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I tre cunicoli
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E-book429 pagine5 ore

I tre cunicoli

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Info su questo ebook

Giacomo si reca in biblioteca per ricercare un documento su tre mitici cunicoli che collegavano il Castello Estense a Ferrara in tre posti della città.
Per uno strano evento si ritrova proiettato indietro di quasi 500 anni e ringiovanito di quarant'anni.
Assiste da protagonista alla vita della corte estense e alla relazione tra il duca Alfonso I e Laura Dianti.

LinguaItaliano
Data di uscita16 gen 2013
ISBN9781301736997
I tre cunicoli
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Autore

Gian Paolo Marcolongo

Un giovane vecchio con la passione di scrivere. Amante delle letture cerca di trasmettere le proprie sensazioni con le parole. Laureato in Ingegneria. In pensione da qualche anno, ha riscoperto, dopo gli anni della gioventù, il gusto di scrivere poesie e racconti.Non ha pubblicato nulla con case editrici ma solo sulla piattaforma digitale di Smashwords e su quella di Lulu.

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    Anteprima del libro

    I tre cunicoli - Gian Paolo Marcolongo

    Capitolo 1 - Lunedì 16 Gennaio, 2012

    Un lunedì triste e uggioso pareva più una giornata di novembre che una di gennaio per via di una nebbia fredda, che si attaccava con ferocia sul viso e sulle mani. Tendeva a cristallizzarsi sulla pelle, sul cappotto blu.

    Un uomo, non molto alto, i cui capelli bianchi si confondevano nel grigiore della mattinata, camminava svelto in via Mazzini diretto alla biblioteca con aria assorta. Immerso nei suoi pensieri non notava quello che si muoveva attorno a lui, perché pensava all’articolo letto il giorno prima. Era impaziente di mettere le mani su quel libretto.

    Chissà se ci riuscirò? bofonchiò, mentre si asciugava il naso gocciolante con un fazzoletto di carta. Il freddo e l’umido giocavano brutti scherzi alle sue narici.

    Arrivato dinnanzi al portone, si soffermò, pensando che molti anni prima lo varcava da studente. Scosse il capo, perché per i flashback c’era tempo. Adesso doveva entrare e leggere quel vecchio manoscritto.

    Una pazzia, la mia. Una pazzia senile si disse mentre spingeva la vetrata per entrare.

    Tutto era cambiato rispetto ai suoi ricordi, nulla era rimasto intatto.

    Si avvicinò al punto dove si chiedono in prestito i libri con un pizzico di ansia, mentre per l’ennesima volta si soffiava il naso gocciolante.

    «Vorrei consultare il libro di Girolamo Negrini» disse con un filo di voce appena accennato.

    «Quale libro?» replicò una signora con tono freddo da piccola burocrate.

    Giacomo deglutì, perché il titolo non lo conosceva. Aveva informazioni scarne: una data e un contenuto approssimativo.

    «Veramente» balbettò come uno scolaro scoperto impreparato. «Vede… Credo che sia del 1841… Insomma il titolo non lo conosco ma parla di certi cunicoli che partono dal Castello Estense. È possibile consultarlo?»

    La bibliotecaria lo guardò male.

    Di lunedì mattina e, per di più all’inizio del turno, doveva capitare questo scocciatore! Non poteva starsene a poltrire nel letto invece di venire qua con delle richieste assurde pensò la donna infastidita, mentre cominciò la ricerca col nome dell’autore.

    Sullo schermo apparvero tre titoli. E mo'! Quale dei tre? si domandò, accentuando la voglia di mandarlo a quel paese.

    Doveva trattenersi per non guastarsi il resto del turno e creare un nuovo caso. Aveva già avuto nel passato dei richiami per essersi mostrata scortese, questa era stata l’opinione di qualche utente, che aveva protestato con i suoi superiori. Era prudente trattenere la lingua e non dire nulla.

    Giacomo nel frattempo si dondolava su una gamba e poi sull’altra per cercare di moderare l’impazienza e il nervosismo. Osservò la donna che stonava nell’ambiente. Perché? e si guardo intorno con aria di noncuranza per mascherare l’insofferenza. Almeno fosse stata una bella ragazza… Due battute, un complimento e forse meno acidità. E vabbé accontentiamoci di questa grassona. Pare che abbia ingoiato una scopa e che le sia andata di traverso.

    La donna lo guardò, sollevando gli occhi dal monitor.

