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Roma, amor mio: a spasso tra i sette colli e il Tevere

Roma, amor mio: a spasso tra i sette colli e il Tevere

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Roma, amor mio: a spasso tra i sette colli e il Tevere

Lunghezza:
129 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
Nov 20, 2015
ISBN:
9788860591647
Formato:
Libro

Descrizione

Una lettera d'amore di uno scrittore alla propria città. Un ritratto di Roma all'insegna di letteratura, arte, storia, spettacolo e costume: la rivalità tra Bernini e Borromini, i motteggi di Pasquino, la Via Veneto de La Dolce Vita, l'eterno fascino di Roma nun fa' la stupida stasera, i giorni eroici della Repubblica Romana e tanto altro ancora… Una lettura adatta sia ai romani che ai turisti perché, per dirla con Byron, Roma è città dell'anima. È un sentimento più che un luogo.
Editore:
Pubblicato:
Nov 20, 2015
ISBN:
9788860591647
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Roma, amor mio - Maurizio Canforini

ROMA

AMOR MIO

Di

Maurizio Canforini

Foto di copertina

Andrea Papini

Prima edizione ebook: 2015

Copyright ©2015 Polaris

ISBN 9788860591647

La guida è disponibile anche in formato cartaceo

Casa Editrice Polaris

www.polariseditore.it

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte dell’opera può essere riprodotta, distribuita o trasmessa in alcuna forma o con alcun mezzo, o registrata in database, senza il permesso scritto dell’editore.

Benché sia stata prestata la massima attenzione nella raccolta delle informazioni contenute nella guida, nessuna responsabilità per eventuali danni o inconvenienti occorsi a cagione del suo utilizzo potrà essere imputata all’autore, all’editore o a chi, sotto qualsiasi forma, la distribuisce.

Introduzione

Il cielo di Roma al tramonto di un giorno di maggio è di una bellezza stupefacente. Sembra disegnato. Andrebbe contemplato sdraiati su una panchina di Piazza Navona, con nelle orecchie solo il sommesso gorgoglio della fontana dei Quattro Fiumi e il flautato chiacchiericcio della gente.

Seppur sdraiati occhi al cielo, potremmo indovinare l’espressione dei visi delle persone intorno a noi. Eh sì, perché quest’ultima è identica per tutti: felice stupore. Come quella di chi si ritrova, all’improvviso, a vivere in un sogno ad occhi aperti.

Infatti è proprio a maggio che a Roma la gente cambia espressione; sarà l’arietta che accarezza e non punge, sarà l’ocra dei palazzi secolari che luce chiede e lucentezza restituisce, saranno le rose che fioriscono ai piedi dell’Aventino e la cui fragranza, come per magia, il ponentino trasporta in giro per la città, più forte dello smog, dei clacson delle macchine, dell’ignoranza della gente.

Se ci facciamo caso, la camminata stessa si trasforma: il passo rallenta, le spalle si raddrizzano, la testa si alza.

È come se l’intero corpo si predisponesse all’ammirazione.

Di cosa?

E di che se non di Roma stessa?!

Della sua storia, dei suoi colori, del suo clima.

Attenzione però, perché la bellezza di questa città è per certi versi un miraggio. La vede solo chi la desidera vedere. È negli occhi di chi guarda con il cuore. Per gli altri resterà soltanto una bella cartolina e nulla più.

Roma è città dell’anima. È un sentimento più che un luogoebbe a dire una volta Byron.

Aveva ragione.

Credo davvero che la romanità vera sia una carica elettiva; non basta uno schizzo d’inchiostro sui registri dell’anagrafe. È un premio alla portata di tutti, che però diventa un privilegio di pochi.

Chi sono ipochi?

Quelli chevivono questa città anziché semplicemente abitarla o visitarla.

Le pagine seguenti hanno quindi l’obiettivo di far crescere la schiera dei pochi fino a trasformarla in quella dei molti, utilizzando un tono amichevolmente colloquiale.

Cosicché il lettore, romano o non, possa dapprima provare affetto nei confronti dell’Urbe e poi, chissà..., anche amore. Perché questa città a chi amore le dà Amore con la A maiuscola restituisce. In fondo, a legger bene, la parola ROMA non è altro che AMOR letto al contrario.

Un caso?

Può essere. Io però voglio credere che non lo sia e perciò, cari lettori, mi auguro che al termine della lettura di questo libriccino vi venga voglia di correre a Piazza Navona al tramonto di un giorno di maggio, sdraiarvi su una panchina accanto alla Fontana dei Quattro Fiumi e sospirare con aria sognante:

Roma, amor mio!

Roma Povera ma Bella

Ponte Sant’Angelo è uno dei più suggestivi dell’intera città.

