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L'Italia agli irti Monti
L'Italia agli irti Monti
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E-book284 pagine4 ore

L'Italia agli irti Monti

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Il debito pubblico va su, la crescita va giù! I nodi vengono al pettine. Il debito ha superato la soglia di fiducia dei mercati ed essi investono solo a interessi altissimi. Lo spread tra i nostri btp e i bund tedeschi è fuori controllo, non più supportato da crescita e competitività, e il governo Monti abbisogna di tempo per prendere credito.
La Germania ha 22,5 milioni di abitanti più di noi, ma un appartamento costa la metà, 1/3, 1/5 dei nostri e la qualità è superiore; un chilometro di autostrada costa la metà, si può percorrere senza pedaggio e la qualità è superiore; stipendi e pensioni, e il loro potere d’acquisto, sono parecchio superiori ai nostri perché per crescere non usano la pubblicità ma la ricerca e la competitività e invece che farsi la guerra, politici, imprenditori e sindacati cooperano tra loro e ancora crescono. Ma anche l’Italia, pur nel mezzo della sua nera crisi, ha buoni margini di crescita. Questo libro spiega come politica, aziende e consumatori possono ridurre i costi e far ripartire i consumi.
LinguaItaliano
EditoreAbel Books
Data di uscita9 giu 2012
ISBN9788867520008
L'Italia agli irti Monti
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    L'Italia agli irti Monti - Raimondo Carlin

    Raimondo Carlin

    L’ITALIA AGLI IRTI MONTI

    Come possiamo, o non possiamo, crescere

    Abel Books

    Proprietà letteraria riservata

    © 2012 Abel Books

    Tutti i diritti sono riservati. È  vietata la riproduzione, anche parziale, con qualsiasi mezzo effettuata, compresa la fotocopia, anche ad uso interno o didattico.

    Le richieste per l’utilizzo della presente opera o di parte di essa in un contesto che non sia la lettura privata devono essere inviate a:

    Abel Books

    via Terme di Traiano, 25

    00053 Civitavecchia (Roma)

    ISBN 9788867520008

                    Fin da bambino mia madre era solita ripetermi:

                                                              Credi che ti sgridi perché ti voglio male?

    Qualche nota introduttiva

    Finalmente il miracolo è avvenuto! Ad un passo dal baratro, ma ci siamo ancora dannatamente vicini, il presidente della Repubblica Giorgio Napoletano ha riconosciuto il pericolo e, con o senza il suggerimento della signora Merkel, ha rimosso l’inetto governo Berlusconi, che sull’orlo di quel baratro ci aveva portati e l’ha rimpiazzato col più autorevole e affidabile professor Monti; il quale, rimboccatesi le maniche, si è messo subito al lavoro nel tentativo di riparare i danni di colui che l’aveva preceduto. Danni, si dice, ben più gravi del previsto; e pare che saranno cavoli per tutti a uscirne fuori.

    Ma il neo presidente ha tutta l’aria di un brav’uomo, è capace e volitivo, ha carisma, quindi le carte in regola per far bella figura nel ciclopico incarico che il Presidente Napolitano gli ha affidato. E pur non essendo un politico di professione, conosce bene l’intricato sottobosco della politica nostrana e saprà districarsi con onore nell’arduo compito. Noi ce lo auguriamo! Il suo governo sprigiona vitalità da ogni poro e i frutti non tarderanno a maturare. Sempre che i soliti guastafeste, ossia i partiti, non gli infilino i soliti bastoni tra le ruote.

    Anch’io, pur nel mio ruolo di piccolo uomo della strada, voglio contribuire alla riscossa; e lo farò ricalcando in queste pagine, senza peli sulla penna, la mia modesta opinione. Spiegherò cosa, secondo la mia esperienza di giramondo ultrasettantenne, si può fare per rimettere in carreggiata la nostra disastrata economia e dare un importante spintone alla ripresa.

    Al termine di acute riflessioni, di valutazioni e confronti a livello europeo sono giunto alla conclusione che un rilevatore importante delle realtà di una nazione è la televisione. Ritengo la TV uno specchio pressoché fedele dei pregi e dei difetti di un popolo. TV, pubblica e commerciale. Radio e media in genere. Mi avvalgo di questa stima supportato dall’esperienza dei miei quasi cinquant’anni trascorsi al Nordeuropea, della conoscenza che ho di quei Paesi. In Germania ci ho passato mezzo secolo, ho letto libri, giornali, conseguito un diploma, guardato la TV. E in virtù di queste conoscenze, credo di poter dare dei pareri e dei suggerimenti utili lungo queste pagine.

