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A un passo da noi

A un passo da noi

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A un passo da noi

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
609 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
Oct 29, 2015
ISBN:
9788892512764
Formato:
Libro

Descrizione

Mya e Noah tornano in un unico romanzo ''A un passo da noi''. Comprende l'intera trilogia: Ali di cenere, Volerò da te e Sei tu il mio cielo, ma in più presenta dei capitoli aggiuntivi finali.

Mya ha 23 anni, è una studentessa e vive a San Diego insieme a Erika, la sua migliore amica. Ha alle spalle un tradimento d’amore e da allora non è più in grado di fidarsi degli uomini. Tutto cambia però quando nella sua vita irrompe Noah, un misterioso ragazzo dagli occhi azzurri, fotografo freelance, sempre in sella alla sua moto che riuscirà a sgretolare parte di quel muro che Mya aveva eretto attorno al proprio cuore.
Ma Noah sembra nascondere dei lati oscuri, enigmatici della propria vita, e per questo contro ogni aspettativa sarà proprio lui a cercare di frenare la passione improvvisa che li travolge. I segreti di Noah inziano ad emergere, e proprio per preservare quei segreti fugge via, lasciando famiglia, amicizie, e Mya. Tuttavia la riconciliazione dopo cinque mesi non è priva di difficoltà perché Mya è andata avanti con la propria vita, con un altro ragazzo, totalmente diverso da Noah e spoglio dei suoi demoni.
Mya seguirà però il proprio cuore, e quando, finalmente un dolce epilogo pare prenderli per mano e condurli verso un nuovo inizio, il dramma busserà ancora alla porta della coppia appena ritrovata. Difatti Noah, dopo aver appreso i peccati del padre, e dopo la minaccia fatta a Mya, inizia a covare rabbia e rancore, ignorando che questi sentimenti lo stiano allontanando dalla sua ragione di vita: Mya.

Contatti autore
Profilo IG Rossella_C
Email: rossc@outlook.it
Editore:
Pubblicato:
Oct 29, 2015
ISBN:
9788892512764
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

A un passo da noi - Rossella C.

stressanti.

CAPITOLO 2

E’ sabato sera. Io ed Erika ci prepariamo per uscire. Non avevo una gran voglia, soprattutto perché ci sarà anche Mike, il ragazzo di Erika, ma lei ha insistito così tanto che alla fine ho deciso di chiamare Kyle per sapere se vuole accompagnarci anche lui.

Dopo alcuni squilli, finalmente risponde:

«Pronto, Mya?»

Deve aver letto il mio nome sul display.

«Ciao! Che fai?»

«Niente di interessante, guardo la Tv.»

«Fantastico!»

«Fantastico che io stia guardando al tv?» domanda incredulo.

«No, fantastico che sei libero stasera; ti va di accompagnarmi ad un pub assieme a Erika?»

«Ci sarà anche quel pompato del fidanzato?» chiede sarcastico ma anche un po’ indispettito.

«Sì».

Alla mia affermazione, segue un attimo di silenzio

«Ehi! Ci sei ancora?»

«Sì ci sono, ma non mi va di incontrarlo.» borbotta.

«Perché? Cos’ha che non va?» la mia voce stridula manifesta tutta la delusione al pensiero di dover restare da sola stasera.

«Non mi piace!»

«Ti prego!» il mio tono si fa supplichevole ora «Non puoi lasciarmi da sola. Cosa succederà se poi vogliono appartarsi? Rimarrò sola al mio tavolo rischiando di attirare l'attenzione di qualche ubriaco che mi si avvicinerà e cercherà un approccio! Ti prego, per favore!»

Lo sento sbuffare ma poi aggiunge:

«E va bene! Ma lo faccio solo per te, sappilo!»

«Grazie, grazie! Ti sono debitrice!»

«Passo a prendervi stasera alle nove, ok?»

«Si va bene, ma lascia la tua macchina qui...»

E prima che possa chiedermene il motivo, con molta prudenza, aggiungo «Andiamo tutti con una sola auto … quella di Mike.»

Lo sento sbuffare ancora più forte ma per mia fortuna non cambia idea, e io chiudo la chiamata prima che possa farlo.

Alle nove siamo tutti pronti, Erika nel suo mini vestitino color crema, Kyle in tenuta da duro con giacca di pelle e jeans. Io ho optato per una maglietta grigia un po' scollata e un pantalone nero molto attillato che, con delle scarpe nere tacco dieci, riesce a darmi un certo slancio. Saliamo nell’auto di Mike e ci dirigiamo al locale. Durante il tragitto Erika non fa altro che raccontare a Mike dei suoi ultimi progetti per lo studio, il quale, totalmente estraniato, non l’ascolta affatto. Mi chiedo cosa possano avere in comune questi due.

Finalmente arriviamo e aspettiamo all’entrata del locale mentre Mike va a parcheggiare. Quando lui ci raggiunge, entriamo e prendiamo posto ad un tavolo. Non passa molto tempo, che vengono prese le nostre ordinazioni. Scelgo una pina colada; non voglio esagerare troppo stasera. Erika e Kyle scelgono invece lo stesso cocktail alla frutta, mentre Mike ordina una tequila.

Cerco di rompere il silenzio che si è creato da quando eravamo in macchina.

«Allora Mike, come ti vanno le cose? Sempre impegnato con il lavoro?»

Lui spalanca gli occhi come se gli avessi chiesto chi è stato il primo uomo a sbarcare sulla Luna.

Eh, si! Non saprebbe rispondere a questa domanda!

«Tutto bene … ehm grazie».

Ma perché sembra così imbarazzato? In fondo questa è una domanda come un’altra. Intanto vedo Kyle sogghignare e guardare una Erika un po’ corrucciata.

«Che c’è tesoro, problemi al lavoro?» chiede lei calcando con enfasi la parola tesoro.

«No, no tutto bene davvero.» poi si volta a guardare Kyle e in maniera del tutto inaspettata domanda «Piuttosto a te come va? Lavori o ti fai mantenere gli studi?»

Sul volto ha disegnato un ghigno che non mi piace. Qui si mette male. Prima che possa farlo il mio amico intervengo io:

«Kyle è il migliore del nostro corso, dovrebbero pagarlo solo per i fantastici lavori che presenta, è davvero un genio!» rispondo mentre lo guardo e gli sorrido.

