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Povertà e impoverimento: Giovani e donne, attori di un'altra economia
Povertà e impoverimento: Giovani e donne, attori di un'altra economia
Povertà e impoverimento: Giovani e donne, attori di un'altra economia
E-book331 pagine4 ore

Povertà e impoverimento: Giovani e donne, attori di un'altra economia

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Info su questo ebook

Viene qui analizzato il fenomeno povertà-impoverimento. Questo fenomeno si situa entro un orizzonte macro-economico globale che chiama in causa modelli di vita, comportamenti sociali e strategie di sviluppo all’interno dei quali le persone sono al contempo soggetti protagonisti e oggetti: soggetti che possono scegliere e oggetti su cui ricadono le conseguenze di decisioni altrove compiute.

Rivolgersi direttamente al consumatore, per indurlo a scelte responsabili è uno degli obbiettivi delle Acli nella consapevolezza che il rapporto tra economia e felicità non è costituito dall’euforia dei consumi, ma da un ordine di priorità. Va assunta la consapevolezza che nel passaggio dalla società dei produttori alla società dei consumatori, il consumatore stesso rischia di essere mercificato, divenire “merce” appetibile per il mercato.
LinguaItaliano
Data di uscita9 nov 2015
ISBN9788865124482
Povertà e impoverimento: Giovani e donne, attori di un'altra economia
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    Anteprima del libro

    Povertà e impoverimento - F. Volpi

    F. Volpi, D. Recchia

    Povertà e impoverimento

    EMPOWERMENT

    5

    ____________________________

    ACLI

    Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani

    Povertà e impoverimento

    Giovani e donne, attori di un’altra economia

    A cura di

    Federica Volpi e David Recchia

    I curatori del volume intendono ringraziare Daniela Manna, Antonella Melai, Giuseppina Sola e Simona Lattarulo per il contributo e l’apporto prestato nelle diverse fasi che hanno condotto alla realizzazione della presente opera.

    © 2010, Marcianum Press, Venezia

    Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani

    Impaginazione e grafica: Linotipia Antoniana, Padova

    Progetto grafico di copertina: Rinaldo Maria Chiesa

    ISBN 9788865123737

    UUID: 9788865123737

    This ebook was created with BackTypo (http://backtypo.com)

    by Simplicissimus Book Farm

    Presentazione

    di Andrea Olivero[1]

    Sono raccolte in questo volume alcune questioni fondamentali che, sul versante economico-sociale ma soprattutto su quello culturale, interpellano il nostro vivere civile.

    La crisi che da qualche tempo, e con esiti ancora imprevedibili, attanaglia il mondo globalizzato è nata sul terreno dell’economia finanziaria ma è anche crisi di senso, della direzione da imprimere al nostro mondo, ormai unificato almeno da Ovest a Est. L’economia è dunque il ‘luogo’ a cui guardare, ma non è la prospettiva esaustiva dalla quale osservare la nostra difficile ‘tarda modernità’. Espressione che dice di un declino, di una stagione che conclude un lunghissimo ciclo storico che caratterizza il nostro Occidente e il suo modello di sviluppo o, più in profondità, la sua radice antropologica.

    C’è un elemento che sicuramente dobbiamo salvare dell’eredità moderna: l’attenzione ai soggetti. E di soggetti si parla in questo testo, giovani e donne, vedendo in essi il motore del cambiamento, del dinamismo che può indicare la fuoriuscita dalla crisi, appunto, in quanto si stanno mettendo in gioco nella scommessa di futuro che in modo speciale li riguarda.

    Accanto ai soggetti, in queste pagine abbiamo voluto aprire il nostro orizzonte di ricerca alle politiche sociali ovvero a quel Welfare che va rivisitato e ridisegnato, ma al contempo custodito come il sigillo della nostra civiltà del vivere-bene, della ‘vita buona’. Del ‘primato della persona’ sulle cose, dell’essere sull’avere, dei fini sui mezzi.

    Vogliamo però inserire questa attenzione ai soggetti nella cornice antropologica di una visione ‘personalistica’, che è poi quella propriamente cristiana. Una visione che contrasti la deriva individualistica, di cui un mercato senza regole è solo uno dei numerosi segnali, e faccia appello all’antropologia relazionale, per la quale la persona si comprende solo all’interno dei suoi legami, a partire da quelli primari e familiari.

