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PREGARE Indagine sulla preghiera dal paleolitico ai primi Padri della Chiesa

PREGARE Indagine sulla preghiera dal paleolitico ai primi Padri della Chiesa

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PREGARE Indagine sulla preghiera dal paleolitico ai primi Padri della Chiesa

Lunghezza:
637 pagine
7 ore
Pubblicato:
21 gen 2015
ISBN:
9788884496966
Formato:
Libro

Descrizione

Questo libro è nato all'ISSR S. Maria di Monte Berico dal sodalizio fra un professore che andava chiudendo la sua carriera accademica, P. Giuseppe Polo. e una allieva Giuliana Fabris che dalla psicoterapia e dalla filosofia era approdata alla teologia e concludeva la laurea magistrale. P. Giuseppe Polo aveva chiesto a Giuliana Fabris di raccogliere e integrare alcuni lavori di alcuni studenti dei corsi di teologia patristica da lui curati negli anni a Padova e Vicenza, nei quali egli vedeva racchiuso tutto il suo entusiasmo ed amore. Giuliana Fabris vi ha aggiunto una ricerca personale di tipo antropologico vedendo una continuità fra le antiche pittografie religiose della Rift Valley, le pitture di Lascaux, gli ideogrammi alfabetici ebraico-fenici e l'alba del pensiero.
Pubblicato:
21 gen 2015
ISBN:
9788884496966
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

PREGARE Indagine sulla preghiera dal paleolitico ai primi Padri della Chiesa - Giuliana Fabris

PREGARE

INDAGINE SULLA PREGHIERA DAL PALEOLITICO

AI PRIMI PADRI DELLA CHIESA

ISBN 978-88-8449-688-1

ISBN 978-88-8449-696-6 (EPUB)

L’Editore, dopo aver fatto il possibile per rintracciare i detentori delle immagini riprodotte nell’opera, senza peraltro riuscirci, dichiara di essere disposto a riconoscere tali diritti in qualsiasi momento.

Progetto grafico: eTeam

Copyright © 2014 by ISSR

Istituto Superiore di Scienze Religiose Santa Maria di Monte Berico

Viale Cialdini, 2 - 36100 Vicenza

www.issrmonteberico.it

GIULIANA FABRIS

GIUSEPPE POLO

PREGARE

Indagine sulla preghiera

dal paleolitico

ai primi Padri della Chiesa

L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’ improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata.

(Alessandro Manzoni, I promessi sposi)

Dio del cielo

Signore delle cime

un nostro amico

hai chiesto alla montagna.

Ma Ti preghiamo: ma Ti preghiamo

su nel Paradiso, su nel Paradiso,

lascialo andare

per le Tue montagne.

(Bepi de Marzi)

Per chi ha preso confidenza col rosario, questo diviene come un silenzioso e recondito paese, dove egli può andare e stare tranquillo; o come una cappella, le cui porte gli sono sempre aperte e nella quale egli può portare quello che più gli sta a cuore.

(Romano Guardini: Introduzione alla preghiera)[1]

Amore, amore, che sì m’hai ferito,

altro che amore non posso gridare;

Amore, amore, teco so unito,

altro non posso che te abracciare;

Amore, amore, forte m’hai rapito,

lo cor sempre se spande per amare;

Per te voglio spasmar, amor, ch’io teco sia:

amor per cortesia, famme morir d’amore.

Amor, amore grida tutto il mondo,

amor, amore onne cosa clama;

Amor, amore tanto s’è profondo,

chi più t’abraccia sempre più ti brama.

Amor, amore, tu se’ cerchio rotondo:

con tutto cor chi centra sempre t’ama;

Ché tu se’ stame e trama, chi t’ama per vestire;

così dolce sentire, che sempre grida amore.

Amor, amor, Jesù dolce mio sposo,

amor, amor, la morte t’ademando;

Amor, amor, Jesù sì dilettoso,

tu me t’arrendi en te trasformando;

Pensa ch’io vo spasmando,

Amor, non so o’ messia:

Jesù, speranza mia,

abissame en amore.

(Jacopone da Todi)

PRESENTAZIONE

L’ottica originale di questa ricerca attorno alla preghiera sta nel fatto che essa si avvale, unitamente alla teologia, anche delle scienze umane: della storia, della filosofia, della antropologia, della linguistica, della filologia, della logica, della matematica, della fisica e della psicoanalisi.

A ragione, Gregorio di Nissa ha potuto dire che tutte le cose create sono una specie di tempio del Signore che le creò[2].

Il tutto si presenta in un insieme ben congegnato a livello composito e ben riuscito nel suo movente di base originario: l’incontro tra scienza e fede, un incontro reciprocamente complementare e costruttivo. A questo proposito merita di essere citato quanto un autore cristiano del secondo secolo ha scritto: «Non è oscuro quello che sta scritto, che Dio all’inizio piantò in mezzo al paradiso l’albero della scienza e l’albero della vita (cfr. Gen 2,8), mostrando che alla vita si arriva attraverso la scienza (…). Non c’è infatti vita senza scienza, né scienza sicura senza vita vera: perciò i due alberi sono stati piantati vicini»[3].

Un libro, che studia l’essenza della preghiera e la sua lunga variegata storia sul piano eminentemente scientifico, è non solo originale, ma estremamente utile e provvidenziale proprio in riferimento alla problematica attuale di cui si lamenta la mancanza di spiritualità a favore di una tendenza marcatamente materialista. Il presente studio è la dimostrazione tangibile che la preghiera è un fenomeno umano reale, che riguarda l’uomo da sempre, e lo riguarda anche oggi. L’eterno dialogo dell’uomo con il divino è un bisogno insopprimibile ed universale malgrado la diversità delle culture, delle epoche. In un tempo, poi, come il nostro dal pensiero puramente esteriore e sprofondato in una decadenza estrema, risulta scontato che la preghiera non goda buona fama. Si va da una aperta, sfrontata diffamazione a una sottile diffidenza articolata su una dialettica non priva di fascino. Riflettere sull’essenza della preghiera a livello fenomenologico, avvalendosi degli attuali strumenti scientifici, è pertanto nell’attuale cultura una sfida salutare, una provocazione necessaria e benefica. Non va infine dimenticato che la preghiera, quella vera, non è così facile come sembra.