E’ vero, è molto bravo ma non ha una gran voglia di mettersi sui libri; preferisce l’aria aperta a quella viziata di una stanza. Tutto ciò che sa, lo apprende ai corsi o perché lo ha letto da qualche parte. È un vero genio, anche se dal suo aspetto non si direbbe.

«Oh Dio! Ma chi è quel gran figo?» urla Erika che sembra essersi dimenticata della presenza di Myke.

Ci voltiamo tutti per guardare.

Accidenti, lui è qui!

Avverto un caldo improvviso. Il ragazzo dagli occhi ipnotici di stamattina è appena entrato attirando l’attenzione di non poche ragazze. Non riesco a capire con chi sia, ma mentre lo osservo guardarsi intorno, la mia visuale viene interrotta dalla cameriera che ci porta le nostre ordinazioni, poggia i bicchieri e va subito via; quando lascia libero il campo visivo, del bellissimo ragazzo moro non c’è più traccia. Bevo il mio drink finché Erika non mi invita a ballare. Accetto all'istante e trascino con me Kyle, mentre invece Mike resta seduto al tavolo.

Le casse del locale suonano le note di Give me everythings di Pitbull.

«Adoro questa canzone!» urla Erika.

Ci dimeniamo tutti e tre come fossimo gli unici in pista. Mentre ridiamo alle stupide mosse di Kyle, io e Erika ci alterniamo per mostrargli invece come si muovono due vere ballerine sensuali, quando tra la folla vedo lui. E’ seduto al bar. Ha un gomito poggiato sul bancone e l’altra mano poggiata sulla coscia. Mi fissa. Per un attimo mi fermo domandandomi se è davvero me che sta guardando. Il suo sguardo mi ha folgorata.

«Che hai?» mi chiede Erika.

«Niente.» faccio segno con la mano di lasciar perdere e proseguiamo. Inizio a muovermi molto più lentamente guardando i miei amici ma sapendo di essere osservata da qualcun altro. Non so perché mi senta così audace stasera, non ho bevuto molto, eppure mi sento euforica. Sento di ballare solo per lui. Voglio ballare solo per lui!

Non mi fermo e continuo anche sulle note di Feel this moment. Stasera stanno sfoderando tutto il repertorio di Pitbull. I miei amici saltano, si agitano e io li seguo sapendo sempre di essere fissata da un solo ragazzo. Adoro questa sensazione, è come una scarica di adrenalina che mi invade il corpo; sono sudata ma ancora piena di energia.

Continuo a ballare fin quando non vedo Kyle sbalzato in avanti che mi finisce addosso, per poi cadere insieme a me sul parquet della pista. Sento l’urlo stridulo di Erika, alzo gli occhi e vedo due tipi che si stanno azzuffando. Tento di rialzarmi ma barcollo sui tacchi: prima che possa accorgermene arrivano altri ragazzi per immischiarsi nella rissa. Kyle mi tende la mano e mi fa rialzare. Sono totalmente circondata da uomini sudati e furiosi. La situazione precipita e io cado preda al panico. Mi scaraventano da una parte all’altra mentre tento di trovare l’uscita. D’improvviso sento due mani poggiarsi sui miei fianchi; quel tocco inaspettato mi fa sobbalzare. Mi decido a mandare al diavolo l’ennesimo ubriaco che si getta addosso ad una donna, ma le sue dita passano lungo le mie braccia fino a intrecciarsi alle mie mani, per poi trascinarmi via.

«Vieni, andiamo.» dice lo sconosciuto con voce ferma.

Riesco a vedere solo la sua schiena ma lo riconosco benissimo. E’ lui!

Osservo rapita la sua presenza fisica e con quanta sicurezza cammina scansando chiunque possa intralciarlo. Indossa un maglioncino beige che avvolge i muscoli delle sue spalle, disegnandoli.

Finalmente fuori dal locale, respiro a pieni polmoni l’aria fresca.

«Stai bene?» mi chiede.

Mi volto per guardarlo e sprofondo in due occhi blu stupendi. Da così vicino la sua bellezza è ancora più disarmante.

«Si.» rispondo.

Noto il tono lievemente preoccupato della sua voce poi il suo sguardo percorre la mia figura da capo a piedi. Lo vedo rilassarsi e fare un sorrisetto malizioso. Restiamo fermi a guardarci per qualche lungo istante, poi lui aggiunge:

«Sai ballare molto bene...»

La sua frase resta sospesa a mezz'aria e io capisco che sta solo attendendo che io pronunci il mio nome.

«Mya, mi chiamo Mya, e … grazie.»

Sto diventando rossa come un peperone.

«Mya…» ripete lui, e continua a guardarmi fisso negli occhi, così cerco di distogliere lo sguardo e mi metto alla ricerca dei miei amici. Vedo Erika gesticolare per attirare la mia attenzione e le faccio capire di calmarsi perché l’ho vista.

«Va' pure! Non preoccuparti.»

«Ok!» rispondo «Allora... buona notte ... ?»

«Noah.» dice concludendo la mia frase.

Annuisco e lo saluto. Lui ricambia con un cenno della mano e aggiunge in un sussurro:

«Buonanotte Mya».

Il mio nome non è mai stato pronunciato in modo così tanto sensuale, e avrei voglia di risentirlo altre mille volte. Gli sorrido e poi mi volto per raggiungere gli altri.

«Ehi! Ce ne hai messo di tempo.» esordisce Erika «Ma quello non era il figo che era entrato nel locale? Lo conosci?» chiede sgranando gli occhi.

«È solo un amico di corso» rispondo facendo spallucce.

«Bhe, gran bell’amico direi.»

«Dai ragazzi, andiamo via da questo casino» dice Kyle, e ci invita a seguirlo per raggiungere la macchina di Mike.

La domenica mattina mi sveglia il suono del telefono che squilla. Quando lo afferro lo faccio con disappunto. E’ mia madre.

Prima ancora che possa rispondere un flebile pronto la sento gridare «Non dirmi che stavi ancora dormendo a quest’ora?»

Rispondo con un mugugno. Mi volto per guardare la sveglia e mi accorgo che sono solo le otto e trenta.

