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Lunghezza:
346 pagine
4 ore
Pubblicato:
21 ott 2014
ISBN:
9788867755189
Formato:
Libro

Descrizione

ROMANZO STORICO - Roma, 1849. La città è sotto assedio. Tra le mura: guerra, delitti, passione.

Mentre Mazzini cerca di gestire il delicato rapporto con i diplomatici francesi, mentre Garibaldi prova a salvare la Città Eterna con la sua esperienza e il suo carisma, Luciano Innocenti, poeta, cerca di risolvere un delitto inspiegabile e atroce, di cui nessuno può e vuole interessarsi. Roma è sotto assedio e la morte di una giovane prostituta non interessa a nessuno. Mazzini, Garibaldi, Pisacane, Pio IX, Pellegrino Rossi, Colomba Antonietti, Ciceruacchio, Oudinot... un affresco della Roma risorgimentale. E un delitto da risolvere. Guerra, delitti, passione. Dall'autore Premio Tedeschi 2013, un nuovo romanzo storico, tinto di giallo e di passione.

Andrea Franco,ha vinto nel 2013 il Premio Tedeschi Mondadori, con il giallo storico ""L'odore del peccato"". Sempre con Mondadori ha pubblicato numerosi articoli e racconti. Diverse pubblicazioni anche in formato digitale. Su tutte: ""Lo sguardo del diavolo"", la vera storia del Serial Killer Jeffrey Dahmer e la serie ""Scrivere Fantasy"" (Delos Digital).
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21 ott 2014
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9788867755189
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Anteprima del libro

1849 - Andrea Franco

9788867753154

Il pontificato è la sola viva grandezza che resta all’Italia.

(Pellegrino Rossi)

No, ssor Pio, pe smorzà le trubbolenze,

questo cqui nun è er modo e la maggnera.

Voi, Padre Santo, nun m’avete scera

Da fa er Papa sarvanno l’apparenze.

(Gioacchino Belli)

Prologo

15 novembre 1848

Giovanni Maria Mastai Ferretti era assorto nei propri pensieri, mentre osservava attraverso i vetri della finestra dell’appartamento papale. Da qualche minuto se ne stava immobile, le braccia incrociate dietro la schiena e, di tanto in tanto, mormorava qualche parola che riaffiorava dai suoi pensieri.

Non erano poche le preoccupazioni che in quei giorni lo affliggevano. Meno di un’ora prima un cardinale lo aveva avvisato che lungo le vie di Roma si riscontrava una certa animosità, ben al di fuori della norma dell’ultimo periodo.

Era una giornata fredda, resa più spigolosa da un leggero vento gelido che soffiava dal mare. Sospirò, lasciando scivolare una preghiera tra le labbra screpolate. Più per abitudine che per vero sentire. Socchiuse leggermente gli occhi: anche un Papa a volte cedeva alle abitudini istintive e irrazionali dei comuni mortali, ma in quel momento pregare sembrava la cosa più ovvia da fare.

Si scosse quando percepì un leggero bussare alla porta. Il cardinal Pazzini comparve sulla soglia e lo salutò con un leggero inchino. – Perdonate Eccellenza, il conte Rossi è appena giunto e chiede udienza.

Mastai Ferrei rispose con un cenno e quindi comandò di farlo entrare.

Il cardinale chiuse nuovamente la porta e i passi echeggiarono rapidi lungo il corridoio.

Papa Pio IX resistette all’impulso di tornare alla finestra, come se in quel momento nulla potesse allontanarlo dalle cupe trame che si intersecavano nella sua testa, e si abbandonò sul trono papale, dirimpetto allo scranno a disposizione dell’uomo che stava attendendo. Con i polpastrelli seguì gli intarsi in legno laccato d’oro e, traendo un sospiro, lanciò un’occhiata all’immagine della Madonna nella parete che aveva di fronte. Un regalo che un giovane artista gli aveva fatto di recente. In effetti, rifletté in quel momento, non di ottima fattura. Osservò i due santi inginocchiati ai piedi della Santissima Vergine, nelle loro vesti scure, quasi banali nella postura di quella supplica che forse voleva solo essere una preghiera riverente. Aveva preso la decisione di liberarsene quando bussarono di nuovo alla porta e il cardinal Pazzini annunciò il conte Pellegrino Rossi, l’uomo che in quel momento rappresentava gran parte del potere politico di Roma. A eccezione del Papa stesso, naturalmente.

