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Male Lingue:  Vecchi e nuovi codici delle mafia

Male Lingue: Vecchi e nuovi codici delle mafia

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Male Lingue: Vecchi e nuovi codici delle mafia

Lunghezza:
342 pagine
2 ore
Pubblicato:
30 apr 2014
ISBN:
9788868221874
Formato:
Libro

Descrizione

Male lingue sono quelle usate nei Codici della ’Ndrangheta per comunicare tra gli affiliati; sono i gerghi dai lontani echi medievali, sono gioco linguistico, camuffamento, alterazione. La malavita le usa per nascondere e per ribadire un’appartenenza.
Male lingue è un lavoro a più mani: due tra i maggiori esperti della criminalità organizzata e due linguisti ed etnolinguisti hanno messo insieme le loro conoscenze, con lo scopo di riunire entrambe le componenti che, inscindibilmente, costituiscono i Codici delle vecchie e nuove mafie.
La sostanza e la forma: i contenuti e la lingua di questi testi sono stati messi sotto la lente dagli studiosi e hanno fornito risposte alle molte domande che il fenomeno delle associazioni mafiose pone fin dalle sue origini. Da dove nasce la necessità di creare un insieme di regole e prescrizioni, da quando vengono ricopiate e trasmesse, chi sono i protagonisti dei racconti che gli ’ndranghetisti si inventano, perché è necessario creare un mito intorno a queste associazioni?
I Codici diventano quasi un genere letterario, appartenente al vasto filone della letteratura popolare. Fin dalla fine dell’Ottocento, vengono trascritti su innocui quaderni, in grafie svolazzanti, mentre oggi su fogli a righe o block notes, utilizzando, talvolta, simboli crittografici trovati in rete.
La ’Ndrangheta è la più potente delle associazioni criminali, si è estesa al nord e oltreoceano, si è evoluta, ma i suoi Codici vengono ancora tramandati.
Pubblicato:
30 apr 2014
ISBN:
9788868221874
Formato:
Libro

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Male Lingue - Antonio Nicaso

collana

Mafie

diretta da Antonio Nicaso

17

John B. Trumper - Antonio Nicaso

Marta Maddalon - Nicola Gratteri

MALE LINGUE

Vecchi e nuovi codici delle mafie

Proprietà letteraria riservata

© by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

Edizione eBook 2014

ISBN: 978-88-6822-187-4

Via Camposano, 41 - 87100 Cosenza

Tel. (0984) 795065 - Fax (0984) 792672

Siti internet: www.pellegrinieditore.com

www.pellegrinilibri.it

E-mail: info@pellegrinieditore.it

I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

Introduzione

I codici segreti da sempre affascinano uomini di ogni età e condizione. Siano essi un gioco da bambini oppure un sofisticatissimo sistema di criptografia, la loro storia non manca di coinvolgere e incuriosire.

Nascondono, modificano le norme di comprensione in modo da confondere, fuorviare chi non deve sapere, ma costituiscono anche strumenti per affiliare, definendo il cerchio ristretto di chi sa.

Un codice può essere sinonimo di regole e prescrizioni, come nel catechismo; può costituire l’organigramma di una società, oppure contenere istruzioni per il funzionamento di un apparato o racchiudere un insieme di leggi penali e civili. I codici oggetto di questo studio sono quelli della ’ndrangheta, l’organizzazione criminale che più di altre ha lasciato tracce scritte del suo assetto normativo e dei suoi miti fondativi. 

Quando nasce la necessità di fissare con la scrittura queste regole? Da dove attingono i racconti che fanno da contorno a queste norme? Perché si ammanta la vicenda con elementi che spesso sono più grotteschi e risibili che seri e solenni?

Gli esemplari di codici più lontani nel tempo sembrano riprodotti da uomini capaci di scrivere e far di conto, ma non troppo. Le calligrafie parlano di persone che, negli ultimi decenni dell’Ottocento e i primi del Novecento, frequentano le scuole dell’obbligo, in un paese con un tasso di analfabetismo con punte che vanno dal settanta al novanta per cento. 

Parlano male, e soprattutto scrivono malissimo l’italiano; gli errori riflettono il linguaggio quotidiano che mescola italiano e dialetto in tutte le sue sfumature.

