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ABCdiario di lingua e mitologia urbana

ABCdiario di lingua e mitologia urbana

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ABCdiario di lingua e mitologia urbana

Lunghezza:
110 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
Mar 31, 2014
ISBN:
9788889831403
Formato:
Libro

Descrizione

"ABCdiario di lingua e mitologia urbana" torna in versione aggiornata e corretta (e naturalmente in digitale).
Il libro si presenta in forma di dizionario e sulla scia dell’alfabeto racconta l’immaginario dei giovani cominciando dalle parole: tra improbabili avventure, esilaranti sceneggiate, tipi bizzarri ed esclamazioni irriverenti, questo spassoso inventario, a metà tra il divertissement e l’indagine linguistica, interpreta in modo originale e inedito il piacere giovanile di scherzare con la lingua e la seriosità degli adulti.
"ABCdiario di lingua e mitologia urbana" è un libro di Loris Righetto in collaborazione con Massimiliano Maestrello, Marco Lauri, Marco Aurelio Moro, Stefano Verziaggi, Melanie Scandolari, Daniele Francaviglia, Filippo Franchetto, Monica Dolci, Rubina Valli, Paolo Zattara, Luigi Delle Carbonare. La prima versione era uscita per Zandegù in cartaceo nel 2008, col titolo di "ABCdiario, parole che vale la pena di usare almeno una volta nella vita".
Editore:
Pubblicato:
Mar 31, 2014
ISBN:
9788889831403
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

ABCdiario di lingua e mitologia urbana - AA. VV.

© 2014 Zandegù di Marianna Martino

ISBN 978-88-89831-40-3

Copertina di Davide Canesi

La foto ritraente Karl Marx è libera da copyright ed è di dominio pubblico.

www.zandegu.it

info@zandegu.it

facebook.com/zandegu

@Zandegueditore

instagram.com/zandegueditore/

ABCdiario

di lingua e mitologia urbana

un libro di Loris Righetto

in collaborazione con Massimiliano Maestrello, Marco Lauri, Marco Aurelio Moro,

Stefano Verziaggi, Melanie Scandolari, Daniele Francaviglia, Filippo Franchetto,

Monica Dolci, Rubina Valli, Paolo Zattara, Luigi Delle Carbonare

[Zandegù]

Indice Contenuti

ABCdiario

Notizie dell’autore

Bibliografia ragionevole

Indice Voci

L’ideatore

A

A nastro! Avverbio di importanza capitale nei linguaggi giovanili a cavallo tra il Ventesimo e Ventunesimo secolo; si usa per sottolineare la velocità, la quantità e il ritmo con cui avviene un’azione (X: «Ma quante ne spara oggi il prof?» Y: «A nastro»). L’espressione, vuole un’etimologia popolare, nasce in analogia con il nastro della catena di montaggio. Come tutti sanno, l’introduzione nell’Ottocento di tale macchinario costrinse i lavoratori a ritmi tanto disumani che, secondo il filosofo e politologo Karl Marx, la classe operaia prima o poi si sarebbe ribellata, cambiando il corso della Storia. È celebre, a questo proposito, l’esortazione che chiude Il Manifesto del Partito Comunista: «Proletari di tutto il mondo, unitevi a nastro!». (Nella foto, Karl Marx con barba e capelli ‘a nastro’.)

A stecca! Si utilizza prevalentemente nel periodo delle scuole elementari. In questi anni, infatti, ci si trova di fronte ai primi sistemi di misurazione che, posti in ordine gerarchico, sono: righello (lunghezza variabile tra i 10 e i 20 cm); squadra (lunghezza che si aggira attorno ai 20-25 cm, ma ingombro maggiore); stecca (ovvero riga da 50 cm). Considerato che l’altezza media di un alunno dei primi anni delle elementari è di poco superiore al doppio di quella di una stecca, è facile capire come questa misura sia considerata ragguardevole e, di conseguenza, adatta a descrivere situazioni decimetricamente notevoli. ~ ALUNNO A: «Hai studiato gli Ittiti sul sussidiario?» ALUNNO B: «A stecca!»

