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Massoneria in Calabria
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E-book370 pagine4 ore

Massoneria in Calabria

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Info su questo ebook

Gli scritti, raccolti in questo volume, sono stati elaborati nell’arco di una ricerca durata vent’anni e pubblicati, in parte su riviste. Essi non costituiscono un lavoro organico. Ad un tale lavoro non è possibile, per lo stato attuale delle fonti, porre mano. Lo scioglimento del Grande Oriente, operato del fascismo nel 1925, ha infatti, non solo disperso l’archivio dell’istituzione, facendone giungere a noi solo alcuni frammenti, ma ha, nel contempo, frantumato e smarrito i documenti delle logge, nel tentativo di annullare la tradizione.
Ciò non ostante, vent’anni di silenzio non hanno cancellato del tutto uomini ed iniziative della massoneria postunitaria nella regione. A furia di insiste e cercare, sono affiorati dall’oscurità di archivi di famiglia le carte, le lettere gli attestati, che sono alla base del volume e che hanno aperto squarci consistenti nel silenzio o nella caligine venutasi a fermare, in questi anni, per mancanza di riscontri.
Gli studi qui riuniti esaminano i temi e i tempi attraverso cui i liberi muratori calabresi hanno partecipato, con un contributo consistente di idee e di lavoro, alla vita del Paese, tra Stato liberale e secondo dopoguerra, colmando un vuoto oggettivo fatto registrare dalla storiografia sulla regione.
LinguaItaliano
Data di uscita9 set 2014
ISBN9788868221386
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    Anteprima del libro

    Massoneria in Calabria - Ferdinando Cordova

    FERDINANDO CORDOVA

    Massoneria in Calabria

    (Personaggi e documenti. 1863-1950)

    Proprietà letteraria riservata

    © by Pellegrini Editore - Cosenza - Italy

    Via Camposano, 41 - 87100 Cosenza - Tel. 0984 795065 - Fax 0984 792672

    Edizione eBook 2014

    ISBN: 978-88-6822-138-6

    Siti internet: www.pellegrinieditore.com - www.pellegrinilibri.it

    E-mail: info@pellegrinieditore.it

    I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, riproduzione e adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm e le copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.

    PRESENTAZIONE

    Gli scritti, che vengono, oggi, raccolti in volume, sono stati, da me, pubblicati nell’arco di una ricerca, la quale dura, ormai, da vent’anni. Va detto subito che essi non costituiscono una storia organica della massoneria calabrese. Ad un tale lavoro, secondo il mio modesto avviso, non è possibile, per lo stato attuale delle fonti, porre mano. Lo scioglimento del Grande Oriente, operato dal fascismo nel 1925, ha, infatti, non solo disperso l’archivio dell’istituzione, facendone giungere a noi solo alcuni frammenti, ma ha, nel contempo, frantumato e smarrito i documenti delle logge, nel tentativo di cancellare una tradizione. Le ricerche, da me svolte a palazzo Giustiniani, prima, e, in seguito, presso Villa Medici del Vascello, hanno confermato che manca il tessuto connettivo, sul quale innestare ulteriori indagini, per ottenere un quadro articolato del complesso ambiente calabrese. Risultato analogo, se non peggiore, ho avuto a contatto con le realtà locali, le quali non si sono premurate in genere, per negligenza o per chiudere una pagina nefasta del passato, di recuperare quanto gli iscritti più anziani avevano salvato dalla stretta della dittatura e dalle vicende sventurate della guerra.

    Ciò non ostante, vent’anni di silenzio non hanno cancellato del tutto uomini e vicende della massoneria postunitaria nella regione. A furia di insistere e di cercare, sono, così, affiorati, dall’oscurità di archivi di famiglia, dove giacevano conservati con la cura e l’affetto che si deve al ricordo dei propri cari, ma con scarsa prospettiva di utilizzo futuro, carte, lettere ed attestati, che hanno aperto squarci consistenti nel silenzio o nella caligine venutisi a formare, in questi anni, per mancanza di riscontri. Certo, è probabile che altro rimanga, ancora, presso privati e c’è da formulare l’augurio che la loro sensibilità lo destini a strutture di ricerca, prima che il tempo e il succedersi delle generazioni ne sopprimano ogni traccia, impedendo, nel contempo, di collocare al posto giusto eventi necessari a ricostruire e comprendere la memoria della nostra terra.