    «Cosa conosce di questo libro?» lo interrogò con gli occhi freddi ridotti a due fessure.

    Giacomo si era distratto, osservando un paio di studentesse che si erano accomodate alle postazioni multimediali. Gli era sfuggita la domanda. Aveva udito in modo vago qualcosa in lontananza. Girò gli occhi verso la donna con aria sorpresa.

    Non c’è paragone con quelle due pensò prima di prestarle attenzione.

    Ma guarda un po’ cosa mi doveva capitare di lunedì mattina alle nove! Un vecchio lumacone che guarda con occhio lascivo e libidinoso quelle ragazze che potrebbero essere sue figlie. Un pedofilo, immagino ringhiò rabbiosa la donna dentro se stessa.

    «Mi scusi ma mi sono distratto un attimo» fece Giacomo. «Potrebbe ripetere?»

    La donna ridusse gli occhi a una stretta fessura e lo guardò più torvamente di prima, perché con candore ammetteva di essere stato sviato dalla visione di due ragazzine, che parevano il ritratto della purezza giovanile.

    «Le ho chiesto cos’altro conosce di questo libro» replicò stizzita, cercando di moderare i toni.

    Giacomo estrasse da una tasca un pezzetto di carta ripiegato in più parti, dove aveva appuntato delle note.

    Disse leggendo ad alta voce. «L’anno di pubblicazione».

    «E allora si sbrighi a dirmela. Qui si fa notte. Non ho molto tempo da perdere. E poi». Si fermò prima di aggiungere non vede la coda dietro di lei?. Però si trattenne, perché era l’unico richiedente. Oltre a lui e le studentesse non c’erano altre persone.

    Lui abbassò gli occhi sul post-it giallo e lesse l’anno.

    «Ah! È questo. Descrizione analitica di un sotterraneo che costeggia li muri a tramontana della fossa dell’estense Castello di Ferrara. Quattro pagine?» e si fermò un attimo pensierosa. «Se lo vuole consultare, lo può fare solo qui. Non è concesso il prestito».

    Giacomo stava per replicare, quando la donna lo precedette.

    «È un libro antico. Da maneggiare con cura. Niente fotocopie, né lo può portare nella sala di lettura. Si deve sistemare in un tavolo libero di questa sala».

    Lui si guardò intorno. Di tavoli non ce ne erano molti. Al massimo un paio. Si strinse nelle spalle, perché non comprendeva quella imposizione.

    «Almeno posso prendere appunti oppure è vietato?» replicò con voce sarcastica. Quella donna gli stava decisamente antipatica e sulle palle. Levò lo sguardo al soffitto e sospirò in attesa della risposta.

    La bibliotecaria contò fino a dieci prima di rispondere. Il primo pensiero era stato di mandarlo a quel paese senza troppi giri di parole ma si trattenne con grandi sforzi.

    «Le ho detto solo» scandì la donna con cura le parole, «che non può chiedere di fotocopiarlo e che lo deve maneggiare con attenzione».

    Dentro di lei ribolliva il sangue. Doveva fare sforzi sovrumani per non sbottare e sperava che si cavasse dai piedi al più presto.

    «Dunque lo vuole oppure ha cambiato idea?»

    Giacomo annuì con un cenno del capo. Non valeva la pena di sprecare energie per risponderle di malagrazia. La donna gli chiese se era un utente registrato. Al diniego inspirò con calma tutta l'aria che i suoi polmoni potevano permettersi. Devo pure registrarlo si disse, accennando una smorfia di rabbia. Altra palla. Ma doveva proprio capitarmi un lunedì mattina alle nove un tipo come questo? E cominciò a introdurre i dati.

    «Che faccio?» chiese Giacomo. «Aspetto qui oppure…».

    «Si cerchi un tavolo libero nell'attesa. Tra mezz’ora le portano quello che ha richiesto».

    Giacomo scelse un tavolo d’angolo, da quale poteva tenere d’occhio ingresso e sala. Si tolse il cappotto che appoggiò sulla sedia e cercò con lo sguardo la postazione dei quotidiani. Nella fretta di recarsi in biblioteca non aveva comprato nulla e adesso doveva far passare il tempo.

    Capitolo 2

    Giacomo tolse dalla tasca il foglietto, che aveva ripiegato con cura. Lo distese sul tavolo.