    Le TV nordeuropee, in particolare quella tedesca, sono radicalmente diversa delle nostre. Sobrie, dirette, essenziali e istruttive, di grande utilità pubblica, non spennano i consumatori con fiumi di costosissima pubblicità, ma seguono una linea rigorosa e risparmiosa e rispettosa nei confronti di telespettatori e consumatori. Le TV nordeuropee, sia pubbliche che private, sono da posizionare agli antipodi rispetto alle nostre.

    In un confronto obiettivo tra le varie TV europee si ha la percezione, meglio la certezza, che le nostre non sappiano dove buttare i soldi e che di tutti i loro sprechi non debbano render conto ad alcuno. Le nostre TV sono scaltre, fregone e levantine. E’ in atto fra di loro una interminabile competizione all’ultimo sangue per l’accaparramento degli ascolti, quindi della pubblicità e si trovano pertanto in un perenne affanno per riuscire, ognuna più delle rivali, a metter le mani nelle tasche dei consumatori, imponendo loro masse di gravosa reclame, scaricandone i costi sui prezzi dei prodotti e riducendo in tal modo il già esiguo potere d’acquisto degli italiani. Si parla di un 30% di ricarico sui listini. Da vent’anni esse seguono questo corso e da vent’anni la nostra crescita si è arenata.

    La televisione italiana è dunque colpevole al pari del parassitismo, delle mafie, delle assunzioni clientelari, della dilagante corruzione, nonché dell’immensa lucrosa evasione fiscale, della carente meritocrazia e di tante altre prerogative tipicamente nostrane, ormai parti integranti del costume nazionale e tutte altamente tossiche, della nostra cronica crisi nella crisi, della nostra non crescita e della debolezza dei nostri Btp nei confronti dei Bund tedeschi.

    Allora è facile capire perché gli investitori esteri, vedendo gli sprechi delle nostre TV, la loro scarsa etica, le continue beghe tra le parti sociali che esse trasmettono dalla mattina alla sera e dalla sera alla mattina in infiniti e ridicoli TG, talk show e frivole trasmissioni, le scarse potenzialità del nostro potere d’acquisto (derivanti da tutto ciò), la fiacca e impotente opinione pubblica e tutte le altre pecche di cui sopra, ci riflettano per bene prima di investire nei nostri Btp e propendano alfine verso scelte meno remunerative, ma più sicure.

    E un’altra specificità tutta nostrana incide altrettanto negativamente sul giudizio degli osservatori e degli investitori esteri ed è quella che noi diamo più importanza alle chiacchiere nei vari inconcludenti dibattiti radio-TV che non ai fatti. Siamo il Paese delle chiacchiere e quello del chiacchierone è diventato uno dei pochi mestieri, assieme a quello delle mafie e dei pubblicitari, con cui ci si possa da noi ancora arricchire.

    Catene di TG, catene di gr frammezzo a catene di incessanti e noiosissimi dibattimenti radio-TV, monotoni articoli sugli innumerevoli quotidiani finanziati dallo stato con i soldi dei contribuenti, giornalisti, moderatori e politici che fanno a gara a chi la dice più grossa. Se producessimo fatti quanto parole saremmo degli extraterrestri!

    Da decenni stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità e per potercelo permettere abbiamo accumulato un debito pubblico (mostruoso!) di quasi 2.000 miliardi di euro, creando gli stipendi più bassi d’Europa e col più debole potere d’acquisto e gettando miliardi nella cancerogena e parassitica pubblicità come nessun altro. Il presidente Monti sembra intenzionato non solo a ridurre questa colossale cifra, ma altresì a fare quelle riforme che il governo Berlusconi, per non perdere voti, non ha voluto, o saputo, fare.

