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Altri Italiani, Saggi sul Novecento

Altri Italiani, Saggi sul Novecento

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Altri Italiani, Saggi sul Novecento

Lunghezza:
279 pagine
4 ore
Pubblicato:
22 set 2011
ISBN:
9788878534179
Formato:
Libro

Descrizione

Venti studi su un secolo fin troppo controverso e ribollente, il Novecento

italiano, ma redatti da una particolarissima angolazione: che è quella d’una

speciale autobiografia della nazione, in cui, a costruirla, non sono stati solo i

grandi e indiscussi protagonisti, ma anche personaggi apparentemente minori

e, talvolta, persino laterali, quando non completamente rimossi. Ecco perché,

accanto al ritratto di Grazia Deledda, restituita in tutto il suo valore di scrittrice

tragica e irredimibile, o d’un inatteso e risentito Pirandello, di un euforico

Soldati o dei lucidissimi Brancati e Sciascia, molto acclarati, ma rivisitati per

aspetti secondari o magari minori della loro vasta opera, il lettore troverà qui,

non soltanto Pratolini e Cassola, Lalla Romano e Ottieri, ma anche gli ormai

dimenticatissimi Frateili, Tecchi e Gorresio, fino a un Mannuzzu, che ci riporta

ai giorni nostri. Con la partecipazione straordinaria di un pittore celeberrimo

ma molto discusso come Renato Guttuso. Né mancano, in una chiave di

militante attualizzazione, quasi una sorta di autobiografia dell’ombra, le figure

di alcuni grandi lettori e critici come Borgese, Debenedetti, Baldacci e Raboni.

Una galleria di uomini e di donne, di italiani insomma, poco importa se a

figura intera, a mezzo busto o di profilo, o allo stato di problematico abbozzo,

ma sempre nella prospettiva di una stupefacente introspezione, e restituiti

all’incrocio di storia morale e storia civile. Una galleria, insomma, di ritratti

d’autore, garantiti dalla scrittura felicissima di uno dei saggisti stilisticamente

più riconoscibili della critica italiana di oggi.
Pubblicato:
22 set 2011
ISBN:
9788878534179
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Altri Italiani, Saggi sul Novecento - Massimo Onofri

EpubBook Information

Questo Epub è stato formattato e testato con i seguenti programmi:

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Autore: Massimo Onofri

Curatore: Barbara Pasqualetto

Formato: 15 x 21 cm

Legatura: Brossura

Pagine: 182

ISBN: 978-88-7853-231-1

Prezzo: 15,00 €

© 2010 Massimo Onofri

Iª edizione, settembre 2010

ISBN EBOOK: 978-88-7853-417-9

Prezzo: 5,00 €

© 2010 Massimo Onofri

Iª edizione, settembre 2011

Venti studi su un secolo fin troppo controverso e ribollente, il Novecento italiano, ma redatti da una particolarissima angolazione: che è quella d’una speciale autobiografia della nazione, in cui, a costruirla, non sono stati solo i grandi e indiscussi protagonisti, ma anche personaggi apparentemente minori e, talvolta, persino laterali, quando non completamente rimossi. Ecco perché, accanto al ritratto di Grazia Deledda, restituita in tutto il suo valore di scrittrice tragica e irredimibile, o d’un inatteso e risentito Pirandello, di un euforico Soldati o dei lucidissimi Brancati e Sciascia, molto acclarati, ma rivisitati per aspetti secondari o magari minori della loro vasta opera, il lettore troverà qui, non soltanto Pratolini e Cassola, Lalla Romano e Ottieri, ma anche gli ormai dimenticatissimi Frateili, Tecchi e Gorresio, fino a un Mannuzzu, che ci riporta ai giorni nostri. Con la partecipazione straordinaria di un pittore celeberrimo ma molto discusso come Renato Guttuso. Né mancano, in una chiave di militante attualizzazione, quasi una sorta di autobiografia dell’ombra, le figure di alcuni grandi lettori e critici come Borgese, Debenedetti, Baldacci e Raboni. Una galleria di uomini e di donne, di italiani insomma, poco importa se a figura intera, a mezzo busto o di profilo, o allo stato di problematico abbozzo, ma sempre nella prospettiva di una stupefacente introspezione, e restituiti all’incrocio di storia morale e storia civile. Una galleria, insomma, di ritratti d’autore, garantiti dalla scrittura felicissima di uno dei saggisti stilisticamente più riconoscibili della critica italiana di oggi.

