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Il badante
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E-book125 pagine1 ora

Il badante

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Info su questo ebook

Edmondo Cipolla vive da sempre in compagnia di sua madre, chiamata da tutti la Bersagliera per i suoi trascorsi militari, in un immaginario e minuscolo paesino di montagna, Virillo, abitato da un pugno di anime. L’uomo conduce un’esistenza “scioperata” grazie ai soldi della pensione della Bersagliera, dedicandosi solo allo studio e ai suoi tanti svaghi “particolari”, finché un giorno non è costretto a trasformarsi in badante, a causa delle cattive condizioni di salute della madre. Nonostante non sia abituato al lavoro, Edmondo si rivela all’altezza anche se la sua esistenza cambia radicalmente, finché una tragedia improvvisa non lo pone con le spalle al muro.
Costretto perciò a una drammatica scelta, il badante si troverà invischiato in un’avventura surreale dal finale davvero imprevedibile.
Dopo “La ragazza di Venezia”, ecco una nuova fiaba moderna sul difficile rapporto intergenerazionale e sulla mancanza di lavoro nel nostro Paese.
Con la speranza immutata di un domani migliore.

LinguaItaliano
Data di uscita29 ott 2015
Il badante
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Autore

Quelli di ZEd

Quelli di ZEd è il Gruppo composto dallo Staff, dagli Autori, dai Collaboratori e dai Lettori delle edizioni Zerounoundici. Quelli di ZEd comprende numerose iniziative, fra le quali: ZEd Lab: un laboratorio creativo mondiale per la collaborazione a progetti comuni di scrittori, traduttori e fumettisti di tutto il mondo. ZEd Mundi: un particolare Gioco di Ruolo basato sulla scrittura e sui fumetti, con interazione collettiva in qualunque lingua.

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    Anteprima del libro

    Il badante - Quelli di ZEd

    Simone Scala

    IL BADANTE

    www.0111edizioni.com

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    www.quellidized.it/

    www.facebook.com/groups/quellidized/

    Il badante

    Copyright © 2014 Zerounoundici Edizioni

    ISBN: 978-88-6307-921-0

    Copertina: Immagine Shutterstock.com

    Questo romanzo è opera di fantasia. Ogni eventuale riferimento a luoghi o persone realmente esistiti o esistenti è puramente casuale.

    A mia moglie.

    Solo nei sogni siamo veramente liberi. Il resto del tempo abbiamo bisogno di un salario.

    TERRY PRATCHETT

    Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca. Sei la canticchiante e danzante merda del mondo!

    TYLER DURDEN, Fight Club.

    Start

    A Virillo lo conoscevano tutti. Era nato lì. Da cinquantadue anni non si era mai allontanato.

    O quasi.

    Quattro case abbarbicate alle pendici del monte Carpione, bianco latte d’inverno e verde raganella d’estate, cima compresa. Ogni tanto - ma di solito nella stagione estiva - capitava pure qualche turista che, fra una foto e l’altra, si guardava intorno e si chiedeva come accidenti si potesse vivere in un posto simile. Poi magari si sedeva a uno dei tavolini bianchi di Matunde e imprecava per il caldo. Beveva se aveva sete, si riposava, fumava se voleva fumare e alla fine se la svignava. Era un’equazione matematica.

    Invece per Edmondo Cipolla quel luogo era tutto e Virillo rappresentava il mondo, l’universo, l’ultimo orizzonte e il confine estremo.

    In verità la grande città, la metropoli, lui l’aveva anche conosciuta, perché una volta era stato a Parigi. Ma fin dal primo istante in cui si era ritrovato nelle fauci di una linea del metrò con un ragazzo sbronzo accanto, sommerso da tanfi di piedi, aliti pesanti, uova marce, nicotina e stipato come se fosse una sardina, aveva detestato Parigi e gli era apparsa nella mente sudata come il corpo l’immagine di Virillo: trecento abitanti, solitari e puliti. Puliti e solitari. Almeno la stragrande maggioranza.

