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La foresta di Sandor- Dragonblood (Libro primo)- Trilogia
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E-book257 pagine3 ore

La foresta di Sandor- Dragonblood (Libro primo)- Trilogia

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Info su questo ebook

Nella sacra foresta elfica di Sandor, un sacerdote dalla discendenza divina viene sopraffatto dalla visione di una terribile sciagura che potrebbe cambiare per sempre il volto del suo mondo. Insieme a un gruppo di stravaganti compagni, comincia un viaggio verso mete sconosciute, guidato solamente da un nero presagio e dalla fede verso il suo Dio. Un viaggio che porterà ognuno di loro a conoscere se stessi e a scontrarsi con minacce del presente e del passato fino a diventare l’unico baluardo contro il ritorno di un’ancestrale minaccia.

Marzio Favognano, nato a Palermo nel 1975, vive a Santa Flavia (PA) ed è da sempre un appassionato di letteratura fantasy e di GDR.

Illustratore ed esperto in computer grafica, ha collaborato nel 2009 con la rivista Moleschine e ha ideato e creato diverse ambientazioni fantasy non ufficiali per giochi di ruolo su regole D20 OGL e Avanced Dungeons & Dragons skills and poker. Ha inoltre realizzato manuali non ufficiali home rule sulla psionica nel sistema AD&D skills and powers.
LinguaItaliano
Data di uscita31 lug 2014
ISBN9788867823147
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    Anteprima del libro

    La foresta di Sandor- Dragonblood (Libro primo)- Trilogia - Marzio Favognano

    Marzio Favognano

    LA FORESTA DI SANDOR

    DRAGONBLOOD

    LIBRO PRIMO

    TRILOGIA I giorni del Maelstrom

    EDITRICE GDS

    Marzio Favognano

    TRILOGIA Igiorni del Maelstrom

    La foresta di Sandor - Dragonblood ©EDITRICE GDS

    EDITRICE GDS

    di Iolanda Massa

    Via G. Matteotti, 23

    20069 Vaprio d’Adda (MI)

    tel. 02 9094203

    e-mail: edizionigds@hotmail.it ; iolanda1976@hotmail.it

    Collana ©AKTORIS

    Illustrazione in copertina: ANGEL ©Dusan Kostic (fotolia.com)

    Tutti i diritti riservati.

    A tutti i giocatori di ruolo.

    Ai miei amici e inseparabili giocatori per il loro supporto e aiuto.

    Alla mia famiglia.

    Prologo

    Il sudario pietrificante lo avvolgeva fino alla cinta ormai, quarzi rossi, gemme e basalto si attorcigliavano e fondevano costringendolo in una morsa immobilizzante, intorno a lui vi era solo il caos, la distruzione e il male. Quanta ironia c’era in quel momento. Proprio lui, che era chiamato l’Araldo del Caos, il Distruttore, il Drago di Ferro, si trovava lì a combattere contro la materializzazione stessa delle forze che lo avevano reso famoso.

    L’altra faccia della medaglia. Lui era questo? Forse, sì. Forse era questo il motivo per cui era stato scelto per quella missione, per quel viaggio dove nessun altro oltre a lui era sopravvissuto.

    Ripensava ora ai suoi amici e compagni. Elden di Supiria, l’elfo nero che con tanta difficoltà era stato accettato nella congrega druidica dell’Isola delle nebbie, giaceva lì, a pochi metri da lui. Il suo corpo era stato pietrificato mentre cambiava forma, a metà fra elfo e aquila.

    Tamara sull’altare, trafitta da orribili lance di ossidiana, aveva ancora quell’espressione fiera sul volto. La sacerdotessa umana non aveva ceduto al dolore né al terrore, era morta invocando la sua divinità, la Dea Madre, ma le preghiere non le avevano salvato la vita.

    Gideon e Tantra erano già scomparsi da tempo ormai. Loro non erano arrivati fino all’ultima meta, lo gnomo illusionista e la ranger elfica erano caduti insieme per mano di Ultraghar, l’odiato gigante dei ghiacci che custodiva gelosamente il Martello degli Strali. Quello stesso martello che ora Zoras, a metà fra la vita e la morte, stringeva in mano. Quel magnifico martello magico gli ricordava tantissimo il Maglio di Ozmar, l’arma che il suo Patrono gli aveva donato ai tempi del mito. Quante cose erano cambiate da allora, così tante.

    Ne era davvero valsa la pena? Valeva la pena che tutti i suoi compagni morissero perché lui imbracciasse il martello e fermasse il Caos? Ma può il Caos fermare se stesso?

