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Lunghezza:
232 pagine
3 ore
Pubblicato:
Nov 30, 2015
ISBN:
9781310916649
Formato:
Libro

Descrizione

Conosci il tuo nemico.

Su Thalas, la guerra tra la colonia umana e la specie autoctona delle sirene ha raggiunto un punto di stallo. Ridotte in numero a causa della superiorità tecnologica di quelli che definiscono invasori, le creature aliene si sono rifugiate nell’arcipelago TX, in una remota regione dell’unico enorme oceano che avvolge il pianeta, ma non hanno smesso di combattere.
Tra gli ufficiali del Corpo della Difesa, specializzato nello sventare gli attacchi terroristici delle sirene, c’è un medico da tutti conosciuto con il nome di battaglia Doc. Questi, di ritorno insieme alla sua partner da una ricognizione in una delle isole appartenenti al dominio sirenico, si imbatte per caso nel relitto della Chance, una nave interstellare adibita al trasporto di nuovi colonizzatori, scomparsa in circostanze misteriose diversi decenni prima.
L’indagine per rivelare gli eventi che hanno segnato il drammatico destino dell’equipaggio e dei passeggeri della Chance spingerà Doc a conoscere per la prima volta da vicino il suo nemico e a tentare di comprenderlo, fino a confrontarsi con lui e a trovare dei punti in comune.

Ma due nemici potranno mai fidarsi completamente l’uno dell’altro?