Edizioni SETTE CITTÀ

Via Mazzini 87 • 01100 Viterbo

tel +39.0761.304967 • +39.0761.1768103

fax +39.0761.303020 • +39.0761.1760202

info@settecitta.eu • www.settecitta.eu

Sommario

EpubBook Information

Grazia Deledda: ritratto di profilo.

Un appuntamento mancato: Grazia Deledda e Luigi Pirandello.

Borgese e Debenedetti: a scanso di equivoci.

I caffè di Frateili: dall’Aragno al Rosati.

Amori di Tecchi.

Soldati: da Le lettere da Capri a El Paseo de Gracia.

I rami secchi di Soldati.

Lalla Romano e l’invenzione della verità.

Brancati e una Singolare avventura di viaggio: ipotesi su letteratura e geografia.

Vittorio Gorresio: un italiano di Cuneo.

Guttuso nella terra dei letterati.

Pratolini: il popolo di Metello cinquant’anni dopo.

Oltre la Resistenza: La ragazza di Bube di Cassola.

Appunti su Sciascia poeta.

Rileggere Sciascia: Il giorno della civetta.

La cronaca sotto scacco: Sciascia giornalista.

Ottiero Ottieri all’assalto.

Ipotesi sulla critica militante: il caso Baldacci.

Raboni lettore giornaliero.

Procedura Mannuzzu.

Grazia Deledda: ritratto di profilo.

Grazia Deledda: un’isola, un silenzio e una solitudine. Una natura insormontabile e irriducibile. Un’umanità che coltiva e onora verità ancestrali. Una geografia molto concreta che, però, coincide esattamente con un paesaggio interiore. Sono questi i termini cui Antonella Anedda fa riferimento nel ritratto della scrittrice nata a Nuoro nel 1871 e morta a Roma nel 1936, così come emerge dalle pagine premesse all’antologia di novelle e racconti sardi significativamente intitolata Come solitudine. Pagine eleganti e senz’altro suggestive, per di più scritte da una poetessa e saggista di valore, ma che non si sottraggono ad un equivoco il quale – si può ben dire – pesa da sempre sull’interpretazione di Deledda. Tanto più che nel 2006, l’anno in cui l’antologia viene data alle stampe per l’editore Donzelli, si agita già sull’isola un’affollata pattuglia di narratori di successo, alcuni dei quali – spesso quelli di maggior successo – hanno puntato su quell’esotismo folcloristico e quel primitivismo che, nel 1921, aveva ispirato il celeberrimo Sea and Sardinia dello scrittore inglese David Herbert Lawrence.

C’era stato Sergio Atzeni – ben più che una fiammeggiante meteora, nonostante la morte tragica e precoce – il quale, a partire dalla seconda metà degli anni Ottanta, impegna la sua scrittura in una serrata e complessa ricerca antropologica. Ma se Atzeni complica e valorizza, in chiave affabulatoria, le stratificazioni d’un mondo arcaico per certi aspetti ancora resistente, coniugandolo alle suggestioni d’una cultura, soprattutto giovanile, già globalizzata, molti suoi imitatori, più o meno giovani, s’abbandonano invece al giuoco corrivo di soluzioni semplicistiche e regressive. Accade così che i racconti e i romanzi di taluni scrittori sardi cominciano a caricarsi dei simboli facili della civiltà agro-pastorale, tra banditismo e matriarcato, tragedie in costume, balentia e sequestri di persona, ovili, berretta e vellutini, gli scialli neri frangiati e ricamati delle donne, il formaggio «marcio» coi vermi e «il caratteristico – son parole di Grazia Deledda – pane sardo detto carta di musica». In questo contesto, la precoce autrice di Fior di Sardegna (1891) e Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna (1895), guadagna il ruolo di sacra madre di un’isola aspra e primitiva, fatale e irredimibile, forgiata nel sangue delle faide.

È a questa Deledda che, già avido di mondo, si rifiuta un giovanissimo Giuseppe Dessì, sardo di Villacidro. Il quale, appena diciottenne, sollecitato dalla lettura del Segreto dell’uomo solitario (1921), scrive sul suo diario in data 10 dicembre 1927:

Fin’ora, per quel poco che la conosco, G. Deledda non mi è parsa grande. Un Signore mio amico mi diceva giorni or sono di non credere che la Deledda abbia meritato veramente il premio Nobel. Io gli risposi che in paese di ciechi chi ha un occhio è fortunato: ma è sempre orbo soggiunse egli.