Un apoftegma dei Padri del deserto, autentici maestri di spiritualità, presenta la preghiera come l’opera più difficile. La vera preghiera come esperienza di intimità con Dio è un cammino inesauribile.

Questo studio, che presenta le più valide tradizioni religiose oranti e le approfondisce a livello antropologico, filosofico e teologico, porta a comprendere che la preghiera non è una ideologia ma è la meravigliosa capacità umana di elevare la propria natura e di esprimere la propria tensione verso l’Assoluto: è la passione del cuore verso l’alto, è desiderio di infinito.

Il presente saggio, che propone la preghiera quale fenomeno universale con un documentato e capillare approfondimento a livello antropologico, filosofico e teologico, è nato dall’incontro fra un docente ed una discente e che è poi diventato collaborazione nel comune appassionato interesse per la potenzialità spirituale dell’uomo. La discente è Giuliana Fabris: laica, professionista nel campo della salute, ricercatrice e saggista; il docente è fra’ Giuseppe M. Polo, sacerdote, professore di patristica. Ne è nato un libro scritto a due mani, frutto di sudate ricerche, prova squisita che tra docente e discente si può e si deve creare una armonia sapienziale di ricerca insieme; testimonianza eloquente e fattiva che la teologia può ancora incontrarsi con la scienza del mondo perché la prima viva come incarnazione e la seconda trovi parole per esprimere il proprio orizzonte come spirituale. Una attenta e acuta analisi del tutto nuova in cui si intrecciano due linguaggi, quello antropologico e quello teologico. Due linguaggi che a momenti scorrono paralleli, a momenti si intrecciano e a momenti ancora si vanno incontro e l’uno è risposta all’altro. Essi tuttavia non si identificano mai, non sono mai lo stesso, per cui mentre si parlerà di YHWH, di Dio, di Gesù e del Dio di Gesù, ossia del patrimonio della Chiesa, accanto si parlerà di Origine, Originario, Principio, Totalità, e con ciò riferendosi all’esperienza dell’uomo che cerca e che al proprio apice è preghiera.

L’impostazione della ricerca in cinque parti distinte, a prima vista si presenta con la risultante di un insieme di tasselli apparentemente a sé stanti ed indipendenti. In realtà, ad uno sguardo più approfondito, risulta che sono attraversati da un filo conduttore ben preciso; sono un segno tangibile della lotta e fatica dell’uomo nel suo lungo pellegrinante cammino alla ricerca di entrare in comunione con Dio. Lento e faticoso percorso umano che in Cristo si realizzò in pienezza per poi trasmettersi nel vissuto della Chiesa delle origini che ha così potuto riscoprire la freschezza e vera natura della preghiera.

La prima parte, di carattere introduttivo, intende rispondere alla domanda: «Cos’è la preghiera?» da un punto di vista scientifico. Per rispondere a questo interrogativo con rigore scientifico, vengono riprese in considerazione le varie definizioni maturate nei secoli della ricerca umana. In modo ordinato e ben suddiviso, viene offerta una panoramica, sempre minuziosamente documentata, sulla varie definizioni della preghiera maturate nell’ambito dell’antropologia, della filosofia e in quello specifico della teologia. Queste pagine sono una autentica ed originale presentazione analitica di alto valore sia documentario che scientifico.

La seconda parte presenta la paleo-ontologia della preghiera attraverso una accurata analisi degli assi biblici della lunga esperienza di preghiera fatta dal popolo di Israele. Preghiera ebraica che in Gesù rivela e manifesta la sua profonda essenza, come luogo concreto in cui l’uomo dialoga con Dio Padre. Anche questa parte presenta una nota, meritevole di essere sottolineata in quanto non solo coglie, con una accurata diagnosi, lo specifico della preghiera ebraica ma lo confronta, evidenziandone l’unicità, con lo specifico della preghiera nelle altre religioni. In tempi di ecumenismo come il nostro tempo, queste pagine sono un atto di rispetto verso tute le tradizioni di fede dell’umanità.

La terza sezione riguarda la preghiera cristiana e mira ad evidenziare, sempre con rigore scientifico, come lo specifico della preghiera cristiana rispetto a quella ebraica stia nel fatto che essa è scaturita dalla Resurrezione di Gesù.

La quarta parte studia la preghiera all’origine della Chiesa. All’alba della Chiesa, la tradizione ci consegna il luminoso ed incandescente incontro dei Padri con Dio: una esperienza spirituale privilegiata a contatto con l’effusione primitiva della fede cristiana radicata dentro alla tradizione apostolica. I cristiani prendono coscienza della precarietà della vita, dei beni che passano, sentimento che acuisce in loro l’attesa del regno che viene. In questo habitat la preghiera è esistenziale, totalmente immersa in Dio che abita nell’uomo; ecclesiale: quale espressione di una sola famiglia, quella di Dio; escatologica: in tensione verso il futuro, verso il regno promesso. Si comprende pertanto perché, in questo percorso patristico, ci si soffermi con particolare attenzione alla presentazione capillare delle varie testimonianze oranti dei primi tre secoli, giunte fino a noi: sono la risultante più espressiva e genuina della giovinezza e primavera della fede della Chiesa che nella preghiera ha la sua espressione più vera.