Pubblicato:
Nov 30, 2015
ISBN:
9781310916649
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Note: please scroll down for the English version.Nata a Carbonia nel 1974, Rita Carla Francesca Monticelli vive a Cagliari dal 1993, dove lavora come scrittrice, oltre che traduttrice letteraria e tecnico-scientifica. Laureata in Scienze Biologiche nel 1998, in passato ha ricoperto il ruolo di ricercatrice, tutor e assistente della docente di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia dell’Università degli Studi di Cagliari.Da bambina ha scoperto la fantascienza e da allora è cresciuta con ET, Darth Vader, i replicanti, i Visitors, Johnny 5, Marty McFly, Terminator e tutti gli altri. Il suo interesse per la scienza si è sviluppato di pari passo, portandola, da una parte, a diventare biologa e, dall’altra, a seguire con curiosità l’esplorazione spaziale, in particolare quella del pianeta rosso.Ma soprattutto ama da sempre inventare storie, basate su questi interessi, e ha scoperto che scriverle è il modo più semplice per renderle reali.Tra il 2012 e il 2013 ha pubblicato la serie di fantascienza “Deserto rosso”, composta di quattro libri disponibili sia separatamente che sotto forma di raccolta. Quest’ultimo volume è stato un bestseller Amazon e Kobo in Italia, raggiungendo anche la posizione n. 1 nel Kindle Store nel novembre 2014, ed è tuttora uno dei libri di fantascienza più venduti in formato ebook.Grazie alla pubblicazione della serie, nel 2014 è stata indicata da Wired Magazine come una dei dieci migliori autori indipendenti italiani e ciò le è valso la partecipazione come relatrice al XXVII Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Frankfurter Buchmesse 2014.“Deserto rosso” è anche la prima parte di un ciclo di opere di fantascienza denominato Aurora, che comprende inoltre “L’isola di Gaia” (2014), “Ophir. Codice vivente” (2016) e “Sirius. In caduta libera” (2018).“Nave stellare Aurora” è l’ultimo volume di questo ciclo ed è il suo quindicesimo libro.Oltre a quelli del ciclo dell’Aurora, nel 2015 ha pubblicato un altro romanzo di fantascienza, intitolato “Per caso”.La sua produzione include anche quattro thriller, vale a dire “Affinità d’intenti” (2015) e la trilogia del detective Eric Shaw: “Il mentore” (2014), che nella sua versione inglese edita da AmazonCrossing è stato nel 2015 al primo posto della classifica del Kindle Store negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, raggiungendo oltre 170.000 lettori in tutto il mondo, “Sindrome” (2016) e “Oltre il limite” (2017).Dal 2016 è docente del “Laboratorio di self-publishing nei sistemi multimediali”, nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione e del corso di laurea magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria (Varese). Da questo laboratorio è tratto il suo saggio “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).Oltre che al Salone e alla Buchmesse, è stata chiamata a intervenire in qualità di autoeditrice, divulgatrice scientifica nel campo dell’esplorazione spaziale e autrice di fantascienza hard in eventi quali COM:UNI:CARE (2013) all’Università degli Studi di Salerno, Sassari Comics & Games (2015), Festival Professione Giornalista (2016) a Bologna, la fiera della media e piccola editoria Più Libri Più Liberi (2016) a Roma, Scienza & Fantascienza (2014, 2016, 2018, 2019 e 2020) all’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) e Voci e Suoni di Altri Mondi (2018) nella sede di ALTEC a Torino.I suoi libri sono stati recensiti o segnalati da testate nazionali quali Wired Italia, Tom’s Hardware Italia, La Repubblica, Tiscali News e Global Science (rivista dell’Agenzia Spaziale Italiana).Appassionata dell’universo di Star Wars, in particolare della trilogia classica, è conosciuta nel web italiano con il nickname Anakina e di tanto in tanto presta la sua voce e la sua penna al podcast e blog FantascientifiCast. È inoltre una rappresentante italiana dell’associazione internazionale Mars Initiative e un membro dell’International Thriller Writers Organization.ENGLISH VERSIONRita Carla Francesca Monticelli is an Italian science fiction and thriller author.She has lived in Cagliari (Sardinia, Italy) since 1993, earning a degree in biology and working as independent author, scientific and literary translator, educator and science communicator. In the past she also worked as researcher, tutor and professor’s assistant in the field of ecology at “Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia” of the University of Cagliari.As a cinema addict, she started by writing screenplays and fan fictions inspired by the movies.She has written original fiction since 2009.Between 2012-2013 she wrote and published a hard science fiction series set on Mars and titled “Deserto rosso”.The whole “Deserto rosso” series, which includes four books, was also published as omnibus in December 2013 (ebook and paperback) and hit No. 1 on the Italian Kindle Store in November 2014.“Deserto rosso” was published in English, with the title “Red Desert”, between 2014 and 2015.The first book in the series is “Red Desert - Point of No Return”; the second is “Red Desert - People of Mars”; the third is “Red Desert - Invisible Enemy”; and the final book is “Red Desert - Back Home”.She also authored three crime thrillers in the Detective Eric Shaw trilogy - “Il mentore” (2014), “Sindrome” (2016), and “Oltre il limite” (2017) -, an action thriller titled “Affinità d’intenti” (2015), five more science fiction novels - “L’isola di Gaia” (2014), “Per caso” (2015), “Ophir. Codice vivente” (2016), “Sirius. In caduta libera” (2018), and “Nave stellare Aurora” (2020) - and a non-fiction book titled “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).“Il mentore” was published in English by AmazonCrossing with the title “The Mentor” in 2015.“Affinità d’intenti” was published in English with the title “Kindred Intentions” in 2016.All her books have been Amazon bestsellers in Italy so far. “The Mentor” was an Amazon bestseller in USA, UK, Australia, and Canada in 2015-2016.She is also a podcaster at FantascientifiCast, an Italian podcast about science fiction, a member of Mars Initiative and of the International Thriller Writers Organization.She is often a guest both in Italy and abroad during book fairs, including Salone Internazionale del Libro di Torino (Turin Book Fair), Frankfurter Buchmesse (Frankfurt Book Fair) and Più Libri Più Liberi (Rome Book Fair), local publishing events, university conventions as well as classes (University of Insubria), where she gives speeches or conducts workshops about self-publishing and genre fiction writing.As a science fiction and Star Wars fan, she is known in the Italian online community by her nickname, Anakina.