    Se le chiedo di portarmi anche questi volumi, credo che abbia un travaso di bile commentò in silenzio con un vago sorriso ironico. Vediamo questo libriccino cosa dice. Poi si vedrà. Ha parlato di quattro pagine. Bah! cosa ci sarà in così poche righe?

    Si abbandonò sullo schienale non troppo comodo, osservando con attenzione la sala. Sembrava restaurata di recente. I colori delle parti lignee erano risplendenti con grandi quadri appesi in alto. I tavoli erano allineati lungo le pareti come in un refettorio, mentre alle loro spalle un’enorme scaffalatura lignea conteneva centinaia di libri.

    Il tempo non passava mai. Estrasse dalla giacca un libretto rosso, chiuso con un elastico, tipo moleskine, che depose dinnanzi a sé. Da una tasca interna prelevò la penna dell’Aurora, una Hastil con qualche segno. Giacomo vi appuntò le idee per fissare i punti da sviluppare.

    Tradusse i pensieri in flash sintetici, una sorta di brainstorming casereccio. Sperava che da questo esercizio nascesse lo spunto vincente.

    Laura Dianti, Via Lollio 15. Via Spazzarusco a quell’epoca….

    Rifletté sui motivi per cui questa via allora si chiamava così. Un nome singolare senza dubbio. Però pare che ne avesse anche un altro… Cacarusco. Beh! è meglio il primo…. Un sorriso comparve sulle labbra strette, mentre appoggiava la stilografica sul libretto rosso.

    Alzò lo sguardo, avendo avuto l’impressione che qualcuno lo osservasse. Eppure erano solo in quattro nella sala: le due studentesse, che bisbigliavano tra di loro, la bibliotecaria, che pareva incurante della sua presenza, e lui.

    Eppure la sensazione è reale. Percepisco che qualcuno mi sta fissando. Ma chi? si chiese. Scosse il capo e tornò ai suoi appunti. Tuttavia quella percezione non lo abbandonava ma cresceva, mettendolo in uno stato di agitazione. Tornò a esplorare la sala: il brusio delle due ragazze e il discreto ronzio della postazione multimediale rompevano la quiete della stanza. Credette di avvertire fantasmi del passato, che lo attorniavano per raccontargli una storia.

    No pensò, mentre queste impressioni gli generavano il dubbio di sanità mentale. Sono solo fantasie. Eppure….

    Riprese il libretto rosso e continuò ad annotare altri punti.

    Palazzo delle Rose, berrettaio, passaggi segreti, castello Estense e poi? Amante, figli, il duca Alfonso… Primo o secondo? Testamento… Ma c’è stato? Bah! Mettiamolo e poi…. Si interruppe di nuovo.

    La sgradevole sensazione di essere osservato, anzi spiato, era appiccicata alla pelle. Non riusciva a togliersela di dosso. I suoi sensi percepivano uno sguardo puntato su di lui.

    Eppure non c’è nessuno oltre le due ragazze e il cerbero, mascherato da donna, in cattedra. Però non riesco a eliminarlo o intercettarlo. Chi è? Chi sono? Dove sono?

    Tornò a perlustrare con la vista la sala. Tavoli vuoti, sedie pure. Sempre e solo le persone che c'erano da quando era entrato. Sollevò lo sguardo verso l’alto. Figure ammantate e riccamente vestite lo fissavano severe.

    No, non sono loro. Loro scrutano e basta. La sensazione è quella di una figura che galleggia nella sala. Impalpabile ed eterea si disse. Insomma uno o più fantasmi. Che ne abbia risvegliato uno?

    Una breve risata, smorzata immediatamente, comparve sul suo viso. La fantasia non mancava a Giacomo ma poteva giocargli brutti scherzi. Tornò al suo libriccino rosso. La sua mente era invasa da queste sensazioni, che lo stavano avvolgendo in una tela vischiosa. Speriamo che il libro arrivi presto si disse incapace di controllare la propria mente, se non voglio diventare matto, inseguendo improbabili fantasmi.

    Mentre rifletteva sulle sensazioni che lo stavano tormentando, avvertì che qualcosa di strano stava avvenendo. Fluttuando nell’aria era finito in un’altra dimensione. Ebbe un moto di paura irrazionale, perché non capiva, dove stava andando.

