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Un mucchio di parole

Un mucchio di parole

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Un mucchio di parole

Lunghezza:
527 pagine
6 ore
Pubblicato:
23 dic 2013
ISBN:
9781310623653
Formato:
Libro

Descrizione

Un romanzo lungo, adatto a chi ama il film "Into the wild", il viaggio senza meta, la ricerca di un senso della vita. L’idea alla base del libro è la natura umana focalizzata sul contrasto tra istinto e ragione.
Questo romanzo narra le vicende di Luigi, Giovanni e Zeno, i quali decidono di scrivere un romanzo che parli delle loro vite, partendo dalla conclusione del periodo universitario, quando le loro strade si sono separate.
Sarà quindi l’intreccio tra i diversi modi di affrontare la vita dei tre protagonisti a costituire la struttura del romanzo.

Il vero protagonista del romanzo è Luigi.
Luigi, sempre pronto a seguire l’istinto e realizzare i suoi sogni. Dopo un paio d’anni “sperperati lavorando” scommetterà tutti i risparmi, rimanendo al verde. Nello stesso istante la sua famiglia morirà in un incidente stradale e Luigi ne approfitterà per scappare con l’eredità. La sua non sarà una semplice fuga, ma una ricerca del suo vero io e di un posto dove ricominciare. Anche se le cose non andranno come crede.

"È un vanto per la nostra redazione avere scoperto Pierluigi Tamanini"
cultura@valseriananews.info

Il coprotagonista del romanzo è Giovanni.
Giovanni, pessimista, fin troppo razionale e incapace di lottare, inseguirà l’illusione di una facile carriera nell’azienda in cui lavora, ma anziché salire di livello, precipiterà in basso e si troverà solo e insoddisfatto oppresso da un nemico “invisibile”.

Il terzo protagonista è Zeno.
Zeno, geniale ma schivo, sceglierà la carriera universitaria trasferendosi prima a Brighton, poi in California. Si sposerà giovane e diventerà padre. Vivrà una vita apparentemente facile e in discesa, celando però al mondo esterno le sue angoscianti paure.

A tenere uniti i tre sarà, oltre a una forte amicizia, Salomè, una ragazza spagnola colta e affascinante, che instaurerà un rapporto diverso con ognuno di loro. Ma sotto la sua corazza di gioia apparente, Salomè nasconde un terribile segreto che le segnerà l’esistenza.

Le domande che i tre anziani si pongono durante la stesura del romanzo nel romanzo sono le seguenti: chi ha vinto nella vita? chi l’ha vissuta veramente? bisogna mollare tutto e partire, o tenere duro e costruire?
Ma queste sono esattamente le stesse domande che si pone il vero narratore del romanzo, il Dio che ha creato Luigi, Giovanni e Zeno, un Dio che crede di essere rinchiuso in una stanza dalla quale non riuscirà mai a uscire.

---

L’idea alla base del libro è la natura umana focalizzata sul contrasto tra istinto e ragione. Questo è evidente sia nello stile (Luigi – più informale – e Giovanni – più meticoloso) sia nel montaggio dei capitoli (Luigi – scene rapide – e Giovanni – scene lente): si crea quindi un ritmo che non solo dà respiro alla lettura, ma richiama appunto il dualismo fondante della narrazione.

