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Fuga dall'Italia occupata

Fuga dall'Italia occupata

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Fuga dall'Italia occupata

Lunghezza:
320 pagine
4 ore
Pubblicato:
1 feb 2016
ISBN:
9788867932245
Formato:
Libro

Descrizione

Italia, anno 2053. Da dodici anni imperversa una guerra senza quartiere che da sud si sposta verso nord. L'esercito del Quwat, espressione di un'alleanza tra paesi arabi, ha invaso lo stivale approfittando della crisi economica dell'Occidente, scatenata dalla fine delle scorte petrolifere scandinave e dalla virata verso l'energia pulita. Enzo e Luca, due ex professori di scuola superiore finiti tra le fila dell'esercito occidentale, sono da poco divenuti camtraci, disertori. Nel tentativo di raggiungere la Corsica si imbattono nel logorroico San, un fuggiasco come loro, che tenterà di guidarli a destinazione. "Fuga dall'Italia occupata" è un romanzo distopico che ritrae la nostra penisola immersa in uno scenario apocalittico, e mette in luce la natura ciclica delle società che, nel loro slancio a progredire, devono fare i conti con gli equilibri geopolitici che regolano interessi soggettivi. La guerra, le crisi energetiche, lo scontro tra civiltà, fanno da scenario a un mero istinto di sopravvivenza che anima i due protagonisti, esausti di combattere un conflitto più grande di loro.
Pubblicato:
1 feb 2016
ISBN:
9788867932245
Formato:
Libro

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Fuga dall'Italia occupata - Dario Delvecchio

http://creoebook.blogspot.com

Dario Delvecchio

FUGA DALL'ITALIA

OCCUPATA

Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono fittizi o usati in modo fittizio. Tutti gli episodi, le vicende, i dialoghi di questo libro, sono partoriti dall’immaginazione dell’autore e non vanno riferiti a situazioni reali se non per pura coincidenza.

Capitolo 1

Mi distesi sulla riva del fiume, in mezzo alla fanghiglia. Mi gettai a peso morto tra l’erba umida di pioggia, totalmente esausto. Dietro di me c’era Luca, che mi aveva seguito per tutto il viaggio come un’ombra silenziosa e pensierosa, immersa nell’oscurità della notte.

Finirà mai questa fottuta guerra? mi domandai ad alta voce, dopo aver tirato un sospiro gonfio di una remota voglia di pianto.

E chi lo sa? Sono dieci anni che combattiamo… Forse un giorno si fermerà… rispose Luca, osservando il vuoto intorno a noi, come se stesse cercando la risposta nella notte.

Il silenzio rivestì le pareti invisibili di quel quadro, prima che l’ennesimo scoppio di una bomba, a qualche chilometro di distanza dalla nostra posizione, ci riportasse alla triste realtà dell’anno 2053.

Era il dodicesimo anno di guerra. Erano anni che non vedevamo più le nostre case, che ormai immaginavamo come cumuli di macerie.

Combattevamo, ma a malapena si riusciva a ricordare chi aveva dato il via a quella guerra.

A noi restava solo qualche misero stralcio di memoria.

Si era concretizzato il peggiore degli incubi della fascia occidentale, un incubo che si era andato lentamente sviluppando già da qualche anno.

Nel ’38 l’Opec aveva messo la parola fine all’esportazione di petrolio nei paesi industrializzati dell’Occidente. Tra questi c’era anche il nostro, reo di aver firmato un trattato coi paesi scandinavi, che avrebbero garantito l’80% del fabbisogno di oro nero per tutta l’Europa, grazie ad alcuni giacimenti che erano stati scoperti vicino al Circolo Polare Artico. Si diceva che fossero quattro volte più grandi di quelli dei paesi arabi.

Ma tutte le previsioni si erano rivelate sbagliate e in poco tempo le riserve di petrolio scandinavo si erano esaurite. Così l’Occidente aveva provato a lanciarsi sull’energia rinnovabile, ma era soltanto un futile tentativo, finito nel modo peggiore: in soli due anni tre quarti del mondo industrializzato era entrato in crisi. Nel ’40 la crisi aveva colpito gli Usa con effetti devastanti, tanto da ridurli quasi a un paese sottosviluppato. New York e Los Angeles erano ridotte a rovine abbandonate, dopo l’esodo dei cittadini verso le campagne. Sembrava di essere in una di quelle vecchie pellicole in cui il mondo si autodistruggeva.