Epperò, è in un articolo del 1938, pubblicato su L’orto, che Dessì fa veramente i conti con la sua grande conterranea. Gli addebiti sono pesanti e numerosi. Intanto, una «forma sommaria e sciatta», che però non le era stata mai rimproverata: proprio come non si rimprovera quella di certi romanzi stranieri «tradotti alla buona», nei quali si ricerca solo «un certo sapore esotico». Poi, l’impiego di una lingua generica, folta di «improprietà» e «sgrammaticature», di cui si dà a riprova ricca campionatura di citazioni. Per non dire del presunto «verismo»: che sarebbe «allo stato di natura, del tutto rozzo». Infine, la totale identificazione del proprio «mondo morale che s’intravede un poco in tutti i romanzi» con la Sardegna, «tale quale essa è», portata «di peso» nei suoi libri.

Si tratta di una valutazione che lo scrittore confermerà in toto molti anni dopo, dentro una riposata maturità, in un altro articolo pubblicato sulla Nuova Antologia del novembre 1971, nonostante l’incongruente e per niente argomentata conclusione che la nuorese sia davvero «una grande scrittrice». Scrive Dessì:

La Deledda ci ha dato della Sardegna un’immagine stereotipata, indulgendo ai modi della cattiva letteratura, della incultura e spesso confondendo il verismo con la verità, senza mai sentire il bisogno di crearsi uno stile limpido, una lingua sua, come la pienezza e la forza della poesia in lei lasciavano sperare.

E più avanti:

La Deledda scrittrice si identifica naturalisticamente con la Sardegna, non con una Sardegna idillica o turistica, ma con la Sardegna nuragica e pastorale in cui vive ancora la preistoria.

Se Dessì ha ragione, la conclusione non potrebbe essere che una: meglio leggere l’Antonio Pigliaru di La vendetta barbaricina come ordinamento giuridico (1959), che perdere tempo coi pittoreschi romanzi di Deledda. Tuttavia: si può concordare con Dessì? Che isola è quella che Deledda, già in una lettera ad Angelo De Gubernatis del 29 ottobre 1893, prometteva di rappresentare in «un grande romanzo sardo, con tutta l’esplicazione dei bisogni, delle miserie, delle passioni, dei vizi e delle virtù sarde»? Mi viene da dirlo con una battuta: Dessì ha avuto ragione, avendo contemporaneamente torto. Ha avuto ragione nel diffidare di quell’isola in costume che nei libri di Deledda si può rintracciare: fatto salvo il principio, però, che quei costumi siano solo il guscio etnico che fascia il nocciolo resistente e misterioso, insolubile, della sua poesia. E ha avuto ragione, una volta di più, non contro Deledda, ma contro i deleddiani di ieri, oggi e domani.

Tutto questo d’altronde, pur senza razionalizzarlo e chiarirselo, lo stesso Dessì l’ha intuito nell’articolo del 1971:

Grazia Deledda è un pezzo di Sardegna fuori del tempo e della cultura italiana, una Sardegna che ha un suo senso del tempo e dello spazio nel quale è difficile penetrare e che negli italiani ha sempre generato diffidenza e incomprensione.

Dessì insiste su questa identificazione tra Deledda (il suo mondo morale) e una realtà extraletteraria dura e nuda, che esiste di per sé, e cioè una certa Sardegna in quanto tale. Quella Sardegna che, come scrisse in un altro articolo del 1960, «Taccuino di viaggio», «si muove in un tempo preistorico, ed è come un pezzo di luna caduto nel Mediterraneo». Deledda come un pezzo di Sardegna fuori del tempo e della cultura italiana: così difficile da penetrare, e tale da generare diffidenza e incomprensione negli italiani, i continentali. La Sardegna come un pezzo di luna caduto nel Mediterraneo. Deledda stessa – a voler chiudere il sillogismo – come un pezzo di luna a sua volta precipitato nella società letteraria italiana, tutta crateri e riflessi, luci e bagliori inconsueti.