    Quando percepì di essere tornato coi piedi a terra, si trovò in un posto familiare ma anche sconosciuto. Un groppo alla gola gli bloccò per un attimo la respirazione. Respirò e si guardò intorno, avendo la percezione che qualcosa non tornava. Sono in questa sala notò Giacomo sgranando gli occhi stupiti. Ma le ragazze sono vestite in modo curioso. Indossavano un corpetto di velluto bianco, orlato di pelliccia, che stringeva sotto il seno, che quasi debordava, e una gonna ampia e ingombrante come se fosse impacchettata. I capelli erano raccolti in una treccia che formava un curioso nido. Ridevano e parlavano protette da un vistoso ventaglio di piume di pavone con incastonate delle pietre dure. Lo tenevano con la mano sinistra. Il cerbero era sparito insieme la relativa postazione. Al suo posto notò un uomo, vestito di velluto in rilievo rosso balascio, e stava rigido dinnanzi all’ingresso. Gli sembrò che quegli abiti si accordassero a certe figure del Rinascimento più che all’anno duemila. La postazione multimediale era trasformata in uno scrittoio antico, ingombro di fogli bianchi con un calamaio che gli ricordava quello che usava alle elementari.

    Le pareti erano ricoperte di libri più antichi di quelli, che la sua mente rammentava, con rilegature in cuoio rosso scuro e scritte dorate. Alzò lo sguardo verso il soffitto e non vide più i quadri con quei visi severi. Ce ne erano degli altri a lui sconosciuti. Un grosso candelabro con grosse candele di cera troneggiava nel centro del soffitto. Sui tavoli c’erano lumi a olio al posto delle lampade verdi. Nel camino ardeva della legna per riscaldare l’ambiente. Il freddo rimaneva pungente.

    Si guardò intorno smarrito e frastornato. Giacomo si domandò dove fosse finito. Gli pareva di essere stato catapultato in un’altra epoca, molto distante dalla sua. Il cappotto era sparito. Sulla sedia stava un elegante mantello di ermellino. Lui sembrava un paggio dentro un vestito che non riconosceva come suo. Avvertì un brivido di freddo e si avvolse nella pelliccia.

    Osservò le ragazze che gli parevano adesso più vecchie di quello che ricordava. Erano sempre giovani ma più mature. Anche loro avevano sulle spalle una preziosa mantelletta rossastra, che assomigliava a una pelle di volpe, per proteggersi dai rigori invernali.

    Si alzò deciso a scoprire dove si trovava. Si avvicinò alle due dame, che continuavano nel loro chiacchiericcio.

    E poi cosa chiedo loro? si domandò con gli occhi cerchiati da rughe. Dove sono? E quando l’ho saputo, cosa faccio?

    Cambiò traiettoria e si avvicinò alla vetrina, dove erano riposti i volumi di cuoio rosso scuro.

    L’uomo che stazionava vicino alla porta si approssimò, chiedendogli cosa desiderasse.

    «Quel volume, lì» disse Giacomo indicando un grosso tomo dove campeggiava una scritta in latino Vita Beati Ioannis Tosignani Episcopi Ferrariensis e MDVI come anno.

    «Subito, messer Giacomo» replicò estraendo un mazzo con molte chiavi dall’aspetto antico.

    Lo osservò stupito per la destrezza nella scelta di quella giusta.

    «Dove glielo metto, messer Giacomo?» chiese con deferenza.

    Giacomo indicò il tavolo vicino alla finestra che dava sul cortile interno. Si sedette e cominciò a sfogliarlo con lentezza senza curarsi di leggere le pagine, che si muovevano come mosse dal vento.

    La mente era in subbuglio. Qualcosa non tornava ma doveva esplorare la nuova dimensione. Quel numero romano gli dava molto da pensare.

    Dove sono finito? si interrogò confuso.

    Capitolo 3

    Dove sono finito?. Era un pensiero fisso per Giacomo. Tutto gli appariva antico, come se fosse stato proiettato indietro nel tempo. Sfogliava un libro vecchio di cinquecento anni, stampato con bizzarri caratteri e scritto in un latino diverso da quello studiato sui banchi di scuola. Scosse la testa, perché non capiva.

    Un dettaglio non trascurabile continuava a ballare nella sua mente. Come fa a conoscere il mio nome quel paggio, che monta la guardia alla stanza?.