    Cosa aveva dovuto affrontare per arrivare fin laggiù, in un antro mistico sperduto su isole lontanissime dalla sua patria. Lì, nella Grotta di Madreperla si stava consumando l’ultimo atto di una battaglia che decideva le sorti di un intero piano di esistenza.

    E nulla rimaneva più in quel luogo. I suoi amici erano stati sconfitti. Gli adepti di quella mostruosa divinità, incarnatasi davanti a lui, erano stati spazzati via da quel gruppo di avventurieri e dalla furia del loro stesso Dio. Era rimasto solo lui. Lui, e ciò che quei demoniaci sacerdoti avevano evocato: l’Avatar di Goraxis.

    A guardare quell’abominio ergersi di fronte a lui, Zoras si meravigliava di quanto fosse diverso da com’era descritto nel Libro di Odin. Quel dannato libro l’aveva fatto tribolare ai quattro angoli del mondo per decifrare i segni e le profezie in esso contenuti. Ma ora era tutto chiaro, era un evento destinato, e lui aveva due sole opzioni, vincere o morire.

    Goraxis era lì, un immenso gigante di ossidiana. Occhi di cristallo viola che sembravano bruciare come tizzoni ardenti e ondate di caos nero, come anelli di fumo, lo avvolgevano stravolgendo la natura stessa della realtà intorno a lui. Se quel mostro avesse calpestato le terre delle razze libere, nulla sarebbe rimasto in piedi. Tutto sarebbe diventato desolazione, morte, sofferenza e oblio.

    Questo era ciò che sarebbe stato del mondo. Caos, distruzione, male. Lui era l’ultimo baluardo rimasto a fermare tutto questo, lui che era caos, distruzione e… bene.

    Non poteva cedere, non ancora.

    Zoras ruggì, facendo esplodere dentro di sé la rabbia del Caos. Il sudario di basalto e rubino era arrivato fino al petto ormai. Non c’era più tempo. Raccolse nel profondo ciò per cui era stato mandato in quel luogo, il potere dell’entropia. Le onde di forza che avvolgevano Goraxis cominciarono a fluttuare e a vorticare attirati dalla rabbia del guerriero dal sangue di drago.

    Goraxis ruggì di rimando, un suono orripilante simile ad una valanga di rocce che s’infrange in un mare di magma. Il Caos si alimentava fra quelle furie senza fine. Anche Zoras, ora, era avvolto dalle spirali nere di quella primordiale forza. La natura stessa della Grotta di Madreperla si andava alterando, le rocce diventavano fango e polvere, il tessuto della realtà si stava spezzando.

    Fu lì che Zoras il mezzo-drago riuscì dove nessun altro avrebbe potuto. Animato dalla pura forza del Caos, liberò il Martello degli Strali dalla morsa di pietra che lo attanagliava. Con forza sovrumana il guerriero fece mulinare l’arma nella sua mano, raccogliendo attorno ad essa le spirali di primordiale entropia e la forza del fulmine.

    Poi lo scagliò.

    Lucente e veloce come una cometa, il martello volò dritto contro il mostruoso Avatar di Goraxis. Il Dio della Distruzione tentò di fermare quel devastante proiettile con la sua enorme mano di ossidiana ma l’impatto gliela distrusse in migliaia di frammenti senza minimamente ostacolare il percorso del maglio.

    Il martello colpì il suo bersaglio, così com’era stato scritto. L’arma magica s’infranse in mezzo agli occhi del mostro, spazzando via Caos, Distruzione e Male. L’Avatar del Dio cominciò a frantumarsi e a diventare cenere di fronte al volto fiero di Zoras.

    Il mezzo-drago sorrideva mentre il sudario magico si chiudeva intorno a lui imprigionandolo per l’eternità.

    Vincere o morire? All’Araldo del Caos non era mai piaciuto scegliere, quindi decise che era giusto che andasse così. Vincere e morire.

    Sandor

    **********

    L’estate era appena cominciata nella foresta di Sandor ma il caldo torrido, tipico del clima di quella regione, si era fatto sentire già da Aptar, il quarto mese dell’anno. Un caldo umido insopportabile per un qualsiasi umano abituato ai climi temperati ma che non arrecava alcun fastidio agli abitanti secolari della foresta, i magnifici elfi chiari che vivevano in comunione con la natura e i suoi capricci climatici sin dall’alba della loro creazione.

