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La grammatica fondamentale: Scrivere bene 1

La grammatica fondamentale: Scrivere bene 1

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La grammatica fondamentale: Scrivere bene 1

Lunghezza:
151 pagine
2 ore
Pubblicato:
9 set 2014
ISBN:
9788867754489
Formato:
Libro

Descrizione

Scrittura creativa - manuale (82 pagine) - L’italiano è una lingua complessa e crea non pochi dubbi ortografici, grammaticali e sintattici. Per chi scrive può essere un problema: occorre quindi basarci su un codice comune per far capire la nostra lingua a chi legge. Questo codice comune è la grammatica. Una grammatica proposta a chi scrive.


Un modo agile per ricordare le particolarità della nostra  lingua: diviso in piccoli capitoli, sovente di una sola pagina molto mirata, il testo cerca di rinfrescare tutti quei concetti che sono alla base dell’ortografia, della grammatica, della sintassi, e della pronuncia dell’italiano, la più ricca e quindi la più complessa delle lingue occidentali. Rivolgendosi agli adulti, magari aspiranti scrittori, cerca di dire finalmente anche il “perché”, e non solo il “come”. Non ha neppure paura di far affiorare qua e là brevissimi commenti legati alla storia della lingua, e di chi la parla.


Laila Cresta è nata a Chiavari, Genova, il 14 febbraio 1952. Insegna da 40 anni, con esperienze a vasto raggio, dagli adulti, ai ragazzi, alle persone diversamente abili. Ama la scrittura e vi si dedica da sempre, tanto con testi ad hoc per i “suoi ragazzi”, quanto con testi di svago per tutti. Quest’anno ha pubblicato una silloge di poesie, “Di Terra e di Cielo – Romanzo d’amore in versi” (La Lettera Scarlatta Edizioni) e il giallo “L’albergo del ragno”, Arduino Sacco Editore. Dal mitico numero 0, fa parte della Redazione della rivista Writers Magazine Italia, dove si occupa di poesia, di haiku e di recensioni.

Pubblicato:
9 set 2014
ISBN:
9788867754489
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

La grammatica fondamentale - Laila Cresta

9788825406290

Il linguaggio umano

Dico spesso che voler scrivere senza conoscere le parole e le loro regole, è come voler fare il falegname senza conoscere il vari tipi di legno, il modo in cui si lavora ognuno di essi, e gli attrezzi necessari per farlo, ma… gulp! Che nebulosa grammatica è mai, quella italiana! Grammatica oscura, poco comprensibile, poco nota, soprattutto: eppure, è grazie alla sua conoscenza se possiamo sfruttare al meglio la nostra lingua, per cercare di esprimere nel modo più chiaro possibile noi stessi e i nostri pensieri. O per meglio mascherare e nascondere entrambi.

Purtroppo, l’ambiente non ci aiuta. La scuola va a rilento per seguire quelli che non riescono neppure a camminare, la televisione e, spesso, il cinema e persino una parte della letteratura moderna, mirano solo alla cassetta e a semplificare il più possibile per blandire la gente: Tu sei dio; rimani immoto, ha scritto Umberto Eco parlando dell’every-man, quello che sarebbe molto meno sensibile alle propagande di qualsiasi genere (dal detersivo a chi comanda), se sapesse troppe cose e si rendesse conto meglio del mondo.

Il linguaggio umano è una delle nostre più grandi risorse. Senza di esso saremmo ancora nelle caverne o, più probabilmente ancora, avremmo finito per estinguerci, deboli come siamo.

La grammatica è una galassia di idee rivestita di parole

La grammatica è la struttura portante della lingua. Condividerla è davvero essenziale. Si tratta di:

capirci meglio l’un l’altro

non lasciarci ingannare da discorsi fumosi che in realtà non hanno un vero significato, o dicono tutt’altro da quello che sembra vogliano dire

sapere in quanti modi diversi posso esprimere un’idea

renderci conto di quali impressioni diverse questi modi lascino in chi legge

capire in che modo le mie frasi possano cantare, o stridere, o urlare, in sintonia col loro contenuto…

La nostra è una grammatica complessa, che cerca di disciplinare quella che è senz’altro la più ricca fra le lingue occidentali. E lo è non solo per quantità di termini (e in italiano quasi non esistono parole che siano davvero sinonimi, cioè  che abbiano un significato assolutamente identico), è ricca anche di costruzioni sintattiche, e di modi e tempi verbali.

Non a caso, la nostra lingua è la figlia maggiore della cultura romana ed etrusca, e di quella greca: sono le civiltà che hanno creato, in Occidente, la storiografia e la filosofia, ma anche l’ingegneria civile.