Un romanzo lungo, adatto a chi ama il film "Into the wild", la natura, la ricerca di un senso della vita.
Pubblicato:
23 dic 2013
ISBN:
9781310623653
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Se desideri leggere i miei libri gratis o scoprire come diventare uno scrittore, iscriviti subito alla newsletter suwww.pierluigitamanini.com(seleziona il sito precedente, tasto destro del mouse e "vai al link"!)"Pierluigi Tamanini è un grande dosatore di emozioni, capace, come pochi altri, di emozionare e di colpire, a volte anche duro, i propri lettori."www.passionelettura.itVive in un paesino di montagna sopra Trento, dove è nato il giorno di Natale del 1977. A venticinque anni, fresco di laurea in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio, è stato all’estero – Paraguay, Spagna e Inghilterra – durante lunghi stage e interscambi culturali. Rientrato in Italia ha lavorato come operaio metalmeccanico, postino, insegnante di materie tecniche, architetto, ingegnere ambientale in diversi settori (raccolte differenziate, indagini fognarie, sicurezza cantieri), archeologo, tecnico informatico, insegnante di sostegno, capotreno: ritiene la precarietà importante per la raccolta di materiale narrativo per i suoi romanzi.---RECENSIONI"Scoprire un nuovo talento letterario è un po’ come imbattersi in un banco di tonni con la speranza di pescare un aringa o ipotizzare che un miope possa trovare un quadrifoglio in una sconfinata distesa erbosa. Ogni anno, nella nostra penisola, circa cinquantamila nuovi autori iscrivono il loro nome nel catalogo letterario. Numeri non supportati poi dalle vendite, sempre in ribasso, che fanno quasi assomigliare tali dati ad una patologia incurabile.L’orda barbarica che affolla lo scalcinato mercato dell’editoria nostrana contribuisce ad alzare polvere e sotto a questa coltre spariscono autori che avrebbero tutti i requisiti per dover emergere. È quindi un vanto per la nostra redazione avere scoperto Pierluigi Tamanini, autore trentino, non ancora giunto nel mezzo del cammin della sua vita già particolarmente interessante e ricca di momenti che molti suoi coetanei hanno solo vissuto attraverso la trasposizione cinematografica.Autore in proprio, il termine self di questi tempi è talmente abusato da suscitare orticarie lessicali, Tamanini, esordiente con Rotte Mutande, romanzo di culto della gioventù trentina, ha poi continuato a produrre testi degni di essere letti. Il pesce illuminato, Bonsai, Un mucchio di parole e infine Resurrezione, romanzo casualmente capitato sulla nostra scrivania e che si è presentato come aria fresca, capace di sovvertire lo stantio colloso della mancata estate e dell’aridità letteraria stagionale."Wiliam Amighetti - critico letterario---Intervista a cura di cultura@valseriananews.info-Se immaginiamo un fiume e poniamo gli scrittori su entrambe le rive, con da un lato coloro che sono affermati e dall’altro quelli che tentano di guadarlo per raggiungere la celebrità: tu a chi chiederesti di lanciarti una fune per issarti sulle sponde della notorietà?-Credo che fra le centinaia di nomi noti cercherei di far vedere la mia mano a Hermann Hesse e a Kafka, ma soprattutto a Dino Buzzati, magari attirando la sua attenzione brandendo una copia de “il deserto dei tartari”.-Gran parte di coloro che cercano di guadare il fiume finiscono con l’essere spazzati via dalla corrente o dopo un timido approccio risalgono la riva e tornano nel mucchio degli sconosciuti.-Non trovi aiuto in generale. Non puoi affidarti ad una casa editrice che in teoria dovrebbe avere fra i suoi compiti quello di scoprire o riconoscere talenti... Quindi ti butti in acqua sperando di acquisire velocemente i primi rudimenti del nuoto, ma non può funzionare così. Certo, va anche detto che in Italia la percentuale di coloro che scrivono un romanzo è superiore rispetto a quella di coloro che poi lo leggono...-Resurrezione è un romanzo intimista. Lo specchio di una quotidianità che spesso cerchiamo di non vedere o quantomeno di far sì che la nostra immagine non finisca con il riflettersi dentro.-Tutti dovremmo affrontare di petto la nostra solitudine, anziché fingere che non esista. Non dobbiamo lasciarci distrarre da un continuo flusso di notizie inutili e spesso fasulle, che ci allontanano dal nostro vero io. Il protagonista di Resurrezione è costretto a vederla, respirarla, sentirla questa solitudine: è solo, straniero al mondo, incapace di parlare con la gente: proprio per questo affascina il lettore. Ognuno di noi – anche se non lo ammette a se stesso - si rivede in Efrem e nel suo mondo fatto di interminabili silenzi.-Se seguiamo gli input che i media propongono oggi, dovremmo mangiare solo piatti che ci vengono proposti da chef rinomati in programmi pseudo real life. Quindi travasando il concetto a livello letterario bisognerebbe cibarsi solo di best-sellers, trilogie più o meno sexy o saghe fantasy. Il tuo romanzo lo paragonerei invece ad un brodo caldo. Serve. Aiuta a digerire l’indigestione di parole troppo precotte.-Ho cercato nella stesura del romanzo di essere originale, non solo nella scelta dell'ambientazione e della trama, ma nell'uso di ogni singola parola. Credo che il dovere morale di ogni scrittore sia di scegliere sempre la parola di adatta: esaustiva e sintetica, in una parola essenziale. Non sono un lettore di best-seller: perché dunque dovrei essere uno scrittore di best-seller? Nella letteratura – quella vera – ci deve essere sincerità, anche nella finzione. Insomma, il lettore saggio sa quanto vale un brodo caldo nelle fredde sere d'inverno culturale degli ultimi decenni.-La sensazione di precarietà di Efrem è una cartina di tornasole della nostra quotidianità ed è il sunto anche delle tue esperienze personali.-Nei miei romanzi l'autobiografia la fa spesso da padrona, ma allo stesso tempo anche la pseudo-autobiografia: amo giocare col lettore attraverso il dualismo verità-finzione. Ho lavorato anch'io in fabbrica, sono stato in Lettonia, amo correre, adoro le montagne innevate... ma ciò che conta è l'amore per ciò che si vuole mostrare agli occhi del lettore. Alla fine, se ci pensi, la nostra quotidianità è spesso vissuta con superficialità: ci alziamo, lavoriamo, mangiamo, camminiamo... portando all'estremo questa routine nel romanzo, si crea un meccanismo d'immedesimazione e ci accorgiamo che Efrem non solo è uguale a noi, ma si potrebbe addirittura affermare che noi siamo Efrem.-Negli alberghi si cerca di contrastare il senso di solitudine lasciando una copia della Bibbia nel cassetto del comodino. Tu che libro lasceresti come analgesico?-A livello stilistico la mia più grande maestra è la recentemente scomparsa Agota Kristof. Chi ama la lettura non può esimersi dal assaporare e riassaporare La trilogia della città di K: si tratta di tre romanzi brevi in cui la scrittrice ungherese dà il meglio di sé con una prosa asciutta e tagliente che non ha eguali.-Immaginati come ministro alla cultura. Ormai nel bel paese tutti possono aspirare ad un posto in parlamento. Cosa faresti per far risorgere il patrimonio letterario che è stato disperso negli ultimi anni?-Se fossi il ministro della cultura credo inizierei a promuovere iniziative culturali che meritano di essere considerate tali e taglierei tutto ciò che è pettegolezzo, falsità, letteratura da quattro soldi. Farei rinascere la vera letteratura, quella dei Baricco, dei Calvino, dei Buzzati: vale più un romanzo che mille saggi scopiazzati e raffazzonati. Sarò uno dei pochi a pensarlo, ma credo che il romanzo, ancor più del cinema che tanto amo, sia la forma espressiva più adeguata per crescere e capire veramente se stessi.---Chiede a chi legge i suoi libri di condividere - dopo la lettura - il loro parere tramite una SINCERA RECENSIONE: aiuterà così i futuri lettori a capire se è il libro che fa per loro, e darà utili indicazioni all'autore per migliorare il romanzo stesso e il proprio modo di scrivere.Per quanto riguarda la POETICA di romanziere, le domande che lo ossessionano riguardano identità e verità: chi narra e cosa narra – fatti accaduti dentro di sé, o fuori di sé?Analizzando a posteriori ogni sua storia è facilmente riscontrabile, per quanto riguarda l’aspetto formale e strutturale, una forte tendenza alla meta-narrazione e alla scrittura su più livelli, mentre, per quanto riguarda i contenuti, una ricerca di equilibrio attraverso un dualismo di opposti: istinto/ragione, cambiamento/stabilità, viaggiare/stanziare, esperienza corporale/meditazione interiore."Scrivo romanzi, perché lo reputo il modo migliore per avvicinarsi alla verità."Pierluigi Tamanini


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Anteprima del libro

Un mucchio di parole - Pierluigi Tamanini

eterna.