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Anteprima del libro

Per caso - Rita Carla Francesca Monticelli

1

Chance

Fu per puro caso che mi accorsi che una sirena stava per uccidermi. Mi stavo facendo strada tra le fronde di quella fitta giungla nell’isola TX-24, poco più di un lembo di terra, ma con una tale concentrazione di vita da dare l’impressione di non essere in grado di ospitarne più alcuna. Mi pareva di percepire la natura intimarmi di andarmene da lì, perché non c’era posto per me, ero di troppo. E la sirena era l’arma con cui dovevo essere eliminato.

Doc disse la voce gracchiante di Skyer nell’auricolare. Rilevo… Un disturbo coprì le sue parole successive.

Scivolai tra i tronchi di due alberi vicini, aiutandomi con la mano sinistra. Quel passaggio stretto si aprì subito dopo in una piccola radura. Le piante tutte intorno, però, formavano una volta sopra la mia testa, attraverso cui la luce del sole filtrava a malapena.

Skyer, non riesco a sentirti. Ripeti.

Un fischio penetrò attraverso il mio condotto uditivo, piantandosi dritto nel cervello. Abbassai il busto di riflesso. Assordato dall’interferenza, non udii l’urlo che sapevo di aver emesso e neppure lo sparo proveniente dalla mia sinistra, ma sentii la pallottola lambire la mia nuca, come una lama rovente che sfregasse contro la mia pelle.

Mi lasciai cadere a terra, come morto, piegando il braccio sinistro in modo che la mano mi finisse accanto alla spalla, col palmo rivolto verso il basso. Con la destra tenevo stretta la pistola, coperta alla vista dal mio stesso corpo. Sulle spalle portavo il fucile, ma per le brevi distanze in mezzo alle piante era del tutto inutile.

Rimasi immobile, con gli occhi aperti, ma rilassati. Ero bravo a fare quel gioco. Potevo tenerli aperti per più di dieci minuti, senza battere le ciglia. Erano rivolti nella direzione da cui era giunto il colpo. Vedevo le piantine striscianti nella penombra del sottobosco. La più vicina era a meno di un metro da me. Avrei voluto volgere lo sguardo un po’ più in alto, ma non sapevo quanto vicina fosse la sirena. Se si fosse resa conto che ero ancora vivo, mi avrebbe finito, prima che avessi potuto compiere alcuna azione. Dovevo rimanere fermo.

Percepivo un intenso bruciore nella parte alta del collo. Un centimetro più in là e la pallottola mi sarebbe finita dentro il cranio.

Quelle dannate creature disturbavano le nostre trasmissioni da sempre e non eravamo mai riusciti a trovare un modo per impedirglielo. A vederle così, con quegli abiti che davano l’impressione di essere fatti delle stesse foglie tra le quali si confondevano, sembravano degli animali. Rapidi, agili, ma pur sempre dei selvaggi. Quella, però, era solo un’altra forma di mimetizzazione. Le sirene non avevano raggiunto il grado di tecnologia degli esseri umani, eppure avevano dimostrato di essere di gran lunga più intelligenti di noi. Non avevamo mai capito se avessero volutamente deciso di limitare il proprio sviluppo o se un evento naturale avesse provocato nella loro civiltà una qualche forma di involuzione. Comunque fosse, non vi era codice che non riuscissero prima o poi a violare. Nessun sistema informatico era veramente al sicuro, se loro potevano accedervi in qualche modo. Non vi era trasmissione radio che non trovassero il modo di disturbare. Anche per quel motivo era pressoché impossibile stanarle facendo uso delle tradizionali strategie militari, quando si rifugiavano all’interno del loro arcipelago.

E in quel momento mi domandai se la sirena che mi stava osservando non avesse già capito che fingevo.