    Da questo punto di vista, l’economia ritrova il suo baricentro e il suo criterio di discernimento nella ‘dignità della persona’ umana e, al contempo, il sistema dei diritti e dei doveri in cui si articola la ‘polis’ acquista la sua piena comprensibilità, qualificandosi come sistema singolare plurale, attento ai bisogni della persona, considerata nella sua unicità e singolarità, e insieme consapevole del contesto relazionale in cui il singolo vive e, quasi letteralmente, ‘prende corpo’.

    Senza questa attenzione ai soggetti e alle loro trame relazionali non si esce dall’astratto egualitarismo della modernità, che nel secolo scorso ha prodotto distorsioni e ideologie fuorvianti e che in qualche misura ha ispirato anche il Welfare novecentesco. E non si esce neppure dalla morsa di un’economia senza etica e di una finanza ‘di carta’. Insomma, da quella che ci si prospetta ormai come una crisi strutturale e non solo congiunturale. Una crisi che è anche una chance, come ci ha ripetuto Benedetto XVI nella sua enciclica sociale Caritas in veritate, mostrandoci qual è l’altezza e la profondità della sfida che abbiamo di fronte.

    Non dobbiamo correggere ma piuttosto capovolgere la nostra scala di valori e dunque di priorità. È questo che l’agenda della società civile – sollecitando e pungolando la politica – deve proporre. Riconoscere la crisi del nostro modello economico è solo il primo passo per indagare in profondità nelle sue distorsioni, alla luce di una visione integrale dell’uomo e di un nuovo umanesimo planetario.

    È una strada che passa attraverso la quotidianità, attraverso le scelte concrete che giovani, donne e uomini, famiglie e realtà produttive fanno ogni giorno, nella lettura dei bisogni e nei consumi, nella macro-economia e nelle strategie di economia domestica (espressione che va pienamente rivalutata nella sua incisività sociale). Tutti gli interventi raccolti in questo volume, compresa la ricerca sul campo che viene illustrata a supporto e conforto delle analisi, vanno in questa direzione.

    Il nostro riflettere in questa sede su economia e consumi, stili di vita e rappresentazioni sociali, intercetta la cultura diffusa e i soggetti che concretamente la interpretano nel tentativo di disegnare le prospettive che si aprono, oltre la crisi, per il nostro mondo, e nella consapevolezza di una svolta che è necessaria, per un verso, e auspicabile per un altro. Ne va del nostro modello di sviluppo, e più ancora della possibilità di vedere negli attori sociali anche degli ‘agenti morali’, e nei consumatori i cittadini capaci di un nuovo protagonismo.

    Ma di quali soggetti dobbiamo in particolare occuparci per contrastare la crisi e con essa la sottrazione di senso e di futuro? In questo volume al centro della scena sono i giovani e le donne. E non li assumiamo come soggetti ‘deboli’ ma piuttosto come soggetti imprevisti della cittadinanza moderna (pensata a misura dell’uomo adulto occidentale), che in quanto tali sono la ‘sorpresa’ della nostra tarda modernità. Sono gli agenti del dinamismo di una economia ‘altra’, per la quale la bontà delle relazioni prevale sulla quantità dei beni posseduti e la ‘ricchezza delle nazioni’, per usare una celebre espressione dell’economia classica, si misura dalla qualità dei legami e della coesione sociale che essa è in grado di promuovere e tutelare, anche attraverso le forme di un nuovo Welfare.

    I due soggetti – i giovani e le donne – hanno già fatto irruzione nel secolo scorso, ma ora, a fronte di una crisi che è culturale e sociale, oltre che economica, tornano a ricordarci il futuro, a rappresentare modi di vivere, di consumare, di progettare, di aggregarsi che disegnano, almeno potenzialmente, mappe diverse di bisogni, di risposte, di richieste, di significati condivisi.

    Non mitizzo certo questi soggetti, so bene quanto problematici siano il loro protagonismo e la loro rappresentazione sociale (basti pensare alla sfida dell’ educare che caratterizza tutto il mondo occidentale e non solo, o alle contraddizioni di un cammino femminile tutt’altro che compiuto lungo la strada dell’autentica libertà e della piena dignità delle donne). Tuttavia nella ricerca di un nuovo senso e di una nuova ‘vocazione’ dello sviluppo (per evocare ancora l’enciclica Caritas in veritate che ci ricorda come lo sviluppo non sia il destino ineluttabile ma il compito sempre rischioso della nostra civiltà) dobbiamo guardare ai giovani e alle donne come ad una risorsa di energie, di creatività, di stili di vita alternativi, di patrimoni di socialità e gratuità.