«Mamma ma è domenica, lo sai che ho solo due giorni di riposo dalle lezioni, per favore.» mi lamento, sbadigliando.

«Ok... è solo che ieri non ti ho sentita. Va tutto bene tesoro?»

«Si..»

Da quando, più di due anni fa, ho lasciato casa dei miei genitori, la loro apprensione per me sembra essere raddoppiata. Capisco le loro motivazioni ma vivo solo a un'ora di macchina da loro, non sono poi così lontana! Sono sempre stati dei genitori fantastici ma a ventidue anni ho sentito il bisogno di essere indipendente, perciò ho deciso di affittare un piccolo appartamento vicino l’università.

«Segui sempre le lezioni?» mi domanda.

«Si...»

«Vuoi rispondermi a monosillabi per tutta la mattinata?»

«Si...» dico con altro uno sbadiglio.

«Ok! Ti lascio dormire, ma ricorda di farti sentire ogni tanto … Ah! Ti saluta anche tuo padre.»

«Si, ok! Mamma, ci sentiamo presto» riattacco e mi rimetto a dormire, ma non ci riesco; ormai ho perso il sonno. Mia madre sa essere davvero assillante quando vuole. Le avrò detto tantissime volte di non chiamarmi la mattina presto ma sembra proprio non ascoltare. Un’altra cosa da aggiungere alla lista di cosa da fare: la mattina spegnere il telefono!

Mi alzo e faccio colazione. Resto a casa tutto il giorno con Erika e verso sera, mentre stiamo guardando l’ennesimo film sdolcinato alla tv, lei esordisce:

«Ho deciso di lasciare Mike.»

Mi volto verso di lei sconvolta. A dir la verità la sua decisione non mi sorprende più di tanto; è il tono noncurante con il quale lo dice, a farlo.

«Perche?» chiedo.

«Non so, non provo più le stesse cose.» risponde.

«Tu stai bene?» sono preoccupata per lei.

Non mi aspettavo una simile decisione repentina e temo che lui possa averle fatto qualcosa di grave.

«Si, sto bene. Ho solo deciso di prendermi una pausa. Mi sento come incatenata a questa storia, è ora di guardarmi un po’ in giro.»

Sorride e io mi tranquillizzo. La capisco, è difficile stare con qualcuno che non condivide i tuoi stessi interessi. Essere vicini fisicamente ma poi sentirsi estranei per esperienze di vita può essere devastante. La mia vecchia relazione è finita più o meno per le stesse motivazioni, sono stata io la stupida a non accorgermene in tempo e ho lasciato che lui si prendesse il meglio di me: la mia innocenza. Al solo pensiero fremo ancora di rabbia, soprattutto ai segreti che sono emersi successivamente e dei quali ero del tutto ignara...

Non ho mai creduto che la storia con Mike potesse continuare ma a Erika non l’ho mai detto, ho cercato di rimanerne in disparte. Se era felice lei, ero felice anch’io, quindi ora non posso che appoggiarla.

«Allora ci guarderemo intorno insieme!» le sorrido.

«Tu mi sembra che hai già fatto conquiste, eh!» sogghigna e poi scoppia a ridere.

E, ripensando a quanto accaduto la sera precedente, rido assieme a lei.

CAPITOLO 3

Passato il week-end, si riprende la routine quotidiana. E’ finita la prima lezione e avrei voglia di qualcosa da mangiucchiare alla macchinetta degli snack.

«Ragazzi vado al piano di sotto, desiderate qualcosa?» chiedo a Kyle, mentre vedo Erika parlare al telefono in un tono di voce un po’ alto.

Sta gesticolando con la mano libera. Quando fa così vuol dire che è davvero arrabbiata.

«Per me una lattina di tè, per Erika …» si volta a guardarla stringendo le labbra e poi scuote il capo.

Dev’essere anche lui preoccupato. Siamo entrambi in ansia per lei e per la fine della relazione con Mike.

«Prendile dei biscotti. Quelli al cioccolato. Le piaceranno.»

«E da quando conosci i suoi gusti?»

Mi lancia un'occhiata di rimprovero.

«Da sempre.» risponde facendo spallucce.

Scendo al pian terreno, mi dirigo alla macchinetta e scelgo per me un pacchetto di cracker. Giusto per mantenermi in linea, che non guasta mai.

«Ciao,bellezza!»

Una voce alle mie spalle mi coglie all'improvviso e mi fa voltare.

«Oh! Ciao Max. Vuoi qualcosa?» chiedo indicando gli snack, solo per essere gentile.

Non mi piace molto questo ragazzo, ha la fama di essere un rozzo donnaiolo. A me appare viscido con quei suoi occhi che mi squadrano e mi fanno sentire a disagio, come se fossi sporca. Mi coglie sempre l’istinto di coprirmi in sua presenza; lo farei anche se avessi addosso un maglione della nonna a collo alto.

«No, grazie. Volevo chiederti se stasera ti va di uscire insieme.»

Ancora quello sguardo, mi fa rabbrividire!

«Ehm … mi dispiace non posso. Ho un impegno con Erika.»

In realtà è una bugia, perché il mio unico mio impegno stasera è stare in compagnia della tv e il divano, ma devo pur trovare una scusante per levarmelo di torno.

«Allora facciamo domani sera?»

La sua insistenza mi dà sui nervi. Non so davvero come uscirne.

«Domani … ehm … domani abbiamo organizzato una pizza solo noi ragazze.» invento.

«Ma come non sono stato invitato?» domanda quasi offeso.

Lo guardo, confusa.

«Dove ci sono tante donne, ci sono anch’io!» ride rumorosamente «Le tue amiche mi vorrebbero con loro, ne sono sicuro.»

Io invece credo che ne farebbero volentieri a meno, penso maledicendo la sua sfacciataggine.

«Allora quando sei libera fammelo sapere» alza una mano e tenta di accarezzarmi con le dita una guancia «Potremo divertirci insieme.» sorride lascivo.

Inorridisco di fronte a quel suo gesto e mi affretto a scansare le sue dita.

«Ok! Vedremo la prossima settimana.»

Certo come no!

Lo saluto, prendo i biscotti, la lattina e vado via, cercando di uscire il prima possibile dal suo campo visivo.