    La Radura, a poche miglia dalla capitale elfica di Astartis, era immersa nella foresta in modo così profondo da confondersi totalmente con essa. Un occhio non esperto avrebbe potuto vagare per giorni fra i maestosi alberi e le enormi radici senza accorgersi di essere arrivati in un luogo abitato. Il paesaggio variava di continuo fra spettacolari quarzi che si ergevano dal terreno come menhir naturali o liane intrecciate come reti o tappeti esotici. Tutto questo era la dimora delle creature incantate della foresta, i ranger della Radura che saettavano silenziosi fra i rami osservando gli sconosciuti, impauriti dalla vastità del luogo. Quel luogo che era l’ultima linea di difesa prima di poter arrivare ad Astartis, la città del Re.

    Il reame di Sandor era molto conosciuto in tutta Duur. Chiunque si fosse addentrato nella foresta sapeva di essere sotto gli occhi vigili dei ranger elfici, ma ciò che molti non sapevano era che quelli degli elfi non erano gli unici occhi della foresta.

    Sulla riva di un ruscello chiamato Sh-ilna’riv, il vento emetteva strani sibili. Si sentiva il vorticare armonioso e deciso di due lame che danzavano fendendo l’aria, istigate dall’abilità del loro maestoso possessore. Chi non avesse mai visto un elfo e si trovasse di fronte a Ryfis e al suo spettacolo marziale, di certo sarebbe rimasto veramente confuso e si sarebbe chiesto se le leggende avessero quanto mai distorto la realtà.

    Gli elfi erano conosciuti come creature minute e leggiadre, con arti esili e capaci di movimenti così armoniosi da sembrare che fosse il vento a decidere i loro passi ma di certo Ryfis non corrispondeva affatto a questa descrizione.

    Era alto oltre due metri, con braccia forti e nerborute come tronchi d’albero che si muovevano veloci come serpenti nel kata delle due lame. La pelle, protetta solo da un giustacuore di cuoio e dai gambali, sembrava di metallo dorato leggermente screziata, non liscia e glabra come sarebbe dovuta essere quella degli elfi, né villosa come quella di nani e umani.

    Aveva il viso fine come quello elfico con le orecchie puntute e vigili, ed i suoi capelli, lunghi e neri come le piume dei corvi, erano lucenti e legati in una lunga treccia.

    Infine gli occhi, occhi che nessuno al mondo avrebbe potuto dimenticare una volta incrociato il suo sguardo. Occhi a mandorla, grandi e penetranti, pupille ampie che vorticavano in un gioco di luci facendole sembrare di oro fuso. Uno spettacolo unico, avrebbero detto in molti, ma si sbagliavano. Unico non era la parola giusta.

    A non più di dieci metri una creatura identica, ma dall’espressione totalmente diversa, sedeva in contemplazione a gambe incrociate su una grande pietra levigata dal tempo. La pietra era piatta e fumante a causa del sole rovente ma la pelle di Uriel non avvertiva i morsi del calore. Il corpo nudo, a parte piccoli pantaloncini scuri tenuti stretti in vita da una corda di seta, era incredibilmente possente. I muscoli erano torniti, armoniosi e perfettamente tenuti in allenamento.

    Diversamente dal fratello, l’arma di Uriel non erano le spade ma il suo corpo, la sua anima e la coscienza di se stesso. Il suo respiro equilibrava la sua mente rendendolo una cosa sola con la natura intorno a lui.

    La grande forza e l’insensibilità al calore erano prerogativa dei cosiddetti figli del drago, creature ancora più leggendarie degli elfi stessi, dall’indole intrisa di giustizia ma dal passato pieno di ombre.

    Il kata di Ryfis terminò con un affondo generoso nel ruscello. Nel momento stesso in cui il fratello Uriel aprì gli occhi terminando la sua meditazione, Ryfis ritirò la spada facendo affiorare alla sua estremità una carpa guizzante.

    Questa è per la cena. disse il mezzo-drago sorridendo pieno di fiducia verso il monaco.

    Non mangio carne... lo sai. fu il commento serio e tagliente del fratello che si stava adesso alzando dalla sua pietra meditativa. Rimbambire i pesci con i tuoi movimenti fa parte del tuo allenamento? La danza che ti è stata insegnata serve a metterti in amicizia con la natura. Non usare quell’amicizia per poi tradirla. Se vuoi pescare fa che la tua sia una lotta fra te e il pesce, non richiamarlo a te con false promesse.

    Ryfis rigirò gli occhi sospirando. I sermoni del fratello erano ormai diventati quotidiani, anche se in fondo era quello che gli diceva sempre anche il maestro Althanas.

    Ryfis si scusò silenziosamente con la carpa che ormai aveva smesso di agitarsi e la infilò nel suo piccolo cestino di rete. Ormai l’aveva presa, tanto valeva mangiarla.

