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Reincarnazione: Una vita, un destino

Reincarnazione: Una vita, un destino

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Reincarnazione: Una vita, un destino

Lunghezza:
360 pagine
4 ore
Pubblicato:
18 feb 2014
ISBN:
9788863652413
Formato:
Libro

Descrizione

Una vita senza un obiettivo o una fede è vuota e incerta: la teoria della reincarnazione dà un senso a tutte le nostre esperienze e soprattutto al dolore, che acquista un significato di crescita, affinamento ed evoluzione.
Noi siamo quello che abbiamo pensato o vissuto in questa o in altre vite: secondo la teoria della rinascita, basata sulla legge di causa-effetto, tutto ciò che ci capita, ogni incontro, ogni paura, ogni conflitto, ogni relazione ha la sua origine in un passato lontano, e cioè in una delle nostre esistenze precedenti.
Per l’anima – e per l’inconscio – non c’è il tempo, ma un eterno presente, dove coesistono tutte le nostre esperienze. L’autrice, ipnologa e ricercatrice spirituale, che da oltre trent’anni pratica la regressione ipnotica, affronta in questo libro le tematiche più affascinanti del karma attraverso le storie intriganti
emerse durante il suo percorso di ricerca, che ci mostrano come la regressione sia un’esperienza che permette di scaricare le tensioni e i conflitti, di risolvere le paure, soprattutto quella della morte, per affrontare la vita e le difficoltà con una visione più ampia e propositiva.
Pubblicato:
18 feb 2014
ISBN:
9788863652413
Formato:
Libro

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Reincarnazione - Manuela Pompas

futuro.

1. SCIENZA E FEDE DI FRONTE ALLA REINCARNAZIONE

La scienza è un mulino lento a macinare

Albert Einstein

Oltre trent’anni fa mi recai a intervistare Diego Napolitani, famoso psicanalista milanese, che aveva introdotto a Milano la terapia di gruppo. Alla fine dell’intervista, spinta dall’entusiasmo tipico dei neofiti – che credendo appassionatamente in ciò che fanno vogliono convincere tutti quelli che incontrano – gli parlai della regressione nelle vite precedenti che avevo iniziato a praticare da poco. Non so niente di questa ipotesi. Per me Freud, disse, indicandomi una biblioteca che occupava tutta la parete, piena solo dei volumi dello psicoanalista viennese è un intero universo, che riempie tutta la mia vita. Tuttavia, se questa tecnica funziona non vedo perché non si debba utilizzare. Mi spronò a continuare nella mia ricerca ed io gli fui riconoscente per la sua intelligenza e la sua apertura mentale.

Altri erano stati con me molto più rigidi, negando quasi scandalizzati il mondo che mi si stava aprendo davanti in quegli anni, definito con un termine improprio paranormale. Il mondo anglosassone usa invece "psychic", psichico, cioè legato all’anima, e in effetti io stessa l’ho vissuto come la possibilità di entrare in contatto con la propria anima e con quella di chi ci aveva lasciato.

Non esistono gli spiriti, né si può parlare con i morti, sentenziò un analista freudiano durante una discussione tra amici. Quello che viene preso come una guida durante le sedute medianiche non è altro che la proiezione della figura paterna.

Certo, può essere: ma come spieghi il tavolo che si alza da solo durante le sedute, il bicchiere che gira a una velocità impressionante o le materializzazioni di cui parlano gli spiritisti, un fenomeno che io stessa ho potuto constatare?, obiettai.

In nessun modo, replicò, imbarazzato. Freud proibisce di affrontare questi argomenti. Poiché eravamo in un contesto amichevole, tutto finì con una risata. Tuttavia questo dialogo mi rimase impresso nella mente, perché era emblematico di una reazione molto diffusa, tipica di chi rifiuta a priori ciò che non conosce: ognuno di noi vede come reale solo ciò che ha sperimentato o che ha compreso, ed esclude tutto il resto, soprattutto ciò che non capisce o che gli fa paura.