Sono in ritardassimo. La professoressa stavolta sarà ancora più arrabbiata con me. E’ tutta colpa di Max e delle sue stupide avance. Mi dirigo velocemente all’aula del corso di giornalismo. La porta è aperta, la Jhonson è rivolta verso la lavagna. Mi infilo di soppiatto e vado a sedermi vicino a Kyle. Ho il fiatone. Prendo il mio quaderno degli appunti e lo poggio sul banco.

«Sempre in ritardo signorina Fisher!»

Ma come ha fatto a vedermi? È ancora voltata di spalle!

«Credo proprio che lei abbia qualche problema con gli orologi.»

Si gira e io mi ritrovo, ancora una volta, al centro dell’attenzione della classe.

«Non è forse in grado di vedere e capire l’ora?» mi chiede con un sopracciglio alzato, come se davvero aspettasse una risposta.

Sono davvero imbarazzata. Ogni volta è la solita storia, e come ogni volta arrossisco e rispondo:

«Mi perdoni professoressa, non accadrà più.»

«Certo, certo.» fa con la mano un gesto di noncuranza e torna alla sua spiegazione.

«Perché le permetti di trattarti così? È davvero una donna frustrata quella.»

Kyle è come sempre dalla mia parte.

«Non posso farci niente, mi servono i crediti di questo corso.» faccio spallucce.

«Oggi ci organizziamo per i gruppi da fare riguardo al progetto sulle bellezze di San Diego. Scegliete voi l’argomento ma organizzo io le coppie.»

La Jhonson inizia a guardarsi in giro nell’aula

«Mmmm, vediamo un po’. Jhoanna tu lavori con Sara, Daniel tu con Emma...» passa in rassegna l’intera classe.

Io aspetto con pazienza il mio turno. So già che farò il mio lavoro con Kyle.

«Spero ci mettano insieme.» dice lui «Non mi va proprio di studiare con uno di quei cervelloni, che restano a casa a... studiare per davvero!»

Rabbrividisce a quel pensiero. A volte mi meraviglio di come faccia a stare al passo con gli esami e ritrovarsi al terzo anno di una facoltà che non è per nulla semplice.

«E lei signorina Fisher...»

Non so perché, ma sono sempre l’unica di cui pronuncia il cognome.

«Lei mi farà un lavoro sulle panoramiche marine e potrebbe lavorare con …» il suo sguardo passa a sezionare l’intera aula.

«Con me! Con me!» interviene Kyle «Miss Jhonson io sono libero!»

«No Kyle, tu sei in gruppo con Michela.»

La ragazza al primo banco si volta per guardarlo. Ha un paio di occhiali molto spessi; i suoi capelli sembrano non vedere acqua e shampoo dai tempi della Preistoria. Rivolge un sorriso sdentato al mio amico, e lui d’istinto rabbrividisce e inizia a imprecare qualche parolaccia.

Non so chi dei due mi faccia più pena.

«Posso propormi?»

Oh no, quella voce! La sento provenire dalle mie spalle. Non mi volto, so che è Noah. Ma come ho fatto a non accorgermi della sua presenza?

«Sono molto bravo con la macchina fotografica e potrei essere utile.» continua.

La Jhonson valuta la sua proposta. Io intanto prego che non accetti, sarebbe troppo imbarazzante anche solo parlare con lui dopo quello che è accaduto sabato sera. Arrossisco al solo pensiero. Ma come tutte le volte la fortuna non è dalla mia parte.

«Perfetto. Allora Noah lavorerai con la signorina Fisher.» conclude lei, impettita.

Sono così impegnata a immaginare tutti gli scenari più imbarazzanti che mi possano capitare mentre faccio questo progetto con lui, che non mi accorgo della fine della lezione. Tutti si sono già diretti fuori dall’aula. Saluto Kyle che scappa via per non incontrare la sua compagna di studio. Sistemo le mie cose in borsa e mi dirigo alla porta.

«Possiamo avere un appuntamento?»

Mi blocco sentendo di nuovo quella voce. Mi volto.

«Un appuntamento di studio, ovviamente.» sogghigna, e io quasi mi sciolgo nell'incontrare di nuovo i suoi occhi.

Adesso che non porto tacchi Noah è ancora più alto e mi sovrasta. Come potrò lavorare con lui nei giorni a venire? Ha detto che è bravo con le foto; forse potremmo dividerci i compiti, così non sarei costretta a lavorare con lui.

«Pensavo che forse possiamo lavorare da casa.»

Lui alza un sopracciglio.

«Voglio dire, ognuno a casa sua.» mi correggo «Tu puoi occuparti delle foto, io dell’articolo e poi presentare il lavoro.»

Noah mi guarda con la fronte corrugata.

«Così potremo dedicarci ai nostri impegni e non per forza farli combaciare.» aggiungo cercando di essere più convincente.

«Io non ho impegni.» risponde con tono di voce sicuro.

«Ma …»

«Sono sempre libero.» mi interrompe «Possiamo vederci quando ti fa più comodo.»

Ok, ora sono in difficoltà. Credo che non accetterà mai un no come risposta.

«D’accordo! Allora che ne dici di sabato mattina? Non ci sono lezioni per cui …»

«Va benissimo.» mi interrompe di nuovo.

Sorride come se l'idea di lavorare con me lo entusiasmi davvero.

«Vogliamo incontrarci fuori l’università e poi prendere il bus?» chiedo.

«Passo a prenderti io se non ti dispiace. Non hai paura delle moto, vero?»

Moto? Oh cavoli! Già me lo immagino in tenuta da motociclista mentre corre per le piccole stradine del paese. E io che faticherò a tenermi stretta a lui, anzi no! Sicuramente non mi reggerò a lui … Cavoli, sarà una tragedia!

«No, per niente! Facciamo per le nove ok?»

«Perfetto!»

Gli scrivo il mio indirizzo su un pezzo di carta e glielo porgo.

Nell’attimo in cui, lui fa per prenderlo le nostre mani si sfiorano. Alziamo lo sguardo contemporaneamente e restiamo a fissarci. Ora non sorride più. Coi suoi occhi mi scruta come se volesse leggermi dentro e io resto ferma come paralizzata. Sono attratta da lui. Dal suo tocco. Dai suoi occhi. Da questo ragazzo apparso dal nulla. Un estraneo del quale conosco appena il nome, e tutto ciò mi spaventa. Prende il pezzo di carta e ritira subito la mano, come se si fosse scottato.