Nei codici, fanno riferimento a cavalieri, conti, duchi, eroi popolari, prove di coraggio e omertà, ma con parole senza senso, lontane da ciò che si sa e si conosce. Ripetono le loro regole con un linguaggio incomprensibile, ma efficace come certe preghiere che seppur recitate in un latino storpiato che ne fa perdere ogni significato, continuano a mantenere tutta la loro forza rituale.

Col passare del tempo, le condizioni mutano; ma il catechismo della ’ndrangheta continua a passare di mano in mano, attraversa gli oceani e segue gli affiliati in America, in Canada e in Australia; emigra verso il Nord Italia. 

Oggi, le statistiche sulla frequenza scolastica indicano che le percentuali di chi va a scuola sono molto maggiori, ma chi riceve e trascrive i codici, a differenza dei suoi predecessori, non ha nemmeno più dimestichezza con la scrittura. I testi sono sempre più sciatti nella forma e spesso così degradati nella sostanza linguistica da divenire incomprensibili. 

Ciò nonostante, si continuano a perpetuare; addirittura li si codifica con segni convenzionali ‘rubati’ alla massoneria o a sistemi criptografici trovati in rete. Ciò che conta, più di ogni altra cosa, è la funzione di coesione, come ammette in una conversazione intercettata dai carabinieri il 28 febbraio 2010, Onofrio Garcea, un imprenditore sospettato di legami con la ’ndrangheta, originario di Pizzo ma residente a Genova: Il rituale è bello in tutte le sue cose. È quello che ti fa.

Centoventi anni prima, a Polistena, in provincia di Reggio Calabria, un affiliato alla ’ndrangheta racconta a un brigadiere dei Reali Carabinieri di essere stato ‘pungiuto’ nel corso di una cerimonia, al termine della quale viene nominato picciotto. 

Come spiega Georg Simmel, il sociologo dell’ambivalenza, il segreto diventa ornamento e i riti utilizzati dalle organizzazioni mafiose finiscono per adornare, contraddistinguere, caratterizzare modelli, linguaggi e comportamenti. Ieri come oggi, i codici sono ragnatele che catturano la ragione e che dimostrano inequivocabilmente l’unitarietà della ’ndrangheta, l’uniformità di rituali che non invecchiano, al contrario della stessa organizzazione che si adatta a ogni cambiamento, grazie soprattutto alla sua capacità di stringere relazioni, come efficacemente rileva in un rapporto del 1923 il tenente dei Reali Carabinieri, Carmine Fera:

La stessa società mentre formava lincubo e lasservimento anche morale degli onesti e men forti cittadini, costituiva la base di appoggio che pur temendola, la favorivano onde ottenere o pretendere allevenienza i suoi servizi.

Una caratteristica questa che consente alla ’ndrangheta di radicarsi, in Calabria, come nel resto del mondo, smentendo quei paradigmi culturali che l’hanno sempre ritenuta il prodotto di una mentalità e di un territorio.

I trenta codici analizzati, sequestrati o ricostruiti dalle forze dell’ordine, grazie alla collaborazione di ex affiliati, dal 1888 ai nostri giorni, sono quasi identici nella struttura portante, e sembrano mutuati da quello della Bella Società Riformata, il codice della camorra ottocentesca molto diffuso nelle carceri borboniche, dove detenuti comuni condividevano celle e ‘aria’ con patrioti, carbonari e massoni. I tre moschettieri di Dumas e il ciclo leggendario di Orlando e degli altri paladini di Francia sono le letture preferite. Nelle colonie penali, ’ndranghetisti, mafiosi e camorristi si inventano ascendenze nobili, un pedigree per distinguersi da criminali comuni, scorticafacce e grassatori. Basandosi sul valore della segretezza e dell’onore, ritualizzano e nobilitano la violenza, eliminano il senso di colpa e trasformano le loro vendette in meritate punizioni per colpire chi non è degno di entrare o di restare nel circolo formato degli uomini d’onore. Il cerchio ristretto di chi sa.

Gergo e lingua

Un gergo

Gabriele Maria Calvaruso, autore del Baccagghju[1], il dizionario comparativo del linguaggio parlato dalla malavita e dai marginali di Palermo, per spiegare il significato di gergo riprende la voce contenuta nel Vocabolario dei Sinonimi di Niccolò Tommaseo:

parlare oscuro per figure strane e per lontane allusioni, lingua arbitraria intesa da pochi.