    La nostra speranza è che il governo Monti guarisca anche l’altro cancro italiano: l’evasione fiscale! Non a suon di spot pubblicitari, come ha fatto il precedente governo bruciando i soldi dei contribuenti e prendendoli in giro, ma con severe ed efficaci norme antievasione. Lo stesso dicasi per le televisioni, le più spendaccione e corrotte del mondo occidentale, per le mafie, il parassitismo, l’ormai metastatica pubblicità, appunto, che ci stritola come una piovra gigantesca, per la grottesca spesa pubblica e la perduta produttività e per tante altre nostre tipicità che saranno ampiamente descritte in questo libro.

    Tutti noi, a cominciare dai politici che sostengono il governo, dobbiamo renderci conto che la sagra è finita, e finita male, e che non possiamo più mangiare e bere a sbafo alzando ulteriormente il debito pubblico, come abbiamo fatto fino ad ora! E capire che di questo siamo debitori al precedente governo, che in tutta allegria, ci ha portati sull’orlo del baratro!

    E c’è davvero da stupirsi che quei signori siano ancora tra di noi e continuino a dettar legge e non vadano piuttosto a nascondere la vergogna dietro grosse foglie di fico per averci portati alla quasi bancarotta, ma insistano nella loro ottusità e prepotenza, rimanendo sulla scena! In qualsiasi Paese occidentale quei signori, a cominciare dal loro presidente, sarebbero tornati alle loro precedenti occupazioni a testa bassa, non senza aver prima chiesto scusa ai loro elettori, nonché a tutti i cittadini italiani, per la loro devastante gestione pubblica. Alla faccia dello spread impazzito tra i nostri btp e i bund tedeschi!

    Premessa

    L’idea di scrivere questo libro mi è nata una decina d’anni fa in una farmacia del Mare del Nord, Germania settentrionale. Avevo appena acquistato una confezione di aspirine e confrontato il prezzo con quello di una confezione simile acquistata in Trentino poco prima della partenza per le vacanze e poi dimenticata di portare, ero semplicemente allibito per l’enorme differenza di prezzo: 20% a favore dei tedeschi!

    E da quel momento, questa constatazione divenne per me una irremovibile ossessione e mi fu chiaro che per riacquistare la mia pace dovevo assolutamente scoprirne le ragioni!

    Poco dopo accompagnavo mia moglie a far la spesa in un vicino supermercato e davanti agli scaffali dei vini mi fermai a esaminarli. Molti erano italiani. C’era pure il mio vino preferito, quello che ero solito acquistare in Italia. Non avevo intenzione di comprarlo ora, in Germania bevevo birra, ma dopo la sorpresa delle aspirine decisi di esaminarne i prezzi: il mio vino preferito costava 80 centesimi alla bottiglia meno che in Italia! Anche la pasta, di produzione italiana, costava meno che da noi, i pelati, il formaggio, la verdura, le pizze surgelate, per non parlare della carne, dello scatolame, del burro.

    L’indomani ci recammo in un grosso emporio Fai da te e qui i prezzi superavano ogni pia immaginazione, naturalmente verso il basso! I pneumatici, la benzina, gli occhiali da sole, da vista, il bricolage. Ovunque i prezzi erano più bassi che da noi, spesso di molto. L’euro era entrato in vigore l’anno prima e era impossibile sbagliarsi. Ci rallegrammo al pensiero che le nostre vacanze sarebbero state meno care del previsto, pure ci chiedemmo: perché tanta differenza?

    Durante le vacanze visitammo molte città e vedendo le bacheche delle agenzie immobiliari (avevamo da poco acquistato casa in Italia) ci fermammo a esaminarle. Le foto erano invi-tanti e i prezzi lo erano anche di più: parevano appartenere ad altro pianeta! Villette e appartamenti costavano dal 50 al 100% in meno che in Italia!

    Mia moglie e io conoscevamo bene la Germania. Ci eravamo conosciuti nel ‘65 a Stoccarda, dove eravamo emigrati per lavoro. Lei nel ’56 con i genitori, io, da solo, nel ’60. Nel 1974, dopo quindici anni di soggiorno lavorativo, sette di matrimonio e due bambini in età scolastica, avevamo deciso di tornare in patria. A quei tempi i prezzi tedeschi erano più alti dei nostri, ma già qualcuno cominciava a scendere al di sotto.