Il ministro degli interni entrò e si fermò a due passi da lui, impegnandosi in un leggero inchino. Il Papa lo osservò con attenzione. Solito sguardo deciso, nessuna ombra scura negli occhi infossati. Colui che molti apostrofavano come il traditore attese un suo cenno, quindi si accomodò, guardandolo per la prima volta da che era entrato dritto negli occhi.

– Oggi le strade di Roma non nascondono l’agitazione del popolo – esordì il Papa.

– Temo di sapere quello che pensate – mormorò Rossi, annuendo.

Papa Ferretti fece dondolare la testa in segno d’assenso. Il conte sembrava sempre lo stesso, sicuro di sé, sopracciglia leggermente piegate sul naso dritto e importante, il mento tirato all’indietro, a stringere sul piccolo papillon nero.

– Temiamo di interpretare nel modo corretto le vostre intenzioni, ministro.

– Sono qui per ascoltare gli ordini di Vostra Santità – disse l’uomo, gonfiando un poco il petto. – E poi mi recherò alla Cancelleria per dare inizio al lavoro.

Quello che era il suo passato in quel momento non contava. Pio IX aveva imparato a conoscerlo per quello che era, un uomo onesto e determinato. Fino a pochi mesi prima era la voce del governo francese, era l’uomo che sollecitava con una certa insistenza affinché egli concedesse le riforme necessarie. In quel momento, invece, era l’uomo più influente del governo di Roma, colui che lui stesso aveva scelto per traghettare il papato e la città attraverso quegli anni difficili. E a questo, il conte Pellegrino Rossi, dedicava tutta la sua arte. Priva purtroppo, ammise a malincuore il Papa, della giusta dose di diplomazia.

– Noi non abbiamo che un ordine da darvi, Rossi.

– Vi ascolto, Santo Padre.

– Prendete tutte le precauzioni necessarie – si raccomandò il Papa. – Potrebbe accadere qualcosa di spiacevole e ne saremmo profondamente addolorati. Non sottovalutate il pericolo. Non sottovalutate i nostri nemici, conte.

Pellegrino Rossi non rispose subito. Chinò leggermente il capo e sembrò perdersi in qualche riflessione. Parlò a bassa voce, senza alzare lo sguardo. – Non avranno il coraggio di arrivare a tanto.

– Voi non avete molti amici in città – insistette Pio IX. – Reazionari e Rivoluzionari trovano solo un punto di accordo in questi ultimi mesi e…

– È l’odio verso la mia persona – terminò il ministro, interrompendolo. – Lo so bene, Padre.

Il Papa sospirò e si chiuse per qualche secondo in un silenzio cupo. Quell’uomo era sempre stato chiaro nel manifestare il suo pensiero. Lo faceva da semplice ambasciatore, continuava a farlo da ministro, correndo in prima persona rischi notevoli.

Si alzò dal trono e fece un passo in avanti. Pellegrino Rossi scattò e cercò di anticiparlo. Rimasero per qualche istante l’uno di fronte all’altro, senza parlare, quindi Pio IX alzò le braccia, palmi rivolti verso l’alto, e mormorò una preghiera.

– Prendete perlomeno la nostra benedizione – disse, sfiorando la fronte dell’uomo e facendo poi ancora una volta il segno della croce.

– Facciamo la cosa giusta – disse l’uomo congedandosi.

– Ce lo auguriamo, Rossi. Ce lo auguriamo.

Lo seguì con lo sguardo mentre chiudeva la porta dietro di sé, quindi Pio IX tornò alla finestra, le mani allacciate dietro la schiena, i pensieri confusi più di prima. E una strana sensazione di tragedia che non riusciva a sopire.

Rossi seguì il cardinal Pazzini lungo i corridoi, seguendo un tragitto che oramai conosceva a memoria, ma che mai aveva percorso senza la guida di un alto prelato. L’uomo avanzava lentamente e Rossi si perse dietro a tutto il non detto che c’era stato tra lui e il pontefice. Lo conosceva da pochi anni, da quando era stato eletto dopo la morte di Gregorio XVI, ma sembrava portare addosso il segno del tempo che passava.