Per descrivere il linguaggio usato dalle associazioni criminali, il termine comunemente adoperato è gergo-jargon; questa parola, secondo i pareri più attendibili, potrebbe derivare da una similitudine con il ‘cinguettare’, il garrire degli uccelli. Si potrebbe pensare anche a una metafora abbastanza diffusa, quella di cantare nel senso di spifferare, confidare cose che dovrebbero restare segrete. Un’altra ipotesi collega gergo a gola-gargarozzo, cioè il luogo fisico della parola. Non a caso, una delle tracce più remote del suo uso si ritrova nell’antico provenzale gergons che deriva da garga, gola[2].

Comunemente, il senso in cui si usa la parola gergo è molto meno specialistico e si riferisce piuttosto ai linguaggi settoriali, cioè a particolari usi linguistici da parte di gruppi di persone accomunate da un interesse o da una conoscenza condivisa come il calcio o la numismatica.

Per gli studiosi, invece, il gergo identifica unicamente un codice, o una parte di esso, e viene usato in modo alternativo da gruppi di persone per i quali i motivi di aggregazione sono più radicati e più permanenti di quelli dei tifosi di una squadra di calcio o dei collezionisti di monete antiche. Le ragioni di queste aggregazioni vanno cercate principalmente, da un lato, nel bisogno di condivisione, di riconoscimento, di contrapposizione e, dall’altro, nella necessità di tener segreto qualcosa che costituisce una conoscenza, un sapere.

Le testimonianze della presenza di questi particolari codici linguistici, paralleli, alternativi, esclusivi, sono arrivate fino a noi grazie a testi, o parti di testi in gergo, inseriti in opere letterarie. In particolare, il gergo è stato utilizzato per descrivere situazioni in cui i protagonisti, ad esempio, erano popolani coinvolti in attività non proprio lecite, oppure prostitute che trattavano con i loro clienti o, anche, luoghi in cui fervevano commerci di ogni genere con gente proveniente da varie parti del mondo. L’immagine di un crogiolo sociale e linguistico rende bene l’idea dell’ambiente in cui, già dal Medioevo, si va formando questa lingua che tanto sviluppo avrà in futuro, ed è proprio la sua fortuna letteraria, registrata e tramandata grazie alla scrittura, che ha permesso di seguirne le tracce. Tutto questo sarebbe stato impossibile basandosi solo sull’uso vivo del gergo, da parte di chi lo parlava realmente, come accade del resto anche per i codici della malavita, che possono divenire fondatamente oggetto di studio solo quando cominciano a essere trascritti.

I primi esempi classici di gergo si possono far risalire già al XIII-XIV secolo, ma dalle testimonianze pervenute, è tra il 1450 e il 1470 che la sua presenza viene riconosciuta apertamente sia da chi detiene il potere sia da chi opera in ambito letterario. Un rapporto che colpisce, e che richiede attenzione, è quello che si crea tra l’uso del gergo dei mestieranti, ramai, arrotini, muratori ambulanti, spazzacamini ecc., e la lingua furbesca, come viene definito il gergo storico della malavita in Italia. È innegabile che le due realtà siano inscindibili; gli ‘Gueux et Boesmiens’, i mendicanti, gli ambulanti, i mestieranti, i falsi ammalati e le prostitute si dotano, da un certo punto in poi, di un modello organizzativo molto simile a quello dei malavitosi con i quali dividono lo spazio sociale e fisico ai margini delle città o nei continui spostamenti su strade poco sicure. Sembra plausibile l’influenza dei gerghi di mestiere su quelli della malavita, anche se poi finiscono per contaminarsi a vicenda dando origine a quello che, in sintesi, viene definito ‘nucleo comune gergale’.

Ma l’aspetto che generalmente prevale nella letteratura, tra quelli individuati, è l’uso del gergo da parte della malavita o di gruppi di cosiddetti marginali. In Francia, nelle poesie di François Villon[3], e in Italia, si moltiplicano i riferimenti a questo codice e al suo impiego nelle opere letterarie. Dal punto di vista della loro storia, ovviamente, i gerghi, così come le lingue, sono soggetti a drastici cambiamenti, quando non all’estinzione completa; per questa ragione ritrovarli nelle pagine di autori molto noti come Luigi Pulci o Ludovico Ariosto non può che sorprendere:

Qui saranno stasera de’ be’ pesci. Le macchie e Mugello so che metteranno … ma non bisogna che calmi.