    Tuttavia, pur se non danno una storia ordinata della massoneria calabrese, gli studi qui riuniti permettono, comunque, di tracciare l’ordito della sua partecipazione alla vita del Paese, nella quale il Grande Oriente d’Italia ha avuto, com’è noto, un ruolo di primo piano. Costituito, fra l’altro, per sostenere il moto unitario e portare la capitale in Roma, esso ha svolto funzioni integrative di una classe dirigente ristretta ed in difficoltà, spesso, ad affrontare i problemi nazionali. La Massoneria – scriveva ancora, nel 1908, il gran maestro Ettore Ferrari, nella circolare n. 48, inviata «a tutte le Loggie della Comunione Italiana» – specialmente nei Paesi latini, nei quali se furono percosse a morte, ancora si muovono ed audacemente cospirano le forze clericali e reazionarie, è e deve essere istituzione, per le sue alte finalità, essenzialmente politica: chi afferma il contrario è in errore e brancola nell’assurdo; se pur non intenda ridurre le Loggie, contro gli insegnamenti della Storia e le nostre più fulgide tradizioni, al compito di inutili e vacue accademie sentimentali; se pur non miri a togliere ogni efficacia ai vincoli che da noi spontaneamente e liberamente si assumono. I liberomuratori – proseguiva il gran maestro – dovevano formare un grande partito nazionale , che stringesse in un fascio tutte le gradazioni liberali […] perché nei continui civili dibattiti intorno alle idee ed ai programmi particolari, si trovi la risultante di un indirizzo in cui possano convenire e confondersi tutte le energie democratiche del Paese.

    Tale progetto, perseguito da un capo all’altro della penisola, forniva un orientamento di massima alle logge e favoriva lo sviluppo di una identità comune, attraverso parole e celebrazioni, che si ripetevano, analoghe, dovunque, ma era sottoposto, anche, alle tensioni di uno Stato, il quale veniva precisando i suoi compiti, e di una società in crescita e, perciò, soggetta a rapidi mutamenti. Non tutti, dunque, all’interno dell’ordine, erano d’accordo circa le alleanze e le modalità, necessarie per realizzarlo, a seconda che i timori relativi alla stabilità dell’assetto civile prevalessero su quelli per un ordinamento più equo ed a più largo consenso. Ne derivarono dibattiti e polemiche, che diedero luogo a rotture clamorose, ma, soprattutto, influenzarono la dialettica delle forze in campo, suscitando contrasti profondi o approvazioni entusiaste. Ciò avvenne, per la natura medesima dell’associazione, non sempre in maniera dichiarata e finì per alimentare il sospetto, talvolta strumentale, di un potere ramificato, in grado di padroneggiare, attraverso i suoi uomini, le scelte di fondo della nazione. L’accusa, infatti, da cui il Grande Oriente dovette, in ogni momento, difendersi, era di sovrapporre la disciplina tra fratelli a quella interna ad alcuni funzionari dello Stato, come i militari ed i magistrati, con grave danno della sicurezza e della giustizia; a cui si univa l’altra di favorire i propri affiliati, a scapito dei meritevoli e dell’interesse generale alla trasparenza nella vita pubblica. L’invito, che più di frequente gli venne rivolto, fu di rinunciare al segreto settario, ritenuto comprensibile durante la cospirazione preunitaria, ma del tutto inutile in una compiuta democrazia liberale, a meno di usarlo a fini illeciti; e la costante risposta negativa – motivata con ragioni esoteriche – era indicata quale prova inconfutabile di malafede. Alcuni scandali, da ultimo, in cui apparvero coinvolti noti liberomuratori (da Crispi a Nasi), resero diffidente l’opinione pubblica e la convinsero, se mai, che c’era qualcosa di vero nei molteplici addebiti indirizzati all’associazione.