L'anno successivo, nel cassetto del suo comodino, trovai una lettera.

Caro Giova,

non sai quante volte avrei voluto dirtelo, ma ti vedevo sempre così piccolo e indifeso… non volevo ferirti, ti ho sempre considerato un figlio, il mio unico figlio.

Quando ci siamo sposati io e il mio ex-marito avevamo in progetto una famiglia numerosa. Gli anni passavano e non rimanevo incinta. Scoprimmo che ero sterile e il nostro matrimonio si sfaldò. Ci rivolgemmo a un'associazione per le adozioni internazionali e arrivasti tu. Ti chiamammo Giovanni, era un nome che piaceva sia a me che a mio marito. Il tuo nome era Piotre quando ancora vivevi in un orfanotrofio nella periferia di Leningrado.

Passò un mese e mio marito mi lasciò. Non riesci a ricordarlo perché non l’hai mai conosciuto, se non durante quelle settimane. In un certo senso tu l’hai sostituito nella mia triste vita.

Addio mio bel bambino, ti ho voluto bene, forse anche troppo, ma perdonami, non avevo altri che te.

La tua mamma,

Teresa

Io e quella donna avevamo condiviso tutto: tempi, spazi, ansie, paure, sogni, desideri. Quando mio padre se n’era andato, avevo solo cinque anni.

Avevo rimosso tutto. I ricordi affioravano soltanto ora, assieme alle lacrime.

All'inizio mantenni per me quel segreto.

I primi mesi passavo da lei dopo il lavoro. Ogni domenica andavo a trovarla al cimitero dopo la messa. Lasciavo un fiore e le parlavo. Poi la sera per stare tranquillo mi bastava una preghiera prima di coricarmi a letto.

Alla fine scoppiai. Spiegai la scoperta a Zeno in una lunga mail. Mi chiamò pochi minuti dopo cercando di consolarmi e di farmi rivalutare positivamente la novità. Mi invitò a fare un viaggio con lui a San Pietroburgo per cercare i miei veri genitori. Mi colpirono le sue parole, pareva se le fosse preparate da una vita: …una signora impossibilitata ad avere figli per problemi fisiologici, ma che voleva tanto essere mamma da arrivare a soddisfare ogni tuo desiderio – anche nel caso del piacere sessuale. Sembra che il suo obbiettivo nella vita – parliamo di una baby-pensionata che passava le giornate a casa da sola – fosse allevarti nell’evidente impossibilità di amarti come fossi un vero figlio. Il troppo amore – la soffocante passione con la quale ti ha accompagnato fino all’età adulta – è certamente dovuta alla sua voglia di diventare madre: possibilità irrealizzabile. Dopo il fallimento del suo matrimonio – e quindi del suo essere moglie – non le rimaneva che cercare di diventare madre. Così si è dannata l’anima per decenni per interpretare il ruolo di mamma – certamente condizionandoti la vita – ruolo che sentiva di non poter interpretare nel migliore dei modi...

Zeno diceva la verità, quella povera donna mi aveva amato troppo (lo ammetteva lei stessa nella lettera) condannandomi a essere un piccolo uomo, un eterno sconfitto, un perdente senza nome.

Non raccontai la triste scoperta a nessun altro. In fondo Teresa, una mezza pervertita qualunque nemmeno in gradi di svezzarmi, di fatto era mia madre, e tale doveva rimanere.

Un giorno passò una giovane coppia a vedere l'appartamento di mia madre.

Buongiorno.

Buongiorno, entrate.

Arrivarono a offrirmi mille euro per l’affitto. Ci pensai a lungo. Mi turbava il fatto che degli estranei sverginassero il corpo fisico dove io e mia madre eravamo vissuti e cresciuti assieme negli ultimi vent’anni. Cosa me ne facevo di un altro stipendio? Il lavoro mi piaceva. Mi occupava le giornate. Mi dava la forza di alzarmi ogni mattina. Cosa me ne facevo di altri mille euro?

Affitta anche il tuo, poi licenziati e vieni a vivere qui! disse Luigi quando riuscii a mettermi in contatto con lui.

Lo sai che il mio posto è qui.

Ma non hai più nessuno! Che ci fai laggiù tutto solo?

Non posso. Il garage senza di me diventerebbe ingestibile...

Ma che cazzo te ne frega? Sei scemo?

Ormai laggiù mi sento a casa. I colleghi sono la mia famiglia, non posso abbandonarli.

Luigi?

Era caduta la linea.

Aspettai che mi richiamasse: non lo fece.

y

Senza amici, senza donna e senza madre, non mi rimaneva che il lavoro.

Mi alzavo presto la mattina, quando ancora faceva buio. Uscivo a prendermi il giornale all’edicola dietro l’angolo e tornavo in casa per leggerlo durante la colazione. Alle sette mi vestivo e uscivo per andare al lavoro. Ero sempre il primo a timbrare e l’ultimo ad andarmene, così come farebbe un capo diligente.

Le cose nel garage non cambiavano. Sempre le stesse facce, le stesse occhiaie, i soliti aliti pesanti. Nonostante la legge lo proibisse, quasi tutti fumavano seduti alla propria scrivania. L’odore di sudore rancido che emanavano i loro corpi ignoranti era ormai una consuetudine che mi faceva sentire a casa. Anche se molti mi consideravano un diverso e mi isolavano, i colleghi facevano riferimento a me. Ero il fulcro del garage. Il motore. Se mancavo io, si fermava tutto. Ero indispensabile.

Avevo un contratto a tempo indeterminato e una paga che mi permetteva di vivere dignitosamente. Le cose non mi andavano male. Aspettavo ancora una promozione, ma senza l’assillo dei primi tempi. Se dall’alto mi avessero finalmente notato, bene, altrimenti mi sarei accontentato di quella vita semplice e abitudinaria. Mi svegliavo tranquillo. Tornavo a casa nel tardo pomeriggio senza preoccupazioni. Avevo tutte le sere e i fine settimana da dedicare alle letture e alla televisione.

y

Non ce la facevo.