O meglio, delle preoccupazioni, si disse.

Pio IX era un uomo ancora giovane, e forse del tutto impreparato a quello che la vita politica della Città Eterna, non solo i problemi della Fede, aveva riservato a quegli anni. L’Italia tutta era in agitazione e Roma non faceva eccezione, anzi. Laddove potere temporale e spirituale si fondevano in una sola persona tutto era accentuato e, forse, tra quelle vecchie mura gli echi della gloria erano svaniti da tempo. Roma era rimasta indietro rispetto al resto d’Europa, Rossi non poteva nascondersi dietro ai sogni che ancora si permetteva il Santo Padre. E ora qualcosa stava cambiando, anche se lo avrebbe fatto con una tragicità tipica dell’Urbe.

Salutò il cardinale sulla soglia del portone. Anche Pazzini gli raccomandò attenzione e Rossi lo tranquillizzò con un sorriso accompagnato da una battuta delle sue. – Faremo quanto c’è da fare – disse infine, congedandosi anche da questi.

In strada lo attendeva la carrozza. Fece un cenno a Joseph, il cocchiere, suggerendo che era pronto ad andare, quindi si rivolse verso Pietro Righetti, che saliva le scale andandogli incontro.

– Andiamo, amico, se la paura non vi trattiene! – esclamò Rossi allungando una mano e afferrando la spalla dell’altro.

– La strada da qui al palazzo della Cancelleria è colma di gente, signore – replicò Righetti, ignorando il commento.

Rossi salì sulla carrozza seguito dall’altro. Joseph Decque spronò i cavalli e iniziarono il breve tragitto. Mancavano pochi minuti alle due. Rossi notò la tensione di Righetti, silenzioso al suo fianco, pronto a dire qualcosa senza però decidersi a farlo.

– Potete scendere, se preferite – suggerì il conte.

– Anche voi siete dell’idea che ci sia qualcosa da temere? – replicò Righetti con una domanda.

– Quegli infami dei rivoluzionari hanno in serbo qualcosa, come sempre. Ma abbiamo un lavoro da compiere, Pietro, e non permetteremo a una schiera di cialtroni di essere d’ostacolo.

– Potremmo passare dal retro e…

– Non se ne parla. Useremo l’ingresso principale, come si conviene a persone rette e che nulla hanno a temere.

– Se almeno aveste accettato la scorta dei carabinieri, adesso…

Pellegrino Rossi lo fece tacere con un cenno. Quell’insistenza cominciava a innervosirlo. Anche lui si sentiva stretto da un senso d’agitazione misto a timore, ma era dell’idea che in certi frangenti fosse necessario mostrare la giusta fermezza. Che se ne sarebbe fatto il popolo di Roma di un ministro smidollato? No, aveva le sue idee e le avrebbe difese con fierezza fino alla fine.

Righetti si affacciò a controllare quello che avveniva in strada quando la carrozza rallentò. Erano quasi giunti nei pressi del palazzo della Cancelleria e sembrava che avanzare divenisse sempre più difficile. Rossi strinse le labbra, pensieroso, e si costrinse a osservare la folla che si accalcava lungo la via. Il Santo Padre aveva sostenuto il vero: c’era un’agitazione tangibile, quel giorno. Molti uomini tenevano lo sguardo puntato sulla sua carrozza. Quelle persone non erano lì a caso. Puntavano tutti in piazza della Cancelleria.

Avvicinandosi alla piazza aumentò anche la presenza della Guardia Civica. Le mantelle blu spiccavano sul resto della folla. Rossi annuì, contando un buon contingente di uomini armati.

– Scendiamo qui – disse a un certo punto, battendo un colpo sul telone che lo separava dal cocchiere e facendo segno di fermare la carrozza. Righetti provò a protestare ma il suo sguardo deciso lo fece desistere. – Con questo traffico è impossibile proseguire. Faremo a piedi gli ultimi metri, Pietro.