«Allora … ci vediamo.» recupera la sua borsa in fretta, mi rivolge un sorriso tirato e va via.

E io resto sola nell’aula. Immobile, a metabolizzare ciò che è accaduto e la velocità con cui è andato via.

Tornata a casa mi getto nello studio ma è fatica persa; si ripresenta nella mia mente la stessa scena. Dov’è che ho sbagliato? Abbiamo solo preso un appuntamento. Meglio che smetta di farmi domande dopotutto non dovrebbe interessarmi, è solo un compagno di corso col quale ho un progetto di lavoro … e che mi ha prelevato da una mischia inferocita di ubriachi sabato sera …

Scuoto con forza la testa. No! Non mi interessa affatto. O almeno è di questo che voglio convincermi.

Bussano alla porta della mia stanza e prima che possa dire qualcosa, Erika fa il suo ingresso e si getta sul mio letto.

«Facciamo qualcosa stasera? Ho voglia di uscire un po’.»

«Mi dispiace, ma sono indietro con gli studi.»

Non ho concluso neppure un capitolo dopo l’incontro di stamattina, ma preferisco non farne parola con Erika o inizierebbe a farsi mille film romantici nella sua testolina.

«Uhm … ok!» risponde senza insistere.

«Ma esci pure se ti va, non restare chiusa a casa per causa mia.»

«No davvero, non fa niente.» risponde in tono triste.

«Ehi! Cosa c’è che non va?»

Ora ha tutta la mia attenzione.

«Niente davvero. Saranno gli esami imminenti, tutto qui.»

«Se ci fosse qualcosa me lo diresti? Lo sai che con me puoi sempre parlare.»

«Sì, sì, lo so ma davvero non è niente. Dai, ti lascio ai tuoi studi e torno di là.»

Ormai la voglia di studiare è scemata. Non ci riuscivo prima figuriamoci adesso.

«Ho voglia di cioccolata calda, ti va?»

Spero che la mia proposta le risollevi il morale e sorrido quando noto di aver fatto centro. La sua espressione ora è più distesa.

«Vado a mettere il latte sul fuoco.» dice uscendo dalla stanza.

«Ti raggiungo subito!»

CAPITOLO 4

Anche quest’ultima settimana è volata via. Dopo l’ultima lezione torno a casa da sola. Erika è a letto con l’influenza ormai da tre giorni. Ho la mia borsa in spalla e inizio a godermi l’innalzamento della temperatura. A gennaio, in California, si riescono a raggiungere i 17 gradi. Mi godo il profumo dell’aria: odore di salsedine che proviene dall’oceano. Riesce a trasmettermi un senso di pace da farmi dimenticare ogni preoccupazione; e anche dopo una giornata stancante e irritante trascorsa in aula per cercare di prendere appunti o anche solo trovare un posto in cui riuscire a seguire una lezione, l’odore dell’oceano riesce ad alleggerirmi la mente. Ha questo effetto su di me.

San Diego ha questo straordinario effetto su di me! Adoro questa città!

Fuori dal portone del mio palazzo vedo scendere Louis, l’inquilino dell’appartamento sotto al mio. Anche lui è uno studente dell'università, iscritto però alla facoltà di legge. L'ho sempre trovato molto carino. Alto con i capelli castano chiaro quasi biondi. Più volte mi ha invitata ad uscire all’inizio della nostra conoscenza, ma non ho mai accettato. Non rientrava nei miei gusti, ed oggi siamo solo buoni amici. E’ sempre disponibile se io ed Erika abbiamo bisogno di qualcosa, anche se c’è da aggiustare un rubinetto in casa. E’ un ragazzo tutto-fare e per noi è una salvezza averlo a portata di mano quando serve.

«Ciao Louis. Che fai?»

«Oh! Ciao Mya» sorride mostrando i suoi perfetti denti bianchi. «Vado al supermarket. Ho un po’ di spese da fare. Tu sei di rientro dalla facoltà?»

«Sì, oggi era l’ultima lezione, poi inizieranno gli esami. Speriamo di superarli al meglio.»

Ne ho progettati cinque per i due mesi successivi, ma so già che a malapena ne porterò a termine quattro. Erika mi rimprovera spesso di non lamentarmi, in quanto la quota dei miei esami è molto più alta della media di un qualsiasi studente all’università. Lei riesce a darne appena due!

«Anche da me i corsi sono finiti da un po’, e ho il primo esame la settimana prossima.»

Indossa gli occhiali da sole. La luce filtra attraverso i suoi capelli biondi. È davvero un bel ragazzo, peccato che non ci sia quel feeling particolare tra noi, quella scintilla che fa scoppiare una passione.

«Vado, prima che il negozio chiuda.»

«D’accordo, ci vediamo in questi giorni.»

«Salutami Erika.» dice prima di salire in macchina e allontanarsi.

Arrivo al mio appartamento imboccando le scale. Non prendo l’ascensore perché si è guastato, quindi salire tutti questi scalini mi costa un po’ di fatica. Arrivo alla porta con il fiatone, busso e viene ad aprirmi Erika, che non è per niente un bello spettacolo. Ha gli occhi rossi, i capelli arruffati e si è avvolta un piumone sulle spalle. Questa maledetta influenza non vuol proprio saperne di abbandonarla.

«Scusa.» dico «Ho dimenticato le chiavi.» cerco di sorriderle per farmi perdonare.

Lei fa spallucce e torna di nuovo nella sua stanza. Le preparerò un tè. Mentre aspetto l’acqua bollire sul gas il mio telefono prende a squillare. E’ mia madre.

«Pronto Ma!» esordisco.

«Ciao tesoro, come stai? Come va? Studi? Stai mangiando?»

«Ok mamma, una domanda per volta.» dall’altra parte del telefono non c’è mia madre ma la personificazione della parola ansia. «Mangio, studio e va tutto bene, a parte forse per Erika, che ha l’influenza, credo.» Mi volto verso la sua stanza e mi rattristo nel vederla così a terra. Non stava passando un bel momento, e la febbre non ha fatto altro che abbatterla ancora di più.