I secondi divennero minuti. Un brusio costante proveniva dall’auricolare, nessuna traccia, però, della voce della mia partner. Avrei voluto togliermelo dall’orecchio per ascoltare meglio i suoni che mi circondavano. Ma non potevo.

Un altro al mio posto a quel punto avrebbe creduto che la sirena se ne fosse andata, convinta di averlo ucciso. Ma non io. Sapevo quanto fossero caute e pazienti. Era lì, esattamente nello stesso punto da cui aveva fatto fuoco. Non si era mossa. Invisibile. Anche lei era brava a quel gioco.

Ma io lo ero di più.

Il tempo scorreva pigro nell’immagine della realtà aumentata mostrata al mio occhio artificiale. Mantenere le palpebre ferme in entrambi non era un problema, ma l’irritazione in quello vero, il sinistro, stava aumentando. L’aria era impregnata di polline e minuscole particelle, come una pioggia microscopica, andavano a posarsi sulla cornea. Sentivo le lacrime salire. Presto una goccia si sarebbe formata nell’angolo dell’occhio e sarebbe sgorgata, per poi scivolare attraverso il ponte del naso.

Il mio problema era che i morti non piangono.

Fu allora che lo udii. Un tenue risucchio, quasi impercettibile. Le sirene lo producono di continuo da sveglie. È provocato dal chiudersi di una valvola nel loro apparato respiratorio, per impedire che del liquido vi entri, un po’ come la nostra epiglottide. Ma hanno una salivazione più intensa della nostra, quindi deglutiscono ogni due o tre inspirazioni.

La sirena aveva deglutito. Era strano, perché erano in grado di controllarsi affinché quel movimento involontario avvenisse più lentamente, senza generare alcun rumore. Forse era inesperta, forse anche lei aveva paura.

Poco importava, perché quel leggero rumore era tutto quello di cui avevo bisogno per capire dove si trovasse.

Feci forza sulla mano sinistra e mi sollevai da terra, liberando il braccio destro. Quello si estese, puntando l’arma verso il nemico. Mentre il mio busto si staccava dalle foglie, girai la testa e la vidi una frazione di secondo prima di prendere la mira, l’infallibile mira del mio occhio cibernetico, e tirare il grilletto.

Lo sparo echeggiò tra le piante, mentre la figura il cui corpo si confondeva con esse si piegò e cadde all’indietro.

Ansimante per l’adrenalina pompata a tutta forza dal mio cuore, mi tirai sulle ginocchia e mi sedetti sui talloni a riprendere fiato. Lacrime scendevano copiose dal mio occhio irritato. Mi sfregai la palpebra col dorso della mano sinistra, che a differenza del palmo era ancora abbastanza pulito. Lasciai che l’aria entrasse e uscisse dai miei polmoni. Sentivo la cicatrice che attraversava il lato destro del mio viso pulsare. Lo faceva sempre in situazioni come quella. Era come se il mio cervello recuperasse il ricordo del dolore provato, quando quel frammento di metallo rovente mi aveva colpito in faccia, e me lo riproponesse come monito.

Skyer sussurrai, appena fui di nuovo in grado di parlare. Riesci a sentirmi?

L’incessante brusio fu l’unica risposta che ottenni. Avevo ucciso la sirena, ma non il dispositivo con cui continuava a disturbare le mie comunicazioni radio.

Sollevai un ginocchio e feci leva sul piede per alzarmi. Non riuscivo a vedere dove fosse finito il cadavere. Pareva fosse stato assorbito dai cespugli.

Mi diressi nella direzione in cui avevo sparato. Tenevo sempre l’arma puntata davanti a me, tutti i sensi in allerta. Le sirene avevano la brutta abitudine di non andarsene in giro da sole. Almeno due o tre delle sue compagne dovevano essere nei dintorni.