Ci sono gli angeli berniniani ai due lati a proteggere ogni nostro passo e a guardare con benevolenza alcuni artisti di strada alla disperata ricerca di sbarcare il lunario con performance più o meno apprezzabili. C’è Castel Sant’Angelo troneggiante davanti a noi, guardato a vista alla nostra sinistra dal cupolone di San Pietro.

Per questo motivo ai pedoni in transito sul ponte capita di rado di abbassare lo sguardo e vedere gli argini del sottostante Tevere. A consolazione bisogna precisare che c’è ben poco da ammirare, a parte una pista ciclabile consumata e qualche sorcio romano in libera uscita e dall’aspetto di un ippopotamo bonsai.

Solo d’estate si anima con l’installazione delle bancarelle dell’Estate Romana.

Pensate invece che per molti anni sull’argine del fiume del Tevere, a sinistra del ponte, è stato ormeggiato il celebre barcone de Er Ciriola, la chiatta più gettonata dai romani, nel secondo dopoguerra, per fare un tuffo al fiume durante la bella stagione.

Un tuffo nel Tevere?!

A molti giovani romani e forestieri potrà sembrare incredibile, ma fino ai primi anni ‘60 il Biondo Tevere è stato balneabile ed ha ospitato i tuffi di gran parte della cittadinanza romana che non poteva permettersi la villeggiatura in posti di mare più rinomati.

Il proprietario stesso, Er Ciriola, subito dopo l’ultima guerra divenne un’autentica celebrità cittadina.

Ex fiuminaro, vale a dire bagnino di fiume, si favoleggiava che avesse salvato oltre mille incauti bagnanti o aspiranti suicidi.

Tra i tanti che gli dovevano la vita c’era anche Mister Ok, un ex bagnino belga che all’epoca aveva settanta anni ed era famoso perché ogni 1°gennaio alle dodici in punto si tuffava a volo d’angelo nel fiume dall’alto di Ponte Cavour. Il soprannome anglofono era dovuto al fatto che a chiunque gli chiedesse Come va? rispondeva in silenzio e con la mano destra a mimare l’Ok.

In ogni caso, una volta rischiò di affogare e fu proprio Er Ciriola a salvarlo, rischiando lui stesso di morire annegato. Perciò decise di ritirarsi dall’attività di salvagente umano, affiggendo all’entrata del suo barcone il seguente cartello:

Aspiranti Suicidi!

Non vi buttate perché Er Ciriola non salva più!

Il barcone de Er Ciriola ebbe consacrazione cinematografica nel 1957, quando divenne teatro di alcune scene del celeberrimo Poveri ma Belli di Dino Risi, il più grande successo d’incassi del cinema italiano degli anni ’50.

La punta di diamante del neorealismo rosa.

Un gioiello cinematografico che ancora resiste e che ogni estate, puntualmente, viene proiettato nelle tv nazionali con immutato successo di pubblico.

Pensate che il film, una produzione a basso costo, fu fatto nel disperato tentativo di salvare dal fallimento la Titanus del patron Lombardo, che era reduce da ben sei consecutivi costosissimi fiaschi, tra cui Il Bidone di Fellini.

Originariamente il film si sarebbe dovuto fare con protagonisti Tognazzi, Walter Chiari e Sofia Loren nei ruoli principali e con la produzione di Carlo Ponti. Il progetto saltò e così Risi, quando Lombardo gli chiese un copione da mettere su pellicola, gli propose questa storia un po’ goldoniana di bisticci tra due bulli, che si contendono i favori di una figlia di sarto e che puntualmente finiranno col fidanzarsi con le rispettive sorelle, da sempre innamorate di loro.

Il fatto stupefacente del copione è che a descrivere in modo così preciso la tipologia del bulletto romano anni ’50, cialtrone, innocuo e decisamente simpatico, sia stato un milanese doc come Risi, da pochi anni trapiantato a Roma.

Ciò sta a confermare il nostro assunto iniziale, cioè che la romanità vera è davvero una carica elettiva!

Lombardo ebbe l’intuizione di affiancare a Risi nella revisione del copione due sceneggiatori doc come Massimo Franciosa e Pasquale Festa Campanile.

Le riunioni di scrittura tra i tre erano improntate alla massima professionalità… come ricorda Risi nel suo I Miei Mostri:

"Parlavamo un po’ di lavoro, Massimo prendeva appunti. Si affacciava mia moglie, diceva: << Io esco, faccio un po’ di spesa, poi andrò a prendere i bambini a scuola>>. Noi ci guardavamo, Massimo scoppiava a ridere, io tiravo fuori la cassetta del calcio- balilla, cominciavamo partite che non finivano mai: Campionato d’Italia,

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