«Come credi?» strilla a tal punto che sono costretta ad allontanare il cellulare dal mio orecchio per non rimanere sorda. «Chiama il medico no? Comprale delle medicine, fate qualcosa!»

Perché non sto zitta?

«Ho detto credo? Volevo dire sicuramente. Sicuramente ha l’influenza. Il medico l'ha già visitata e prende tutti gli antibiotici che le servono. Sta tranquilla.»

«Mi verrà un infarto prima che tu possa prendere la laurea, Mya.»

La detesto quando fa la melodrammatica!

«Comunque tesoro volevo sapere se questo week-end riesci a passare da noi.»

Il suono della sua voce è ritornato normale e ora racchiude speranza.

Di solito ogni quindici giorni vado a trovarli e trascorro nella mia vecchia casa un fine settimana. Ma stavolta credo proprio di non poterlo fare. Ho già preso un impegno con Noah. Da quell’incontro in aula non l’ho più visto, spero non si dimentichi del nostro appuntamento. Più ci penso e più mi sento nervosa. Non dovrei esserlo no? È solo un articolo, un lavoro di coppia per l'università. Perché allora sono così agitata?

«Mamma mi dispiace ma non posso, ho un …»

«Manchi tanto a me e a papà.» dice in tono malinconico, interrompendomi.

E non riesco a dirle di no. Per quanto possa essere molto spesso apprensiva e a tratti un po’ fastidiosa, è pur sempre mia madre, per questo alla fine decido di accettare. In caso contrario mi avrebbe comunque riempito di telefonate.

«Ok! Non verrò sabato ma posso restare da voi domenica e lunedì.»

«Fantastico! George hai sentito? Domenica viene Mya» dice rivolgendosi a mio padre. «A pranzo preparerò tutto quello che ti piace!»

«No mamma, sono a dieta.» mi lamento.

«Ma se sei magra come un grissino.» Alzo gli occhi al cielo. Siamo alle solite. «Vieni e non fare storie. Ti aspetto domenica. Ciao tesoro. Oh! Salutami tanto Erika.»

«Lo farò! Ciao mamma.»

Una volta chiusa la telefonata, posso dedicarmi alla caraffa del tè che bolle sul gas. Appena pronto, lo porto subito ad Erika. Alza appena gli occhi e mugugna un grazie. Poi si mette a sedere e prende la tazza fumante. Intanto io le accendo la tv.

«Ti senti un po’ meglio?» le chiedo.

«Non molto, credo che la febbre sia salita. Mi sento a pezzi!»

Mi dispiace così tanto vederla in quello stato che decido di restare un po’ con lei.

«Domani hai quel famoso progetto vero?» mi chiede, e anche se sta male riesce a farmi quel suo sorrisetto malizioso.

Mi fingo indifferente.

«Sì è domani, credo non ci vorrà molto. Forse un’oretta di tempo.» rispondo, ed ecco che ritorna quella mia stupida ansia.

«Avete già deciso dove andare?»

Oh mio Dio! Sento che sto per impallidire.

«Me ne sono dimenticata. Non ho progettato niente. Non ci posso credere. E adesso come faccio? Devo vederlo domani, e ora sono già le sette di sera.»

In preda al panico balzo subito giù dal letto.

Ma dove ho avuto la testa tutto questo tempo? Cioè sì, più o meno conosco già la risposta, ma sono stata così concentrata sull’incontro con Noah che ho dimenticato di scegliere il luogo chiave su cui sviluppare il progetto.

«Non preoccuparti, hai ancora tempo. Collegati ad internet e vedrai che qualche idea ti verrà in mente.»

Decido di seguire il consiglio di Erika. Vado in camera mia, accendo il pc e mi collego. Fortuna che il palazzo ha la connessione wireless, anche se è un po’ lenta poiché tutti gli studenti ne usufruiscono.

Inizio la mia ricerca su Google, e dopo svariati tentativi e attese decido che probabilmente il posto più adatto sia il centro storico. Potremmo arricchire l’articolo con la storia e lo sviluppo di quei luoghi; è stato uno dei miei ultimi esami, qualcosa ricordo ancora, quindi potrei essere avvantaggiata. Ci inseriremo poi alla fine le foto. Sì! credo che potrebbe andar bene. Appunto gli ultimi dati che mi saranno utili per il giorno seguente e spengo il computer. Sono esausta, mi fanno male gli occhi e non ho neppure cenato. Vado a dare un'ultima occhiata a Erika, che sembra essere tranquilla. Spero che possa sentirsi meglio domani. Vado a letto, imposto la sveglia e mi infilo sotto le coperte.

Domani mi aspetta una lunga mattinata.

CAPITOLO 5

Il suono della sveglia arriva puntuale alle otto, ma i miei occhi hanno deciso di aprirsi già molto tempo prima. Faccio colazione e cerco di mascherare con il trucco le poche ore di sonno. Mi dirigo verso l'armadio e indosso un jeans chiaro. La temperatura è in lieve aumento, ed oggi è una giornata soleggiata. Dovendo restare tutta la mattinata fuori, decido di abbinarci una maglia a maniche corte bianca con disegni floreali e di chiuderci una felpa dello stesso colore sopra.

Saluto Erika con un bacio sulla fronte, che sembra stare un po’ meglio, e scendo di corsa le scale temendo di essere in ritardo.

Non appena spalanco il portone trovo fermo vicino al marciapiede Noah, a gambe divaricate, su una Harley nera, che mi attende. Deve essere appena arrivato perché indossa ancora il casco. Quando mi vede lo toglie. Con una mano scompiglia i capelli neri, mi scruta da capo a piedi e sorride. Mi sembra di assistere ad una pubblicità per motociclette! Gli rivolgo un sorriso ebete e vado verso di lui.

«Buongiorno.» mi dice scendendo dalla moto.

«Buongiorno.» gli rispondo mentre tira fuori un altro casco dalla custodia posteriore e me lo porge. Lo prendo restando quasi ipnotizzata dalle vene visibili del suo avambraccio. Il mio sguardo sale più su per ammirare i muscoli delle sue braccia scoperte.