La quinta ed ultima parte è applicazione all’oggi e presenta una serie di testi oranti significativi: la preghiera dell’angoscia, la preghiera dei malati, la preghiera di chi muore, la preghiera di chi resta, la preghiera che salva. Una preghiera antropologica in comunione con il mondo e il Tutto nella realtà dell’oggi.

A conclusione di questa ampia visione d’insieme, sono questi, fra gli altri, gli apporti significativi che intendiamo rilevare in questa originale ricerca sulla preghiera.

Il presente saggio, attraverso percorsi vari, conosciuti in profondità da pochi, è testimonianza verace che chi prega vola in alto, lasciandosi trasportare dal vento dello Spirito che soffia dentro e fuori degli uomini nella Natura tutta, nell’Universo intero.

La preghiera permette di incontrare Dio che ti ama, che pensa intensamente a te, istante dopo istante, e non ti lascia cadere nel nulla.

Veramente, colui che prega prima o poi sente che sta compiendo un gesto universale che porta all’Amore, all’amare. In questo contesto suonano particolarmente significativi i rilievi di Giuliana Fabris: «La preghiera è la passione del cuore. È uno stato di innamoramento. Una passione che va verso l’alto, perché nella sua eccedenza, nel suo esorbitare, essa è da sempre oltre il proprio Io e quindi rifiuta di chiudersi anche nei soli confini materiali dell’altro: chi ama, infatti, è di più per se stesso e vede di più anche per l’altro. Sarà la fedeltà a questa eccedenza, a questo sovrappiù, che porterà l’Io verso l’alto, portando altri con sé, e tutto allora diventa preghiera. La preghiera è desiderio di infinito…è la gratificazione del desiderio come grazia offerta direttamente da Dio».

Diceva il dottore della chiesa, santa Teresa del Bambin Gesù: «Per me la preghiera è uno slancio del cuore, un semplice sguardo gettato verso il cielo, un grido di gratitudine e di amore nella prova come nella gioia».

Un secondo importantissimo apporto è l'aver coniugato due opposti: scienza e fede. L’apporto può sembrare una contraddizione in un’epoca come la nostra che corre il rischio di perdere i valori della fede perché ha fatto passi da gigante nel cammino della scienza. Il prezioso saggio dei nostri due coraggiosi autori è invece la dimostrazione, per niente forzata, che tra la scienza e i valori della fede, pur trattandosi di opposti, c’è una possibile linea di cammino unitario. Anzi la scienza, proprio perché è scienza, aiuta ad approdare verso quel grande valore della fede che è la preghiera. Si tratta solo di approdo e non di arrivo in pienezza, ma questo è compito di Dio che si dona sempre a chi lo cerca. «Cercate e troverete!» (Mt 7,7; Lc 11,9) ha insegnato Gesù. Efrem di Nisibi († 373) ha sapientemente rilevato che «sebbene la nostra preghiera s’innalzi come un grido fioco, essa ha una forza potente. Noi saliamo verso di te e tu discendi verso di noi»[4].

Degno di nota, infine, il rilievo che di fronte al dolore estremo e alla morte il «pensiero» si arresta e le «religioni» possono entrare in contraddizione. Solo nella Rivelazione cristiana con la Resurrezione di Cristo c’è la risposta che Dio, volendo un uomo a Lui simile, non può averlo voluto umiliato nel dolore e nella morte.

La preghiera è la via più sicura per arrivare a sperimentare questo stupendo e arduo paradosso.

Angelo M. Gila

INTRODUZIONE

«Scendon, com’acqua che da fonte uscio,

armoniosi nello spazio i mondi,

e scintilla esultando in que’ profondi

gorghi la luce del tuo verbo, o Dio».

(Il fiume della creazione, Niccolò Tommaseo)

La preghiera è un fenomeno umano reale, che riguarda l’uomo da sempre, dal profondo di se stesso, e lo riguarda anche oggi. Forse oggi i modi della preghiera sono meno tradizionali, sono cambiati o meno manifesti, ma ci sono ancora e riconoscerli può essere utile per cogliere la domanda di una spiritualità diversa, e che esiste oggi.

Proprio in riferimento alla problematica dell’oggi di cui si lamenta la mancanza di spiritualità a favore di una tendenza marcatamente materialista pensiamo che una riflessione sulla preghiera dall’origine ai Padri possa essere molto utile.

Noi vorremo riflettere sull’essenza della preghiera sperando di ritrovarla, riconoscerla, almeno in germe, anche nella spiritualità di oggi.

La nostra ricerca intende approdare ai Padri apostolici ed ai Padri Apologisti, per cui è importante notare da subito come la preghiera dei Padri occupi un posto centrale nella sapienza della Chiesa perché costituisce essa stessa teologia, oggi diremmo mistagogia, ovvero teologia dall’esperienza. Quella preghiera infatti ha riguardato la storia della Chiesa, essa è la stessa storia delle prime comunità cristiane, in una epoca terribile, prima ancora, e subito dopo, del riconoscimento del cristianesimo come religione e della fine delle persecuzioni. Qualsiasi pensiero noi possiamo avere sulla orazione oggi, dobbiamo renderci conto che la preghiera antica si inscrive in almeno tre cardini che delineano l’orizzonte significativo e all’interno del quale potremo intenderne la sostanza.

- La preghiera dei Padri, a partire dalla Didaché, è una preghiera che nasce spontaneamente nelle prime comunità nello spirito di Gesù, dopo la sua morte, e che è retta soltanto da una forte esperienza di continuità con Lui. Quella continuità è lo Spirito il quale è ciò che fa sì che il mondo e Dio si «conoscano» intimamente (Gv 10,7-15)[5], superando il tradimento storico (sempre in atto) da parte del mondo nei confronti di Dio. Il dogma cristiano afferma che Gesù è la realtà di questa possibilità, e nella nostra preghiera Egli rimane per mantenere il rapporto Dio-mondo come figliolanza.