    Le pagine di questo volume ci confortano in questa prospettiva e ci spingono a guardare oltre la crisi dell’economia, guardando nel mondo che cambia non solo i segni di una fine, ma soprattutto i germi di un nuovo possibile inizio, che non è affidato alle teorie economiche o all’ingegneria finanziaria, ma ancora e sempre all’essere umano.

    Giovani e donne, infine, protagonisti di una cultura diversa e capaci di scommettere, per se stessi e per gli altri, in una società del vero ‘ben-essere’, per tutto l’uomo e per tutti gli uomini.

    [1] Presidente Nazionale ACLI.

    Parte prima

    Economia, consumi e Welfare: il protagonismo delle donne e dei giovani

    Cultura, modelli di sviluppo e Welfare promozionale

    di Vittoria Boni[1]

    Povertà e impoverimento

    Povertà e impoverimento: due fenomeni che abbiamo scelto di collocare all’interno di una visione promozionale e relazionale di Welfare, da assumere con un particolare punto di osservazione: quello dato dall’intreccio tra crisi economica, cultura e soggetti sociali. Donne e giovani in particolare.

    Il Parlamento europeo ha designato il 2010 quale anno europeo della lotta alla povertà e all’esclusione sociale, prevedendo una pluralità di azioni volte a riaffermare e rafforzare l’iniziale impegno politico formulato all’avvio della strategia di Lisbona e ulteriormente precisato in quattro specifici obiettivi, i cosiddetti obiettivi di Nizza del 2000: promuovere la partecipazione all’occupazione e l’accesso ai beni e ai servizi; prevenire i rischi di esclusione sociale; intervenire in favore dei più deboli; mobilitare tutte le parti in causa. Ma quella prospettata dieci anni fa era un’economia in grado di sostenere, anche finanziariamente, le politiche di Welfare, capaci a loro volta, si diceva, di assicurare sviluppo sostenibile e inclusione sociale.

    L’attuale crisi finanziaria che sta colpendo e ha colpito pesantemente persone, famiglie e comunità, invece, svela oggi un volto inedito delle difficoltà che stanno vivendo milioni di persone: ai tanti poveri presenti in Europa si aggiungono tutti quei cittadini a rischio disoccupazione, posti su fasce intermedie di reddito, che vedono costantemente eroso il potere d’acquisto dei loro salari dinnanzi al contestuale rincaro dei beni di prima necessità.

    E poveri tra i poveri rischiano di essere le donne e i giovani, quelle soggettività che mai sono state interpellate nella definizione delle regole della finanza mondiale, ma sulle quali ricadono più che su altre gli effetti perversi di un’economia globale assai più fondata sulle speculazioni finanziarie che agganciata all’economia reale. Non è un caso che le famiglie maggiormente in difficoltà siano proprio quelle monoparentali con capofamiglia donna e le giovani coppie con figli, alle prese con lavori precari e mutui o affitti da pagare, per le quali ancora fondamentale risulta l’aiuto delle famiglie d’origine.

    I fenomeni della povertà e dell’impoverimento si situano, dunque, entro un orizzonte macro-economico globale che chiama in causa modelli di vita, comportamenti sociali e strategie di sviluppo al cui interno le persone sono potenzialmente soggetti protagonisti dei loro destini e oggetti su cui ricadono le scelte di decisioni altrove assunte. In tale contesto, le categorie classiche utilizzate per leggere le situazioni di disagio, quelle provenienti anche dalla storia delle ACLI, faticano a dar conto di una realtà in movimento, rischiano di non essere adeguate a comprendere la complessità degli attuali scenari. Il confronto con le tante storie di vita ci pone davanti alla difficoltà di garantire salute e benessere in contesti abitati da idee divergenti su ciò che è bene, salute e tutela dei diritti, e chiede di rimettere nel dibattito politico cultura e orientamenti solidi da cui far discendere sostenibili proposte di Welfare volte al futuro.