«Allora.» deglutisco e cerco di volgere l’attenzione altrove «Per il nostro progetto avevo pensato di trattare i luoghi più vecchi della cittadina, che ne dici?»

Lui sembra preoccuparsi a quelle mie parole.

«I luoghi più vecchi?» dice quasi meravigliato «Ma Miss Jhonson non ti aveva affidato l’articolo sulle panoramiche marine?»

Alza un sopracciglio e mi scruta curioso.

«Oh caz … ehm cavoli! E’ vero. Me ne ero completamente dimenticata.»

Dove diamine ho la testa ultimamente!

«Per questo avevo programmato di comporre un articolo sulle nostre spiagge, fare foto ai surfisti o ai bagnanti, qualcosa di un po’ più … vivo!» dice sorridendo.

Mi sento quasi irritata per la sua battuta ma anche imbarazzata per aver scelto un tema così stupido. Penserà che sono una di quelle ragazze solo concentrate sullo studio, che si chiudono in casa come fossero nonne!

«Oh! Va bene.» arrossisco un po’ «Dove avevi pensato di andare?»

Lui si ferma come incantato a fissare il rossore delle mie guance. Il che mi mette ancor più in imbarazzo, ma alla fine risponde:

«Ocean beach. Non è molto lontana, ma prima devo passare a casa per recuperare la macchina fotografica.»

«D’accordo!»

«Salta su!» Si posiziona il casco sulla testa e accende la moto.

E adesso come salgo su questo affare? Mi sento impacciata! Allaccio il mio casco sotto il mento e penso a come salire senza sembrare troppo goffa. Noah nota la mia esitazione.

«Guarda.» dice, puntando il dito su un piccolo pedale laterale in basso «Metti un piede lì e datti lo slancio, ti do una mano io.»

Faccio come dice. Poggio un piede sul pedale e mi dò uno slancio, ma istintivamente per non cadere, afferro subito la sua mano. Con un tonfo poco aggraziato, finalmente riesco a sedermi. Ma Noah non lascia andare la mia mano. Le nostre dita sono ancora intrecciate. Sento una forte scarica elettrica provenire dal calore della sua presa. Molto lentamente e con gli occhi di entrambi fissi ancora su quel contatto, facciamo scivolare i nostri palmi l’uno sull’altro, fino a staccarci.

E dopo un attimo di silenzio, partiamo. Noah si mette in strada e io ho già difficoltà nel mantenermi salda alla moto. Stringo con forza i lati della sella, ma quando lui più volte è costretto a frenare finisco per cadere con il petto sulla sua schiena. Il che è alquanto imbarazzante visto il contatto con quella parte del mio corpo. Dopo pochi minuti ci fermiamo davanti ad una piccola villetta a schiera con giardino. Spenta la moto scende e toglie il casco

«Aspettami qui due minuti, faccio in fretta.» dice, e si dirige verso la casa, ma non entra dalla porta principale bensì da un'entrata posizionata al lato dell’abitazione.

Mentre aspetto ne approfitto per guardarmi un po’ in giro. E’ una bella zona, non molto lontano dal mio appartamento, e considerando tutte le altre ville che ci sono in questa strada deve essere un quartiere di persone facoltose; non che mi interessi molto di soldi, ma questo spiegherebbe sia la moto, che sembra essere molto costosa, che l'abbigliamento di Noah, composto per lo più da capi firmati.

I miei pensieri vengono interrotti dal suo ritorno. Ha una piccola borsa a tracolla che presumo contenga la macchina fotografica, ma ha anche uno zainetto sulle spalle del cui contenuto non chiedo nulla; non voglio sembrare un’impicciona.

«Sono pronto, ora possiamo andare. Perdona l’attesa.» si posiziona sul davanti della sella mentre attende che io indietreggi per fargli posto.

«Non preoccuparti.» rispondo.

Si siede e fa ripartire il motore. Io mi preparo al breve viaggio, tornando a prendere la posizione di prima, ma Noah mentre con una mano tiene il manubrio, con l’altra attira a sé il mio braccio costringendomi a posare una mano sul suo fianco.

«Reggiti a me, sarà più sicuro.» dice come se avesse intuito le mie paure.

Incoraggiata dalle sue parole, faccio lo stesso con l’altra mano e stavolta il mio corpo è totalmente attaccato alla sua schiena. Finalmente ci dirigiamo sulla strada principale, e per tutto il tragitto riesco a sentire i muscoli del suo addome sotto i miei palmi. Una sensazione davvero piacevole che, mista al profumo di muschio che emana, mi inebria il cervello. La voglia di percorrere con le mie mani tutto il suo addome mi assale, ma mi costringo a restare ferma. Inutile dire l’effetto che ha su di me la vista delle sue spalle quando si contraggono a ogni spostamento che è costretto a fare con la sua Harley.

Finalmente questa piacevole tortura termina. Siamo arrivati alla spiaggia e nonostante il tempo mite, ci sono persone che fanno surf e che prendono il sole bevendo qualche birra. Dopo aver parcheggiato, lo seguo lungo il bagnasciuga fino ad arrivare a pochi metri dalla riva. Apre il suo zaino e tira fuori due teli da mare.

Ha pensato proprio a tutto!

«Ti eri già organizzato.» dico cercando di mascherare il mio stupore.

«No, in realtà sono tornato a casa non solo per la macchina ma anche per queste.» risponde indicando gli asciugamani che ha già sistemato sulla sabbia «Erano pronte in camera mia, ma non le ho portate con me stamattina perché temevo che non ti sarebbe piaciuta l’idea di venire in spiaggia.»

Si è davvero preoccupato per me... Ecco perché sembrava pensieroso e quasi a disagio dopo la mia proposta.

«E sarebbe stata una fatica portare tutto dietro se avessimo poi optato per la zona storica.» conclude.

Ok... Mi ha decisamente convinta. Guardando ora lo spettacolo dell'oceano che mi si propone davanti agli occhi penso che la mia fosse davvero un'idea stupida. Il cielo è di un magnifico colore azzurro, che si confonde con il colore dell’acqua.