Nulla aveva senso.

Non ce la facevo a continuare a fingere di stare bene, quando invece il mondo era diventato un inferno sena senso.

Ero solo. Abbandonato da Dio e dall'umanità. Che mi rimaneva?

Volevo scappare da tutto, rifugiarmi. Nascondermi in un posto buio. Scomparire.

Una mattina anziché andare al lavoro, mi recai al santuario delle Laste. Entrai nel convento e attesi inginocchiato a terra nell'atrio. Contro il muro bianco.

Dopo una mezzora, entrò un carmelitano scalzo. Era alto, magro e decisamente bello.

Voglio farmi frate! dissi senza dargli il tempo di parlare. Adesso, subito.

Mi guardò a lungo. Dovetti sembrargli un pazzo. Probabilmente lo ero.

Aspetti, le chiamo il diacono disse quello con voce gentile. Un minuto e saremo da lei.

Attesi pochi secondi. Poi mi alzai e scappai. Corsi fino a casa. Senza salire, montai trafelato in macchina e, completamente sudato, andai dritto in azienda. Speravo di riuscire a timbrare in tempo. Come se niente fosse successo.

Cancellare. In un modo o nell'altro la mia vita era sempre schiava di un verbo. Cancellare.

Prima d'ora non avevo mai raccontato a nessuno questa storia.

Mi vergognavo. Mi facevo pena.

Mi odiavo.

Y

Quando scrissi a Luigi erano mesi che non ci sentivamo. Sapevo che Salomè era da lui in Brasile, me l'aveva detto lei stessa. Sapevo anche che Zeno si sarebbe presto stabilito in California con Maria e i tre figli. Mi tenevo al corrente. Si potrebbe dire che io ero il punto fisso attorno al quale loro ruotavano senza sosta: ero la base dei loro spostamenti, e ne ero orgoglioso.

Caro Luigi,

sono qui sul divano di casa, come ogni sera, la TV accesa, solo e depresso. Ciò che mi spaventa è la crisi. I giornali dicono che sta per arrivare, che sarà un evento epocale, che andrà tutto a rotoli. In effetti le cose non vanno un granché: ci sono fabbriche che chiudono, licenziamenti, casse integrazione, contratti di solidarietà e ferie forzate: insomma, non si può negare che qualcosa stia succedendo. Gli esperti dicono che questo non è niente rispetto a quello che accadrà. Mi ritrovo con il solito dubbio, andare o rimanere? I pochi colleghi ingegneri che incontro per strada mi ripetono schiodati da questo schifo, tu che puoi, tu che non hai famiglia!, però, prima di lasciarmi, aggiungono sempre comunque, di questi tempi occhio: non è oro ciò che luccica!, poi ammiccano e se ne vanno ridendo; oppure chi troppo vuole nulla stringe, amico mio!, però anche scappa fin che puoi! gridano facendo il segno delle manette, sempre sorridenti, quasi a indossare una maschera per coprirne un'altra. Ogni volta mi ritrovo più confuso di prima. L’unico ad avermi sempre detto di seguire il mio istinto sei tu, Luigi: tu sì che sembravi sempre sicuro ci ciò che era meglio fare! Comincio a pensare che sia tu il vero genio (anche se hai un voto di laurea molto più basso del mio): hai realizzato il tuo sogno facendo sempre ciò che ti piaceva, senza pensare al futuro, vivendo alla giornata.

Ciao,

Jo

La mail di risposta che mi scrisse dal Brasile diceva che… be', ve la riporto tale e quale:

Ciao merdoso,

sempre lì a non fare un cazzo tutto il giorno? Be', anche qui è lo stesso: bici, surf e tante, tante scopate, naturalmente. Senti, baby, la vuoi smettere di accumulare ferie? Immagino sarai già sopra ai cento giorni, vero? Guarda che sono un tuo diritto, sacro e santo: pensa a me: sono sempre in ferie e sto benissimo! Dai, racconta! Come stai, tutto ok?

Senti, Zen è finito in California, l’ho sentito l’altro giorno. Mi ha detto che ha fatto delle consulenze nella tua azienda, è vero? Fantastico! Avrete fatto un bel casino come ai vecchi tempi, eh?!

Dai, scherzo, lo so che se non ci sono io non ingurgitate manco una triste birra!

Invece mi ha detto che è appena arrivato in California e la famiglia lo raggiungerà tra qualche tempo. Quindi, è il momento giusto per andare a trovarlo! Ora o mai più! Che ne dici? Io, te, Salomè e Zen, tutti assieme: meglio di così!

Prenota subito, non deludermi! W i quarantenni!

Baci, bello!

Come al solito era spavaldo e sicuro di sé, sempre pronto a ostentare le sue conquiste sessuali. Però aveva ragione, mi dovevo dare una mossa.

Aveva ragione anche sulle nostre tristi birre. Zeno era rimasto a casa mia quasi un mese per via delle collaborazioni esterne con l’azienda e devo ammettere che non sembrava molto felice di stare qui. Abituato ai ritmi londinesi, agli scenari mozzafiato di Brighton, ai pub, alle scostumate ragazze inglesi, quando, appena arrivati a casa, mi vedeva accendere la TV, faceva una smorfia. Sapevo di sbagliare, ma quell'aggeggio era la mia droga, non ce la facevo a spegnerla.

Sono un merdoso, ha ragione Luigi. Passo le serate davanti alla televisione e i giorni a lavorare insoddisfatto. Zeno deve essersi fatta una brutta idea sul mio conto. Non ho più nessuno stimolo a uscire, se non a fare la spesa o salutare mia madre al cimitero.

Zeno cercò di portarmi fuori a cena, in un bar, a un concerto. Apprezzavo i suoi sforzi per farmi evadere da una vita insulsa e monotona. Eppure non mi portò a nulla. Non incontrai la donna della mia vita, anzi, mi sentii vecchio, inadatto alla vita mondana. Largo ai giovani, io le mie possibilità le ho avute, e me le sono bruciate: prima perché volevo a tutti i costi un inutile centodieci e lode, poi perché avevo scelto la donna sbagliata.