    La prima sera della nostra vacanza al Mare del Nord, nella nostra villetta affittata a 30 euro al giorno, più 2 euro di luce e pulizia (poi condonati), una barca per vogare nei numerosi canali della zona e le bici per pedalare sulle splendide piste ciclabili, ci gustammo un giallo mozzafiato sul primo canale della TV pubblica, l’ARD. L’anno prima avevamo trascorso le vacanze in una località poco distante, ospiti di uno zio di mia moglie, per questo non avevamo riscontrato queste differenze.

    Nel corso del film ci stupimmo per l’assenza di interruzioni pubblicitarie. In Italia eravamo abituati a vedere ovunque pubblicità: nei film, nei quiz, nei TG, negli eventi sportivi, nelle previsioni del tempo, dappertutto; e la cosa ci colpì. Già ai tempi del nostro ormai lontano soggiorno lavorativo la pubblicità era limitata, inesistente dopo le 19 e nei giorni festivi.

    Mi domandai se fosse quella la ragione, o una delle ragioni, dei prezzi così bassi rispetto ai nostri e degli stipendi più alti e con un maggior potere d’acquisto.

    Questi riscontri della realtà locale, così diversa dalla nostra, ravvivò in me la volontà di ricercarne le cause. E cominciai da lì! Ma le ricerche furono lunghe e difficili e le risposte arrivarono dopo anni.

    Come tutti gli italiani, anch’io ero a conoscenza che da più di un decennio ci trovavamo in una crisi nella crisi a causa della carenza di infrastrutture, della perduta competitività e della scarsa ricerca e non da ultimo per il fatto che eravamo diventati il Paese più corrotto dell’occidente, un Paese in cui se non fai il furbetto anche tu, ti assalgono dei pericolosi complessi.

    La nostra critica situazione economica mi portò a pensare che la modicità dei prezzi qui riscontrati non doveva essere del tutto estranea alla mancanza, o al minor volume, di pubblicità rispetto al nostro, considerando il fatto che la pubblicità non è affatto gratuita e che noi ne facciamo molto più uso di chiunque altro in Europa! Mi parve quasi di aver scoperto l’acqua calda; ma, come ho detto, ce ne volle di tempo per arrivare alla conclusione che proprio la pubblicità era uno dei motivi della nostra cronica crisi nella crisi!

    Appuratene infine le cause, scrissi il libro. Lo inviai a un editore, che però mi freddò con questa frase: Libro persino divertente. Ma non sono questi i temi che interessano la gente e che rendono un libro commerciabile!

    E io mi domandai: se non sono questi i temi che interessano la gente, quali possono essere? Una medicina non si prende anche se amara e un arto infetto da cancrena non si amputa pur di sopravvivere?"

    Tuttavia lasciai la rilettura del testo e mi presi una pausa riflessiva. Il giorno dopo, complice la splendida giornata, indossai tuta e scarponi, riempii lo zaino di panini e di bevande e mi arrampicai sul cocuzzolo di una montagna da cui si godeva una vista mozzafiato! E mi lasciai andare al piacere di quella vista.

    Ogni tanto ripensavo al drastico giudizio dell’editore e mi chiedevo se la gente cui non interessavano quegli argomenti, davanti al panorama che stavo vedendo io ora, l’avesse visto nel mio stesso modo o in modo differente.

    Il giorno dopo inforcai la bici e imboccai la ciclabile che corre lungo il Brenta in un susseguirsi di paesaggi suggestivi e macinai chilometri su chilometri: sempre in balia di quei pensieri! Il terzo giorno nuotai in lungo e in largo per il lago vicino a cui abito e il quarto presi il treno che in poco più di un’ora mi portò sul Canal Grande e salii ponti e gradinate, risalii calli e visitai chiese e palazzi, sempre col pensiero al drastico giudizio dell’editore.

    Il quinto giorno infine, dopo tanti vagabondaggi e infinite riflessioni, mi convinsi che quei temi non erano affatto futili, e tanto meno ingenui come il tipo sosteneva, bensì utili e imprescindibili e ripresi la rilettura del testo. E, una volta ultimata, mi posi alla ricerca di un editore più ottimista!

    Qualche annotazione per cominciare

    L’Italia agli irti colli Monti è il titolo che ho voluto dare a questo libro. Forse un po’ troppo pessimisticamente avevo scelto come sottotitolo: e con la palla al piede. Ma il pessimismo non fa parte del mio DNA e ora che è arrivato il professor Monti, ci ho tolto la palla e ci ho messo: Come possiamo, o non possiamo, crescere, concetto più consono e attuale, che da qui in avanti sarà il tema prevalente di questo libro.