È assolutamente ovvio cercare di conoscere la lingua e la civiltà degli altri popoli, proprio perché la comprensione è così importante, ma non dimentichiamo che una lingua semplice significa anche semplicità di pensiero, e quindi difficoltà di espressione, se il nostro io è ricco e variegato. Ad esempio, un autore come Shakespeare è affascinante  anche per la genialità con cui riesce a usare una lingua povera, proprio come se fosse italiano. È quasi commovente che debba fare tanta fatica. E, in Inghilterra, è stato l’unico che sia riuscito a usare l’inglese dilatando il significato dei termini, usandoli in accezioni nuove e usando spesso, per poterlo fare, costruzioni tipiche dell’italiano. Certamente c’è riuscito perché l’italiano lo conosceva e, da persona colta, usava l’inglese all’italiana: non dimentichiamo che in Britannia non esisteva neppure una lingua scritta, prima dell’arrivo dei Romani.

Qualche anno fa un’apposita Commissione di inglesi geniali ha cercato di ripulire la propria lingua dai termini neolatini, ma ha dovuto desistere perché la lingua spariva: il latino ha dato struttura portante anche all’inglese. E quel po’ di logica e di coesione che ha.

Cerchiamo di appassionarci alla nostra meravigliosa lingua, specie se vogliamo scriverla, e quindi la comprensione di quello che vogliamo dire non può essere aiutata dall’espressione del viso, dalla postura del corpo o dal tono della voce.

Non facciamo come chi decide di zoppicare pur potendo correre.

Studiare sembra fatica, ma imparare è un’avventura meravigliosa a qualsiasi età.

Parla come mangi? E perché no, allora, Scrivi come parli?

Veramente, già il primo, vecchio modo di dire, è obsoleto, è superato, figlio di una società che diceva: Nascer, viver, morir in una stessa casa, e anche: Mogli e buoi dei paesi tuoi.

Era una società chiusa entro confini che sembravano lontani e invalicabili, e nominava la Cina o Timbuctu (la sede della prima Università dell’uomo!) come luoghi favolosi e di fatto irraggiungibili.

Nel 1960 fu rappresentata per la prima volta una commedia di Garinei e Giovannini che s’intitolava Un mandarino per Teo, con i bravissimi Walter Chiari e Sandra Mondaini. Tutta la storia si dipana su un particolare curioso: Teo è un bravo ragazzo, e non farebbe mai del male a nessuno,  ma l’idea di far morire un personaggio favoloso come un mandarino, che vive in un luogo altrettanto favoloso come la Cina, non lo turba più che tanto, finché non si rende conto che un mandarino è un essere umano come gli altri, di carne e sangue, e che la Cina non è poi così lontana come sembra.

Dal 1960 a oggi i confini del mondo si sono fatti più vicini (La Cina è vicina diceva Totò in un film di Pasolini, e anche Marco Bellocchio nel suo film del ’67), le nostre strade sono un crogiolo di razze come il Ponte di Comando di Star Trek, e basta comporre un numero telefonico per mangiare piatti thailandesi, cinesi o indiani. Anche la nostra lingua si è arricchita di termini che sono diventati usuali ma che sono d’origine straniera: il primo che mi viene in mente è robot, nome di origine cecoslovacca arrivato in Italia attraverso l’inglese. O sushi, nome giapponese che indica un apprezzatissimo piatto a base di pesce crudo. Insomma, quel Parla come mangi possiamo dire abbia cambiato significato, e tanto la nostra cucina quanto il nostro linguaggio sono stati arricchiti dal contatto con le altre culture.

Neanche: Scrivi come parli ha un senso. Né l’ha mai avuto. Neppure gli scrittori latini o greci scrivevano esattamente come parlavano. Ed è ovvio, la situazione comunicativa è diversa: in un dialogo c’è  (come e più che nel teatro antico) unità di tempo, unità di luogo, unità di azione: si svolge tutto in quei minuti di quel giorno, in quello spazio preciso e condiviso dai dialoganti, e si tratta di un evento sempre unico. Anche se dovesse ripetersi tutti i giorni, sarebbe certo per comunicare altri contenuti, si userebbero altri termini e altre modalità espressive.

La comunicazione verbale

In una comunicazione verbale esiste un emittente, colui che comunica; un ricevente, colui che riceve la comunicazione, e la comunicazione stessa. Una volta stabilito il fine della comunicazione, questa sembra assodata, almeno se la lingua nazionale usata è  la stessa (Vado a casa. Mi passi il pane?, ecc.), ma non è affatto così.  Ci sono codici linguistici diversi per età, per tipo e per livello culturale, e anche per variante regionale. Sovente, un comportamento e un approccio linguistico considerati corretti in una zona d’Italia non lo sono in un’altra: per i genovesi, ad esempio, è facile considerare invadente e scorretto il comportamento di persone vissute in latitudini più basse,

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