Dicevo di Deledda e degli eventuali codici barbaricini – linguistici e antropologici – che entrerebbero a determinare a fondo i suoi libri. Importanti, certo, per capire come la sua pagina – linguisticamente, antropologicamente – si vada a costituire: anche a dar ragione d’una prosa che, come è stato molte volte ripetuto, pare tradurre il suo italiano direttamente dal sardo. E per restituirci la grammatica sociale di un’isola dal fascino arcaico che, indubitabilmente, funge da scenario per tutti i suoi romanzi più significativi. Con tutto il suo inevitabile cast in costume etnico: dai banditi di Cenere (1904) con le loro bardanas (le imprese: «non per fare del male, ma per spiegare in qualche modo la loro forza e la loro abilità!») e quello di Marianna Sirca (1915), Simone il bandito buono, che antepone alle promesse d’amore il codice brigantesco, sino alla «figlia d’anima» di L’edera (1906), Annesa, la trovatella adottata dalla nobile famiglia Decherchi. Quei codici che, aggiungo per inciso, sono però implosi definitivamente in quell’apocalisse che è stata Il giorno del giudizio (1977) di Salvatore Satta, capolavoro assoluto del secolo appena trascorso: libro scritto dal punto di vista della morte e del nulla, di radicale nullificazione di tutte le Sardegne del passato, del presente e del futuro. Sicché, far finta che quei codici esistano ancora e possano essere addirittura impiegati in una narrazione contemporanea, potrebbe davvero rappresentare il principale peccato capitale d’uno scrittore sardo di oggi: che è poi quanto va sostenendo, nei fatti della sua vicenda letteraria e nelle dichiarazioni che l’accompagnano, il maggiore scrittore isolano vivente, dico Salvatore Mannuzzu. Non credo, però, che questo costituisca il problema primario per la corretta interpretazione d’una scrittrice come Deledda. Del resto, non aveva torto Anna Dolfi quando, nel suo Grazia Deledda (1979), fotografava una scrittrice che, già nel 1893, aveva sottoposto i dati oggettivi della sua isola – nell’«osmosi tra paese reale e paese rivissuto» – a una sua «lente filtrante, ma opacata», sciogliendo, in «cupe risoluzioni», il suo naturalismo di partenza.

Ecco: quando Deledda si dispone a restituirci con ostinazione quasi documentaria una tranche de vie sarda, anche nei suoi momenti più altamente stereotipati, c’è sempre qualche cosa che forza i limiti del quadro, sospinge i dati antropologici in altra direzione, al cospetto di altre e nuove verità. Prendete la pagina finale di Marianna Sirca, là dove zio Berte, mentre, nella stanza accanto, il prete sta assistendo Simone agonizzante, si dispone ad apparecchiare per la cena: «Nella cucina, intanto, il servo e il padrone preparavano da cenare: anche nelle case ove passa la morte, i vivi devono nutrirsi». E più avanti:

Mandò dunque il servo in cerca di Sebastiano, poi preparò la mensa: ecco il vaso del latte cagliato, ecco il favo del miele entro un vassoio di sughero. Ripassando in casa di sua figlia aveva avuto cura di farsi dare del pane bianco da Fidela; ed ecco il cacio fresco pallido e umido come la cera, ed ecco anche il vino. Tutto c’era: poteva essere un banchetto da sposi.

Siamo, come si vede, in uno di quei momenti in cui in una casa sarda di recentissimo lutto si apparecchia per il morto, per ristorare tutti i parenti ancora costernati: lasciamo stare il fatto che il morto ancora non c’è, ma, stante l’agonia, è come se ci fosse. Più interessante osservare come la mensa per il morto si vada subito trasformando, in virtù di tutto quel ben di dio, in un banchetto per gli sposi: di fatto anticipando, direi liturgicamente, il matrimonio effettivo che celebreranno, davanti al prete e con tanto di anello, Marianna e Simone, proprio mentre quest’ultimo è sul punto di spirare. Ma il dato più interessante – e ci ritorneremo – è quella vita che dapprima stormisce («anche nelle case ove passa la morte, i vivi devono nutrirsi») e poi, nell’opulenza gioiosa del cibo, si ribadisce perentoria, sin dentro il cerchio nero della morte. Si potrebbe, intanto, dire così: che Deledda succhia senz’altro il suo mosto da quell’isola favolosa e primitiva – che resterà, innanzi tutto, una nostalgia dell’infanzia, come il postumo Cosima (1937) ben testimonia – per poi lasciarlo fermentare e illimpidirsi in ben altre botti.