In Italia la situazione era stranamente meno grave, anche se il crollo del colosso statunitense aveva avuto ripercussioni anche nel nostro paese. La gente non era fuggita nelle campagne, anzi: la crisi ne aveva spinta parecchia a riversarsi nei centri urbani, già sovraffollati.

La Nato, che era rimasta a guardare, incapace di qualsiasi mossa, nel gennaio del ’41 aveva deciso di inviare una sorta di ultimatum all’Opec e ai paesi arabi: riprendete la produzione di petrolio oppure le nostre forze militari invaderanno il vostro territorio. Fu questo il messaggio.

Quell’ultimatum venne preso come pretesto dall’Opec, che in sei mesi di silenzio diplomatico, escogitò una contromossa, che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.

L’8 giugno 2041 il Quwat, l’Esercito del Golfo Persico, formato da tutti i paesi arabi, bombardò tre quarti del territorio italiano e il giorno successivo sbarcò sulle coste calabresi.

I motivi precisi di quell’invasione a tradimento non li ricordavamo neppure noi, ma ormai era storia, che forse un giorno qualcuno scriverà…

Un’altra esplosione.

Alzati Enzo! Dobbiamo andare avanti. disse Luca, quasi in preda al panico.

Dobbiamo riposarci un poco… Abbiamo abbastanza munizioni per morire con dignità… Tranquillo…

Solo due giorni prima ci avevano assegnati a un’unità di soccorso diretta a Parma, che era sotto assedio da due settimane e ormai cominciava a dare segni di cedimento, o almeno così ci era stato comunicato.

In realtà Parma era già caduta e il Quwat aveva disposto tutti i suoi uomini intorno alla città, per dar il miglior benvenuto a qualunque unità italiana si fosse avvicinata.

La nostra unità era caduta in un’imboscata. Avevamo assistito a una spaventosa carneficina, alla quale ci eravano sottratti solo grazie all’istinto, tuffandoci in un fiumiciattolo che scorreva verso una meta ignota.

Ci eravamo fatti trasportare dalla corrente per un po’, poi, una volta certi di essere abbastanza lontani, eravamo ritornati sulla terraferma, bagnati fradici ma vivi, particolare non irrilevante.

Parma era stata presa, quindi l’unica soluzione era dirigersi verso il territorio presidiato dal nostro esercito.

Dovevamo morire con loro. dissi, pensando a voce alta.

E a cosa sarebbe servito? chiese di rimando Luca.

A nulla. Ma ora che facciamo? Vuoi davvero andare a ovest?

Mi sembra che non ci siano molte alternative… È l’unica soluzione. Il sud è occupato. Al nord ormai si fa sul serio, con il Quwat che avanza indisturbato. Hanno già occupato tutti i punti strategici. Resta solo l’ovest, Enzo. È l’unica soluzione sensata e ancora sicura, almeno per il momento: hanno appena preso Parma e ne avranno almeno per un paio di mesi, tra operazioni di trasporto e il resto. Il che significa che per due mesi non attaccheranno più. È la loro strategia, lo sai…

Luca si era dilungato anche più del dovuto. Era chiaro: ovest o morte.

Mettiamoci in marcia, amico mio. Conviene muoversi. disse Luca.

Come prima cosa era indispensabile un riferimento che ci indicasse l’ovest. Ma la giornata era nuvolosa, trovare un raggio di sole era facile quanto vincere la guerra contro il Quwat.

Dove cazzo è l’ovest? chiesi, guardandomi intorno nella speranza folle di trovare un cartello con tale indicazione.

Era una bella fregatura essere vivi per miracolo, senza la certezza della strada da percorrere.

Un pioggia leggera si unì al gruppo, ma ben presto le gocce si fecero più grosse e pesanti, rendendo ancora più insostenibili le nostre uniformi zuppe d’acqua.

Enzo, non so, penso che dovremmo andare da quella parte. disse Luca, indicando col braccio teso una direzione a caso.