Ci sediamo sui teli. Il sole è caldo e mi costringe a togliermi la felpa che indosso. Una volta sfilata, mi volto e noto che Noah fissa il piccolo strato di pelle che fuoriesce al di sopra dei pantaloni a vita bassa. Distoglie subito l’attenzione rivolgendo il suo sguardo all’oceano. Cerco di smorzare questa … tensione? Attrazione? Non so davvero cosa sia. Perciò tiro fuori il mio quaderno degli appunti.

«Allora, mettiamoci al lavoro!» esordisco.

«Nah! Non ancora.» ribatte «Parlami prima un po’ di te.» dice mentre ha lo sguardo ancora fisso davanti a sé.

«Come?»

«Sì insomma... cosa fai nella vita a parte lo studio. Dove sei nata... cose del genere.»

«Pensavo che fossimo venuti qui per lavorare e non per conversare.» sorrido.

«Non fare la secchiona.» dice in tono divertito.

«Cosa?» rispondo sbalordita «Non sono affatto una secchiona!»

Ma che faccia tosta! Sta per caso prendendomi in giro?

«Mi piace lo studio e non restare indietro con gli esami ma questo non fa di me una secchiona.»

Lui stavolta ride … ride davvero di gusto.

«Che faccia fai quando vieni stuzzicata!» dice ancora ridendo.

«Mi stavi provocando?»

La mia è più un’affermazione che una domanda.

«Dipende...» smette di ridere e stavolta mi guarda dritto negli occhi «Vorresti essere provocata?» la sua voce ora è un sussurro.

Ho un tonfo al cuore, e una percezione di calore si irradia nel mio ventre. Forse è solo colpa del sole ma sto iniziando a sudare. Non sentivo più queste sensazioni da molto tempo. Mi ero ripromessa di non provarle più e invece...

Per quasi tre anni ci sono riuscita. Non sono più la ragazza ingenua che ero un tempo. Ho imparato a guardarmi attorno, a capire i ragazzi che avevo davanti, senza lasciarmi andare.

E adesso è arrivato lui.

Non so quali poteri abbia questo ragazzo. Resto come ipnotizzata da ogni suo più stupido gesto. La vicinanza del suo corpo è come una calamita per il mio. Vorrei tornare a sfiorare i suoi addominali. Desidero quasi salire di nuovo su quella moto solo per poterlo fare ancora. Ma allo stesso tempo non vorrei andare via da questo posto.

Spero che alla sua domanda lui non si aspetti una mia risposta. Cerco di evitare i suoi occhi rivolgendo lo sguardo altrove.

«E poi perché dovrei darti così tante notizie... per quanto ne so potresti essere anche uno stalker.» ironizzo, cercando di superare l’imbarazzo e di calmare il rossore delle mie guance.

«Questo però non ti ha frenato a venire con me oggi.»

«Non ho avuto altra scelta, ti sei offerto e Miss Jhonson ha accettato, non potevo di certo rifiutarmi!»

Neppure l’avrei voluto a dirla tutta.

«L’insegnante ti ha messo proprio alle strette eh?»

Il suo sorriso sghembo mi fa rabbrividire.

«Già.»

Torniamo a fare silenzio restando tuttavia a fissarci. Questa situazione mi sta uccidendo. Noah mi scruta come se volesse mettere a nudo i miei pensieri, per cui decido di soddisfare la sua curiosità.

«Sono di Los Angeles» confesso mentre osservo due surfisti cercare di cavalcare le onde «I miei genitori vivono lì, ma io mi sono trasferita a San Diego per frequentare il college. Vivo con la mia coinquilina Erika che ormai è diventata la mia migliore amica. Il palazzo dove vivo lo conosci, e non ho hobby, a parte correre ogni tanto. Soddisfatto?»

Torno a guardarlo e mi sorprendo ancora una volta ad ammirare la sua bellezza.

«Direi di sì.»

Fa una lunga pausa e poi riprende il suo interrogatorio.

«E chi era quel … ragazzo seduto accanto a te, durante il corso di giornalismo?» chiede in tono piatto mentre guarda davanti a sé nel vuoto «Il tuo fidanzato?»

A questo voleva arrivare? Direi che adesso sembra quasi essere un po’ preoccupato, ma forse mi sbaglio e sono solo vittima di un’ illusione.

«No, per niente, è solo un amico.» rispondo «Ma adesso dimmi di te. È il tuo turno.»

Mi metto a sedere comoda sul telo, curiosa di sapere qualcosa in più su di lui.

«Non c’è molto da dire.»

«Eh no, così non vale. Mi hai fatto il terzo grado, adesso sta a te parlare.»

Incrocio le braccia in attesa.

Noah, poggiato ancora sui gomiti, mi guarda con un sorriso divertito ma poi si accorge che le braccia incrociate sotto il mio petto hanno creato un maggiore rigonfiamento ai miei seni e il sorriso svanisce. Cerca di distrarsi sdraiandosi completamente e poggiando le mani sotto la testa con il viso rivolto verso l’alto. Il fatto che guardi il mio corpo senza nasconderlo dovrebbe darmi fastidio e invece non è quella la sensazione che provo.

«Io sono nato a San Diego, studio e saltuariamente faccio qualche lavoretto come fotografo.»

«Lo fai perché ti piace la fotografia o perché aiuta a mantenerti gli studi?»

È una domanda di cui conosco già la risposta visto che ho appurato coi miei occhi che a Noah i soldi non mancano, ma non voglio dare l’idea di una persona che presta attenzione solo alle cose materiali. In realtà mentre parliamo la mia concentrazione è rivolta ai muscoli tesi delle sue braccia nude. Osservandolo dall’alto riesco ancor meglio a intravedere, nonostante i vestiti, la linea che parte dai fianchi e risale lungo le braccia.

«No, non avrei neppure bisogno di lavorare in realtà, ma adoro la fotografia. È come se per un istante la realtà si fermasse. Immobile. E la si può osservare così come appare attraverso uno scatto.» Sembra del tutto assorto nei suoi pensieri mentre parla. «Si può fermare l’attimo e per quanto il tempo possa cambiare le persone o le cose, ti resterà per sempre il ricordo di ciò che erano.»

Resto davvero colpita da questa sua introspezione.

«E vivi con i tuoi genitori?»

Lui sembra accigliarsi e tornare dal mondo dei suoi pensieri a quello della realtà.

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