    Era quel ‘messer Giacomo’ che continuava a torturarlo. Chi sono le due dame dell’età apparente di venticinque anni, che continuano a fissarmi e a parlare sottovoce? Giacomo percepiva solo un brusio. Sentiva sulla pelle il loro sguardo. Però lui non conosceva il linguaggio del ventaglio, che parlava eloquente. ‘Avvicinatevi e parlate con noi’.

    Per allentare la tensione guardò fuori dalla finestra e vide un enorme albero che campeggiava nel cortile. Dalle foglie la giudicò una magnolia. Il cielo era di un azzurro intenso senza nessuna nuvola. Eppure ricordava una mattina fredda e nebbiosa. Adesso risplendeva un pallido sole. I rigori erano quelli di gennaio ma l’anno non era quello della sua epoca. Tutto era fuori fase come la sua mente confusa.

    In quale anno sono finito? Sicuramente dopo il pensò interdetto, corrugando la fronte. Osservò il dorso di cuoio, dove era stampigliata una data in caratteri romani: MDVI. …1506 è l’anno di stampa. Quindi sono negli anni successivi. Ma quale? Due, tre o dieci anni? Oppure cento? A chi potrei chiederlo? Ma forse è meglio ignorare e fingere di saperlo.

    Chiuso il grosso volume, osservò la sala.

    Le due dame continuavano a parlare sottovoce coprendo la bocca con gli eleganti ventagli d’avorio e piume di pavone, che lasciavano scoperti solo gli occhi. Se Giacomo avesse imparato quel linguaggio, oscuro per chi non lo conosceva ma chiaro, forse si sarebbe fatto ardito, sedendosi al loro fianco. Tuttavia lui ignorava il messaggio, che il ventaglio trasmetteva, e rimase seduto.

    Però, da come lo guardavano, Giacomo pensò che stessero parlando di lui ma ne ignorava il motivo. Si disse che era riduttivo credere che fossero due giovani donne e nulla più. In effetti da quello che aveva intravisto, erano due splendide fanciulle in grado di accendere i desideri degli uomini. Ebbe un sussulto di dignità. Potrebbero essere mie figlie rifletté, girandosi verso il finestrone alle sue spalle. Quando vide riflessa la sua immagine sul vetro, sussultò. I capelli bianchi erano diventati un biondo rossiccio. Le rughe erano sparite dalla fronte. La barba corta era di un bel colore scuro. Il viso lo sorprese. Dimostrava una trentina d'anni.

    Rimase sbigottito e perplesso. Il vetro leggermente imperlato di ghiaccio rimandava la visione di un uomo giovanile con uno strano copricapo di velluto rosso, bordato di una pelliccia bianca. Si rammentò che alcuni anni prima li aveva osservati dipinti negli affreschi a Palazzo Schifanoia. Si toccò la testa e scoprì che effettivamente portava qualcosa che lui non ricordava di avere indosso. Lo tolse e lo esaminò. La foggia era pertinente ai suoi ricordi. Lo rimise prontamente sul capo, perché il freddo nella sala era pungente. Il fuoco del camino era insufficiente a riscaldarla.

    Si toccò il viso per sentire la morbida peluria della barba non troppo lunga ma nemmeno troppa corta. Qualcosa tornava e combaciava con i suoi ricordi ma erano piccoli dettagli. Le mani sembravano di ghiaccio, perché aveva tolto i morbidi guanti di capretto, foderati di agnello. Portava un farsetto rosso di raso rifinito sui bordi con una pelliccia bianca e una pesante calzamaglia di lana nera. Nonostante fosse ben coperto sentiva insinuare sotto gli abiti un senso di gelo che gli faceva accapponare la pelle.

    A rifletterci gli pareva di essere ridicolo vestito così. Forse sarebbe passato inosservato oppure sarebbe stato ammirato per la sua eleganza, perché ogni cosa era fuori posto: le dame agghindate con foggia cinquecentesca e il paggio a guardia dell’ingresso.

    Tuttavia erano troppi i quesiti irrisolti per risollevargli il morale. Che siano stati quei fantasmi che aleggiavano attorno a me a farmi di piombare in un secolo che non è il mio? si domandò, tornando a osservare la stanza.

    Si frizionò con vigore le mani che erano diventate dure come il ghiaccio prima di rimettere i guanti. Sistemò il giustacuore e il piccolo borsello legato in cintura, mentre si avvolgeva nel mantello di ermellino per meglio proteggersi dal freddo.