Parma da che parte è? gli chiesi.

Credo che sia più o meno alle nostre spalle. Proviamo in questa direzione. D’accordo?.

Proviamo… dissi, iniziando a camminare in quella direzione.

Era una questione di culo, oltre che d’incapacità orientativa, da Giovani Marmotte.

Non ci restava che tentare.

Camminammo per circa un paio d’ore, col nostro M459 ben stretto tra le mani, con gli occhi sempre in guardia e con la pioggia che continuava a scendere incessantemente,

Sembriamo due camtraci, non ti sembra? chiesi a Luca, indicando quelle che poco prima erano delle divise e che in quel momento erano solo pezzi di tessuto pieni di fango e acqua.

"Già… Speriamo di non fare la stessa impressione ai nostri…" rispose Luca.

I camtraci erano i fuggiaschi, quelli che avevano abbandonato la loro compagnia per paura e che cercavano di salvarsi la pelle, evitando la guerra. Vivevano di stenti, con ciò che offriva la natura del luogo in cui si trovavano. Erano considerati i reietti di quel conflitto. L’esercito non li aveva molto in simpatia tanto che, quando qualcuno di loro veniva ripescato, nove volte su dieci veniva fucilato o impiccato, dopo un processo di facciata, presieduto da una corte marziale, in cui il giudizio che contava era il primo e non ce sarebbero stati altri.

Spalle al muro, benda sugli occhi e un plotone d’esecuzione di fronte, pronto a far fuoco. Oppure una corda collo, fissata al ramo di un albero. Due morti poco dignitose, a cui seguiva l’esposizione dei cadaveri dei malcapitati, ai quali veniva appeso al collo un cartello con scritto:

UN CAMTRACIO = UN MORTO

Era un monito molto forte, per dissuadere i soldati a disertare e per invitare tutti i camtraci a costituirsi e a ritornare nell’esercito, prima che l’esercito li trovasse.

Si diceva che i camtraci fossero all’incirca centomila persone, tutte sparse per l’Italia.

Erano combattenti con due nemici: gli arabi da un lato e i loro compatrioti dall’altro.

Ehi, Enzo… mi chiamò Luca, con una voce strozzata.

Che c’è? risposi pronto, pensando al peggio.

Secondo te, quella cos’è? disse indicando di fronte a noi.

A un chilometro di distanza s’intravedeva un grosso guardrail e una strada rialzata dal suolo di un paio di metri. Era un’autostrada. Il problema era scoprire di quale autostrada si trattasse.

Arrivammo velocemente al guardrail. Lo spettacolo era estremamente deprimente: asfalto bucherellato qua e là da grosse voragini, automobili abbandonate e copiosi ciuffi d’erba che si stavano riappropriando di un suolo che, in un tempo lontano, era stato loro.

Scavalcammo e poggiammo i piedi su ciò che restava dell’asfalto.

In quel momento la pioggia si fece più leggera, permettendoci di valutare quella scoperta più attentamente.

Secondo te, questa dove porta? chiese Luca.

Non so… Vista così non mi dice nulla… risposi pensieroso.

Dobbiamo cercare i cartelli con le indicazioni… Quelli verdi…

Mi basta sapere di che autostrada si tratta gli dissi, mentre percorrevo il guardrail che separava le due carreggiate. Devono esserci quei maledetti… Hai capito cosa sto cercando, vero? Ecco, cerca dall’altro lato

Cominciammo questa caccia al tesoro e, dopo qualche minuto, la voce di Luca sovrastò il lieve tamburellare di quella pioggia lieve.

Eccolo! Eccolo! diceva tutto eccitato.

Lo raggiunsi e guardai. Era proprio il cartello di cui avevo bisogno. Nonostante la ruggine, era ancora ben leggibile la scritta bianca A15. Eravamo sulla A15, l’autostrada che collegava Parma a La Spezia.

È quella che va a La Spezia dissi a Luca, che annuì.

Non era proprio una passeggiata: su per giù erano cento chilometri.

Ehi, Enzo disse Luca. Stai pensando quello che penso io?

Non credo.