Curioso. Dopo la mail di Luigi che mi spronava a prenotare subito un biglietto per la California, non riuscii a dormire: mi si riaprirono vecchie ferite, vecchi dubbi, vecchie paure. Presi allora in mano Il Fermo e Lucia che tenevo da anni sul comodino. Lo finii di leggere all'albeggiare del nuovo giorno. Mi alzai felice, certo che la divina provvidenza mi avrebbe prima o poi aiutato. Il curioso non era per tutto ciò, ma per la lettera che mi ritrovai sulla scrivania.

Buongiorno,

la nostra azienda le porge le dovute scuse per un errore commesso durante il primo anno in cui lei lavorava con noi.

Soltanto in questi giorni infatti il nostro ufficio personale ha provveduto a controllare i suoi dati all’interno della nostra memoria centrale. Si è riscontrata una non corrispondenza che prontamente abbiamo provveduto ad eliminare, aggiungendo ai nostri dati il suo certificato di laurea.

Ci scusiamo per l’increscioso errore nel quale si è incappati, e con grande piacere e onore le comunichiamo il suo pronto collocamento non al quarto livello come si potrebbe pensare, ma, considerato anche il superamento da parte sua di numero sette anni di servizio, direttamente al quinto livello della nostra azienda, con le dovute scuse.

La preghiamo dunque di presentarsi…

Non finii di leggerla che la strinsi nel pugno della mano destra e lasciai sgorgare le lacrime. Lacrime di gioia, ma anche di rabbia per uno stupido errore burocratico fonte di sconforto e infinito dolore per me e mia madre.

Con il viso riverso presi le mie cose e salii le scale senza dire nulla, senza incontrare sguardi, senza farmi notare. Mentre salivo di gradino in gradino vedevo la luce. Mi sentivo un minatore intrappolato per anni nella madre terra che riscopre l'esistenza di un mondo illuminato che aveva ormai dimenticato.

Abbandonavo per sempre il buio stantio e le lampade al neon di quel maleodorante garage.

Vidi le finestre in un trionfo di vitalità. Stavo rinascendo. Mi era stato fatto un torto e finalmente mi riprendevo ciò che mi spettava: visi sorridenti, gente profumata, scrivanie chiare dal design ricercato, e soprattutto luce: luce che entrava dai finestroni che circondavano il quinto piano: tanta luce da abbagliarmi.

Mi avvicinai e guardai fuori: alberi, parchi, montagne: e un leggero riflesso nel quale un uomo stempiato piangeva come una moglie che pensava di aver perso il marito in guerra e lo vede ritornare.

Salve.

Salve, risposi sorridendo, bagnato dalle lacrime.

Benvenuto!

Ce l’ho fatta dissi tra me e me.

Ero così contento e pieno di fiducia che decisi, in quel preciso istante, di andare da Zeno negli Stati Uniti. Sistemai le mie cose sulla nuova scrivania, andai in bagno a rinfrescarmi un po’, e mi presentai al capo.

Entri. Fu quella parola, bastò quella semplice parola a farmi capire dov’ero capitato e perché ci ero capitato. Quell’entri che poteva sembrare di primo acchito una semplice forma di cortesia, arrivò al mio cervello come un incubo. Il tono di voce mi fece tornare in mente un passato che credevo superato.

Tu entri pure, vecchio Longo!

Salve, capo dissi con tutta l’ironia che riuscivo a dimostrare in quegli istanti.

Longo, ti piaci allora qui ai quinti?

Ebbi quasi un conato di vomito, ma risposi. Sì, capo. Mi trovo bene.

Cerchiamo di dimenticare i passati e ricominciamo da capi.

Sì, capo.

Beni. Molti beni! disse soddisfatto col solito ghigno. Ti farò affiancare da uno di colleghi. Tu sei facile per imparare senza problemi. Impegnati e tutto sarà beni.

Sì, capo dissi mentre afferrai la maniglia per uscire. Ah, dimenticavo…

Sì, Longo?

Mi bloccai in un attimo di indecisione. No, fa niente.

Meglio così, Longo disse sogghignando.

Chiusi la porta dietro me. Quell’ultimo ghigno proprio non mi andava giù. Mi dissi Vaffanculo! e senza bussare entrai e con tono secco gli dissi: Alex, ho bisogno di ferie. Le voglio subito, ne ho accumulate tante e mi serve un mese subito.

Provai ad abbozzare un tenue sorriso. Devo digerire questa promozione, non sono abituato a tanta luce…

Rimase in silenzio.

Ferie tu hai risparmiati no valgono. Te saranno pagati in buste di paghe. Ora inizi da capi tuo lavori. Zero ferie maturati, capisci?

Ti prego, Alex, non potete fare così, le ho risparmiate con tanta fatica, non me ne faccio niente dei vostri soldi, ho bisogno di un mese di relax lontano da qui, sto impazzendo…

Ferie no trasferibili. Questo è altri di lavori. Tuoi centoundici giorni pagati in buste paghe, no problemi.

Senti, non me ne frega niente dei vostri fottuti soldi, io voglio…

Longo, io sono capi. No parlare così.

Mi guardò per un minuto senza dire niente. Chiamo superiori.

Prese la cornetta e con un italiano incerto fece scendere uno del sesto.

Salve dissi.

Quello manco mi salutò. Qual è il problema, signore?

Signore? Uno del sesto dava del signore ad Alex? Non ci capivo più niente delle dinamiche dell’azienda. Certamente era Alex ad avermi voluto con sé per potermi umiliare, di questo non dubitavo. Dopo aver messo le mani su Salomè, e forse anche qualcos’altro, adesso voleva di nuovo torturare me, forse per quella voglia di far carriera che avevo stampata in faccia i primi mesi in azienda. Ma ora ero diverso, volevo ancora crescere, migliorare, ma ero tutto tranne che arrivista, la vita mi aveva piegato.

Questo Alex non lo capiva e chissà quando l’avrebbe smessa di tormentarmi. In meno di dieci anni quello stronzo era passato da impiegato semplice al terzo, a capo reparto al quinto, e questo senza spiaccicare una frase senza errori: doveva avere ottimi agganci in alto. Giù in garage si diceva che fosse stato a letto con la moglie del amministratore delegato e che l’avesse poi ricattato.