Nella preghiera non c’è un soggetto che conosce un oggetto separato, ma una unica realtà esistenziale la cui sostanza è l’amore. Teologicamente possiamo dire che la preghiera si manifesta nelle prime comunità in una esperienza percepita come dono, proveniente da, nella stessa economia della Rivelazione.

- La preghiera fu (ed è) prima di una dogmatica, la precedette e offrì a quella, che sarà tale soltanto poi, materia e contenuti. È utile precisare che i dogmi saranno le forme storiche, come contenuti, dell’esperienza che lo spirito umano ha fatto attorno alla vicenda di vita-morte-resurrezione di Gesù. Il Magistero ha raccolto quelle esperienze e le ha espresse in proposizioni utilizzando le forme logiche e linguistiche che il pensiero forniva nel tempo. In quanto forme storiche i dogmi sono incorsi in un linguaggio che, purtroppo, nel tempo ha separato il soggetto (dell’esperienza) dal contenuto (l’intimità con Dio). Si tratta di un problema dei linguaggi, non della dogmatica del Magistero, la quale in sé si pronuncia sui fondamenti ontologici, e da essi trae i principi che reggono l’epistemologia del credere[6]. La Verità non conosce la differenza soggetto-oggetto e ci risulta facile comprendere questo se pensiamo che la Verità deve riguardare necessariamente la Vita. La Verità è essere-nel-Principio della nostra vita.

- Persecuzioni e martirio: all’inizio, e fino al decreto di Costantino (313 d.C.) i cristiani erano non riconosciuti, perseguitati e martirizzati. Le ragioni erano storico-politiche, poiché è nota la tolleranza di Roma, come pure il suo riconoscimento dei diritti dei cittadini. Appunto in nome di questi però Roma fu nemica dei cristiani, poiché, come ben fa presente Giustino, essi non potevano partecipare alla ritualità dell’Imperatore la quale, assieme ai giochi, era collante dello Stato[7]. Soltanto un forte spirito poteva sostenere la vita dei cristiani a resistere nelle persecuzioni, e questo non poteva essere un sentimentalismo. Purtroppo i tanti film e racconti edificanti, anche attuali, dovendo raffigurare il modo d’essere del soggetto martire (o santo) per coinvolgere lo spettatore, devono tradurre la spiritualità attraverso performances di eccesso sensibile che fanno del martire un eroe. In realtà chi agisce nel martire è lo Spirito, perché per il martire, e il santo, non c’è un oggetto-Dio cui rivolgersi, ma il loro essere-agire è tutto in Dio appunto attraverso lo Spirito. Morire è come pregare, essere in Dio oltre i limiti della propria esistenza personale; così la vita viene aumentata come Vita. È l’evidenza di questa eccedenza nel martire, o santo, che coinvolge e converte altri[8].

I tre cardini della preghiera così evidenziati nella Chiesa nascente sono:

- Spontaneità (ovvero autogeneratività)

- Anteriorità (prima di ogni riflessione teologica)

- Evidenza di eccedenza.

Identificati nella preghiera questi tre cardini la individuano come:

- Dono Originario (è da Dio Creatore)

- Verità (ordine dal principio - Gv 1,1)

- Testimonianza (il martire è eccedenza vivente, presenza coinvolgente).

Sono la stessa Trinità tradotta in luoghi esistenziali e difatti la preghiera nei Padri mostra un livello di esistenza dove ognuno di noi è di più sia nello spazio (coinvolgimento di altri) che nel tempo (la provenienza riguarda il prima ed il poi assoluti, precedenza ed ulteriorità coincidenti).

La Chiesa ha conservato tutto ciò facendolo parlare nei secoli nelle forme storiche della teologia e della dogmatica.

Forse non ci si rende abbastanza conto che il patrimonio della Chiesa è realmente la continuità dell’esperienza che un piccolo gruppo di un piccolo popolo in una piccola terra[9] ha fatto come esperienza di Dio; quella continuità in Gesù, un figlio di quel popolo, ha assunto una verticalità vertiginosa nell’esperienza di martiri e santi. L’esperienza parte dal cuore che è la stessa terra (di cui siamo fatti[10]) che cerca l’ampiezza e l’altezza.

La preghiera e l’ascesi cristiana non rinnegano la quotidianità e la storia[11], ma invece ne individuano un centro di cui l’uomo deve occuparsi; in questo centro ogni uomo deve contribuire a ri-costruire il legame della creazione con Dio, che ne è il Principio.

Il modo della nostra ricerca sarà scientifico, perché questo è il linguaggio di oggi, e perché speriamo che parlare in questo modo ci avvicini alle esigenze dell’uomo di oggi, alla sua solitudine e al suo bisogno.

La teologia antropologica deve usare il linguaggio scientifico, nello stesso modo in cui, dalla prima apologetica alla scolastica, ha usato il linguaggio filosofico. Oggi si sente l’urgenza di utilizzare anche altri modi per parlare di Dio, dalla welthanschauung di Romano Guardini, all’estetica di H.U.von Balthasar, alla logica dei sentimenti, richiamata, ancor prima che da P. Sequeri, dal pensiero femminile[12].

Teologia infatti è la scienza della comprensione di Dio, e nella quale gli uomini dovrebbero intendersi in quella tensione che da un lato è l’offerta di Dio (come mondo e come vita) e dall’altro è la risposta (comprensione) umana.