Potremmo toglierci da questa cazzo di guerra! Se raggiungiamo La Spezia, ci possiamo imbarcare per Bastia! esclamò Luca, come se fosse già riuscito a imbarcarsi.

Certo, in teoria possiamo anche voltarci, tornare indietro e sbaragliare la squadra che ci ha teso l’imboscata e forse anche il Quwat risposi io.

Fai la persona seria, cazzo! disse Luca spazientito. Non è così folle come idea: seguiamo l’autostrada.

Lo sai che su questa strada corriamo tre pericoli? lo interrogai. Uno, rischiamo d’incontrare gli uomini del Quwat in avanscoperta. Due, rischiamo d’incontrare i nostri amici dell’esercito. Tre, se capitasse sia l’opzione uno sia l’opzione due, non potremmo far altro che raccomandarci l’anima.

Beh, non puoi negare che il gioco valga la candela. concluse Luca.

Rimasi a fissare quei ciuffi d’erba che spuntavano dall’asfalto, come se potessero darmi qualche consiglio.

Il silenzio s’insinuò tra di noi. Mi sentivo ancora provato dalla fuga, così mi sedetti sull’asfalto che, nonostante la sua scorza nera, almeno non era limaccioso, come la fanghiglia dei campi.

Calcolai quante possibilità potevamo avere di riuscire in quell’impresa, ma soprattutto pensai a come avremmo fatto ad arrivare vivi a La Spezia. Guardando in faccia la triste e nebulosa realtà, mi convinsi che le probabilità erano davvero ridotte all’osso.

Ti ascolto dissi a Luca, risvegliandomi da quel torpore riflessivo. Se hai un piano, dimmi come intendi fare. Non so se vivremo abbastanza da vedere La Spezia, ma effettivamente possiamo tentare.

Luca si sedette di fronte a me e cominciò a spiegare il suo progetto, come se si trattasse della più grande intuizione umana dall’alba dei tempi.

Capitolo 2

La geniale intuizione, in realtà, era una semplicissima idea che rasentava la banalità: raggiungere il porto di La Spezia. Cercare di imbarcarsi per la Corsica, in cui erano stati evacuati la bellezza di sette milioni di nostri compatrioti, dopo l’invasione.

Luca continuava a parlare. Puntava il suo indice destro su una cartina immaginaria che vedeva solo lui, scrutandomi di tanto in tanto, per assicurarsi che non stessi scuotendo la testa, in attesa di smontare tutte le sue elucubrazioni.

L’unica cosa che certamente vide sul mio volto fu un’espressione interrogativa, con le mie sopracciglia che di tanto in tanto si lasciavano trasportare dall’emozione, in un sussulto di sconcerto, ogni volta che Luca forniva delucidazioni su punti che credeva non fossero abbastanza chiari.

E quel suo maledetto indice non la piantava di puntarsi sull’asfalto, per tracciare l’itinerario che, nei miei pensieri, ci avrebbe portato soltanto alla morte o a qualcosa che le somigliava vagamente.

Seguiamo la vecchia autostrada Parma-La Spezia. Ci muoveremo solo dopo il tramonto. La notte è un ottimo scudo per non essere visti.

Cercavo di vincere le mie paure, ma un banalissimo quesito mi ballonzolava nel cervello: come avremmo fatto a imbarcarci a La Spezia? Quella era una zona totalmente controllata dal nostro esercito. Era il punto nevralgico da cui partiva la maggior parte delle unità dirette a sud. Certo, c’erano le navi dirette in Corsica, ma c’erano solo due modi per imbarcarsi su quelle: come prigionieri politici o come soldati in missione. Era decisamente stupido presupporre che saremmo entrati a La Spezia senza che nessuno s’interessasse a noi.

Questo era un ostacolo dalle dimensioni non indifferenti, che poteva spaventare, ma non quanto finire appesi a un albero col cartello standard usato per i camtraci.

Deglutii. Dalla tasca destra della mia divisa estrassi il contenitore dove tenevo tabacco e cartine. Per fortuna l’acqua non era riuscita a entrare. Con calma mi preparai una sigaretta e la accesi.

Fumare era il mio modo per valutare con lucidità ogni decisione che prendevo, entrando in comunicazione immaginaria con il mio subconscio, indubbiamente molto più razionale di me.