    Le due dame sembravano a loro agio nel gelido ambiente. Notò che una aveva un viso rotondo e dei capelli color tanè, mentre l'altra era di carnagione pallida, più snella e giovane. Uno sguardo complice scoccò tra lui e quella coi capelli scuri. Sembrava un implicito invito ad andare da loro.

    Fantasie, Giacomo. Fantasie si ripeté, senza staccare lo sguardo. Perché mai dovrebbero aspirare alla tua compagnia? Loro ti guardano perché sei l'unico maschio presente in questa fredda sala.

    Distolse la vista, si concentrò sul paggio, che immobile era vigile a ogni movimento delle persone nella stanza. Tuttavia percepì di nuovo lo sguardo delle due donne posarsi su di lui. Cercò di resistere dall'osservarle. Con la coda dell'occhio vide quella dai capelli scuri, avvolta nel mantello di volpe rossa, alzarsi. Si stava dirigendo verso di lui.

    La lingua gli pareva che si fosse seccata mentre deglutiva.

    «Messer Giacomo» disse la dama con un sorriso intrigante.

    «Sì» fu l’unica risposta che gli uscì dalla bocca, mentre gli occhi si posarono sulle labbra sottili appena disegnate.

    «Messer Giacomo, la contessina Giulia vi invita al suo tavolo». Fece un cenno col capo e allungò una mano per pregarlo di seguirla.

    Giacomo si alzò e con un inchino omaggiò la dama.

    Adesso conosceva il nome della sconosciuta. Era poco ma un passo alla volta avrebbe scoperto dove si trovava lì e il perché.

    Capitolo 4

    «È un grande onore avere come ospite a questo tavolo l’illustre ingegnere del nostro amato Duca» disse la contessina Giulia.

    Giacomo rimase in silenzio. Metabolizzò l’informazione, che apriva uno spiraglio di luce sulla sua posizione sociale.

    Dunque io sono l’ingegnere del Duca. Di quale Duca? si chiese, prima di riacquistare la parola.

    «Madonna Giulia, il piacere è tutto mio» esordì Giacomo, cercando un linguaggio consono all’epoca nella quale era finito. «Sono onorato dalla vostra presenza e lusingato dal vostro invito».

    «Vi prego, messer Giacomo» replicò, arrossendo, la ragazza. «Non chiamatemi madonna. Semplicemente Giulia».

    «Ogni vostro desiderio è un ordine, dama Giulia» affermò cortese, baciandole la mano. Poi rivolse lo sguardo verso l’altra donna nella speranza che si tradisse, dichiarando la sua identità.

    Giacomo col volto serio mascherò d’ignorare in quale anno e secolo trovava. Questo gli dava una sensazione d’incertezza che lo rendeva insicuro nelle parole e nelle azioni. Il percorso della conoscenza era tortuoso: non vedeva nessuna luce ma solo qualche lampo a sprazzi.

    Ragionando sul fatto che c’era un Duca, dedusse che doveva essere un anno compreso tra il 1506 e 1598, dopodiché la casata d’Este fu costretta a traslocare a Modena.

    Quasi un secolo! Non è uno scherzo quanti avvenimenti si sono succeduti in quegli anni rifletté con un filo di apprensione.

    «E voi, dama…». Fece una pausa sperando nel soccorso di una parola amica. «Perché portate i segni del lutto?»

    Giacomo le prese la mano per baciarla come si faceva nel porgere un omaggio deferente.

    «Madonna Ginevra» lo soccorse la contessina, «è rimasta vedova da pochi mesi. La ospito per riprendersi dal dolore».

    «Sono addolorato per la perdita del vostro consorte» disse Giacomo, spegnendo il sorriso sulle labbra. «Dunque vi trattenete per qualche tempo a Ferrara. Spero che vi troviate a vostro agio».

    La donna annuì in segno affermativo, ringraziandolo per le buone parole. Si limitava a parlare se sollecitata, ascoltando in silenzio il dialogo tra Giacomo e Giulia.

    Giacomo, presa confidenza e sicurezza, propose di avvicinarsi al camino, dove bruciava un gran ciocco che scoppiettava allegro.

    «Qui la vista è piacevole ma il calore stenta ad arrivare. Oggi è una rigida giornata invernale e si sta meglio accanto al focolare».

    Usava parole ambigue per non incappare in qualche svarione che lo avrebbe messo in difficoltà. Non era la conversazione che lo atterriva ma dove avrebbe mangiato a mezzogiorno e dormito stanotte. Ignorava dove avesse l’abitazione o meglio lui conosceva dove abitava nella sua epoca ma non in questa.