Senta, signor Bongo, dunque…

Scusi, mi chiamo Longo, ingegner Giovanni Pietro Longo, per la precisione.

Quello mi guardò incazzato.

Ok, senti, taci un secondo e abbassa i toni, ok? Ti hanno appena promosso, non tirartela subito disse quello, prendendomi per ciò che non ero.

Mi scusi dissi reprimendo a stento una rabbia straripante.

Visto il nostro increscioso errore le daremo due settimane di ferie non pagate, facendo partire formalmente il nuovo contratto alla fine di marzo. Per quello che riguarda i mesi di ferie accumulati al terzo, se non ne ha usufruito, peggio per lei. Mi spiace, ma quelle giornate gliele dovremmo pagare, e, come saprà, si tratta di poco più di venti euro al giorno. Questo è tutto. Arrivederci e buone vacanze.

Se ne andò veloce come era venuto. Alex mi guardava.

Stavolta hai avuti ferie che volevi. Prossime di volte sarò io a decidere per te, quindi preparate.

Sì, capo dissi. Non sapevo se essere felice o meno. Non tornai nemmeno alla scrivania e uscii a comprarmi degli abiti degni del quinto piano nel centro commerciale vicino all’azienda.

Mi recai all’agenzia di viaggi sotto casa, nella quale non avevo mai messo piede, e presi il primo biglietto disponibile per gli States.

Y

Tornai dagli States con la valigia piena di tecnologie: una macchina reflex digitale che nemmeno sapevo usare, i-pod nani, lettori mp3, notebook, e-book e altre cose di cui non conoscevo l’utilità, ma che avevo sentito più volte nominare in televisione.

Era stata una vacanza straordinaria. Avevo riallacciato un rapporto sincero con Salomè. Eravamo in contatto anche prima, ma adesso la sentivo di nuovo, in qualche modo, mia.

La vita passava e io ero sempre solo, a casa e in ufficio. Non avevo amici, non avevo una ragazza, e nemmeno un parente. Scoprii che con il portatile potevo chattare e video-chiamare chiunque nel mondo. Era un passatempo migliore della TV. Un diversivo per trascorrere le serate in compagnia e imparare nuove lingue. Negli ultimi tempi sentivo spesso ragazze dell’est: polacche, russe, rumene: un giorno avrei scelto la più bella e me la sarei sposata. Può sembrare triste, ma, passati i quaranta, ci si deve accontentare.

Al lavoro stavo soffrendo le pene dell’inferno. Lo stipendio era più alto, finalmente avevo un PC, una scrivania pulita, respiravo un’aria profumata, avevo finestre dalle quali vedevo il mondo esterno: c’erano anche dei contro. Non finivo più di lavorare a metà pomeriggio, uscivo dall’ufficio sempre dopo le sei. Non era questo il vero problema. Il vero problema aveva un nome e un cognome: Alex Dengue.

Era lui a obbligarmi a turni massacranti. Dico turni, perché spesso mi imponeva di saltare la pausa pranzo e arrivare alle sette di sera distrutto, desideroso di una doccia, una cena veloce e un letto comodo. Fosse stato solo questo, mi sarei anche adeguato.

Longo, tu vieni ore sette e timbri ore nove, ok? mi disse quando mi convocò in ufficio al ritorno dalle mie ferie negli States. Alle uscite tu timbri come altri di ore, e poi torni qui da me per lavori.

Lo guardai inferocito.

Guardi, Longo, che se non c’ero di io, tu ancora giù eri nei garage. Capiti? disse accendendosi una cicca e soffiandomi il fumo in faccia. Come credi io arrivati qui?

Accennai un sorriso che bene interpretò.

Longo, tu non capisci di niente. Tu credi cosi sbagliati.

Fece un lungo tiro di cicca.

Io sudati tutti livelli. Io fatti te tranelli, ma come credi passaggi da quarti a quinti poi? Io lavorati duri in anni di sudori. Sempre fermi qui fini a tardi e mattini presto sempre primi di tutti. Uniche possibilità per crescere in aziende. Capiti?

Capiti, capo.

Un po’ mi faceva pena. Doveva aver lavorato veramente duro in questi anni. E comunque non si spiegava come un analfabeta fosse diventato responsabile di quinto livello.

Lo capii soltanto anni dopo.

Imparai in fretta. Presi il vizio di portarmi il lavoro a casa, così prima di andare a dormire mi portavo avanti. Al mattino alle otto in ufficio c’eravamo solo io e Alex. Gli portavo ogni mattina il caffellatte con la brioche e un’aranciata appena spremuta dal sottoscritto. Mi chiedeva di accendergli le sigarette, di mettere in ordine la sua scrivania, di eseguire una scansione antivirus sul suo PC: lo faceva unicamente per umiliarmi. Tra le otto e trenta e le nove, mi dettava la lista della spesa, della sua spesa per casa, e poi mi dettava delle mail da scrivere e inoltrare per conto suo. Quando tutti i colleghi erano arrivati, mi permetteva di timbrare l’entrata. Alla pausa pranzo, se Alex non mi chiedeva di assisterlo, mangiavo coi colleghi in mensa. Quando loro tornavano a timbrare il cartellino, io correvo a fare la spesa per Alex e poi scattavo a timbrare anch’io, spesso fuori tempo massimo.

Avevo capito che solo stando con lui e osservandolo da vicino avrei capito il segreto del suo successo. Era faticoso e frustrante, ma io la consideravo una palestra di vita d’azienda, una possibilità unica e irripetibile di entrare nelle simpatie di un futuro dirigente di settimo livello. Alex aveva provato più volte in passato a portarmi via Salomè, ma era riuscito soltanto a portarla a letto. Aveva calpestato il mio orgoglio di uomo, ma forse potevo sfruttare questo suo attaccamento nei miei confronti e trasformarmi nel suo uomo di fiducia.