La carnifice di tonello truccherà il primo lustro alla bolla, che mag(g)io e ’lla maggese non facessino scalfa.

Ma il medesimo lustro, verso la mornia, ristuccherà e ristanzonerà nel cosco di sonello.

[Qui sta sera ci saranno delle belle ‘ragazze’, i cittadini e quelli del Mugello so che ci metteranno soldi … ma non devi parlarne.

Tua sorella andrà al sorgere del sole in città, così il padrone e la padrona non se ne accorgeranno.

Ma lo stesso giorno, verso sera, ritornerà e starà a casa sua.]

(Da una lettera di Pulci a Lorenzo il Magnifico, 1466 ca.)[4]

La cosa che, però, stupisce ancora di più è che molte delle espressioni contenute in questo brano troveranno spazio, in seguito, nei glossari e nei codici discussi in questo libro, utilizzati da prostitute o malviventi in tempi molto più recenti.

La presenza del gergo, alla luce del suo impiego da parte degli strati più bassi e marginali della popolazione, continua anche nelle opere letterarie dell’Ottocento, in cui si racconta la vita di ladri, vagabondi o si descrivono traffici illeciti, prostituzione e delitti di ogni genere. In questo caso, ci si avvicina a un ambito in cui il gergo viene adoperato con fini molto realistici, per rendere più aderenti al vero i protagonisti delle vicende che, anche se letterarie, gettano le basi per la successiva attenzione positivista verso l’uomo delinquente. Nelle opere di Eugène Sue, Honoré de Balzac, Victor Hugo, marginali, vagabondi, malviventi, ex galeotti usano ampiamente il gergo; va ricordato anche il caso, famosissimo, di chi comincia come uno di loro per poi passare dall’altra parte della barricata, divenendone il più acerrimo persecutore, come François Vidocq, il quale, dall’alto della personale conoscenza di quel mondo e del suo codice, l’Argot, ne fa una raccolta e una descrizione, a futura memoria.

Le due funzioni

Gli studiosi hanno a lungo discusso se lo scopo principale dei gerghi in genere fosse quello di nascondere, rendere incomprensibile ai non affiliati ciò che si diceva, o se vi fosse anche una funzione identificatoria che sanciva l’appartenenza a un gruppo, tramite la condivisione dello stesso codice. Sembra abbastanza evidente, e molto più credibile, che le due funzioni, e le conseguenze che ne derivano, siano inscindibili, tanto da determinarsi reciprocamente. È bene ricordare che la prima funzione, la criptolalia, cioè la segretezza, può anche venir meno qualora mutino le condizioni di partenza. Infatti, la necessità di comunicare cose inerenti ad attività che dovevano restare segrete ha portato alla creazione dei gerghi. Col passare del tempo e con l’avvento delle nuove tecnologie, queste forme di linguaggio tipiche di gruppi ristretti cedono il passo a metodi alternativi nello scambio di informazioni e comunicazioni.

Su un altro piano, però, quello che va preservato, e che verrà descritto e analizzato attentamente, è il mondo simbolico, strettamente connesso con le sue manifestazioni linguistiche; questo mondo, quando viene mantenuto, serve ancora come elemento di coesione del gruppo e come emblema identificante.