Siamo al punto: la sua sardità, per quanto aurorale e fondativa, resta soltanto un indice tra gli altri e certamente non il più antico nella ricezione critica della sua opera. In effetti: se c’è, in Deledda, un problema del rapporto tra il codice linguistico-antropologico e le sue verità poetiche, ce n’è un altro, che nasce addirittura con lei – si pensi ai giudizi tempestivi di Verga, Capuana e De Roberto – o, si potrebbe persino dire, quasi prima di lei: quello del rapporto tra quelle stesse verità e le istanze naturaliste e poi decadenti della cultura italiana (e europea) coeva. Deledda da sempre letta, insomma, tra Verga e D’Annunzio, «a cavallo anche lei – come scrisse Eurialo De Michelis nel saggio Riassunto sulla Deledda (1938-71) ora in Novecento e dintorni (1976) – fra il naturalismo dei fatti e il musicale decadentismo dei simboli». Si tratta, del resto, d’una storia ben nota: che rimanda, oltre De Michelis, ai nomi di Attilio Momigliano, Luigi Russo, Arnaldo Bocelli e altri ancora. Quante volte, ad esempio, per il personaggio di Simone si è citato L’amante di Gramigna (1880) di Verga o s’è fatto il nome di Aligi della Figlia di Jorio (1904) di D’Annunzio? E prendete Olì di Cenere – la ragazza «alta e bella, con due grandi occhi felini, glauchi e un po’ obliqui, e la bocca voluttuosa il cui labbro inferiore, spaccato nel mezzo, pareva composto da due ciliegie» – quando, cacciata di casa dal padre cantoniere perché messa incinta da un servo, Anania, viene dallo stesso (che ha moglie a Nuoro) condotta e abbandonata a Fonni, nella casa d’una comare di lui, vedova d’un brigante: come non pensare, per l’esasperata povertà degli interni e per la sua poi tribolata vita, al precedente verghiano del bozzetto Nedda (1874)?

Il fatto è che Olì e Simone sono soltanto per germinazione verghiani e dannunziani, ma d’un verghismo e un dannunzianesimo subito forzati e scontornati. Olì, in effetti, è una Nedda che mostra presto, oltre a un innato sensualismo, a una ostinata voglia di vivere, un sentimento feroce della colpa e una vocazione ad espiare che la condurrà all’autodistruzione. Simone, a sua volta, è un brigante crocefisso immediatamente a un’implacabile contraddizione: quella tra desiderio e divieto.

È stato Luigi Baldacci, in un articolo del 1967 ora raccolto in Novecento passato remoto (2000), a porre i termini della questione per il giusto verso: «La visione della Deledda non è sorretta da un’etica sociale, sia pure pessimistica e rinunciataria come quella verghiana». Quanto a D’Annunzio: «La componente estetica dei suoi romanzi (l’evocazione elegiaca della Sardegna come regno di una favolosa infanzia perduta) non si scompagna mai da un rispetto scrupoloso e quasi documentaristico del vero». Laddove per vero il critico fiorentino non intende quello fondato sul folklore e le tradizioni, «bensì quello che fa perno sulla coerenza intima tra coscienza e società». Che è stato poi un altro modo per ribadire quanto Baldacci aveva scritto in Introduzione alla narrativa italiana del Novecento che si legge ora in Le idee correnti (1968):

In realtà D’Annunzio e Verga si bruciarono, quasi senza lasciare scorie, nel grande rogo di Grazia Deledda: uno dei narratori più grandi e più isolati del Novecento italiano. Ma nella Deledda l’impegno realistico del Verga e l’estetismo sensuale di D’Annunzio si fusero per diventare qualcosa d’altro: né realismo, né estetismo; bensì una sofferenza muta, un’interrogazione scabra ed esasperata sul bene e sul male, la nostalgia insanabile di chi ha perduto Dio e lo ricerca nella coscienza dell’uomo.

Del resto, Momigliano l’aveva già scritto nel terzo volume della sua Storia della letteratura italiana (1935) che Deledda: «Occupa un posto a parte in tutta la nostra letteratura».