Passai anni a lavorare al suo fianco. Passavo a prenderlo al mattino e lo riportavo a casa la sera. Capitava cenassimo insieme. Mi aveva presentato sua moglie, una delle donne più belle che avessi mai conosciuto. Un seno florido e palesemente finto, due gambe lunghe e magre, un viso russo e un sedere brasiliano. Se la avesse vista Luigi sarebbe impazzito. Prima di incontrare Alex e rifarsi il seno era una modella.

Entrai nella Famiglia. Vi facevano parte anche alcuni dirigenti dell’azienda. Sentivo che ero sulla strada giusta. La mia vita si confondeva col lavoro. La sera uscivo per fare da autista ad Alex. Capitava che mi cedesse qualche sua amichetta dell’est. Cominciavo a prenderci gusto. Non avevo mai considerato la vita da quel punto di vista. Ci si ubriacava spesso. Avevo iniziato a tirare coca come gli altri, dirigenti d’azienda compresi. Mi feci molti amici importanti. Partecipai alle orge che Alex organizzava ogni settimana. Non era la vita che sognavo, ma un trampolino di lancio per sfondare in azienda – e magari per conoscere qualche bella ragazza con cui edificare una famiglia.

Ma le cose non andarono come avevo previsto.

Un giorno arrivai in ufficio in ritardo. La sera prima me l’ero spassata con un’amichetta di Alex.

Sei un bastardi!

Lo so Alex, lo so, ho imparato da te, caro mio! dissi distrattamente.

Abbiamo scoperti quelli tu hai fatti gridò. Sei un bastardi! Hai rubati i danari!

Lo guardai sbigottito. Di che denaro parli?

Finalmente ho scoperti colpevoli! Erano mesi che arricchivi tuoi conti con danari di aziende! Vergognati, bastardi!

Compresi dal suo viso tirato che non si trattava di uno scherzo. Spiegami meglio, Alex, calmati. Ci dev’essere sicuramente un errore. Sediamoci. Sono stanco, quella tua amichetta era insaziabile, amico! dissi cercando di farlo sorridere.

Amici un cazzi! Non sono più amici! Tu rubavi soldi di aziende. Vali per me meno di zeri! disse accendendosi un’altra sigaretta. Vieni, guardi!

Mi mostrò sul suo PC un sacco di fatture indirizzate a un conto bancario intestato a mio nome. Con la coda dell'occhio scorsi un ghigno sul suo volto.

Prese il telefono e chiamò uno del settimo, uno della Famiglia.

Se fossi stati sinceri, ti avrei perdonati, ma tu non sei uomo di verità!

Che dovevo dire?

Buongiorno, Alex, che c’è? disse. Vedendomi mi appoggiò amichevolmente una mano sulla spalla facendomi l’occhiolino. Sior Longo.

Tu non devi salutari più mai questi esseri bugiardi!

Che dici, Alex? disse quello facendosi subito serio.

Vieni, guardi dati su miei computer. Lui rubati soldi a aziende. Guardi!

Capii. Compresi quello che stava succedendo da un altro ghigno appena accennato sul volto di Alex. Voleva farmi fuori. Ancora non capivo perché. Chissà cosa nascondeva in quella maledetta testa metà russa e metà africana.

Il tipo del settimo annuiva con la testa. Ogni minuto si faceva più scuro in volto. Ogni tanto alzava la testa dal PC per guardarmi con disprezzo.

Io non ne so niente! dissi all’improvviso rompendo un silenzio che durava da parecchi minuti.

Silenzio! disse quello spegnendo il sigaro nel grande portacenere rotondo che svuotavo e pulivo ogni mattina. Abbi almeno la compiacenza di stare zitto!

Li guardavo pensando che quella storia non poteva che finire male: mi avrebbero licenziato. Era la fine. Anni passati a leccare il culo di quell’essere spregevole per ritrovarmi in una situazione del genere.

Mi fecero aspettare nell’atrio. Sarebbe venuta la polizia a prelevarmi a breve. Volevano che i colleghi mi vedessero in manette. Agli occhi di tutti ero un verme che in tempo di crisi si arricchiva mandando a rotoli l'azienda. Alex mi aveva fregato una volta ancora.

Ottenni gli arresti domiciliari. Presi il migliore avvocato che potevo permettermi. Mi sentivo abbandonato da tutti. La Famiglia mi aveva accolto, sfruttato e poi espulso senza che potessi difendermi. Sospetto che nemmeno il mio avvocato credesse alla mia innocenza. Ero uno straccio. Soltanto le lunghe telefonate con Salomè e Zeno mi tenevano a galla. Ero accusato di aver aperto un conto bancario dove avevo accreditato centinaia di fatture per un totale di seicentomila euro.

Non so perché Alex mi aveva fatto questo. Forse era opera sua e per paura di essere scoperto aveva deciso di trovare un capro espiatorio. Oppure era tutta una bufala inventata per mettersi in bella mostra all’interno dell’azienda, come nuovo paladino della giustizia.

Il processo durò tre anni. Alla fine fui dichiarato estraneo ai fatti e assolto. Nel frattempo, in via cautelare, ero stato declassato al quarto livello e Alex era passato al sesto. Quell’animale era un genio del male. Uno scaltro analfabeta al sesto e un onesto cittadino laureato con il massimo dei voti, giù al quarto. Nonostante fosse stata dimostrata la mia innocenza, nessuno si fidava più di me.

Decisi di chiudermi a riccio e limitare i miei rapporti coi colleghi a colloqui lavorativi. Speravo che col tempo capissero chi ero veramente. Avevo cercato di ingraziarmi Alex e la Famiglia per scalare qualche livello, di questo ero colpevole, lo ammetto, ma per quanto riguarda ciò di cui mi si accusava, ero innocente. E non fu mai trovato un colpevole. Cadde tutto in proscrizione.

Ora mi ritrovo di nuovo al quarto, come il primo giorno di servizio da neolaureato, quando avevo soltanto venticinque anni.

Due decenni prima, appena terminata l’università, guardavo il futuro con gioia e speranza, con ingenuità e voglia di fare: adesso passo le giornate curvo sulla scrivania senza parlare con nessuno, non vedendo l’ora di tornarmene a casa con la mia solitudine.