Descrivendo meglio come sia fatto un gergo, va precisato che quando si fa riferimento a quelli classici come codici alternativi alla lingua ordinaria, si intende dire che non si tratta solo di un elenco di parole ma di qualcosa di più complesso, nella forma e nella sostanza. Spesso, come nei gerghi di mestiere, si tratta di una lingua parallela vera e propria; in questi casi, i gerghi creano il loro materiale linguistico coinvolgendo tutti i livelli del linguaggio a partire dalla forma, cioè la struttura stessa delle parole, la morfologia. Il secondo stadio è quello di sostituire le parole usuali con quelle gergali all’interno delle frasi e, in qualche caso, modificarne la formazione: chiamare = ‘fare chiamella’, non devi parlare = ‘non bisogna che calmi’. Siccome i principali meccanismi utilizzati per creare un gergo sono quelli che si ritrovano anche nella maggior parte dei gerghi conosciuti in ogni paese, è ipotizzabile, che siano il frutto contemporaneo di meccanismi universali e del contatto e della contaminazione tra gerghi diversi. Anche se non si tratta solo di parole, ciò che colpisce maggiormente la fantasia è comunque il lessico. Infatti è a questo livello che si mettono in atto gli spostamenti di significato che costituiscono il perno su cui si regge la struttura di un codice segreto. In primo luogo, ci sono i casi in cui si parte dal significato corrente e lo si sostituisce con un altro che può essere compreso e condiviso solo da chi fa parte del gruppo che conosce il codice. Solo chi condivide il gergo decodifica contrasto come non appartenente alla criminalità o non zingaro, mentre gli altri lo interpreteranno semplicemente come scontro verbale o opposizione. Un altro modo è quello basato sulla pura invenzione, ossia sulla lingua inventata ex novo, nonostante le reminiscenze di lingue o dialetti conosciuti. Una frase del tipo La carnifice di tonello truccherà il primo lustro… non può essere compresa se non si conosce il gergo nella sua interezza.

Qualche volta, queste invenzioni linguistiche sono servite anche a creare una lingua nuova e mista, tanto da non essere di nessuno ed essere di tutti, come la cosiddetta lingua franca[5]. Questo codice, nato dal mescolamento dei numerosi idiomi che risuonavano nei porti del Mediterraneo, tra marinai, pirati, mercanti e viaggiatori, nel Medioevo, ha dato vita all’esotica lingua barbaresca. La lettura del brano seguente rende l’idea del mélange:

A cosi, a cosi, mirar como mi estar barbero bono, y saber cura, si estar malato, y ora corre bono. Si cane dezir dole cabeça, tener febre … a Fe de Dio abrusar vivo, trabajar, no parlar que estar malato.

[Così, così, guarda come io sono un buon medico, e so curarti, se sei malato, e ora corri bene. Se tu, cane, dici che ti fa male la testa, hai la febbre … Per la Fede di dio, ti brucio vivo, lavora, non dire che sei malato]

(Da un brano di Diego de Haedo, 1612)

I gerghi classici come la lingua barbaresca, insomma, condividono la molteplicità delle fonti e attingono a piene mani dal nucleo comune gergale, ossia da un insieme di parole e di modi di dire che si ritrovano praticamente in ogni gergo.

Come si inventa un codice

Non è possibile descrivere e poi analizzare le parole del gergo, quelle che arrivano dalle testimonianze o dalle raccolte degli stessi protagonisti dei codici, senza studiare i procedimenti più frequenti e più usati nel crearle. I due tipi principali sono lo spostamento di significato e la scomposizione e ricomposizione delle parole stesse. Molte parole gergali sono abbastanza comprensibili perché sono le medesime che esistono anche nel linguaggio comune, ma con un altro significato, o solo un po’ alterate. Molti conoscono espressioni come pistola (stupido, ma talvolta prete), ferro (arma da fuoco), bottega (carcere), paglia (sigaretta); le avranno magari sentite al cinema, o lette in qualche poliziesco. Si tratta di esempi, un po’ datati, di parole che assumono un significato altro ma condiviso e usato nella malavita. Ormai, come è successo per i gerghi classici, i canali che rendono popolari e di uso quasi corrente certe espressioni, togliendole dal loro ambiente originario, sono molti e termini che erano nati come gergali (‘pula, pulotto’, polizia, poliziotto, ‘caramba’, carabinieri, ‘togo’, persona dritta, ‘loffio’, persona svogliata, debole), sono usati e compresi più o meno da tutti.

Un altro procedimento per creare un gergo è quello di smontare la parola; questo si può fare intervenendo sia sul significato sia sulla forma. Nel primo caso, si procede individuando una delle caratteristiche tra quelle che lo compongono, un colore, un rumore, una funzione o altro, ossia una parte del significato nella sua totalità. Per esempio, il sedere, nei gerghi classici, viene identificato per una delle sue funzioni, che non è certo quella principale, ossia che tuona; allora, per un gergo di mestiere, come l’Ammascante[6], diventa trunante, tonante. Allo stesso modo, in molti gerghi e generalmente per

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