Dovetti fare solo pochi passi per incontrare i suoi piedi. Non indossava alcun tipo di calzatura. La pelle violacea era virata verso un azzurro sporco, segno che la pressione sanguigna si era azzerata. Le sirene a differenza degli umani non possono fingere di essere morte.

Risi fra me, mentre percorrevo con lo sguardo l’andatura delle sue gambe. La veste che le copriva era dello stesso verde identico che la circondava. Un tessuto mimetico nel vero senso della parola, camaleontico. Ce n’eravamo impossessati più di una volta, ma non avevamo mai capito come riprodurlo per poterlo utilizzare su larga scala nelle squadre del Corpo della Difesa. Forse non siamo abbastanza intelligenti da riuscirci, forse non lo diventeremo mai.

Il resto del corpo era piegato su un lato, con l’ampia veste adagiata tutto intorno, sembrava quasi che fosse stata disposta in quel modo da un artista. Da essa spuntavano le mani, dello stesso colore azzurro. Avevano grandi palmi e lunghe dita, che fino a poco meno della metà della loro lunghezza erano collegate a quelle adiacenti da una membrana elastica. La destra teneva ancora la pistola. Quella è un’invenzione umana che le sirene erano riuscite a riprodurre con estrema facilità. Il crine nero copriva il suo viso. Un raggio di luce che superava il filtro dei rami lo illuminava in pieno, facendolo brillare e rivelando lo strato di grasso che rivestiva ogni fibra e la rendeva impermeabile. Sul terreno una macchia scura, vischiosa, si era espansa e adesso veniva assorbita. Era stato un colpo perfetto. Il proiettile era entrato nell’occhio e come una granata era esploso, devastando il cervello. A giudicare dalla quantità di materiale fuoriuscito, la forza era stata tale da aprire una sottile crepa nelle spesse ossa del cranio di quell’essere, resistenti all’esterno, ma più fragili se colpite dall’interno.

Mi avvicinai alla sirena e mi accovacciai davanti alla sua testa. Nonostante mi fosse capitato fin troppe volte, mi faceva sempre un certo effetto dover toccare un loro cadavere. Ricacciai il disagio e afferrai il suo polso. Era freddo al tatto. La loro temperatura corporea media è di trentatré gradi Celsius, inferiore a quella umana. Ma nel giro di poche ore quel corpo avrebbe raggiunto gli oltre quaranta gradi all’ombra dell’inferno verde in cui giaceva. Le sollevai il braccio e la manica scivolò, rivelando il dispositivo che teneva a mo’ di bracciale.

Ricontrollai intorno a me un’altra volta, poi riposi l’arma nella fondina. Mi serviva anche la destra. Strappai il braccialetto e, dopo aver lasciato andare il polso della sirena, lo spezzai in due.

Il brusio cessò.

… sentirmi? Passo.

Skyer, qui Doc, ora ti sento.

Oddio, cazzo, porca puttana. Credevo ti avessero fatto fuori.

Risi ancora. Solo Skyer riusciva a mettere insieme una bestemmia e due distinte espressioni volgari in una frase di appena quattro parole. Ci vuole ben altro per farmi…

M’interruppi nell’udire un risucchio. Era vicino, davanti a me.

Estrassi di nuovo la pistola, piano. Siccome non ero ancora morto, la sirena nelle vicinanze non doveva avermi visto.

Ne hai beccato qualcuna? Da quassù non si vedono altro che piante.

Non dovevo alzarmi. Non dovevo parlare.

Doc?

Un altro risucchio.

Il mio sguardo venne attratto verso il basso. Veniva da lì, dalla sirena morta davanti ai miei piedi. Come poteva deglutire, se era morta?

La veste si mosse appena.

Quasi non osavo respirare. A forza di stare in quella posizione, iniziavano a farmi male le gambe. Posai la mano sinistra a terra per bilanciarmi e osservai quella della sirena che avevo sollevato poco prima. Era decisamente azzurra, immobile. E quella intorno alla sua testa era una poltiglia di sangue e materia cerebrale.