    Nel suo mondo c’erano trattorie nei dintorni ma non era scontato che ce ne fossero altrettante in questo. Si guardò il polso sinistro come se portasse l’orologio ma non vide altro che lo sbuffo di pelliccia che fuoriusciva dalla manica.

    Chissà che ore sono? Qui le cadenze sono scandite secondo altri ritmi. Il levare del sole e il passaggio dalla luce al buio. Tra questi due estremi variabili un giorno dopo l’altro si dipana la vita quotidiana.

    Giulia continuava a parlare ma lui si era perso in riflessioni, senza ascoltare quello che la donna diceva. Fa attenzione alle parole senza divagare, perché…

    «Cosa ne pensate, messer Giacomo?» Le ultime parole arrivarono come un fulmine a ciel sereno.

    Deglutì a fatica, sbiancando, perché doveva ammettere che si era distratto.

    «Vi prego, messer Giacomo» sollecitò Ginevra con gli occhi pieni di speranza. «Sarà un grande onore avervi ospite alla cena di messer Cristofaro, il cuoco del nostro Duca».

    Il suo viso riprese un colorito normale, perché gli avevano dato l’imbeccata giusta, evitando una figuraccia.

    «Il famoso cuoco Cristofaro Messisbugo organizzerà un banchetto nella mia dimora in Strada per San Francesco. Ci terrei molto alla vostra presenza» rimarcò Giulia notando l’occhio smarrito di Giacomo.

    «Il vostro invito mi coglie di sorpresa e mi lusinga molto, dama Giulia» esclamò rinfrancato. «Ebbene, visto che avete perorato con molto calore che presenzi con la mia persona nella vostra augusta dimora, sarò lieto di sedermi alla vostra tavola. A che ora?»

    «Due tocchi dopo il vespro inizia il banchetto» spiegò Giulia. «Ci è gradito che voi siate nostro ospite prima per poter conversare senza il trambusto del convivio. Avrò modo di farvi visitare il palazzo, terminato di recente».

    Un tocco forte risuonò nella stanza a indicare un botto dopo mezzodì.

    Giacomo preso il coraggio a due mani, dopo avere fatto tintinnare le monete nel tascapane, chiese loro di fargli compagnia nel pranzo del mezzogiorno, qualora fossero libere da impegni. Per la trattoria non disse nulla ma sarebbe andato a caso.

    «Bella idea, messer Giacomo!» affermò Giulia. «Mi hanno detto che nella via della Gattamarcia c’è una trattoria gestita da un’ebrea, Balebusta, dove si possono gustare i loro tipici piatti. Non ho mai avuto il coraggio di avventurarmi per le vie del ghetto, che dicono poco raccomandabili e puzzolenti. Con voi le percorro con animo sereno».

    «Sento un certo languore e l’ora mi sembra propizia» disse Giacomo, alzandosi.

    Con galanteria aiutò le due donne a sistemarsi la mantella sulle spalle. Salutato con la mano il paggio, si diressero verso la trattoria.

    Capitolo 5 - Ferrara, mattina del 16 Gennaio 1518

    A metà della strada in leggera salita, che da Piazza di Porta Paola portava verso il Baluardo di Santa Maria, dove stava Castel Tedaldo, c’era una bottega bassa. Qui un berrettaio di nome Francesco fabbricava copricapi per nobili e popolani con l’aiuto della figlia Laura.

    La stanza dava direttamente sulla strada, riparata da una pesante tenda di stoffa. Spifferi e odori maleodoranti entravano a gelare lui e la figlia, intenti a preparare un cappello per le feste del prossimo carnevale.

    Laura era una giovane donna di circa diciotto anni, allegra e vivace, che per alleviare gelo e fatica canticchiava uno scioglilingua

    I luin a tel dag mi

    par ca se ta ti to ti

    ti ta ti to tutti ti ta ti to.

    Aveva lunghi capelli corvini, raccolti sulla testa con una mezza treccia che ricadeva sulle spalle, secondo le tradizioni delle donne di basso rango, e dalle guance rosse per il freddo. Stava accanto a un braciere per riscaldarsi, facendo attenzione di non bruciacchiare la stoffa con qualche favilla sprigionata dalle braci.