    Nate come esperienza di popolo, le ACLI hanno sempre avuto a cuore la promozione della cittadinanza attiva e la tutela del lavoro e dei lavoratori, a partire da chi più di altri faceva fatica ad essere valorizzato e riconosciuto nei propri diritti. Se oggi si assumono proprio questi due capisaldi – cittadinanza e lavoro – ci troviamo sempre più in presenza di situazioni inedite di cittadini senza lavoro (donne, giovani, adulti espulsi dai processi produttivi) e di lavoratori senza cittadinanza (pensiamo agli immigrati), ma anche di coloro che, ricchi, vivono senza lavorare.

    Costruire protagonismo di persone e comunità locali, processi inclusivi di cittadinanza e tutela in questo contesto di crisi globale costituisce per le ACLI la priorità da scegliere per evitare che la forbice dell’ingiustizia sociale si allarghi ulteriormente e per affermare che se tutto è ridotto a consumo (persone comprese, che tanto più valgono quanto più comprano) ne va della tenuta della società, della sua articolazione, dei vincoli che legano i soggetti, di un ethos condiviso.

    Il buon senso, infatti, mostra che si sta progressivamente affermando una cultura secondo la quale il proprio percorso di vita, indipendentemente dal contesto di relazioni e dalla responsabilità verso chi è prossimo, può essere realizzato applicando esclusivamente la logica del mercato a tutte le sfere dell’esperienza umana. Ne consegue che le tutele soggettive, il benessere delle persone, la possibilità di partecipare attivamente allo sviluppo della società, rischiano di essere logorate dalla produzione globalizzata, dalla rincorsa al consumo e dall’economia finanziaria. In altre parole, l’imporsi del paradigma della libertà d’azione del cittadino-imprenditore-consumatore rafforza la competizione tra chi è in grado di giocare secondo le logiche del mercato e coloro che ne rimangono esclusi. Ciò produce un aumento della disuguaglianza e l’indebolimento dei sistemi di protezione sociale, la delegittimazione del ruolo della famiglia e della comunità a favore di una miope esaltazione dell’individuo, sostenuta da un modello culturale che eleva al rango di etica morale il perseguimento del profitto personale.

    Ma l’impoverimento progressivo, la povertà percepita in relazione ai modelli di sviluppo e consumo esaltati dalla società globalizzata e la povertà reale, economica, relazionale e di senso del vivere sono fenomeni strettamente connessi all’esclusione, alla vulnerabilità, alla marginalizzazione e all’assenza di legami e reti sociali. Ci si deve allora interrogare sul come si possa riattivare un protagonismo delle persone, donne e giovani in primis, rendendoli responsabili dei loro destini, facendo sì che la condivisione dei problemi, la creazione di contesti di dialogo e confronto, la progettazione di strategie utili ad incuneare nei vigenti modelli sociali ipotesi alternative di sviluppo e consumo, consentano di agire per il benessere sociale non solo in risposta al proprio bisogno o interesse individuale.

    Perché, a pensarci bene, nella società consumistica odierna, tutti quanti stanno smarrendo la sfera dei desideri che sono stati colonizzati dal mercato; i desideri, schiacciati sui bisogni, che divengono immediatamente diritti, come conseguenza sono dai diritti stessi divorati. Alla fine rimane il linguaggio dei soldi, l’economia senza gioia e l’esperienza del consumare; resta, come ha dichiarato recentemente a Milano il Premio Nobel per la pace Yunus in un dibattito dal titolo Un mondo senza povertà, la limitatezza del concetto di business fondato sul presupposto che l’essere umano sia una macchina per fare soldi e che, dunque, entrando nel mondo degli affari, si metta degli occhiali che gli permettono di vedere come obiettivo soltanto l’utile. Il risultato è che per l’utile si creano tanti problemi tra cui degrado ambientale, malattie, povertà e malessere. Serve una nuova visione che dia nuove prospettive al pianeta, conclude il ‘banchiere dei poveri’.

    Nel passaggio dalla società dei produttori alla società dei consumatori, il consumatore stesso rischia di essere mercificato, di divenire ‘merce’ appetibile per il mercato e l’individuo, da questo colonizzato, è l’esatto contrario della persona capace di scegliere tra le offerte veicolate dalla società dei consumi.

    Un modello alternativo di produzione e di consumo non può che affermare il principio, secondo quanto già affermato dalla Commissione Brundtland del 1987 nel suo Rapporto tra sviluppo e ambiente, che lo sviluppo si fonda sul vincolo etico dell’uso razionale delle risorse e sulla compatibilità tra questo e la salvaguardia dell’ambiente, tra gli interessi delle generazioni presenti e quelli delle generazioni future.