Era morta, senza dubbio. Ma c’era qualcosa di vivo là sotto.

Mi poggiai su un ginocchio per estendere il braccio in avanti. Tenevo l’altro parallelo, con la pistola pronta a sparare.

Con un gesto rapido spostai la veste e puntai l’arma.

E poi lo vidi. Era infilato in un’imbracatura. Si muoveva piano, agitando le braccia. Aveva preso a risucchiare in maniera ritmica. E mi guardava, sbattendo le palpebre. Un piccolo di sirena.

Portai anche l’altra mano all’impugnatura e mi alzai in piedi.

Doc?!

Sono qui.

Non è il momento di giocare a nascondino. Ne hai beccato qualcuna?

Continuavo a fissare quella creaturina. Era la prima volta che vedevo un piccolo dal vivo. Avevo letto degli studi che teorizzavano le fasi dello sviluppo prenatale delle sirene, basati sull’analisi dei loro cadaveri. Ma di persona era completamente diverso. C’era qualcosa nel suo modo di dimenarsi, qualcosa di familiare. Sembrava un bambino. Mi ricordò Mark, mio figlio, quando aveva pochi mesi.

Ne ho preso una risposi infine nella ricetrasmittente.

Avrei dovuto ucciderlo. L’ordine era uccidere a vista qualsiasi sirena. Non eravamo nelle condizioni di prendere prigionieri, non nel loro arcipelago, dove eravamo noi i bersagli. Non potevamo portarci niente e nessuno dietro.

Ma io non riuscivo a tirare quel grilletto. Era solo un bambino.

Uno sparo e la pistola mi saltò via dalle mani.

Sollevai la testa e mi ritrovai di fronte, a non più di due metri, l’imboccatura di un’arma. Un’altra sirena mi teneva sotto tiro. Aveva sparato per disarmarmi.

Perché? mormorai, schiacciato dall’incomprensione verso quel gesto. Non mi hai ucciso.

La sirena piegò appena la testa di lato. Era così vicina che potevo vedere le sue pupille a fessura orizzontale restringersi per mettermi a fuoco. Indietro mi intimò con la tipica voce profonda e informe che quelle creature emettevano, quando adattavano il proprio apparato vocale per riprodurre il modo di comunicare degli esseri umani. A quell’unica parola aveva accompagnato il movimento dell’arma, per rimarcarne il concetto. Con le mani in alto. Il suo timbro adesso era cambiato, era diventato più familiare. Era identico al mio.

Feci come mi aveva detto. Sollevai le mani e compii due passi indietro, mentre lei si avvicinava al cadavere e al piccolo.

Non mi hai ucciso ripetei. Quel concetto era così assurdo che la mia mente non riusciva ad accettarlo. Le sirene uccidevano tutti gli esseri umani che incontravano. Tutti, indistintamente. Uomini, donne, bambini, di qualsiasi età. Non esitavano a sacrificare anche la propria vita, affinché almeno un altro umano morisse. Ma quella sirena mi aveva risparmiato e non sembrava affatto interessata alla mia sorte.

Sempre tenendo l’arma e lo sguardo rivolto verso di me, si abbassò. Con la mano libera sfilò l’imbracatura dalla schiena del cadavere. Dovette strattonare per liberarla. Le braccia della creatura morta scivolarono attraverso i nastri di tessuto che fissavano il piccolo alle spalle e il corpo ricadde in avanti con un leggero tonfo. Piccoli animali nascosti tra le piantine presero a sciamare in tutte le direzioni.

Ora la sirena teneva stretto a sé il piccolo. Tu non hai ucciso mio figlio.

Schiusi la bocca per lo stupore. La mia esitazione, la mia stessa umanissima pietà mi stava salvando la vita?

Un forte vento si abbatté di colpo sulla sommità degli alberi, seguito dal caratteristico ronzio del motore della navetta da ricognizione.