    Vestiva come le popolane con una pesante zimarra bianca di canapa grezza senza maniche sopra una tunica di panno colorato di ruvida lana. La veste metteva in risalto la delicatezza del viso, il corpo minuto e il seno appena pronunciato.

    Era riuscita a non diventare una sposa bambina, come altre coetanee sfiorite per le gravose gravidanze e per la faticosa conduzione della casa.

    La fama della sua bellezza circolava per il ducato, tanto che qualche nobile con la scusa di assumerla tra i domestici ci aveva provato, ottenendo un fermo diniego.

    «Piuttosto che finire come Anna, entro in convento come mia sorella!» diceva alle amiche, che ridevano alle sue affermazioni. Erano convinte che avrebbe ceduto. Sarebbe finita in una casa patrizia come l’amante di un ricco nobile.

    «Sei troppo bella per rimanere libera in attesa dell’uomo dei tuoi sogni» replicavano ironicamente.

    Lei era determinata: sposare una persona che l’avrebbe trattata come un essere umano. Se non ci fosse riuscita, si sarebbe ritirata in convento.

    Suo padre avrebbe preferito che Laura rimanesse nella bottega, perché era abile nel cucire insieme i pezzi che formavano il copricapo. Per la sua capacità il lavoro non mancava, anche se i guadagni erano scarsi. C’erano sempre in cassa qualche diamante o delle mezze lira di Ferrara per le necessità correnti ma niente di più. Se arrivava uno scudo o un fiorino d’oro, era festa grande ma erano una rarità. Vivevano con molta dignità coi pochi soldi che ricavavano dalla confezione di berrette secondo la moda francese o di feltri di velluto di foggia spagnola.

    Laura modulava la filastrocca come se fosse una dolce ninna nanna. A un tratto emerse dalla tenda, che divideva la stanza dalla strada, un uomo elegante con un vestito di raso rosso e blu e una cappa di ermellino bianco per proteggersi dal freddo. Il padre si alzò in segno di deferente ossequio. Aveva riconosciuto che era entrato Alfonso primo d’Este, il duca di Ferrara.

    «Mi hanno detto che qui confezionate i migliori berretti del ducato» disse senza troppi preamboli, osservando la figura minuta di Laura che continuava il suo lavoro senza degnarlo di uno sguardo.

    «Se vi hanno detto così, me ne compiaccio. Come posso servirvi, mio amato Duca?» domandò Francesco, mostrando imbarazzo e deferenza.

    «Dunque è questa la giovane dama, quella dalle mani d’oro?» proseguì ignorando la risposta del berrettaio, mentre concentrava la vista sulla ragazza.

    Laura sobbalzò e rimase muta, sbiancando in viso prima d’imporporarsi per il turbamento delle parole. Il freddo era sparito sostituito dal caldo per l’emozione che aveva generato la presenza del Duca: si rivolgeva a lei in modo diretto. Lo guardò con attenzione, perché era la prima volta che lo osservava da vicino. Un uomo, senza dubbio affascinante, con una folta barba curata e un viso abbronzato e duro che emanava forte virilità. Il suo cuore prese a battere con furia, perché aveva compreso che la visita era per lei e non per l’attività che svolgevano.

    Si alzò, avvicinandosi e si inginocchiò per rendergli omaggio. Il Duca rise, alzandole il viso con la mano. La fissò negli occhi nocciola, invitandola a mettersi ritta.

    «Dunque siete voi, la fanciulla della quale mi hanno decantato le doti. Come vi chiamate?»

    «Laura. Laura Dianti detta Eustochia, mio signore».

    Alfonso aggrottò un sopracciglio per la risposta senza approfondire il senso dello strano soprannome. La trovava fresca e bella, risvegliando in lui sensazioni che parevano affievolite dopo quindici anni di matrimonio con Lucrezia.

    «Mastro Francesco vi ordino di preparare un cappello a falda larga per le cerimonie del carnevale che cominciano tra venti giorni. Verrò tra due giorni per la prima prova» disse fissandola senza lasciarle la mano.

    «Che tipo di cappello, mio signore?» replicò timidamente l’uomo.

    «Quelli dell’ultima moda, alla francese. Per il colore mi fido della sensibilità di questa fanciulla» e si girò dirigendosi verso l’apertura.

    Dalla tenda svolazzante Laura vide Alfonso circondato dal drappello della guardia ducale che si allontanavano verso la

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