    Con passo leggero nonostante la mole, i due fratelli dorati, come li avevano soprannominati gli elfi, si diressero verso il Tempio della Stella, il luogo di culto degli abitanti della Radura. Una chiesa che poteva essere definita insolita, in quanto non era votata ad un dio specifico.

    Era un luogo dove ognuno poteva pregare e professare la propria fede senza timore e imbarazzo verso gli altri abitanti di Sandor, che erano sì in prevalenza elfi, ma la foresta pullulava di tante altre creature e tanti culti diversi.

    Tuttavia gli elfi non tolleravano che qualcuno adorasse o pregasse degli dei contrari ai loro principi escludendo dal Tempio della Stella i sostenitori di culti blasfemi e malvagi. Questo era, comunque, un problema secondario, perché gli elfi in ogni caso difendevano con la spada i loro confini da tutte le creature palesemente malvagie e da invasori stranieri.

    Uriel e Ryfis arrivarono alla Piazza del Raduno, dove sorgeva il Tempio della Stella, in tempo per vedere Auron mettere in pratica il suo ultimo giochetto.

    Non appena misero piede in piazza, improvvisi squilli di trombe echeggiarono dagli alberi come in una marcia reale. I due fratelli si guardarono intorno sconcertati in cerca degli occasionali trombettieri e così fecero anche i vari elfi che si trovavano nei paraggi.

    Fra gli alberi non c’era nessuno che tenesse in mano una tromba, che tra l’altro non era uno strumento in voga fra gli elfi, e i pochi che si nascondevano fra le fronde sembravano incuriositi da quel suono tanto quanto i due fratelli.

    Una risatina compiaciuta attirò lo sguardo dei due mezzi-draghi su una grossa quercia la cui corteccia era ornata da simboli crepitanti di una fioca luminosità. Sul ramo più ampio dell’albero, con in mano un pesante libro rilegato in pelle e corda, un elfo quanto mai singolare agitava le dita in segno di saluto.

    Auron non era per niente gracile come poteva esserlo un qualsiasi elfo. Il suo corpo era rigoglioso, possente ed emanava una sensazione di appartenenza ultraterrena. La sua fisionomia era senza dubbio elfica come quella della madre, morta tanti anni prima dandolo alla luce, ma i tratti del padre erano molto più evidenti.

    Due grandi ali piumate si estendevano dalle spalle dell’elfo chiaro come quelle di un airone gigantesco. Le ali, così come la sua corporatura robusta, erano eredità del padre, un padre che lui non aveva mai conosciuto ma che era sinonimo di leggenda nella foresta di Sandor.

    Molti ricordavano ancora le gesta di Alatar il Deva, evocato dalle Montagne dei Cieli per salvare gli elfi dalla minaccia di Saralean, una potente succubus che aveva corrotto l’anima di Priaman l’alto sacerdote di Tarkus, e stava sprofondando gli elfi di Sandor nell’oscurità imponendo riti sacrileghi.

    Durante quella battaglia che vide gli elfi impegnati in una guerra fratricida, Alatar sconfisse Saralean e l’alto sacerdote morì in lacrime fra le braccia del Deva che aveva riportato in lui la coscienza di un tempo, offuscata dalle maligne macchinazioni del demone.

    Fu allora che Alatar lasciò agli elfi e agli altri popoli di Sandor un dono che li avrebbe aiutati a rimanere nel giusto e a combattere le forze dell’oscurità.

    Due figli, Auron, frutto dell’unione fra il Deva e Sinafael, la allora giovane principessa della foresta di Sandor, che simboleggiava l’alleanza del celestiale con il popolo elfico, e Alexander, figlio suo e di Kadiria, una guerriera umana dall’animo passionale e giusto che aiutò il Deva nelle battaglie contro Saralean.

    I bambini avrebbero vissuto nella foresta e l’avrebbero protetta da nuove minacce legate alle mire di forze oscure. Gli elfi pensavano che le strade dei due bambini sarebbero state chiare e ben delineate dalla loro natura. Vedevano Auron, in quanto figlio della principessa, come nuovo sacerdote di Tarkus a presenziare l’altare del Tempio della Stella e Alexander al suo fianco con in mano una lucente spada, magari come futuro dono di suo padre, a istruire e comandare le forze di tutti i popoli di Sandor nell’arte della battaglia e della misericordia.

    Con grave rammarico degli elfi, invece, la strada scelta dai due fratelli fu diversa. Non fu Auron ma Alexander a istruirsi nei precetti del Tempio. L’anima del padre Deva era più presente nel figlio metà umano che in quello elfico che preferiva il fascino della magia e della natura, una probabile eredità della madre, ed effettivamente Alexander, una volta cresciuto, sembrava in tutto e per tutto suo padre.