Sollevai gli occhi d’istinto, mentre un’ombra schermava la poca luce che raggiungeva la base della foresta.

Quando li riabbassai, la sirena se n’era andata.

Sicuro che stai bene? Skyer mi gettò un’occhiata inquisitoria, mentre teneva le mani sui comandi della navetta.

Aprii la bocca per risponderle, ma l’ennesimo accesso di tosse scosse tutto il mio corpo.

La mia partner agitò il capo in disapprovazione, facendo fluttuare la sua morbida chioma riccia e scura. Non so come fai ad andare là fuori. Quel polline è micidiale. Ma che te lo dico a fare? Sei tu il medico.

Qualcuno doveva pur scendere laggiù e tu non l’avresti fatto. Le indirizzai un sorriso di sfida.

Ci puoi scommettere il culo, dolcezza. Preferisco stare quassù a svolazzare e colpire dall’alto. Rise forte. Quelle stronze saranno pure veloci per terra e acqua, ma non hanno ancora imparato a volare. Fece cenno davanti a sé, un attimo prima che passassimo sopra il pennacchio di fumo che si sollevava dal velivolo abbandonato dalle sirene.

I turni di ricognizione nell’arcipelago TX erano raramente fonte di grandi emozioni. Il più delle volte non riuscivamo a vedere nulla. Sapevamo che le sirene erano là sotto, nascoste tra la fitta vegetazione, o forse sotto terra. Magari in rifugi accessibili solo per via subacquea. Era impossibile setacciare quei luoghi. Erano almeno un centinaio di isole tra i due e trenta chilometri di lunghezza massima. Ma soprattutto era il loro ambiente, loro lo conoscevano molto meglio di noi e ne seguivano i costanti cambiamenti. Le piante crescevano a vista d’occhio, modificando la conformazione delle coste. Quelle che morivano venivano sostituite da altre spesso completamente diverse. La prima volta che ero tornato lì, mi ero chiesto se l’IA di bordo non avesse fatto un errore e ci avesse portato altrove. Ma non c’era stato alcun errore. Le coordinate erano sempre le stesse, era l’arcipelago a cambiare. Ciò lo rendeva il nascondiglio perfetto.

Inalai a fondo nella mascherina. Le mie vie respiratorie si stavano liberando dal polline. Era costituito da particelle piccolissime, vicine alla soglia dell’invisibilità. Avevano un profumo piacevole in piccole dosi, ma in quell’arcipelago l’aria ne era così satura da diventare quasi velenosa.

Hai poi capito quante erano?

Mi tolsi il respiratore dalla faccia e cercai di schiarirmi la voce. Dalle impronte sembravano almeno tre. Una l’ho beccata. Avrei dovuto dirle che ne avevo visto un’altra, per non parlare del piccolo, ma qualcosa mi suggerì di non farlo. Avrei dovuto spiegare la mia esitazione. Skyer non avrebbe capito. Non capisco perché si siano arrischiate a spostarsi in pieno giorno. Sanno che teniamo sotto controllo l’area.

Già, chissà a che cazzo pensano quei mostri.

Non avevamo visto sui radar il loro velivolo perché volava molto basso, ma il caso aveva voluto che ci fossimo trovati in una rotta molto vicina alla sua. Aveva cercato di sfuggire ai nostri colpi, ma non c’era riuscito. Era precipitato, lasciandosi dietro una scia di fumo nero ed era stato ingoiato dalla vegetazione. Ero sceso sulla superficie per assicurarmi che non ci fossero superstiti, ma una volta laggiù mi ero accorto che la navetta delle sirene era pressoché integra, a parte uno dei motori che aveva preso fuoco. Erano riuscite in qualche modo ad atterrare e si erano dileguate nella giungla.

Accanirsi a inseguirle non era stata un’idea particolarmente brillante. Ero solo e loro erano almeno due

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