    Quest’alone di potenza, a sua volta, spingeva molti a cercare la via per iscriversi, seguendo ragioni personali, che nulla avevano di teosofico. Alcune testimonianze dell’età giolittiana ci informano che numerosi esponenti del ceto medio e della piccola borghesia aderivano alle logge, nel primo decennio del secolo, alla ricerca, spesso illusoria, di una scorciatoia per fare carriera.

    La difesa della laicità, di cui la massoneria era alfiere, diventava, infine, faticosa, a mano a mano che i cattolici abbandonavano il loro astensionismo e stringevano alleanze elettorali con altre forze, incontrando non solo il favore del presidente del Consiglio, ma anche l’attenzione di conservatori aggressivi, come i nazionalisti. Il mito di uno stato nuovo, in cui si realizzassero equilibri più avanzati e la borghesia produttiva svolgesse un ruolo trainante, cominciò a circolare, contrapposto ad una strategia parlamentare, che sembrava asfittica e di cui l’uomo di Dronero incarnava, secondo questa vulgata, la modestia immobilizzatrice. La guerra, dunque, quando scoppiò, fu giudicata da molti, fra cui la stessa massoneria, un passaggio obbligato per rigenerare il Paese in un diverso contesto europeo, non più gravato dall’ipoteca degli imperi centrali, ritenuti militaristi e contrari alle giuste rivendicazioni dei popoli. Lo stesso fascismo, allorché nacque, venne guardato con attenzione, nella speranza che potesse operare una trasfusione di sangue giovane nelle strutture liberali. Il Grande Oriente dovette ben presto accorgersi, a sue spese, che, nel clima esasperato, seguito, in Italia, agli eventi bellici, non c’era spazio per progetti che intendessero innovare, facendo salva una tradizione liberale.

    A tutti questi avvenimenti, i liberomuratori calabresi parteciparono in maniera vivace. I lavori, qui riuniti, non coprono l’intera loro storia, con una elencazione minuta di eventi, ma permettono – il che è, per certi aspetti, meglio, a mio avviso – di cogliere il dinamismo dialettico, con il quale intervennero nei dibattiti allora in corso.

    Trattandosi di scritti, elaborati in periodi diversi, è fatale che ci sia qualche ripetizione, apparsami, a suo tempo, importante, per chiarire vicende cruciali; me ne scuso con chi avrà la pazienza di leggermi, augurandomi che non gli risulti troppo fastidiosa.

    Alcuni dei lavori, riordinati, adesso, nella successione cronologica degli argomenti trattati, sono apparsi su riviste; e precisamente:

    Per la storia della massoneria calabrese: documenti, Historica, 1997, n. 4;

    Massoneria e politica: la scissione del 1908. Documenti, Archivio Trimestrale n. 3, luglio-settembre 1981;

    La crisi massonica del 1908. Una riflessione inedita di Oreste Dito, Historica, 1991, n. 2;

    Biagio Camagna, massone , Historica, 1993, n. 2 ;

    Massoneria e fascismo. Appunti per la biografia di un 33 calabrese: Gaetano Ruffo, Dimensioni e problemi della ricerca storica, 1991, n. 2;

    La ripresa democratica nei documenti di un protagonista: Nicola Lombardi , Incontri Meridionali, 1994, n. 2-3.

    Gli altri sono stati scritti per questa occasione.

    Ringrazio, infine, i direttori dei periodici, che li hanno, di volta in volta, ospitati, e l’editore Pellegrini, il quale, con spirito di amicizia, li raccoglie in volume.

    Grottaferrata, giugno 1998

    PER LA STORIA DELLA MASSONERIA CALABRESE.

    DOCUMENTI INEDITI

    I documenti, che, qui di seguito, vedono, per la prima volta, la luce, sono conservati nell’archivio privato di Gaetano Ruffo.

    Nato a Bovalino il 3 gennaio del 1873, da una famiglia – come informava la polizia – civile e patriottica[1], Ruffo aveva aderito, giovanissimo, al movimento socialista[2] ed era entrato in loggia. Laureatosi in giurisprudenza all’università di Napoli, prese a svolgere, con fortuna, la professione di avvocato nella sua terra, tanto che, agli inizi del secolo, era figura stimata del foro reggino ed esponente autorevole della borghesia cittadina[3]. L’apprezzamento crescente, da cui era circondata la sua figura, lo rese partecipe, in primo piano, delle vicende che interessarono il capoluogo.