Bruciato Verga, insomma, e senza scorie: ma sospingendo su un piano nuovo la sua polemica antimondana. Per Deledda, infatti, il mondo resta, sempre e comunque, una valle di lacrime: pur non mancandovi – e sta qui lo strazio – i momenti di favola bella. Ma dentro la consapevolezza del vecchio Efix di Canne al vento (1913), consumato tutta la vita dal rimorso per aver ucciso il suo padrone, il quale, lungo l’asperrima strada della sua espiazione, in uno dei rari momenti di serenità, così si dispone all’amore giovane di Grixenda e Giacinto: «Efix la guardava con tenerezza; vide Giacinto sollevar gli occhi pieni d’amore e di desiderio, e in cuor suo benedisse i due giovani. Sì, divertitevi, amatevi: alla festa si va per questo e la festa passa presto…». Sono parole cui fanno eco, con maggiore amarezza, quelle del vecchio Juanniccu, saggio e reietto, di L’incendio nell’uliveto (1918): «si vive, si muore; si fanno tanti sforzi per riuscire a questo, per privarci di quello, e poi si muore». Non c’è salvezza nel mondo di Deledda: ci sarà semmai da chiedersi – e ce lo chiederemo – se salvezza si possa denominare il risarcimento sociale, nel senso d’un qualche ripristino dell’ordine infranto, poco importa se col matrimonio o con la rinuncia totale al piacere e al desiderio, cui sono costrette – meglio: si costringono – tutte quelle figure, e sono tante, che hanno violato le norme e le consuetudini della vita collettiva. Non c’è salvezza nel mondo di Deledda: se non come non luogo, utopia dolorosa. Ne è traduzione potente, ancora in Canne al vento, «alla festa di Nostra Signora del Rimedio», l’immagine della folla che non si decide a uscire dalla chiesa nonostante la messa sia finita. Come fermata un attimo prima dell’esodo:

Era come il mormorio lontano del mare, il muoversi della foresta al vespero: era tutto un popolo antico che andava, andava, cantando le preghiere ingenue dei primi cristiani, andava, andava per una strada tenebrosa, ebbro di dolore e di speranza, verso un luogo di luce, ma lontano, irraggiungibile.

Bruciato D’Annunzio, infine, e senza scorie: ma come reimpostando (rovesciandola di valore e significati) la dialettica tentazione-trasgressione-rimorso-risarcimento, che nell’autore del Piacere (1889) avrà una fuoriuscita superomistica e trionfale. Laddove, nella pratica sociale dell’erotismo, nell’incontro-scontro tra uomo e donna, non è mai l’uomo – l’amante, il traditore, il predatore – a pagare dazio, magari per affiggersi al petto una scintillante medaglia a invocare l’applauso. Provate invece a riconsiderare la partita dal punto di vista della donna: che è uno dei grandi e tempestivi meriti di Deledda. Quando la tentazione diventa minaccia, la lussuria si fa colpa e delitto, la conquista e il piacere si trasformano in condanna ed emarginazione. Per quanto il desiderio sia anche un modo per riconquistare, attraverso il corpo, la libertà da parte della donna: salvo poi consentire la restaurazione dell’ordine infranto attraverso il recupero del ruolo sociale e salvifico di moglie e madre. Che è poi spesso il punto di partenza o di arrivo di tante dolenti creature deleddiane.

Baldacci l’ha sottolineato e lo si ripete qui: il vero, nei romanzi di Deledda, va sempre misurato sulla «coerenza intima tra coscienza e società». A presupporre ogni volta la piena coincidenza tra legge sociale e imperativo morale o, per dirla in termini psicanalitici, l’inevitabile schiacciamento del super-io sull’io, il quale ultimo avrà, per suo conto, pochissimi margini di manovra: o la fuga euforica e disperata in direzione dell’es, o il suo totale assorbimento (e annullamento) dentro il super-ego collettivo. Peccato e espiazione, insomma; delitto e castigo. Un assillo, questo, d’una società completamente introiettata nella coscienza, che, nella sua dialettica tra forma e vita, vita e forma, proprio nei termini in cui Adriano Tilgher la propose per Pirandello, non può non imporre un confronto tra i due premi Nobel: quel Pirandello che della Deledda fu, per altro, polemico persecutore, ritraendola malevolmente, e come caricaturizzandola, in uno dei suoi romanzi meno letti, Suo marito (1911: una più tarda redazione col titolo mutato in Giustino Roncella nato Boggiòlo rimase incompiuta). Ecco, possiamo metterla così: se in Pirandello si rintraccia il continuo tentativo di ritrovare la vita al di sotto e al di là della forma, nella Deledda la vita, con movimento sempre doloroso e lacerante, cerca di darsi ogni volta una forma e sottomettersi al suo imperio. Sono gli occhi degli altri – e le infinite convenzioni cui la società ci costringe – a far fuggire il protagonista eponimo del Fu Mattia Pascal (1910), oltre la propria anagrafe, rinunciando al suo nome e, con esso, alla vecchia identità: ma, come sappiamo, senza fortuna. Se salvezza si dà, può coincidere, al massimo, con una sorta di cosmico cupio dissolvi, insomma con quella stazione finale che,

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