Scendere dalla carrozza non fu agevole. Dovettero forzare affinché gli uomini assiepati lungo la via, e schiacciati adesso ai lati della vettura, facessero spazio a sufficienza. Qualcuno dalla folla gridò un’offesa, seguita da risate e qualcun altro che faceva eco. Avanzarono a fatica, attraversando la piazza, e giunsero a ridosso dell’ingresso del Palazzo della Cancelleria. Pietro Righetti faceva da sfollagente, mentre appena un passo dietro di sé Rossi sentiva il vociare deciso di Joseph che cercava di tenere indietro quanta più gente possibile.

– Ecco i volontari – disse a un certo punto Pietro, indicando sotto gli archi dell’ingresso, dove si intravedeva il cortile. Pellegrino alzò lo sguardo e notò diverse decine di panuntelle sbiadite, le mantelle tipiche dei volontari, molti dei quali reduci dalle imprese di Vicenza. Per un momento, tra la gente che spintonava incrociò lo sguardo del Ciceruacchio, poi anche questi si perse tra le forme indistinte che spingevano verso la Cancelleria.

– Facciamo in fretta – ammonì Rossi, sollecitando Righetti a superare quegli ultimi metri.

– Ancora pochi passi, conte.

Giunti a quel punto avanzare era quasi impossibile. Pellegrino teneva le braccia larghe quanto più poteva, cercando di allontanare ogni corpo che la calca gli spingeva addosso. Qualcun altro alle sue spalle gridò qualcosa che scatenò l’entusiasmo generale e a più riprese alle sue orecchie giunse un traditore che non lasciava alcun dubbio sulla natura di quell’assembramento. Quella gente era là per l’unità d’Italia e lui per loro rappresentava l’ostacolo maggiore. Né rivoluzionario, né reazionario. Lo aveva detto ancora una volta anche Pio IX, meno di un’ora prima.

– Lei non ha molti amici in città. – Quelle erano le parole esatte del pontefice. Quelle stesse parole che adesso echeggiavano sinistre nella testa di Rossi.

Un colpo al fianco destro lo fece sobbalzare. Si girò di scatto e incrociò lo sguardo di un uomo minuto, ma con una tale ferocia negli occhi da metter spavento. Lo spinse via con più foga di quanto avrebbe voluto, aiutato all’istante dal cocchiere, sempre alle sue spalle. Solo con un attimo di ritardo, proprio mentre era giunto sotto l’ingresso del palazzo, sentì uno strano calore al collo, sul lato sinistro.

Portò la mano al collo nello stesso istante in cui un grido si levò alle sue spalle. Un grido indefinito, ma che nella mente di Rossi si trasformò in una sensazione poco piacevole. Sangue. C’era del sangue sulla mano che ritrasse. Poi si sentì mancare e le gambe cedettero. Sentì a mala pena le braccia che cercavano di sorreggerlo. Joseph Decque gli stava gridando qualcosa, ma tutto era confuso: la folla, il dolore che all’improvviso era esploso, un caldo feroce che lo aveva avvolto per abbandonarlo subito dopo a brividi di freddo.

Mentre un’ombra calava davanti ai suoi occhi sentì chiaramente che veniva trascinato da qualche parte. Figure agitate si muovevano ancora attorno a lui e quando chiuse gli occhi le sentì ancora con l’ultimo brandello di coscienza. Un pensiero scivolò tra le maglie della sua ragione, poi percepì come un colpo sordo. E quindi più nulla.

PARTE PRIMA

Aprile 1849

Sono entrato a Roma con un sentimento di profondo rispetto, quasi di venerazione. Roma era per me il santuario dell'umanità.

(Giuseppe Mazzini)

Capitolo Primo

25 aprile 1849

Quella sera per le vie di Roma c’era una certa agitazione. Patrizio sollevò il colletto della divisa per proteggersi dall’aria gelida che s’insinuava tra le vie della città e cercò di ignorare la curiosità che lo spingeva ad ascoltare i chiacchiericci dei vari capannelli di persone che si erano radunati per le strade. Parlavano dei francesi, naturalmente, che proprio quel giorno erano sbarcati a Civitavecchia. La voce s’era sparsa in fretta, così come il dubbio e l’incertezza. Venivano come amici oppure anche loro erano pronti a scagliarsi contro la Repubblica Romana in favore del papa fuggitivo?