    Per procedere nella direzione di uno sviluppo sostenibile (a livello economico, sociale ed ambientale) acquista importanza la valutazione delle scelte sulla base delle opportunità di sviluppo umano e sociale che esse producono o impediscono. Il consumo responsabile può costituire una forma di auto-tutela posta alla base di un Welfare che rimette al centro del mercato la persona e il suo sistema di relazioni, umanizzando così l’economia. Per contrastare l’economia senza gioia, quella dell’euforia dei consumi, le ACLI propongono un’economia relazionale che richiama legami, responsabilità e reciprocità.

    È all’interno di tale quadro di riferimento che i sistemi di Welfare del futuro vanno ripensati, tenendo conto della multidimensionalità dei fenomeni di povertà e impoverimento, da assumere affiancando ai meccanismi di redistribuzione delle risorse e di pari opportunità – tutt’oggi necessari – qualificati servizi, coerenti con le specifiche situazioni di bisogno nonché nuovi modelli di convivenza, basati sulla ricostruzione del tessuto e delle relazioni sociali.

    Il principio guida è che le politiche sociali devono sempre più ispirarsi alla quotidianità e alla normalità e che il Welfare deve diventare la misura e la cifra della qualità del vivere civile in una comunità che si trova alle prese con dinamiche potenti di individualizzazione, ossia di esclusiva dipendenza delle biografie individuali dalle scelte personali; nello stesso tempo anche le strutture sociali riducono sempre più la loro influenza sui percorsi di vita delle persone.

    L’emergere di nuovi profili di rischio per i quali il sistema di protezione non è attrezzato a fornire risposte adeguate, rende spesso drammatica la gestione della quotidianità di giovani privi di stabile occupazione oppure costretti a svolgere lavori precari, di famiglie in difficoltà nell’assistenza ad un loro componente non autosufficiente, di adulti con genitori anziani a carico, di giovani madri con figli piccoli, di anziani soli e non più del tutto autosufficienti e di adulti con bassa professionalità che perdono improvvisamente il posto di lavoro. Tutti questi soggetti richiedono interventi articolati e flessibili, più complessi di quelli predisposti dalle attuali politiche sociali, che possono essere realizzati soltanto attraverso un ripensamento complessivo dell’architettura finanziaria ed organizzativa di tutto il sistema di Welfare.

    La disuguaglianza sociale oggi appare determinata dalla combinazione di molteplici fattori economici e sociali, molto diversi da quelli che hanno generato i conflitti sociali nell’epoca dell’industrializzazione e non identificabili in base alla semplice disponibilità di reddito o all’appartenenza occupazionale.

    La nuova disuguaglianza chiama in causa le circostanze specifiche della vita personale e familiare: se si è sposati, se si hanno figli, se la moglie lavora, se occorre pagare gli alimenti a seguito del divorzio, se si vive in una casa propria o in affitto. Tutto ciò influenza il corso ordinario della vita delle persone in modo molto più cogente degli aumenti salariali o dei trasferimenti previdenziali. Per tutte queste soggettività se non di marginalità, si tratta di vulnerabilità sociale caratterizzata da un mix di instabilità lavorativa, fragilità familiare e territoriale, incertezza sulle garanzie sociali ed economiche acquisite, difficoltà crescenti a fronteggiare spese derivanti da problemi di tipo sanitario, relazionale e finanziario. Nella vulnerabilità non conta soltanto la quantità di risorse disponibili, ma anche la riduzione delle possibilità di scelta e la difficoltà ad utilizzare tali risorse con l’obiettivo di trasformarle in progetti adeguati.

    Comprendere la dimensione della vulnerabilità sociale è allora fondamentale e ciò richiama alla capacità di leggere ed interpretare i bisogni, dove assume rilevanza il modo in cui questi ultimi sono definiti nel discorso sociale, nelle culture organizzative e istituzionali.

    Il modo in cui i servizi di Welfare sono erogati, prodotti o fruiti, può contribuire al processo di sviluppo delle persone o al contrario può erodere le capacità progettuali di ognuno. In sostanza, i beni pubblici non possono darsi indipendentemente dal processo che li forma, e quest’ultimo coincide di fatto con la spesa pubblica.