Arrognante. Oltrepassata la soglia del Nuovo Millennio, si pensava che l’arroganza immotivata fosse una malattia ormai estinta. Oggi tiene il mondo con il fiato sospeso la scoperta che, dopo essere penetrato in un organismo umano affetto da ignoranza, i due ceppi si sarebbero combinati, dando origine a un ibrido letale: l’arrognanza. Chi ne è affetto mostra la tendenza a urlare in pubblico e a esprimere le proprie idee servendosi di modi verbali sbagliati e, a coloro che glielo fanno notare, risponde con frasi come: «Si capisce lo stesso quello che volevo dire», «Non cambiare discorso» o «Eh?». Gli studi epidemiologici confermano che la malattia intacca soprattutto la facoltà della scrittura che nei contagiati risulta sempre semplificata: oltre alle lettere straniere, sostituite con quelle dell’alfabeto italiano più simili a livello sonoro, manca completamente della lettera h. Il rischio pandemia non è escluso. ~ C’è stato un momento, non so se ve lo ricordate, in cui la connessione Internet sul pc di casa era ancora una rarità, qualcosa che soltanto pochi potevano permettersi. Non è stato un caso che proprio allora, nei bar, sono comparsi i computer a gettoni, con i quali ci si poteva collegare alla rete. Uno di quei computer è arrivato anche al bar del mio paese. Inserite le monete, la schermata iniziale proponeva subito dei link a un bel po’ di chat room dal nome ambiguo, che lasciavano intendere l’esistenza, dall’altra parte dello schermo, di donne disponibilissime. Inutile dire che il Fao ci credeva e, ogni giorno, dopo il lavoro, passava la sua brava oretta in chat a importunare tutte le ragazze online. E quando si metteva in postazione, alle sue spalle si creava il ventaglio di curiosi che volevano assistere alle sue mosse. Quella sera il Fao sceglie dalla lista una certa Monellina e le scrive: «Quanti anni ài», proprio così, senz’acca e con l’accento sulla a. Noi guardiamo prima lo schermo, poi il Fao, il quale non sembra avere intenzione di correggere. Nessuno interviene e qualche secondo dopo, visto che Monellina non risponde, il Fao la incalza sulla tastiera: «Io ò ventisette anni», proprio come prima, senz’acca e con l’accento sulla o. Allora il Barto non resiste e, buttandola sullo scherzo, gli dice: «Dai, Fao, però, se scrivi ò ventisette anni, così, con l’accento sulla o, ci credo che non ti risponde!». Il Fao prima guarda lui, poi guarda le parole sullo schermo, poi guarda di nuovo il Barto e, con l’espressione più seria che gli abbia mai visto, dice: «Spiegami un attimo. Secondo te cosa dovevo scrivere: "Io è ventisette anni?"». Il Barto deglutisce appena e siccome nessuno dice niente il Fao guarda noi – a uno a uno, lentamente, negli occhi, scuotendo la testa – poi torna a concentrarsi sul Barto. «Vecchio» gli dice, «ma sei ignorante?».

Avvoltoio. Uccello rapace della famiglia degli aquilidi, con capo nudo e collare alla base del collo, che durante gli happy hour cala sul buffet e non molla prima di aver divorato anche le briciole. ~ BARISTA (agitando le mani): «Via via! Sciò! Tornatevene in aula studio, maledetti studenti fuoricorso!» AVVOLTOÎ: «Hiii! Graak! Graak!» BARISTA: «Bestiacce! Vengono qui, si mangiano pure gli avanzi e non ordinano neanche una gazzosa».

B

Baccagliare. Tra i molti sinonimi di rimorchiare, questa voce famosa a Nord-Ovest della nazione si fa preferire perché, dopo lunghi e minuziosi scervellamenti, si è giunti a ritenere che il termine derivi da Baccanale, nota festività romana dedicata al dio Bacco e consistente, perciò, in spassosissime orge. ~ Ieri sera sono andata all’Hollywood e non ho baccagliato nemmeno una poltrona.

Balla. Nel gergo infantile indica qualsiasi oggetto di forma sferica. Nell’eloquio informale, le comuni bugie. Nel dialetto di certe lande dell’Italia, invece, dall’età difficile in poi, tale parola è associata alla sbronza. Tradizionalmente, presso gli adolescenti, la prima balla è un po’ come il primo ballo: un rito di passaggio dall’esito ridicolo, che più tardi si racconta col tono ironico e il sopracciglio inarcato della sopraggiunta consapevolezza. ~ Si è soliti dire, quando si fanno cazzate, di essere stati obbligati dagli altri o dalle circostanze. Io, invece, dirò che dovevo farlo e basta. Riassumo. Ilaria e io sborsiamo una bella cifra per una festa di Capodanno organizzata. Arriviamo addobbate a puntino: ricordo il mio vestito nuovo nuovo, corto corto, e la passera che mi si gela appena scesa dall’auto di papà. La festa è sotto uno di quei tendoni che si usano per le sagre, con le file di tavoli, le panchine, la pista da ballo e, dietro il banco ristoro, le cucine. C’è casino, tanto che io e Ilaria non riusciamo a sentirci e dobbiamo parlare a gesti, spintarelle, ammiccamenti. Dopo una perlustrazione della zona, il banco ristoro si rivela deludente. Se sborsi dei soldi, ti aspetti cibo e bevande di conseguenza. Lì, invece, solo patatine fritte e panini farciti con mattonelle di mortadella. Ilaria e io cominciamo a pensare di aver investito bene i nostri soldi, invece, ispezionando la situazione alcolici. Ci basta sentire il buffo nome di certi pasticcini, «capezzoli di Venere», per diventare habituées del bancone: «Scusa? Me ne dai altri due? Anzi... facciamo quattro, già che ci sei...». La cosa che non ci dicono, o forse ce la dicono, ma le nostre orecchie di tredicenni non colgono la portata dell’avvertimento, è che i famigerati «capezzoli di Venere» sono delle bombe alcoliche, inzuppate nel cognac. Per mandare giù il boccone, poi, decidiamo di recuperare qualcosa da bere e così facciamo la conoscenza di un cameriere compiacente, che ci versa questa fantastica cosa

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