Patrizio cercò di non lasciarsi prendere dall’istinto e proseguì lungo la via. Incrociò alcuni drappelli della Guardia Civica e ricambiò i saluti che questi gli rivolgevano riconoscendolo come un ufficiale. Quando arrivò davanti alla facciata lineare di Santa Marta il sole era stato appena risucchiato dietro una leggera foschia che ammantava l’orizzonte alle sue spalle. Alcune finestre erano illuminate da lampade a olio, mentre la via era adesso del tutto buia. In pochi minuti la città era precipitata in un silenzio ovattato. La notte aveva affievolito le preoccupazioni e soffocato la voglia di discutere.

Osservò il portone scuro della chiesa, gettando un’occhiata all’edificio adiacente. Tra quelle mura l’attività era ancora frenetica. Si avvicinò alla porta del monastero e bussò. La suora che aprì la porta lo squadrò dubbiosa, poi riconobbe la divisa e con un cenno del capo lo invitò a parlare.

– Sono il capitano Innocenti – si presentò. – Devo verificare che i lavori procedano senza problemi – mentì. La donna, dallo sguardo battagliero e le labbra carnose, sembrò rifletterci solo un momento, quindi spalancò la porta e lo fece entrare.

Patrizio la ringraziò con un cenno del capo e la osservò con più attenzione. Piccolina e grassottella, sembrava il tipo di donna burbera ma decisa ed efficiente.

– I lavori sono a buon punto? – domandò. Solo il giorno prima erano dovute intervenire le guardie per fare liberare il monastero. Le sorelle che svolgevano in quel luogo la loro attività non avevano accettato di trasformarlo in un ospitale d’emergenza. Davanti ai fucili e alle baionette, avevano capito che c’era poco da discutere. Solo tre di loro si erano trattenute per lavorare insieme ai volontari.

– È tutto pronto, capitano. Anche se non servirà a nulla – replicò lei.

– Credete ancora che Dio farà in modo che nessuno attacchi Roma?

– Non bestemmiate, soldato… Dio non c’entra nulla con la pazzia degli uomini!

– Sta bene, suor…?

– Adelaide.

– Adelaide, bene. Mi auguro che voi possiate avere ragione – disse, avanzando fino a un piccolo scrittoio posizionato sul lato destro dell’ingresso. Tamburellò con le dita sul legno duro. – È già passata la principessa di Belgiojoso?

– La principessa ha delegato a un’altra persona la gestione del monastero – rispose suor Adelaide, incrociando le braccia sotto il petto.

– Ah, sì? – Patrizio diede le spalle alla donna per nascondere il sorriso che era affiorato sul suo viso nel fingere stupore. – E quindi immagino che siate voi a…

– Non sono io, capitano, vi sbagliate nuovamente.

Si voltò verso la suora allargando le braccia. – Quindi?

– Simonetta Valenti – disse questa, mordendosi il labbro inferiore. Era chiaro quanto fosse infastidita da quella situazione. Nel giro di poche ore erano state cacciate dal loro monastero e adesso c’era un via vai continuo di laici e soldati. Forse, nella sua ottica del mondo, tutto quello con Dio c’entrava molto poco.

– E immagino che dovrò tornare domani per parlare con questa… Simonetta?

Suor Adelaide sbuffò, scuotendo energicamente la testa. – Sbagliate di nuovo, capitano. È proprio di là, abbiamo appena terminato di sistemare le brandine del secondo piano e adesso si sta preparando per riposare.

Patrizio sorrise e disse: – Bene, vi sembrerò scortese, ma vi chiedo di disturbarla. Ordine diretto dei triumviri. Nulla deve essere lasciato al caso, spero possiate comprendere.

Suor Adelaide sbuffò ancora una volta. Probabilmente le interessava poco quello che pensavano Mazzini e gli altri, ma si allontanò lo stesso, facendogli segno di attendere. La lezione del giorno prima doveva essere stata piuttosto convincente, pensò. La donna tornò dopo un paio di minuti e gli chiese di seguirlo.

– Non l’avrete svegliata, mi auguro – disse con un mezzo sorriso, ma l’altra non replicò e lo condusse fino a una porta socchiusa.