    Era splendido quanto lui, sia nell’aspetto sia nel portamento, e con le ali piumate ancora più grandi e maestose di quelle del fratello elfico. Nei suoi lineamenti e nel suo essere non c’era quasi traccia della madre, a parte gli occhi azzurri e pieni di fuoco e l’animo passionale e autoritario che tradiva a volte la sua natura terrena.

    Auron scese sorridente dalla sua quercia e con un leggero colpo d’ali planò accanto ad Uriel e Ryfis che si erano soffermati ad osservare gli altri elfi, irritati dall’ennesimo giochetto magico del mezzo-celestiale.

    Pensavo di utilizzare questo nuovo incantesimo quando mio fratello si fosse alzato in volo sui fedeli e avesse impartito la sua benedizione mattutina in nome di Tarkus e degli dei di Sandor. Voi che ne dite? Non darebbe a tutto un bell’effetto? disse Auron ai due fratelli, con la sua tracotante e fin troppo conosciuta malizia.

    Non credo che Alexander apprezzerebbe il tuo gentile gesto. rispose Uriel con soppesato sarcasmo. Il monaco non apprezzava gli sfoggi di arroganza e superiorità con cui si atteggiava Auron. Lo conosceva da molto tempo ormai, era una persona dalle indubbie qualità e dall’animo giusto ma era molto pieno di sé e poco tollerante, un difetto che aveva in comune con il fratello ma che in lui spiccava maggiormente. Del resto tutti gli elfi erano un po’ altezzosi.

    "Sarà meglio che tu lo usi per spaventare i grizzly che si avvicinano alla Radura piuttosto che per mettere in imbarazzo gli abitanti. Non sei daccordo, Ryfis?"

    Uriel si era appena girato per rivolgere quella frase al fratello ma si accorse che Ryfis, disinteressandosi totalmente della discussione, non era più con lui. Il ranger si era dileguato in fretta sia perché sopportava ben poco il modo di fare di Auron sia perché nell’aria aleggiava un profumino di torta alle bacche rosse e noci, proprio niente male, che lui, esperto scopritore di piste, si era già messo a tracciare.

    Muovendosi furtivo in mezzo all’erba, Ryfis adocchiò la sua preda fumante poggiata sul tavolo in pietra di fiume della sua ben nota amica Lirin Watchwood, una mezz’elfa alquanto unica nel suo genere in quanto, nelle sue vene scorreva sangue gnomico. Non era la prima volta che Ryfis si trovava in quella situazione. I manicaretti dalla cuoca più rinomata della Radura erano una tentazione irresistibile per il goloso ranger, ma erano anche davvero difficili da conquistare. Lirin sbucava sempre dal nulla prendendo il ranger con le mani nel sacco e a cucchiaiate in testa, tanto che Ryfis ormai aveva considerato quel piccolo furtarello, che per inciso non gli era mai riuscito, come un ulteriore prova in aggiunta a quelle già impegnative che Althanas gli imponeva ogni giorno. In realtà era stato proprio Althanas a mettere sull’avviso Lirin delle debolezze del ranger, in modo da imporre al suo allievo un ulteriore incentivo per tenersi in allenamento, ma questo Ryfis non l’aveva ancora scoperto.

    Strisciando come un serpente che cerca di mimetizzarsi fra l’erba e le rocce, Ryfis arrivò senza fare alcun rumore fin sotto il tavolo di Lirin. La sua visuale in quel punto gli impediva di scorgere la torta sul pianale del tavolo ma il ranger aveva già preso nota della sua posizione e studiato bene le sue mosse.

    Rimase in silenzio qualche secondo, cercando di avvertire i movimenti della mezz’elfa. Non l’aveva vista ma era sicuro che fosse lì da qualche parte. Purtroppo il ranger sapeva che, come ogni sangue elfico che si rispetti, Lirin era silenziosissima nel muoversi. Il fatto di non aver sentito nulla, a parte il fruscio del vento, non lo rassicurava affatto. Facendosi coraggio mosse velocemente, senza sporgersi, il braccio sul tavolo nel punto in cui presumibilmente c’era la gustosa torta.

    La sensazione di morbidezza e calore che affiorò sulle due dita incuriosì alquanto l’improvvisato ladro. Anche se non era mai riuscito a prendere la torta intera aveva assaggiato più di una volta le fette zuccherose e croccanti del dolce. Adesso, invece, sentiva al tatto qualcosa di molto diverso, più gommoso

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