Dopo aver ascoltato tutto il suo discorso, capii che c’era un solo aggettivo per definire quel piano: folle.

D’accordo. dissi, spegnendo con decisione la sigaretta al suolo.

Perfetto. rispose Luca tutto esaltato. Quando vuoi metterti in marcia?

Tra cinque minuti. Dammi il tempo di fumarmi un’altra sigaretta.

Mi preparai un’altra sigaretta, che consumai in religioso silenzio. Finii di fumare e ci mettemmo in viaggio.

La sera stese a poco a poco il suo manto, su quella giornata fredda e piovosa.

Intorno a noi c’erano solo campi completamente abbandonati, che da anni e anni non erano stati coltivati da anima viva. Ogni tanto, in mezzo a quella landa abbandonata, facevano capolino le tetre rovine di alcune cascine new age degli anni ’20.

La strada a un certo punto si svuotò. Le macchine abbandonate rimasero alle nostre spalle. Di fronte a noi restava solo quel serpente d’asfalto, che si snodava in mezzo a uno spettacolo deprimente.

Marciammo per una ventina di chilometri, fino a quando all’orizzonte adocchiammo una strana luce bianca, che lampeggiava in mezzo all’oscurità. Il mio primo istinto fu di fermarmi e tornare indietro, ma il mio subconscio mi suggerì di proseguire, almeno per capire di chi o cosa si trattava. Andammo incontro a quella luce, fin quando ci apparve chiaro che di fronte a noi c’era un vecchio autogrill, uno di quei posti in cui le famiglie o i singoli viaggiatori si fermavano per sgranchirsi le gambe e sgranocchiare qualcosa.

Giungemmo a passo lento in quell’oasi desolata. Sentivo i tendini tirare e l’arsura si stava facendo sempre più insostenibile, al solo pensiero che lì avremmo trovato da bere e un cantuccio tranquillo per riposare qualche ora.

Non avevo la più pallida idea di quanto tempo fosse passato dalla nostra partenza ma, guardando quella volta nuvolosa che si stagliava sulle nostre teste, l’unica certezza che ebbi fu l’arrivo imminente di un forte temporale. La mia tesi fu presto confermata da un roboante rutto del cielo, che ruppe quella quiete così lugubre.

Dinnanzi all’autogrill, i nostri occhi furono catturati dallo sfacelo che regnava sovrano. Le vetrate erano completamente distrutte e sembrava che l’edificio fosse stato calpestato da un gigante. L’insegna che lampeggiava timidamente era ricoperta da un misto di polvere ed escrementi di qualche pennuto.

Entriamo a dare un’occhiata. Dissi. L’ultima volta che sono entrato in uno di questi era circa vent’anni fa con mio padre.

D’accordo. rispose Luca. Potremmo anche cercare qualcosa da mangiare.

Cominciamo a entrare. Se il posto è abbandonato da quanto penso io, ci scommetto che all’interno non troveremo altro che scarafaggi e cibo andato a male.

Lo spettacolo che ci attendeva non era certamente migliore delle nostre previsioni: non c’era uno scaffale che fosse in posizione verticale. Sul pavimento, una volta lucido, erano rovesciati pacchetti e confezioni d’ogni tipo, ricoperti da un fittissimo strato di polvere e terriccio. La zona una volta adibita alla vendita dei panini offriva l’ultimo prelibato panino rimasto, che appariva quasi mummificato, tanto che nemmeno dei morti di fame come noi l’avrebbero mai mangiato.

Hai fame? chiesi con tono sarcastico, indicando la mummia panificata.

Mmm… Forse non te l’avevo detto: sono allergico ai cibi del secolo scorso… rispose Luca con una risata.

Scappò da ridere anche a me, ma solo per un secondo.

Nonostante l’ironia, sapevamo che quello sfacelo non era un caso isolato: era la condizione generale del nostro paese, se paese poteva ancora chiamarsi.

Ci addentrammo nella zona delle toilette, cercando un lavandino e un rubinetto ancora funzionanti. Quasi tutti i lavandini erano divelti dalla parete a cui erano stati fissati ed erano tutti ammassati, come del resto le tazze del cesso.