    Lo scoppio della prima guerra mondiale lo allontanò dai socialisti e lo vide interventista acceso, in linea con la politica seguita dal Grande Oriente. In seguito, chiamato a far parte del consiglio nazionale di Palazzo Giustiniani, si schierò contro il fascismo, allorché il PNF impose ai suoi iscritti, nel 1923, di abbandonare la massoneria, giudicando incompatibile una loro doppia adesione. Per tutto il ventennio, rimase coerente con tale scelta, al punto da patire l’ostracismo dalla professione, suo unico mezzo di guadagno. L’ostilità del regime gli procurò gravi disagi economici. Per sopportarli, senza venir meno alla propria dignità, ritornò al suo paese natale, dove visse in ristrettezze, sottoposto alla continua sorveglianza della polizia. Fece in tempo, tuttavia, a vedere la rinascita dei valori democratici, in cui aveva creduto. Morì, infatti, a Bovalino nel 1951[4].

    Il suo archivio personale risulta, oggi, diviso in due tronconi. Una parte cospicua è stata ritrovata, in Locri, da un privato, il quale la conserva e l’ha messa, tuttavia, a disposizione degli studiosi. Altre carte e documenti di notevole interesse, sono, invece, a Perugia, nella casa del nipote, avv. Fulco, che qui ringrazio per avermi permesso, con squisita cortesia, di consultarli.

    Fra questi ultimi, c’è un esile quaderno, in cui Gaetano Ruffo ha ricostruito le vicende, l’elenco degli aderenti e le cariche della loggia Domenico Romeo di Reggio Calabria, intitolata al patriota, che aveva organizzato, nella provincia, i moti liberali del 1847 e che pagò tale iniziativa con la vita[5].

    Non esistono, com’è noto, studi che passino in esame vicende e protagonisti della massoneria calabrese postunitaria e diano conto, soprattutto, del ruolo da essa svolto nella regione. Qualche accenno di cronaca, non suffragato sempre dai necessari riscontri, ha pubblicato, alcuni anni fa, Armando Dito[6], il quale, facendo esplicito riferimento ad un manoscritto inedito del padre, Oreste, ha affermato che in Calabria la prima loggia fu la Domenico Romeo a Reggio[7], la quale dipendeva dall’Oriente di Palermo, di cui Garibaldi era Gran Maestro[8]. Le pagine di Gaetano Ruffo confermano tali indicazioni e le arricchiscono con numerosi particolari, che consentono di farsi un’idea della consistenza sociale della liberomuratoria reggina e del suo contributo alle vicende politiche dell’epoca.

    Resta da stabilire l’attendibilità dello scritto. Nel momento in cui stendeva i suoi appunti, Ruffo aveva di sicuro, davanti a sè, alcuni documenti. I brevi cenni cronologici, posti in appendice ai nomi degli iscritti, fanno riferimento, infatti, a quattro allegati: la lettera al Grande Oriente di Palermo, del 9 maggio 1863, che chiedeva 1’autorizzazione a costituire la loggia; il Regolamento interno; un foglio del I aprile 1866, che incitava alla lotta contro i clericali, nemici della recente unità d’Italia, ed una lettera, del 30 giugno del medesimo anno, diffusa in seguito alla sconfitta di Custoza.

    Di tali carte, è giunta fino a noi solo l’ultima, che diamo per intero, nella quale un Comitato, presieduto da Pietro Foti, Giovanni Andrea Romeo e Giuseppe Melissari, esortava i fratelli della provincia a vigilare contro eventuali trame antipatriottiche. Essa conforta, in parte, quanto, sempre sulla scorta dell’inedito del padre, ha scritto, non senza enfasi, Armando Dito, secondo cui anche a Reggio i suoi bassifondi, dominati da un forte partito borbonico-clericale, facente capo alla stessa Curia arcivescovile, erano pronti ad insorgere. Tenne fronte la Massoneria, che, sino a molto dopo il 1870, sostenne una lotta impari, ma tenace e finalmente vittoriosa contro il movimento borbonico - clericale - temporalista, che in questa città aveva stabilito uno dei suoi quartieri, colla folle illusione che Reggio sarebbe stata, per la reazione antitaliana, quella ch’era stata per la rivoluzione[9].