    Come ho accennato, negli ultimi decenni produciamo più chiacchiere di quanto i nostri competitori non producano sedie a dondolo o guarnizioni. La nostra italica inventiva ci ha suggerito di metter su un’industria divenuta assai fiorente, quella appunto delle chiacchiere, quasi per coprire con esse agli occhi degli investitori nazionali ed esteri il nostro gigantesco debito pubblico (in dette chiacchiere però quasi sempre assente) e ridurre in tal modo lo spread dei nostri titoli di stato.

    Chiacchiere alla radio, in TV, sui giornali, al bar, allo stadio, in fabbrica, in ufficio. E su quelle chiacchiere stiamo ora ruzzolando… come su delle bucce di banana!

    Pare quasi che con le chiacchiere vogliamo non già correggere o eliminare i difetti e gli sfaceli di cui esse son la causa, bensì mantenerli per timore che l’eventuale correzione non ci dia più occasioni di sfornarne ancora, ma che vogliamo mantenerli per non essere poi costretti, mancando il movente delle chiacchiere, ad occuparci di cose più serie, per esempio di dover andare a lavorare in un mondo produttivo.

    Ho molto riflettuto sul perché di quelle chiacchiere sterili e inconcludenti e alla fine ho scritto questo libro! Non me l’ha certo ordinato il medico e come pensionato avrei modo di passare il tempo in maniera più piacevole, visto che per 40 anni non ho fatto altro che lavorare e pagare i contributi per la pensione, ma per l’amore che porto al mio Paese, ho voluto fare il mio dovere di cittadino, ricercando colpe e difetti ed esporli poi, nella speranza che vengano riconosciuti e corretti.

    E non posso fare altrimenti! Una forza dentro me mi spinge a ricercare in modo fin tanto maniacale le parole che più si addicano allo scopo e a metterle indi nero su bianco.

    Guardando dalla finestra del mio studio vedo cerchia di monti dalle cime dentellate come creste di gallo e dai colori pressoché irreali che mi fissano inquisitori e uno specchio d’acqua nel quale riverbera la loro immagine riflessa: entrambi sembrano irridere alla mia caparbietà! E oltre quei monti e quel lago ci sono le splendide città d’arte del nord-est, il verde Adriatico, che paiono far loro eco. E invece che tendere le mani verso quel ben di Dio, che dopo tanti anni di contributi pagati, e non ancora ricambiati, mi sarei pure meritato, me ne sto inchiodato davanti al PC e cerco caparbiamente di portare avanti questo mio lavoro.

    Si dice che molti uomini, passati i sessant’anni, sentano il bisogno di raccontare le proprie esperienze. Evidentemente io non sono un’eccezione e da cinque anni sto ammassando appunti sopra appunti, che il mio vizio di osservare persone e cose e di trarne le debite considerazioni, mi spinge a fare!

    Di questi appunti ho dovuto farne una severa selezione, ma ne è pur sempre rimasta una ingente quantità sulla scrivania e appiccicati ai muri, che a leggerli mi fan girar la testa come una banderuola al vento e saranno cavoli a districarmi in questa giungla: ma gli appunti sono essenziali per chi scrive quanto i suonatori d’orchestra per il direttore e senza di essi non potrei eseguire il mio concerto.

    Vivo in una regione, il Trentino, con il quale madre natura non è stata tanto avara (cosa abbiamo fatto per meritarci tanto ben di Dio?) e il desiderio di piantare tutto e salire su quei monti che mi stringono d’attorno e tuffare lo sguardo nei loro panorami mozzafiato, si fa a volte incontenibile. Ma il pensiero dei 50 anni trascorsi errabondo per il mondo, quei 50 anni che mi hanno indotto a riempire quei biglietti, mi tiene incollato sulla sedia e fa crescere la mia creatura, con la speranza, ripeto, che ne possa scaturire qualche beneficio.

    Mi sono fermamente ripromesso di chiamare le cose col loro nome e cognome e raffrontarle con quelle dei Paesi vicini, che ben conosco, evidenziando pregi e difetti d’ambo i fronti. Per una questione di spazio parlerò più dei difetti. Questi Paesi sono nostri amici, ma anche nostri competitori e ci troviamo dunque a fare i conti anche con loro.