È importante notare che la scienza è tornata a occuparsi della preghiera, soprattutto a partire dagli ambiti dei saperi che si occupano di dare aiuto alla sofferenza umana; la medicina riconosce che chi prega non solo affronta meglio le cure ma anche «guarisce prima». Non solo: anche la fisica si avvicina alle religioni, perché entrambe si occupano del Tutto e delle sue regole. Non è un caso che la fisica si rivolga alle tradizioni orientali, per la maggior evidenza della totalità in quelle culture religiose[13] cercando gli equivalenti dei principi fisici nelle intuizione vediche[14]; mentre la matematica sembra tornare a riconoscersi fra le scienze dello spirito[15].

Nella nostra ricerca sulla preghiera, dall’origine ai Padri, ci avvarremo delle scienze teologiche ed umane: storia, filosofia, antropologia, linguistica, filologia, logica, matematica e fisica, e infine della psicoanalisi.

Svolgeremo il nostro lavoro in questo modo:

Prima parte: Il problema: «Cos’è la preghiera?», ci fornirà «gli assi» che guideranno la ricerca ma anche ne metteranno in evidenza i risultati.

Seconda parte: «paleontologia» della preghiera, dalla preghiera pittografica primitiva alla Scrittura Sacra. La Bibbia infatti non solo è per la maggior parte preghiera (Inno) ma la storia sacra prima ancora di essere scritta era essa stessa scrittura e dell’Incarnazione si dice che è il Verbo (Gv. 1,1) mentre di Maria si afferma che ella fu la parola (concreta, come scritta).

Terza parte: preghiera cristiana ed ebraica, nello specifico quella cristiana, scaturita dalla Resurrezione.

Quarta parte: la preghiera nei primi padri della Chiesa. È la memoria della Chiesa; si cercherà di recuperarne l’esperienza poiché crediamo che possa essere utile al mondo di oggi, neo-pagano, per riconoscere la propria profonda, ma disconosciuta, domanda di spiritualità. La vita non può essere umana se non è spirituale.

Quinta parte: conclusione critica contestualizzata alla domanda antropologica attuale.

Una ricerca sulla preghiera che si compie in cinque parti, perché il numero «5» è simbolo, tiene insieme Dio e il mondo, è il mondo creato da Dio (Gen 1,3-23) dopodiché Dio crea l’uomo signore della terra.

Nella contemplazione dei Veda esso è il segno del sacrificio: e sacrificio è la creazione da parte di Dio e sacrificio è l’azione dell’uomo che celebra (homo celebrans), l’uomo del rito (rta).

Nell’Apocalisse il quinto sigillo riguarda la preghiera radicale, quella dei martiri, che entrano con la loro stessa carne nella preghiera eucaristica di Gesù, nella sua resurrezione, come dono al mondo:

«Quando l’Agnello aprì il quinto sigillo, vidi sotto l’altare le anime di coloro che furono immolati a causa della parola di Dio e della testimonianza che gli avevano resa» (Ap 6,9).

E la quinta tromba suonata dall’Angelo apre al veggente il senso della Redenzione, quella dei tre giorni di Cristo fra il venerdì e la domenica dopo la Pasqua, quando Egli scese agli inferi per sconfiggere «l’angelo dell’Abisso, che in ebraico si chiama Perdizione, in greco Sterminatore» (Ap 9,11): «Il quinto angelo suonò la tromba/ e vidi un astro caduto dal cielo sulla terra./ Gli fu data la chiave del pozzo dell’Abisso;/ egli aprì il pozzo dell’Abisso e salì dal pozzo un fumo come il fumo di una grande fornace, che oscurò il sole e l’atmosfera» (Ap 91-2). È la vittoria sul male, che ha l’unico scopo di «tormentare gli uomini» ma non quelli che hanno «il sigillo di Dio sulla fronte» (Ap 9, 5.4).

La preghiera è la risposta al male, quello che tiene in scacco la filosofia, che continuamente tradisce la speranza (scientifica) di debellarlo dalle convivenze umane; la preghiera infatti è azione e pensiero insieme raccordati saldamente al Principio; per questo essa vince il male, perché è nel medesimo agire di Dio che libera l’uomo dall’opposizione del male che inquina la creazione.

Al centro delle cinque parti sta il «3», la terza parte, che è cristologica, come la terza tromba che aprì il luogo della perfetta misura fra cielo e terra, la bilancia del computo: «Quando l’Agnello aprì il terzo sigillo, udii il terzo essere vivente che gridava: Vieni./ Ed ecco mi apparve un cavallo nero e colui che lo cavalcava aveva una bilancia in mano». (Ap 6,5).

Nella terza parte quindi mostreremo lo sgorgare della preghiera dalla «misura» cristica, da quel gesto che «pareggiò i conti» fra il mondo e Dio, proveniente da Dio, per chi lo vuole.

PRIMA PARTE

COS’È LA PREGHIERA

«Ogni favilla, ogni onda,

ogni respir di fronda,

diviso in mille e mille

aliti e luce e stille,

e ridiviso ancora,

scorre, scintilla, odora,

riempie il mio pensiero:

nel minimo è un intero,

come foreste e Oceani

e mondi, in sé compito:

ogni rottame è specchio all’infinito.

Quante al bramato sol dolce tremanti,

respiraron sinor selve giganti;

di quanti mari il fremito e l’accento

rispose ai cenni della luna e al vento;

quanti guizzar pianeti e guizzeranno

via pel celeste immensurabil anno;

di quanti spiriti l’immortal pensiero

vibra pe’ mondi l’armonia del vero,

son del vero una stilla, un lampo, un alito;

nella mente di Dio, nel nostro affetto

gli accoglie un sol concetto.

Infelice, e tra i rottami

delle cose, il bello, il vero

con dolor cercando vai?

Ma quell’uno che tu brami,

infelice, è nell’Intero;

ivi ascendi, e pace avrai».

(Niccolò Tommaseo: L’Intero)

La prima parte intenderà definire il fenomeno della preghiera dal punto di vista antropologico, filosofico e teologico, con una attenzione costante al fatto che la preghiera è sempre una esperienza: essa è l’esperienza di Dio da parte degli uomini che in essa vivono la totalità.

