledger, pur stigmatizzando la giustizia sommaria praticata in Louisiana, consigliò di proibire comunque l'immigrazione dall'Italia, a causa dell'incontrovertibile contributo di questo gruppo etnico alla diffusione della criminalità¹⁹.

2. IMMIGRAZIONE E STRUTTURA ORGANIZZATIVA DELLA MALAVITA ITALO-AMERICANA

Nella pubblicistica newyorkese il termine mafia apparve già alla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento in relazione all'uccisione di un commerciante di frutta siciliano, Antonio Flaccomio, da parte di sicari suoi conterranei, a parziale dimostrazione dello stretto rapporto tra immigrazione e presenza di delinquenti nelle Little Italies²⁰. Il fondatore della prima famiglia malavitosa di New York – Giuseppe Morello – fu un siciliano fuggito da Corleone dopo la sua incriminazione, ma prima della condanna, per contraffazione di banconote. Morello, giunto negli Stati Uniti nel 1892, tornò a impiantare a New York un'organizzazione per la falsificazione di valuta con ramificazioni nella Pennsylvania sud-orientale e fu implicato nelle attività della cosiddetta Mano Nera²¹.

Alla fine dell'Ottocento, infatti, nei quartieri italiani delle principali metropoli statunitensi fece la sua comparsa una sedicente Mano Nera, che prese di mira i residenti attraverso estorsioni, attentati e rapimenti a fini di riscatto, preceduti spesso da lettere intimidatorie con le quali veniva chiesto denaro alle vittime potenziali per non essere colpite²². Queste missive – firmate col disegno di una mano nera – riproducevano in parte le lettere di scrocco diffuse in Sicilia a fini analoghi nello stesso periodo²³. Tuttavia, negli Stati Uniti, a essere coinvolti nei reati della Mano Nera non furono soltanto siciliani come Morello, ma anche calabresi e campani. Per di più, non esistette un'unica organizzazione criminale centralizzata che, come suggeriva invece la stampa coeva, controllava le estorsioni e offriva protezione a pagamento nelle Little Italy attraverso un coordinamento sviluppato addirittura su scala nazionale²⁴. Piuttosto, a questa comune denominazione faceva deliberatamente riferimento una miriade di individui e di piccoli gruppi separati tra loro che impiegavano le medesime strategie delittuose e speravano di incutere maggior timore nei ricattati, richiamandosi alla nomea di spietatezza della presunta Mano Nera²⁵.

D'altro canto, tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento è attestata una prima ondata immigratoria, temporanea o permanente, negli Stati Uniti di capoclan mafiosi come Francesco Motisi o Vito Cascio Ferro che, rientrato poi a Palermo, fu il presunto mandante dell'assassinio di Joseph Petrosino, il poliziotto italo-americano ucciso nel capoluogo siciliano nel 1909, mentre si stava documentando sui precedenti penali degli esponenti della malavita siculo-americana newyorkese per poter procedere alla loro deportazione in Italia²⁶. Il flusso continuo di delinquenti tra le due sponde dell'oceano alimentò i rapporti transatlantici tra la criminalità italo-americana e il suo corrispettivo siciliano. Per esempio, il capoclan agrigentino Nicola Nick Gentile, sebbene si fosse trasferito una prima volta negli Stati Uniti a Kansas City nel 1903, tornò a soggiornare a più riprese e per periodi relativamente estesi in Sicilia tra il 1909 e il 1911, nel 1913, nel 1919, dal 1925 al 1926 e poi ancora tra il 1927 e il 1930, per un tempo complessivo di circa otto anni²⁷. Le connessioni tra la Mafia siciliana e i suoi membri espatriati sono dimostrate anche da numerosi casi di doppia affiliazione di singoli malavitosi a una famiglia siciliana e a un clan statunitense²⁸.

Tuttavia, l'arrivo di delinquenti italiani negli Stati Uniti, confusi all'interno della più ampia ondata immigratoria di massa dalla Sicilia e dalla penisola, era stato preceduto dalla formazione di gruppi autoctoni di criminali come, nel caso di New York, i Bowery Boys, i Dead Rabbits, i Five Pointers, i Forty Thieves, i Gophers e i Plug Uglies, che nella seconda metà dell'Ottocento controllarono le attività illecite nelle zone dove viveva il sottoproletariato urbano della città. In particolare, tra i Five Pointers

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