    Retaggio di un’antica gioventù

    Come ho detto, il motivo che mi ha spinto a riempire queste pagine con le mie opinioni di piccolo uomo della strada, è stata la scoperta fatta qualche anno fa, in parte ricercata, in parte casuale, delle cause della nostra crisi nella crisi, colpevoli, secondo me, di averci fatto perdere competitività nei confronti dei nostri concorrenti europei con cui viviamo in una unione che si fa sempre più stretta. Una gara in cui tanti vantaggi possiamo trarre se riusciamo a produrre idee buone quanto le loro, ma che ci può altresì distanziare da loro se non riusciremo a produrne altrettante pure noi. Ma per competere ad armi pari dobbiamo aggiornare vedute e strutture.

    Abbiamo perso competitività sui mercati nazionali, ma su quelli esteri ci difendiamo un po’ meglio.

    La perduta competitività sul mercati interni è da attribuire al fatto che negli ultimi decenni abbiamo dato corpo ad un vero e proprio fisco privato, che nulla ha in comune con quello dello stato, un fisco che neanche il più scaltro degli scaltri può evadere.

    Questo fisco preleva i suoi balzelli dalle tasche dei consumatori, alza i costi di produzione e impedisce a stipendi e pensioni di godere di livelli e di potere d’acquisto europei. Questo fisco ha un nome persino magico: pubblicità! Essa però è un cancro che corrode salari e pensioni e frena produzione e consumi.

    Questo male i nostri concorrenti non ce l’hanno e sono quindi molto avvantaggiati nei nostri confronti.

    I contribuenti e i consumatori italiani devono pertanto fare i conti con una zavorra che si ritrovano ai piedi (che gli altri non hanno) e che li fa essere ultimi nelle classifiche in cui sarebbe meglio esser primi e primi in quelle in cui sarebbe meglio esser ultimi.

    Se poi in quella zavorra ci aggiungiamo pure le chiacchiere e gli altri fattori negativi che ho elencato, viene fuori il perché della nostra catastrofica situazione.

    Tutti gli elementi che gravano in quella zavorra rendono il nostro quadro economico e produttivo altamente esplosivo. Soprattutto quello appena citato: la pubblicità! Essa vi contribuisce in maniera devastante!

    La pubblicità ha assunto negli ultimi decenni dimensioni letali, incistandosi nel tessuto socio-economico con ingorda aggressività, ma esibendo le sembianze di un fenomeno naturale. Pochi sono in grado di riconoscere la pubblicità come nociva e di puntarle un dito contro, accusandola, non essendo a conoscenza della realtà europea.

    Questa accusa risulterà quindi incomprensibile ai più, tanto si è radicata nel costume nazionale. Dobbiamo assolutamente metterci mano, e ridurla drasticamente, se vogliamo tornare ad essere competitivi e ridare al nostro euro il valore che gli spetta.

    Questa riforma causerà in un primo momento scompiglio nel mondo del lavoro, determinando effetti negativi, che si trasformeranno in seguito in effetti altamente positivi.

    Pur essendo questa operazione inevitabile, saranno in tanti a non volerla, nondimeno prima o poi, più prima che poi, dovremo farla, se vogliamo dare più consistenza ai nostri consumi e quindi alla ripresa. Più aspettiamo, come abbiamo fatto col debito pubblica, più l’operazione risulterà complicata e dolorosa.

    Al di là degli orizzonti visivi

    Non essendo io un personaggio famoso, ma, come ho già dichiarato, un semplice uomo della strada, vorrei dare a questo punto qualche informazione sulla mia persona.

    Sono nato tra i macelli e i calcinacci della seconda guerra mondiale, quando ancora si levavano le grida isteriche dei due dittatori che Charlot ha ridicolizzato nel film omonimo e tra gli inni di battaglia e le razioni di olio di ricino che gruppuscoli di seguaci dei due eroi gratuitamente dispensavano a chi non la pensava come loro, ma da cui si alzarono alfine, svaniti i sogni di conquista, le invocazioni di libertà degli altri individui.

    Riflettendo su quegli eventi sacrificali, mi viene naturale di pensare che essi non siano accaduti casualmente, ma per una necessità biologica dei tempi, come avviene per un’operazione di

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