    Un’indagine, infine, da me svolta nell’archivio del Grande Oriente, se non ha dato i nomi dei fondatori e degli aderenti, ha confermato che la loggia venne costituita nel 1863.

    L’insieme di tante circostanze concomitanti ci induce a ritenere che il lavoro, portato a termine da Gaetano Ruffo, sia attendibile e pecchi, se mai, per difetto. Lo diamo, pertanto, come utile elemento di conoscenza, che può fornire lo spunto per ulteriori approfondimenti.

    Il Grande Oriente di Palermo aveva infine, com’è noto, un’ispirazione democratica. Non a caso ne era Gran Maestro Giuseppe Garibaldi. É probabile che la loggia Domenico Romeo vi aderisse non per semplice contiguità geografica, ma per una più robusta affinità, destinata a durare nel tempo. Il terzo documento, che pubblichiamo, infatti, è una lettera, con cui Barzilai, Bissolati e Fazi invitavano Gaetano Ruffo, durante la crisi di fine secolo, ad organizzare le file della democrazia nella regione, in vista dell’importante turno elettorale, cui era chiamato il paese dopo gli stati d’assedio: frammento non trascurabile d’una storia non ancora scritta, per la Calabria, e segno, ci sembra, della continuità di un indirizzo politico, seguito dalla liberomuratoria di terra nostra.

    [1] ACS, Casellario Politico Centrale, b. 4485, fasc. 28057: Ruffo Gaetano di Nicola.

    [2] Giuseppe Masi, Socialismo e socialisti di Calabria, Salerno - Catanzaro, 1981, p. 113

    [3] Sul ruolo e l’importanza, nella vita e nelle vicende dei centri calabresi, degli avvocati, oratori di città, capaci di interpretare il sentire comune, Italo Falcomatà, Democrazia repubblicana in Calabria. Gaetano Sardiello (1890-1985), con prefazione di Ferdinando Cordova, Roma, 1990.

    [4] Per un ritratto più completo di Gaetano Ruffo, Ferdinando Cordova, Massoneria e fascismo. Appunti per la biografia di un 33 calabrese: Gaetano Ruffo, "Dimensioni e problemi della ricerca storica", 1991, n. 2, pp. 201-38, ora in questo volume alla p. 129 e sgg.

    [5] Sulla figura e l’opera di Domenico Romeo, Vittorio Visalli, Lotta e martirio del popolo calabrese, Catanzaro, 1928; Domenico De Giorgio, Aspetti dei moti del 1847 e del 1848 in Calabria, Reggio Calabria, 1955.

    [6] 6 Armando Dito, Storia della massoneria calabrese, Cosenza, 1980.

    [7]Ivi, p. 24 .

    [8]lbidem, p. 36.

    [9]Ibidem.

    Brevi cenni sulla R.·. Loggia Domenico Romeo in Reggio Cal.

    Il 9-5-1863, con lettera diretta al Sup.·. Con.·. G.·. O.·. d’ltalia, sedente provv.te in Palermo (lettera all.ta 1), veniva chiesta a quel consiglio 1’autorizzazione a costituire la Loggia D. Romeo. La quale autorizzazione fu accordata dal Sup.·. Cons.·. con tavola del 26-5-1863.

    Se la data della costituzione uff.·. della R. L. fu il 9 - 5 - 63, pur non di meno la loggia esisteva di fatto dal 1861, come si rileva dal Reg.to interno redatto in seguito alla regolare costituzione (art. 5 - all. 2).