Z5 settembre

Quello che non capisco è perché non te la sei fatta.

Perché sono un uomo fedele dissi rigirando i pollici.

Ma scusa, eri lontano anni-luce da Maria: una scappatella, la prima e l’ultima della tua vita, mi pare più che sacrosanta, no?

Non risposi.

Ci avete mai pensato? disse Luigi.

A cosa? disse Giovanni che fino a quel momento non aveva ancora parlato.

Che lei in un certo modo è l’unica persona che ci ha tenuti vicini.

Vicini? dissi.

Lei è l’unica che è stata vicina a ognuno di noi.

In che senso vicina?

Forse... disse Luigi fissandomi negli occhi, prima di tossire fino a sputare sangue.

Se solo potessi stringerla ancora tra le mie braccia... disse Giovanni svelandoci due occhi umidi.

Be', credo non dovrai aspettare molto, vista la vecchiaia che ti porti appresso! disse Luigi dandogli una pacca sulla spalla. E poi ammettilo, Jo, adesso per te esiste solo Klaudia.

Giovanni cominciò a piangere, in silenzio.

Scusa riuscì a dire Luigi. Sono uno stronzo.

Il sole scendeva lontano diventando sempre più grande e rosso.

Ah, un’altra cosa, Jo, quasi mi dimenticavo! disse all'improvviso Luigi come per cambiare discorso. Stamattina ho letto il tuo ultimo capitolo: cos'è quella storia di Alex e della tua vita malavitosa? Cosa cazzo c'entra?

Ma se tu hai detto di essere stato settimane nel deserto a mangiare peyote... Proprio tu mi parli di realtà! Tu che ti sei inventato quella storia palesemente falsa di un autobus londinese rosso a doppia altezza che se ne va allegramente in cima allo Stelvio, solo per avvincere il lettore... Tu che millanti di essere vissuto mesi nudo in una foresta mangiando bacche e camminando sugli alberi!

Luigi s’intristì di colpo.

Sentite, ragazzini intervenni io, non litigate. Per me le bugie di Luigi sono coerenti col personaggio: gli danno spessore. Mentre la tua, non offenderti, Giovanni, non collima per niente con l’ingenuità del tuo personaggio. Ma il mio è solo un parere...

Forse ho esagerato disse Giovanni. Rimedierò.

Luigi ci versò un po’ di tè fumigante e insieme ci godemmo in silenzio il tramonto.

Ripensai all'unica volta in cui cedetti al fascino di Salomè.

La prima e l'ultima volta che tradii mia moglie.

Non lo seppe mai nessuno. Era il nostro segreto, mio e della donna più sensuale che avessi mai incontrato. La donna che mi aveva stregato il cuore, il cervello e l'anima.

Ancora non so se fu un errore. Furono senz'altro i più bei minuti della mia vita.

Ma, per me, coincisero con l'inizio del declino. Un principio di morte.

Da quella volta passarono anni prima che me la ritrovassi vicina: era nuda e fredda sotto un metro di terra brasiliana.

Y

Fu la vacanza più bella della mia vita. Ritrovai i miei tre amici fisicamente e spiritualmente. Era stato come tornare bambini, come diventare amici una seconda volta.

A casa tornai a dedicarmi ai miei studi di storia antica. Negli ultimi anni mi ero appassionato durante le lunghe serate invernali, quando non guardavo la TV o non ero in internet, alla lettura di antichi testi di storia. Stavo studiando le varie civiltà perché ero convinto che per capire il presente era necessario conoscere il passato.

Negli States avevo comprato una tecnologia nuova – cuffie, microfono, webcam - che imaparai a usare. Mi feci molti amici in internet: passavo le nottate a chattare in inglese con bellissime ragazze dell’est: allo stesso tempo potevo migliorare il mio inglese e trovarmi una dolce mogliettina.

Ricordo che la notte prima di rientrare al lavoro non dormii. Ero agitato e felice per aver finalmente raggiunto il quinto livello, ma spaventato a morte dal dover affrontare quotidianamente Alex e le sue angherie.

Al mattino mi presentai nel suo ufficio tremando.

Buongiorno, Alex.

Tornati?

Sì, sono tornati. Mi pentii subito di averlo preso in giro.

Beni beni disse senza accorgersi della mia ironia. Dimmele, vuoi tu ancora fare carriere nelle aziende?

Non mi aspettavo quella domanda. Certo, signore.

Beni. Allori dovrai stringere tuoi denti e tenerlo duro per prossimi mesi e vedere che andrà tutti beni. Ok?

Sì, signore.

Non mi dispiaceva umiliarmi dandogli del signore, era pur sempre il mio capo. Sapevo che se era arrivato lì senza saper né leggere né scrivere, e perché conosceva la gente giusta.

Così i mesi passarono e la mia schiena cominciò a incurvarsi sotto a una mole di lavoro tale da obbligarmi a portare a casa un sacco di scartoffie. Passavo spesso le serate e i fine settimana a portarmi avanti col lavoro. Rinunciai ai libri di storia. Il tempo dedicato alle chat si fece più conciso, non più di due ore al giorno. Ogni tanto scrivevo a Luigi e Salomè: entrambi mi ripetevano di non fidarmi di Alex. E invece io, non avendo altra scelta, mi spaccavo in quattro per accontentarlo.

A volte video-chiamavo Zeno. Era riuscito a comprarsi la casa sulla spiaggia. Mi raccontava che sua moglie accudiva i tre figlioli durante il giorno, e a fine giornata era talmente stanca che era Zeno a dover preparare la cena. Quanto lo invidiavo! Aveva una famiglia numerosa e felice, mentre io ero il solito Giovanni, solo e con un lavoro che mi opprimeva senza darmi nessuna soddisfazione.

Passò un anno. I duri ritmi ai quali Alex mi aveva sottoposto mi avevano precluso ogni felicità. Decisi di andare a parlargli del mio futuro.

Salve, capo.

Salvi, soldatini Longo!

"Senti, Alex, posso parlarti da uomo

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