Suor Angelica bussò e, senza attendere risposta, si affacciò. – Signora Valenti, il comandante Innocenti.

– Fatelo accomodare, grazie – rispose Simonetta Valenti dall’interno.

Patrizio con un gesto sulla spalla invitò la suora a lasciargli spazio, quindi, prima ancora di incrociare lo sguardo con la donna che era all’interno della stanza, disse: – Con permesso, sorella.

La suora strinse forte le labbra e senza indugiare si allontanò lungo il corridoio, tornando in direzione dell’ingresso.

Patrizio chiuse la porta e si voltò. – Questa suora è insopportabile – disse, voltandosi. Quasi si scontrò con la donna che era arrivata a un passo da lui. Simonetta Valenti era minuta e incredibilmente affascinante. – Ehi – esclamò Patrizio, ma le labbra di lei lo costrinsero a tacere. Ogni volta si stupiva di quel contatto, di quella bocca morbida e audace. I baci di quella donna potevano togliergli il respiro.

– Hai un incarico ufficiale? – chiese lei quando finalmente staccò le labbra dalle sue.

– Oh, lasciamo perdere questi piccoli dettagli, principessa!

– Magari fossi io la principessa, tesoro.

– Oh, lo sei per me, credimi.

Simonetta lo guidò verso una poltrona in un angolo e lo spinse a sedere. La stanza era nella penombra, illuminata solo da due candele sullo scrittoio nel lato opposto. – E che scusa inventerai se scoprono che sei passato da queste parti?

– Perché dovrebbero scoprirlo?

– Sottovaluti mio marito.

Patrizio l’afferrò per le braccia e la fece sedere sopra le sue gambe. – Tuo marito è forse il responsabile della sicurezza interna della città?

Simonetta avvicinò il viso al suo e lo baciò ancora una volta, prima di rispondere. – Ma non lo sei neanche tu, geniaccio!

– È qui che sbagli, principessa! Ho ricevuto l’incarico oggi stesso da Pisacane in persona, per ordine diretto di Mazzini.

– Ma è meraviglioso!

– E ho tutto il diritto di essere qui, adesso, per discutere dell’organizzazione di questo ospitale con la responsabile della struttura.

Simonetta Valenti sorrise e lo abbracciò. – Dobbiamo quindi sperare che i francesi attacchino la città?

– A me sta bene che lo facciano pure gli austriaci o i napoletani, tesoro – scherzò.

– Solo perché mi ami?

– Ti sembra poco?

Lei non rispose subito, appoggiò la fronte a quella di lui, i nasi che si sfioravano, i loro respiri vicinissimi. Patrizio poteva quasi sentire il battito del suo cuore.

– Non è poco – rispose, poi un velo di tristezza le scese sul volto. – Ma non riesco a immaginare il nostro futuro, tesoro.

Patrizio la abbracciò con più forza, poi cercò ancora una volta i suoi baci, quella bocca in grado di strappargli respiri e lucidità. – Noi abbiamo il presente, principessa. Il presente.

– Non sono una principessa – sussurrò Simonetta. Ma a bassa voce, lasciando scivolare le parole tra i baci e le mani sul petto di lui. Poi, per un po’, non dovettero dire altro.

Per  alcuni istanti nessuno parlò. Fuori dalla grande finestra dell’ufficio Roma era silenziosa e la notte buia quanto l’umore degli uomini che in quel momento discutevano il destino di una repubblica.

Giuseppe Mazzini tirò l’ennesima boccata dal suo sigaro, poi cercò fugacemente lo sguardo di Aurelio Saffi. L’uomo rimaneva ancora in silenzio, le braccia incrociate sul petto, sotto la folta barba e lo sguardo austero. Questi scosse la testa, quasi impercettibilmente. Ancora non voleva prendere una posizione netta, era chiaro. Quando Mazzini tornò a voltarsi verso gli inviati del generale Oudinot, non aveva ancora deciso se chiudere quella conversazione oppure dare loro la possibilità di chiarire tutti i termini di quell’incontro.

– L’ora si fa tarda, signori, dovremmo giungere al punto celermente, se non vi spiace – disse, portando di nuovo il sigaro tra le labbra.