    La loggia prese parte attiva ai movimenti politici in quell’epoca e fu sempre pronta a intervenire qualora i nemici d’Italia cercarono di risollevare il capo. A tal uopo venne [costituita] una commissione di vigilanza composta dai FF.·. G.A. Romeo, P. Foti e G. Melissari, che aveva il compito di sorvegliare gli elementi antiliberali e provvedere. A prova di ciò é la lotta impiantata contro i Paolotti come fa fede il foglio 1-4-66 (allegato 3), lotta che finì con la completa sconfitta di essi, fra i quali primeggiava il Caruno e l’altra lettera del 30-6-66 dopo la battaglia di Custoza (all. 4).

    La Loggia, oltre che dei fatti politici, si occupava di beneficienza ed era tra i primi nelle pubbliche calamità.

    – 2 –

    COMITATO DIRETTIVO

    Dl VIGILANZA

    Reggio 30 Giugno 1866

    AMICI CARISSIMI

    Recandoci talvolta a mente il concetto della reazione borbonico - clericale troviamo che val la pena di venirci spesso ripetendo le sue malvage tendenze allo scopo di determinare da parte nostra, ed in tempo opportuno, tutti quei criteri, che in ogni evenienza dovrebbero darci piena ragione su’ nostri nemici. Mal provvede chi non sà prevedere - e la generosità, che è di sua natura improvvida ed obbliviosa, non genera d’ordinario che inutili pentimenti.

    Ci occorre pertanto farvi osservare sul bel principio, che i più affaccendati di parte avversa, interpretando malignamente gli ultimi fatti militari, si sforzano infondere ne’ loro ciechi seguaci ingannevoli e scellerate speranze.

    Il partito nazionale per tenere la sua posizione non ha bisogno del basso mestiere delle reticenze e delle amplificazioni. Noi avemmo a provare il più ordinario degli effetti della guerra, quello cioé di riportare delle perdite; le quali se da parte nostra furono gravi, non però il nemico, contando le sue, potrà rimanerne lieto. Ma - possiamo pur dirlo - nella giomata del 24 Giugno noi acquistammo a mille prove luminose quella coscienza di valore collettivo, che costituisce in un popolo il vero sentimento della sua possanza. Già il nostro esercito, pieno di entusiasmo impaziente, chiede rinnovare la sua lotta di sangue: e per quanto potrà esser varia la fortuna delle armi, essa non saprà negare il finale trionfo a chi con impareggiabile valore combatte per la più giusta delle cause. Il compimento de’ nostri destini non può venir meno, imperoché l’ltalia è un grande principio nel presente e nell’avvenire de’ popoli.

    Ma quale dev’essere il nostro giudizio sopra un partito, che spinge il paese alla guerra civile, e che fa suoi i voti per la sconfitta dell’esercito nazionale, nel quale pugnano i suoi conterranei, i suoi amici, i suoi parenti?

    A questi estremi le illusioni sono impossibili - e sarebbero fatali! Il partito borbonico-clericale tocca l’ultimo gradino degli umani pervertimenti: esso non merita più alcun riguardo. Le nostre definizioni sono precise: e non comportano il fallace esperimento delle mezze misure. - Colui che sgozzerebbe la patria per conto dello straniero, è parricida. I preti sono anche peggio: avvegnacché si servono della religione per uccidere la patria. - Noi quindi per rigore di logica, e per ragione di difesa dobbiamo per ora dichiarare quanti sono quelli, che cospirano, fuori di ogni legge morale: e quando eglino osassero cimentarsi sul terreno dei fatti, noi non potremmo considerarli altrimenti che quali colpevoli al bando delle leggi sociali.

    Noi consideriamo la guerra civile come la più grande delle colpe, che possono consumarsi a danno del nostro paese, e rigettando tutta la responsabilità di essa, e delle sue conseguenze, sopra chi l’avrà provocata, dobbiamo valerci risolutamente di quei mezzi che si additano come i più efficaci a farla prontamente cessare.