Per puro caso non ci sfuggì l’unico superstite di quella strage: un rubinetto incrostato da profonde macchie di ruggine e un lavandino così sporco che veniva il vomito solo a guardarlo.

Vediamo se funziona ancora. dissi. Voglio un goccio d’acqua.

Schiacciai il pedale sottostante al lavandino per far uscire l’acqua. Il rubinetto sputò una soluzione verde scuro e marrone. Nulla più. Ritentai ripetutamente, ma il risultato era sempre lo stesso: niente acqua.

Sembra di essere in quel film con Kevin Costner! esclamò Luca. Cazzo, non mi ricordo come s’intitolava! Te lo ricordi?.

Aspetta….

Spremetti le meningi in cerca del titolo di quel dannato film, e alla fine dissi:

"Il postino!" risposi io, come se fosse la risposta definitiva di un quiz a premi.

Ma va… ma che postino! Comunque hai capito di che film sto parlando?.

Certo che ho capito… siamo nel futuro apocalittico dei film che piacevano a mio nonno… E pensa che me lo diceva continuamente: ‘Vedrai, Enzo, un giorno succederà davvero. Anche noi saremo ridotti così…Vedrai.’ E io che pensavo che si stesse solo rincoglionendo….

Non ci voleva una scienza per capire che sarebbe successo davvero… disse Luca, scimmiottando un’espressione sorpresa.

Beh, visto che non ci voleva una scienza, forse avremmo anche potuto evitare tutto questo… E invece no! Ci siamo fatti dominare e controllare dai nostri timori: una catastrofe imminente, la paura degli arabi, le guerre….

Comunque disse Luca interrompendomi torniamo al presente. Qui non c’è acqua.

Uscimmo dall’autogrill e ci guardammo intorno.

L’unico rumore che sovrastava tutto il resto erano i tuoni di un cielo sempre più plumbeo.

Il vento soffiava forte, tanto che alcuni alberi parevano sul punto di spezzarsi.

Continuammo a guardarci attorno, camminando lentamente, senza fiatare.

L’M459 cominciava a pesare e avevamo un bisogno impellente d’acqua. Sarebbe bastato aspettare il temporale, ma la sete era davvero tanta.

Passammo a visionare il retro, come due lupi famelici. Lì trovammo i resti di alcune auto bruciate e un paio di cadaveri, che il tempo aveva già provveduto a spolpare. Vicino a loro c’era anche un bidone scoperchiato. Chissà se al suo interno c’era dell’acqua piovana.

Ci avvicinammo, tenendoci a una distanza di sicurezza da quei cadaveri. Luca controllò.

Il barile era pieno d’acqua, o comunque sembrava una sostanza molto simile. Si tolse il guanto destro e ne prese una sorsata. Il suo volto si contrasse come se avesse succhiato un limone, si girò verso di me e disse:

Ha un sapore un po’ acido, ma non c’è altra scelta: o questa schifezza o la sete.

Dopo aver bevuto quell’acqua che aveva il sapore e il colore di piscio scolorito, ci sdraiammo dentro all’autogrill.

I nostri occhi si scambiavano continuamente sguardi, in cerca di un po’ di compagnia, nonostante avessimo ben poco da dirci. Parlare era inutile. Entrambi avremmo voluto parlare dei tempi andati, di vecchi ricordi, di gente dispersa. Tutti argomenti che era meglio lasciare sepolti. I ricordi danno sollievo solo all’inizio, ma alla fine lasciano sempre l’amaro in bocca.

Avendo già il sapore di quell’acqua putrida, mi parve la cosa giusta non mescolarci porcherie agrodolci.

Il mattino seguente ci svegliammo colti da un forte boato. Per un attimo pensai che l’autogrill ci stesse crollando addosso. Fuori imperversava una specie di uragano, con ettolitri di pioggia che ricopriva ogni cosa. Sembrava come se fossimo stati sommersi. Era uno spettacolo agghiacciante.

Senza preavviso, come spesso accade in quei casi, ebbi un colpo di genio. Presi un cestino di alluminio e lo svuotai del suo contenuto. Uscii e lo misi poco oltre la tettoia che riparava

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