– Vorremmo innanzitutto chiarire la posizione del nostro corpo di spedizione – disse il colonnello Leblanc, allargando leggermente le braccia dalla poltrona in cui sedeva. Al suo fianco, ancora in silenzio, Palamède de Forbin-Janson, incaricato del governo francese, sembrava attendere il momento opportuno per intervenire.

Mazzini, l’unico che non si era seduto e che continuava a fare avanti e indietro dalla scrivania di legno scuro alla finestra, fece un gesto eloquente. – E allora parlate, colonnello. Siamo ansiosi di conoscere le pacifiche intenzioni di un’invasione.

– Forse dovremmo vedere le cose per quello che sono, senza cedere a paure immotivate.

– Non parlatemi di paure o sciocchezze simili, Leblanc. I vostri uomini hanno preso possesso della città di Civitavecchia senza che alcun comunicato ufficiale fosse inviato per anticipare le intenzioni delle truppe francesi.

Prima di parlare il colonnello alzò le mani davanti al viso, come a voler placare l’ira dell’altro. – Un momento, Mazzini, non c’è stata alcuna invasione. Siamo stati accolti a braccia aperte dalla città e il generale ha…

– Il generale Oudinot ha pubblicato un proclama a dir poco minaccioso, colonnello – esclamò Mazzini, voltandosi verso Saffi, ancora immobile e in silenzio, quasi l’immagine speculare di Forbin-Janson. – Volete per caso che ve lo legga per rinfrescare i termini della vostra discesa?

– È stato solo un fraintendimento – intervenne infine Forbin-Janson, chinandosi in avanti. – Siamo qui da voi proprio per discutere delle nostre intenzioni, non di quanto scritto dal generale Oudinot.

– Parlate quindi per il governo di Francia? – domandò Saffi.

Leblanc e Forbin-Janson annuirono.

– Allora è opportuno che chiariate subito qual è l’oggetto della vostra spedizione – esortò Mazzini, sedendo nella poltrona di fianco all’altro triunviro, proprio di fronte al colonnello francese.

Fu proprio Leblanc a rispondere. – In effetti sono due gli obiettivi che ci proponiamo – iniziò, scambiando un cenno d’intesa con il suo connazionale. – In primo luogo vorremmo poter difendere gli Stati romani da eventuali attacchi da parte dell’Austria e di Napoli. L’eventualità non è del tutto remota, a quanto pare.

– E il secondo proposito? – chiese Saffi, emergendo nuovamente dalle sue riflessioni.

Il colonnello sembrò dover riflettere un momento, prima di proseguire. – Assicurarci che il volere della popolazione della città sia in linea con la situazione attuale. In caso contrario, collaborare con tutti voi per il ripristino dell’ordine. Non nascondiamo che vorremmo tutti contribuire a una rinnovata armonia tra Pio IX e il popolo degli Stati romani.

– Tutto qua? – domandò Mazzini, stizzito.

I francesi non dissero nulla e continuarono a osservarlo mentre rifletteva. Mazzini si alzò nuovamente in piedi, prima di parlare. Recuperò il sigaro e tirò un paio di volte, quindi fissò lo sguardo negli occhi del colonnello. – Per quanto riguarda il punto primo, Leblanc, sarebbe lodevole, veramente lodevole, se non si fosse accompagnato all’invasione di Civitavecchia e al proclama stentoreo del vostro generale. Ma ne abbiamo già discusso abbondantemente, non vi pare? Avremmo gradito sinceramente l’appoggio del governo di Francia. Ma non la vostra invasione. Sarebbe stato sufficiente se aveste preso posizione, se aveste detto la vostra, con decisione, contrapponendovi ai poteri forti d’Europa. – Fece un ghigno storto e tirò un’altra boccata, poi riprese: – Ma tutto questo non è avvenuto. Ci sono le vostre truppe entro i nostri confini. E permettetemi di dire che Roma e tutto il suo territorio sente la vostra presenza come una minaccia. Non vorrei nemmeno discutere il secondo punto, colonnello. Il popolo di Roma ha già deciso. È avvenuto il 21 gennaio scorso, con le elezioni.

– Non hanno votato tutti – protestò Forbin-Janson.

– È

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