CAPITOLO I

LA NECESSITÀ DELLE DEFINIZIONI

«così non possiamo concepire alcun oggetto fuori della possibilità del suo nesso con altri. L’immagine logica dei fatti è il pensiero».

(L. Wittgenstein)

La situazione moderna ha bisogno di ragioni (ovvero definizioni) a proposito del mondo e di Dio, e questo è un bene, poiché la ragione è la nostra sovradeterminazione in quanto uomini.

Dalla rivoluzione illuminista la razionalità si è imposta nella nostra cultura come modo pratico, linguistico e di pensiero a partire dal desiderio di essere rispettoso dell’uomo in quanto tale, nella sua essenza condivisa con gli altri uomini. La ragione infatti è l’ordine degli uomini e Husserl diceva che è conoscenza ciò che è condivisibile; altrimenti si è in una fenomenologia personale, oggi assunta nella psicopatologia.

Quella illuminista fu una operazione maturata nel tempo e che aveva preso le mosse dalla fiducia nell’uomo concreto perché questi potesse comprendere il mondo e governare la storia. Si trattava dell’apice di un umanesimo che non negava di per sé Dio, tutt’altro; per esso la Verità doveva poter essere predicabile in modo usufruibile da tutti gli uomini e di fatti l’illuminismo sottolineò che ciò doveva essere senza distinzione di casta o di censo. Dobbiamo ricordare l’ideale francese della fraternité, egalité, liberté, che riguardava tutti gli uomini, indipendentemente dalla appartenenza di nascita.

Precedentemente la Verità, come sapere di arte e pensiero, era stata patrimonio di pochi, escludendo la maggioranza delle persone; non era stata necessariamente un’esclusione dovuta al censo, o alla classe, ma l’accesso alla Verità impegnava talmente tante forze che chi aveva il problema della sopravvivenza doveva rinunciare ad un cammino personale. È indubbio che l’esercizio della ragione e il suo riconoscimento a livello sociale abbia offerto a molti le condizioni per cercare la verità.

L’uomo infatti non può vivere al solo livello naturale, ma è pienamente se stesso soltanto se si identifica anche nell’ordine culturale e spirituale. Il primo lo definisce in rapporto agli altri uomini del suo ambiente; il secondo lo identifica in ciò che è assoluto, cioè sciolto (ab-solutum) dalle condizioni contingenti. L’uomo è sempre stato interessato alle cose ultime, e ciò è il suo «sempre di più».

L’uomo vuole e deve comprendere, e la ragione di cui egli è dotato ne è il mezzo; purché la ragione rimanga fedele al suo compito, che è quello di scoprire l’ordine delle cose che è già lì. Che essa cioè non creda di aver prodotto da sé l’ordine!

E proprio questo è il rischio, la deriva costante, di ogni atteggiamento umano, e non soltanto del razionalismo illuminista e nemmeno dello scientismo odierno.

Per l’uomo è difficile credere proprio a quello che è già lì, oggetto di scoperta ma anche, essendo già lì, guida, ordine precedente del suo vivere e conoscere. La conoscenza infatti significa seguire la cosa nell’ordine in cui si presenta e svela. Ogni ricerca sarebbe esaustiva se potesse includere la domanda sul donde provenga l’ordine svelato.

A quel punto Dio è logicamente scoperto, la sua necessità posta: e da quel momento Egli può essere soltanto ascoltato; questo è infatti il luogo della Rivelazione.

La ragione comunemente intesa non può contenere la totalità, di cui l’uomo fa parte e difatti si parla anche di un altro modo della conoscenza, riferendosi a quell’atto globale che è la conoscenza del «cuore»: in essa la conoscenza (come ordine) via via emerge da una presa d’atto globale in cui non c’è distinzione fra soggetto ed oggetto poiché è il mondo della vita. Per essa tutto giunge alla nostra coscienza (e quindi alla nostra mente) e l’uomo sembra proprio colui che nell’universo continuamente porta a tema, secondo forme finite, la tensione totale, da un Principio ad un Fine, e di cui egli solo può cantare l’armonia.

La mente-cuore non ambisce a possedere il Tutto, e non nomina negativamente, poiché essa è forma che lascia intatto il suono del silenzio.[16].

Da questo vertice la preghiera è atto di conoscenza piena, e vedremo come essa sia l’inserimento dell’esperienza umana nell’ordine del Tutto. Essa non è esperienza totale (soltanto) perché coinvolge tutto dell’uomo (ci sono mille esperienze che coinvolgono tutto, anche un delitto, e non sono preghiera!), ma perché porta l’esperienza individuale nella totalità e da lì l’individuo avverte sé stesso. L’uomo infatti avverte realizzato il proprio completo sé stesso, e lo chiama «intimità assoluta», quando sente cantare dentro di sé la totalità.

La scienza pura è spirituale, ed è molto vicina alla preghiera!

La preghiera è un processo razionale, come ordine scoperto in quella presa d’atto globale che abbiamo chiamato cuore. Si tratta di un ordine performativo, dove ciò che viene colto e detto (il «quae») è inseparabile dall’esperienza di chi scopre e dice (il «qua»). In questo senso non c’è differenza fra le preghiere delle diverse religioni; la preghiera infatti è l’orientarsi (conoscenza-azione) in un mondo sentito come totalità, ed in questo senso superiore alle sole forze umane.

Nel cristianesimo la preghiera è comprensione della Rivelazione, come Creazione e Salvezza.

A differenza dell’Oriente, dove il credente contempla un universo simbolico, oltre il finito mondano, e pregando si inserisce nell’ordine cosmico che regge il tutto (dharma), la preghiera cristiana è salvezza di ogni uomo nel mondo, e del mondo attraverso l’uomo, poiché Dio si è inserito nella storia «scavalcandone la barriera del finito»[17].