    Non ci sorprendano adunque gli scoppî subitani; e non ci trovino nella irrisolutezza delle vane discussioni. Quando l’azione incomincia, si deve colpire, e procedere diritti allo scopo. Conseguentemente senza deviare dalla linea diritta dobbiamo insistere con tutta vivacità nell’opera nostra di preparare le forze liberali: al quale proposito troviamo sommamente utile, che voi teniate conto speciale de’ giovani più animosi e più atti alle fatiche del campo per ispingerli, ad ogni richiesta, verso il punto, che potrebbe esserci indicato dal dovere. - Ogni nostro indugio è inescusabile; e potrebbe esser nocivo a noi ed all’esercito, di cui siamo base e riserva.- Non vi lasciate imporre dalle arroganze borboniche - date per lo contrario la maggiore pubblicità a’ nostri intendimenti: - e siavi d’esempio questa capitale di Provincia, dove i tristi non osano levare la fronte al livello de’ loro perversi desideri.

    G. A . ROMEO - PIETRO FOTI - GIUSEPPE MELISSARI

    – 3 –

    CAMERA DEI DEPUTATI

    Roma, 23 luglio ’99

    Egregio Amico,

    Nell’ultima riunione dell’Estrema Sinistra fummo incaricati di preparare il lavoro necessario per le elezioni politiche.

    È inutile dire come combattere nelle condizioni presenti sia un obbligo per tutti.

    Ci rivolgiamo a voi perché vogliate favorire sollecitamente le informazioni opportune di codesto collegio e sul lavoro da farsi per assicurare la vittoria o almeno una larga affermazione dei partiti popolari.

    Fidiamo nella vostra cooperazione.

    F. FAZI - S. BARZILAI - L.BISSOLATI

    Inviare la risposta al deputato F. Fazi - Roma

    MASSONERIA E POLITICA: LA SCISSIONE DEL 1908.

    DOCUMENTI

    I1 18 febbraio del 1908 la Camera dei Deputati cominciò a discutere su una mozione, presentata da Leonida Bissolati, che si proponeva di abolire l’insegnamento religioso nella scuola elementare[1]. Su tale argomento, le forze politiche italiane erano da tempo divise, grazie, anche, ad una legislazione, che si era aggrovigliata col passare degli anni e che aveva determinato una normativa farragginosa ed una giurisprudenza contraddittoria. La legge Casati del 1859, che aveva riordinato l’istruzione pubblica nel regno sabaudo e che era stata estesa, dopo l’Unità, a tutto il territorio italiano, aveva, infatti, previsto, all’art. 315, due gradi per l’istruzione elementare – l’inferiore ed il superiore – e, per il primo di essi, aveva stabilito, fra le materie obbligatorie, l’insegnamento religioso[2]. Ciò non era accaduto, in effetti, senza un motivo. Pur ispirandosi al principio della libertà, la legge Casati – come si evince dalla relazione del ministro – aveva inteso operare con prudenza ed aveva scelto di realizzare

    un sistema medio di libertà sorretto da quelle cautele che la contengono entro i dovuti confini e da quelle guarentigie che l’assicurino e la difendano contro i nemici palesi ed occulti i quali la farebbero traviare e ne guasterebbero il futuro[3].

    In questo spirito, e malgrado intendesse rivendicare, di fatto, l’autonomia dello Stato di fronte alla Chiesa, attuando, anche nel campo dell’istruzione, la politica cavouriana, la legge conteneva ampi margini di ambiguità[4] e falliva il suo obiettivo, tanto che ad essa, in seguito, avrebbero fatto appello le corporazioni religiose, per difendere il proprio diritto all’insegnamento. In effetti, proprio dall’obbligatorietà del catechismo nelle elementari, dal quale potevano essere esentati solo gli alunni che lo avessero esplicitamente richiesto, avrebbero tratto motivo, con puntualità, i cattolici per affermare la propria presenza nella scuola di Stato; tanto più che, all’art. 325, la legge Casati prevedeva, alla fine di ogni semestre, un esame, durante il quale il parroco avrebbe interrogato gli allievi delle scuole pubbliche sopra l’istruzione religiosa.

    Dopo la breccia di Porta Pia, e nel nuovo clima politico che si era venuto determinando, una circolare di Cesare Correnti, ministro della Pubblica Istruzione, capovolse, il 29 settembre del 1870, l’indirizzo seguito fino ad allora: l’insegnamento religioso doveva essere impartito, in ore ed in giorni determinati, solo a quegli alunni, i cui genitori lo avessero richiesto; ed un anno dopo, il 12 luglio del 1871, il ministro

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