    Per giunta a Parigi non si arrivava mai, per andare da un punto all’altro occorreva un sacco di tempo. Regnava il caos, la vita costava un occhio della testa.

    Insomma l’esperienza cittadina era stata traumatica e dal giorno dei tanfi e della trasformazione in sardina aveva deciso di non rimetterci più piede.

    Molti anni erano trascorsi e il signor Cipolla aveva mantenuto la promessa.

    Era stato in altri luoghi, conosciuto qualche altro spicchio di mondo ma sempre per periodi molto brevi, aveva respirato con il suo nasone storto l’aria di altre località (non troppo lontane da Virillo però) tuttavia in una metropoli non era più tornato.

    Mai.

    E pensare che a Parigi voleva trovare lavoro, dare una svolta, sbarcare il lunario…

    Il lavoro già, quanto entusiasmo a quel tempo, quanta forza di spirito!

    Perché bisognava lottare, diventare qualcuno e avere la grana. Che non dava la felicità però aiutava.

    Homo faber fortunae suae.

    Adesso sapeva che si diceva così; all’epoca, ignorante com’era, non conosceva il latino, ma possedeva l’energia e le illusioni tipiche della gioventù.

    Stravolgere il mondo e raggiungere il successo. Ricco e con molta gente intorno.

    Causa ed effetto, azione e reazione, fatica e impegno.

    Merito.

    Più dolce del miele.

    Merito.

    Fantasmagorico come una Testarossa.

    Merito.

    Gustoso quanto un piatto di sushi anche se lui non aveva mai mangiato il sushi.

    E una grande dose di culo, naturalmente.

    Dogmi solenni del suo ottimismo. Fede cieca nella vittoria e in Parigi che valeva molto più di una messa. Lui ci credeva, oh se ci credeva…

    Nonostante le disfatte scolastiche, nonostante il fallimento del suo primo lavoro in Italia dopo l’interruzione degli studi.

    Fabbro.

    Per pochi anni era stato questo. Alle dirette dipendenze di Norberto, spilorcio lungagnone e gran puttaniere nonché suo capo. In quella topaia di merda piena di calendari di donne nude appesi alle pareti, con due piccoli rettangoli che lo stronzo si azzardava a chiamare finestre. Non c’era mai il ricambio d’aria giusto. Lui non faceva che respirare fumo e polvere in continuazione, imprecava e moriva di caldo. Per quattro spiccioli, poco fuori Virillo, in nero. Un posto talmente brutto da sembrare la succursale dell’Inferno sulla Terra. Alla fine, però, la sua soddisfazione se l’era presa, lo aveva derubato ed era scappato via.

    Incidente di percorso, tutto qui. Era agli inizi, giovane, inesperto, poteva capitare.

    Il suo ottimismo non era stato per nulla intaccato. Troppo presto. Era ancora troppo presto per rinunciare al merito e ai sogni di gloria.

    Aveva persino cercato di convincere il ragazzo sbronzo del metrò. Un cinese, occhi da insetto e capelli più scuri della pece, abbastanza tarchiato, indossava jeans strappati e una maglietta Adidas fuxia piuttosto sporca, se non ricordava male. Pareva molto giovane, ogni tanto apriva gli occhi e ruttava. Erano quelli i momenti in cui lui attaccava bottone e pazienza se quello non capiva l’italiano tanto il concetto era universale.

    «Mettiamo che tu possiedi un cane, che so… un bassotto nano, per esempio. Cinque anni, nero focato, di nome Gluck. E mettiamo che un bel giorno, all’improvviso, il tuo grazioso amico non cammini più. Zampe posteriori paralizzate per colpa di un’ernia alla spina dorsale. Ti chiedi come sia possibile… che cazzo sia successo… lo hai sempre trattato come un re, lo hai rimpinzato, viziato ma l’ernia è venuta lo stesso e adesso hai davanti a te tre possibilità: lo tieni così com’è - magari gli compri un carrellino e chi se ne frega - oppure lo uccidi perché tanto è inutile farlo vivere in questo modo e insomma viva l’eutanasia oppure…» a questo punto si era fermato per riprendere fiato e per la suspense, «oppure prendi la macchina, fai più di cento chilometri e lo fai operare. Spendi una bella sommetta in una clinica veterinaria poi lo riporti a casa. Cosa scegli? Dov’è il merito?»