Diversamente ancora dalla preghiera islamica, dove l’uomo non può che dichiarare la sua personale sottomissione a Dio, per i cristiani pregare significa inserirsi nella via tracciata da Cristo e che è già salvezza: l’uomo che prega non si sottomette, ma sale nella via di Gesù.

Proprio in riferimento alla razionalità della preghiera, e alla coscienza moderna che, nella consapevolezza della relatività del sapere ha bisogno di definire i vertici di indagine ed osservazione, abbiamo individuato tre ambiti di definizione della preghiera.

Questi tre luoghi a loro volta individueranno uno spazio triangolare che ci consentirà di entrare operativamente in questa esperienza per poterne parlare a chi volesse avvicinarsi. Si tratta del vertice antropologico (il più recente come approccio scientifico), filosofico (che specifica la nostra cultura occidentale, e le scienze positive) e teologico (il più antico, profondo, e globale, essenziale al tema).

È uno spazio, quello individuato dai tre vertici, fenomenico, che ci consentirà di parlare di un tema che per essenza riguarda l’intimità; la preghiera infatti è voce di silenzio, come il libro sacro è parola di «Chi è nel segreto» (Mt 6, 6).

Proprio le scienze, da Platone (Timeo 54B-55C), affermano la triade come ciò che può sostenere il pensiero circa l’ordine del mondo; la nostra triade sarà il campo di esistenza per una indagine sulla preghiera.

Parmenide, il padre della gnoseologia, diceva: «Lo stesso è pensare ed essere» e così percorreva i tre i vertici, quello antropologico (parlava di una esperienza umana), filosofico (perché diceva e così scopriva il pensiero) e teologico (perché cercava l’Essere). Ma ancor di più Gesù, che in Gv 14,6 dice: «Io sono la via, la verità e la vita».

La preghiera cristiana infatti è metodo, Verità ed esistenza piena: filosofia, teologia e antropologia in un atto unico.

CAPITOLO II

UNA DEFINIZIONE DALL’ANTROPOLOGIA

«E l’homo sapiens uscì dalle caverne e si inginocchiò».

(Julien Ries)

Antropologia è «discorso sull’uomo» ovvero sui modi in cui egli caratterizza la propria esistenza in quanto uomo diverso dalla sola natura, come animale culturale. La preghiera e i riti sono parte sostanziale dell’identità culturale umana ed essi identificano le varie comunità rispetto al mistero della vita, della sua origine, dei suoi passaggi e del suo esito.

Vedremo come si tratterà di un rapporto tutt’altro che lineare, ma complesso e sempre sospeso sul mistero, ovvero il sacro.

II.1 IL TERMINE «PREGHIERA»

L’enciclopedia La piccola Treccani [18] così definisce la preghiera: -sost. femm. (dal provenzale preghiera- lat. pop. precaria, sostantivazione femm. dell’agg. praecarius, ottenuto con preghiere; precario). L’atto del pregare, le parole con cui si prega, secondo i significati fondamentali del verbo-.

Alla sottovoce «Storia delle religioni» sempre l’enciclopedia dice:

«La preghiera è un fenomeno religioso di larghissima diffusione: benché finora non di tutti i popoli esistenti si sia potuto dimostrare che conoscono la preghiera si può tuttavia dire che essa è praticata in tutti i tipi di religione, da quella dei popoli di cultura materiale più rudimentale (Pigmei, Fungini, ecc.) a quella delle civiltà più moderne».

Al punto dedicato alla «preghiera nel cristianesimo» l’enciclopedia continua:

«La preghiera della comunità cristiana primitiva fu soprattutto (ma non soltanto) pneumatica connessa cioè col possesso dei carismi dello Spirito».[19]

Abbiamo iniziato il nostro percorso da un dizionario perché esso raccoglie tutte le parole in cui una cultura si esprime come linguaggio, ed essendo l’idioma di un popolo il modo profondo del suo essere nel mondo.

Il riferimento del termine preghiera al termine precaria fa rilevare come la preghiera sia connessa all’aspetto della benevola concessione; «Precaria» infatti era un Istituto medievale consistente in una benevola concessione di beni in godimento, e forse anche di diritti, fatta in accoglimento di una domanda rivolta in forma di preghiera, per una durata determinata o per un corrispettivo.[20]

È interessante come il linguaggio odierno abbia assimilato il termine precario (con cui sono designate molte situazioni sociali, esistenziali ed economiche degli individui oggi) privandolo però dell’altro, cioè della persona (od istituzione) «nobile» (o possidente) cui era rivolto; nello stesso modo è oscurato il significato originale religioso. Nella sua etimologia corretta infatti il termine precario è preghiera rivolta da una persona in stato di bisogno o fragilità a qualcuno che può aiutare e alla cui buona volontà ci si appella. Invece il termine precario è diventato sinonimo di fragilità esistentiva, limite della vivibilità, quando all’origine denotava fiducia in una risposta benevola da parte di Chi poteva.

E parimenti la preghiera oggi è diventata esperienza fragile: essa infatti ha conservato il riferimento a Qualcuno-che-può (Dio) ma Questi è scordato quando il bisogno non c’è più. La preghiera-precaria invece denotava una relazione perdurante.

Dice Guardini:

«In generale l’uomo non prega volentieri. È facile che egli provi, nel pregare, un senso di noia, un imbarazzo, una ripugnanza, una ostilità, addirittura. Qualunque altra cosa gli sembra allora più attraente e più importante…»[21].