    Ma il sistema pubblico di protezione sociale presenta numerosi segni di indebolimento sia a causa della crisi finanziaria, sia soprattutto per i limiti intrinseci alla propria articolazione organizzativa, che lo rendono sempre più inadeguato nel fornire risposte efficaci a bisogni complessi. L’insieme di questi processi aumenta considerevolmente i rischi di esclusione sociale e richiama alla necessità di prefigurare ipotesi di politiche sociali capaci di accompagnare e tutelare le persone con interventi promozionali fondati sul protagonismo sociale e solidale, evitando il cortocircuito diritti-bisogni desideri su cui si fonda la società consumistica.

    È indispensabile la riscrittura di un nuovo Patto sociale che leghi insieme la responsabilità di ogni persona, della società civile organizzata e delle Istituzioni variamente articolate. Un nuovo patto sociale frutto di una democrazia autenticamente partecipativa; un nuovo Welfare comprensibile e realizzabile solo all’interno di un modello sociale integrato.

    Anche perché i presupposti su cui si fonda il Welfare state novecentesco appaiono oggi quanto mai fragili e instabili, visto e considerato che lo Stato nazionale non è più il principale centro decisionale delle politiche monetarie, economiche e sociali e il peso dell’economia reale (produzione di beni materiali) è sempre meno preponderante negli assetti produttivi nazionali e internazionali a fronte di un’economia finanziaria che ha assunto il carattere invasivo ormai noto.

    La mondializzazione dei mercati, le tecnologie informatiche, gli scambi e i flussi in tempo reale di enormi quantità di denaro virtuale hanno ridimensionato il peso e l’incidenza degli Stati nazionali e delle stesse classi politiche nei processi decisionali e nel dinamismo del mercato.

    Per questo il dibattito sul futuro del sistema di Welfare in Italia, che il Libro Verde prima e il Libro Bianco[2] poi hanno inteso avviare, non può non tener conto di tale contesto globale. Esso mette in discussione la rete delle vecchie sicurezze, non soltanto come elemento di sfondo ma come un vero e proprio attore sociale che determina la vita delle persone, i loro bisogni, le loro paure, i loro comportamenti, le loro incertezze e insicurezze.

    La speculazione e la deregolamentazione finanziaria cessano di essere una mera questione etica di astratto moralismo e si impongono come strumento di realismo e come sfida decisiva per le democrazie occidentali, per i modelli di consumo e di sviluppo, per la rappresentanza dei diritti sociali.

    Il sistema di Welfare nazionale, a fronte di questo nuovo quadro, dovrà rimodulare le sue tutele, i suoi strumenti, le stesse politiche sociali all’interno di una dimensione molto più globale. Solo mettendo al centro la persona nella concretezza delle sue relazioni familiari e sociali, nella sua appartenenza di genere (donne e uomini) e di generazione (giovani, adulti, anziani) il nuovo Welfare sarà veramente il Welfare del presente e del futuro.

    La nostra visione per un nuovo Welfare

    La visione di un Welfare delle opportunità, che si rivolge alla persona nella sua integralità, rinvia al più ampio orizzonte di un Welfare promotore di sviluppo umano, centrato sulla persona, la famiglia e la comunità, che da tempo appartiene al patrimonio culturale e alle pratiche sociali delle ACLI.

    Mettere al centro la persona significa considerarla non come semplice utente, cliente o consumatore, ma soggetto protagonista del suo sviluppo, da accompagnare, orientare e tutelare con relazioni rispettose della sua dignità e dei suoi diritti di cittadinanza.

    Obiettivo del Welfare deve essere il creare le condizioni per tutti di una ‘vita buona’, degna di essere vissuta in tutte le condizioni e le stagioni. Un Welfare promozionale così inteso è quello capace di stabilire relazioni fra e con i cittadini, sia per permettere loro di affrontare situazioni di bisogno, disagio o vulnerabilità sociale, accedendo ai servizi offerti, sia per garantire il pieno coinvolgimento nella progettazione e nella realizzazione degli interventi attivati dalla rete dei servizi istituzionali, profit e non profit.

    Un Welfare non difensivo, ma propositivo, in grado di riflettere la peculiarità dei diversi contesti regionali senza frammentarsi in una miriade disarticolata di sistemi organizzativi diseguali; un Welfare inclusivo che amplifichi il protagonismo sociale, promuova libertà e responsabilità insieme e non consenta la riduzione dei servizi, quale unico mezzo per stare in un mercato globale. Ecco perché la cultura che mette

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