    Il cinese intanto aveva richiuso gli occhi.

    «Te lo dico io dov’è il merito…» continuava lui, «è nella terza possibilità naturalmente, è in quella più rischiosa e costosa, ma tu hai le palle e ti butti, tu agisci perché non ami i compromessi e le mezze misure. O quel cavolo di bassotto cammina o cammina. Non ci sono alternative e al diavolo i soldi. Adesso, però, c’è bisogno anche di una cuccia nuova perché sul divano non può più salire e allora riprendi la macchina, ti sorbisci altri sessanta chilometri e gli compri - anzi ti fai costruire su misura - una cuccia modello deluxe con le sbarre in metallo, spaziosa, confortevole e alta che riempi di coperte, cuscini e senza il tetto perché altrimenti sa troppo di galera. Bene. Benissimo. Hai fatto la cosa giusta. Hai risolto il problema, il bassotto è tornato a camminare e ad alzare la zampetta posteriore per la pipì. Il bassotto è di nuovo felice e contento. Soprattutto TU sei felice e contento. Merito. Merito. Il merito è del merito e scusa il giro di parole. Merito tuo, ovviamente. Ti sei impegnato, dato da fare, non hai perso tempo e hai speso abbastanza grana. Hai trionfato, hai fatto tutto quello che potevi e non è poco» nuova pausa, si guarda intorno, riparte. «Godere il tuo cane. Adesso. Puoi. Rifarlo. E pazienza se magari domani o fra una settimana o fra tre anni morirà sotto una macchina o sopra una bassottina in calore o per un’overdose di wurstel al salmone… tu non sei Dio, non puoi prevedere il futuro. Oggi però hai fatto il tuo dovere, sei stato meritevole!»

    Nuovo rutto del cinese, occhi sgranati.

    «Ehi amico, mi ascolti?»

    Un grugnito. Due grugniti. Molto rumorosi. Occhi chiusi. Occhi aperti ma sempre più stravolti. Filo di bava alla bocca, parole incomprensibili, forse una bestemmia e uno sguardo in cagnesco che lo costringe a tacere. Cipolla chiude gli occhi, aspetta la sua fermata. Non ne può più, il tizio è un idiota. Uno scemo. Inutile cercare di fargli capire la nobiltà del merito e dell’impegno personale. La strada del successo non è per questo ceffo anche se la parabola del bassotto era perfetta. Finalmente Piazza d’Italia, è arrivato al suo albergo. Scansa il cinese, scende, si perde fra la folla metropolitana e chi si è visto si è visto.

    La strada del successo…

    Ma gli eventi in seguito sono andati in maniera ben diversa.

    Soggiorno a Parigi brevissimo nonostante l’ottimismo. Fallimento. Perché non sapeva il francese, perché aveva un curriculum scolastico disastroso e perché i colloqui di lavoro erano gestiti da energumeni in giacca e cravatta con la puzza sotto il naso. Perciò ritorno all’ovile. Davanti ai calendari delle donne nude aveva cercato di farsi riassumere da Norberto ma non c’era stato verso. Già era tanto che non lo avesse denunciato per il furto dei soldi, gli disse mandandolo via. Cercate quindi vanamente altre occupazioni, Cipolla si era ridotto a tirare l’aratro per un contadino suo conoscente, al posto del vecchio bue morto di morbillo.

    L’aratro in ogni caso era durato poco. Troppa fatica, le pedate e gli insulti del villico non li sopportava proprio. Il campo poi era un rettangolone immenso e lui non ce la faceva ad andare più veloce. Una volta, c’era una nebbia che non si vedeva al di là

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