Non sempre c’è dimenticanza, o non solo; la nostra cultura è giunta nel Novecento a dare molto peso, posto, al soggetto e alle sue problematiche[22], e si è oscurato il fatto che «soggetto» è un termine che denota una relazione di subordinazione[23]. Oggi si parla sì della relatività del soggetto, ma, privato del referente ordinante, il soggetto relativo è diventato il «relativismo» della presenza, dove tutti e tutto è omologo. Ovvero «qualsiasi affermazione va bene!».

II.2 «PREGHIERA» È FEMMINILE

Proseguendo nella nostra analisi pensiamo degno di nota il fatto che il termine preghiera-precaria sia originalmente femminile. E il femminile occupa un posto suo proprio nel mondo religioso, o meglio nella coscienza religiosa dell’umanità.

Per il filosofo F. W. J. Schelling «il femminile è un modo di porsi della coscienza… cedente per far spazio al nuovo che viene sempre (dallo Spirito)»[24]. Nella sua monumentale opera Filosofia della Rivelazione egli traccia il cammino dello Spirito Assoluto che, per libertà, pone (è) la possibilità che sia qualcosa d’altro da sé («che libertà sarebbe infatti se non ci fosse niente altro da sé?»[25]. E questo «altro» è la materialità, come gravità, pesantezza della presenza. In una sorta di attrazione, che è la medesima memoria della provenienza dalla libertà di Dio, l’altro di Dio (la materia, essa porta in sé l’in sé del Principio Assoluto) diventa tensione con Dio: per Dio, ma anche contro Dio. Anche la materia infatti è libera, originando dalla libertà di Dio.

La storia del mondo mostra come il mondo tenda ad auto-generarsi attraverso le forme culturali proprie, che tendono alla rigidità; tuttavia, dice Schelling, in una sorta di memoria per così dire essa cede, si ammorbidisce e fa spazio al Principio che, essendo- agendo sempre, ora giunge come nuovo. Il filosofo fa notare come quel cedente sia la medesima coscienza che quindi è apertura sull’Originario[26], e pone in evidenza come nella storia delle mitologie e delle religioni esso è giocato in una figura femminile.

La riflessione è molto interessante per noi, poiché identifica un atteggiamento rispetto a Dio che è al femminile e costituisce crisi rispetto alla tendenza umana di costituirsi in forme proprie (che sono sempre frutto dell’orgoglio della creatura, anche se necessarie alla sopravvivenza culturale e sociale, cioè le istituzioni).

Se la preghiera è etimologicamente femminile, essa comporta un atteggiamento dove la richiesta (atteggiamento attivo) coesiste con una cedevolezza (passivo) e insieme costituiscono la fiducia. Lo spirito nuovo prende posto nella cedevolezza dell’uomo, ovvero nel profondo femminile. [27]

A questo proposito R. Panikkar, nel capitolo di commento ai Veda dove descrive il senso del termine vāc= parola-ombra[28] (sost. femm.) dice:

«È un fatto che vāc esprime l’abbandono totale alla fonte da cui ha origine, tipico dell’archetipo dell’amore femminile; caratteristica femminile dell’amore è infatti quella di trovare non solo il completamento, ma di essere esso stesso nell’amato»[29].

Degno di nota è il fatto che Vac, assieme al sacrificio, costituisce la prima creazione, è la creazione del mondo da parte del Divino (il Dio dai molti nomi) nell’Induismo. La creazione è il sacrificio di Dio e l’uomo stesso è il sacrificio quando contempla nel rito (rta); è nel rito che all’uomo giunge la parola, madre di ogni contemplazione, primogenita della Verità[30]. Nella parola c’è quindi adeguamento di Dio all’uomo, come coincidenza di sacrificio e rito.

Questa osservazione ci permette di evidenziare l’aspetto di inquietudine che fa parte del rapporto col divino e che entra quindi nell’esperienza della preghiera.

Quello che un tempo fu pure sacrificio cruento, gradualmente è diventato timore e tremore (per usare le parole di Kierkegaard) cioè inquietudine interiore, che trova soluzione ogni volta (ma senza mai concludere) nella parola rituale, ovvero, nella preghiera.

Vedremo presto come ciò sia il nucleo antropologico del sacro.

II.3 PREGHIERA E PAROLA

Il dizionario di antropologia (a cura di U. Fabietti e F. Remoti) così dice alla voce preghiera[31]:

«Forma di invocazione, di richiesta di aiuto e di ascolto nei confronti di una divinità, uno spirito, una entità soprannaturale, riscontrabile in vari contesti religiosi. Sebbene il termine tragga origine dalla forma di culto cristiana e risenta delle implicazioni che tale espressione assume in questo specifico contesto religioso, il fenomeno deve essere compreso in una prospettiva più ampia per poter essere impiegato come categoria di valore interculturale. Scarsi sono stati gli studi antropologici su questo tema dopo il lavoro pionieristico iniziato da Mauss (1968). La preghiera in quanto discorso o formula rivolta al mondo soprannaturale, partecipa della qualità sacrale della parola e, per un verso, si avvicina all’INCANTESIMO e alle formule ed espressioni della MAGIA. D’altra parte essa rivela il senso di dipendenza dell’uomo nei confronti delle entità sovrumane e ne esprime il bisogno di soccorso, di benevolenza, di salvezza. In molti casi la preghiera può venire rappresentata da un oggetto materiale, come i bastoncini usati dagli indiani PUEBLO o i rotoli della preghiera del mondo buddista»[32].

La preghiera partecipa della qualità sacrale della parola. Prima ancora che nei suoi contenuti la preghiera va considerata come parola (comprensiva del gesto iconico, rituale) rivolta a Dio dal credente; chi prega «pone il cuore»[33] in Dio, si conforma apertamente alla profondità di ciò che però rimane inaccessibile, Assoluto ed absconditus. Infatti la stessa parola ha qualità sacrale e ben dice P. Ricoeur quando afferma che «ogni simbolo è in fondo una

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