Questa dinamica è ben evidenziata in un filmato esplicativo che ho visto mentre frequentavo l’Università di Psicologia alla Bicocca di Milano il quale si trova in inglese anche su You tube: (http://www.youtube.com/watch?v=vJG698U2Mvo&feature=player_embedded). Si vedono sei ragazzi che giocano a palla in un piccolo locale, alcuni con la maglietta bianca e altri in nero. Gli studenti vengono invitati a contare quante volte il pallone passa nelle mani dei ragazzi con la t-shirt bianca. In un altro filmato i ragazzi sono otto e giocano con due palle: e di nuovo ci è stato chiesto di contare il numero dei passaggi. Alla fine ognuno dà la sua soluzione e il prof chiede: Avete visto qualcosa di strano? Ma nessuno aveva notato niente di particolare. Allora è stato proiettato di nuovo il filmato, ma dovevamo solo guardare, senza più contare. E tra le risate generali, abbiamo visto in entrambi gli spezzoni uno scimpanzé alto come i ragazzi (o meglio, un uomo travestito da scimpanzé), che entra nella stanza, si guarda intorno e poi esce. L’esperimento è legato alla percezione ottica: serve a dimostrare che se guardiamo in un certo modo c’è una zona dell’occhio (la fovea) che è oscurata, non vede. Ma è anche la dimostrazione che vediamo solo ciò che ci aspettiamo di vedere. Alla fine al docente scappò una battuta: Questo filmato dimostra anche che non esistono i fantasmi. E io, provocatoria: Questo filmato dimostra proprio che non vogliamo vedere i fantasmi!

Qualcosa di simile è accaduto in un filmato sui dischi volanti di Antonio Urzi girato a Milano in piazza della Scala: si vedono centinaia di flottillas (per gli ufologi sarebbero sonde telemetriche di astronavi madri, che raccolgono informazioni) che escono da una sfera bianca nel cielo terso. Arriva la Rai a riprendere questi UFO, mentre nessuno per strada alza gli occhi. Tutti continuano a camminare come se niente fosse, presi dai propri pensieri e dalla fretta che caratterizza la vita in città.

Spesso la reazione di negazione diventa ancora più forte di fronte al mistero, che a volte evoca le nostre ombre più recondite, le nostre paure; la mente razionale rifiuta di prendere in considerazione quanto contrasta con ciò che ci è stato insegnato o che mette in dubbio dogmi e certezze. Invece non neghiamo l’esistenza dei sentimenti o di elettroni e universi paralleli, anche se sono ugualmente invisibili, solo perché vengono studiati dalla psicologia o dalla fisica.

E se nel caso del mio amico psicoanalista la contestazione era stata amichevole, ben di peggio può accadere andando da uno psichiatra per raccontargli, spaventati da un’esperienza inquietante e straordinaria, di vedere delle presenze o di percepire delle voci: il più delle volte verrà fatta una diagnosi di psicosi e ci si vedrà prescrivere psicofarmaci e tranquillanti, che addormentano la coscienza perché smetta finalmente di vedere e di sentire. Qualche volta accade anche di peggio. Un mio amico, che da bambino aveva avuto un black-out (in realtà era uscito dal corpo, entrando in uno stato modificato di coscienza) in cui aveva visto esseri alieni intorno a lui, era stato addirittura sottoposto all’elettrochoc dallo psichiatra da cui l’aveva portato la madre la quale, non avendo nessuna cultura psico-spirituale, si era terribilmente spaventata temendo una forma di follia. Ma un elettrochoc a un bambino! Per fortuna è sopraggiunta una malattia esantematica, che l’ha preservato dal proseguire una cura violenta di cui non aveva bisogno.

Certo, a volte occorre intervenire con la farmacologia: se una persona è realmente dissociata e vive fuori dalla realtà, se diventa pericolosa per sé o per gli altri o proietta all’esterno i suoi fantasmi interiori (che in questo caso sono allucinazioni e non visioni), se è incapace di distinguere tra reale e irreale, allora deve essere aiutata a ritrovare il suo equilibrio, nei casi più gravi anche con i farmaci.

Insomma, non tutti coloro che vedono ombre o sentono voci sono schizofrenici: al contrario, spesso sono sensitivi o medium potenziali, persone che stanno aprendosi spontaneamente al mondo dell’invisibile. Tuttavia, poiché non comprendono o non sanno gestire ciò che accade, entrano in uno stato di confusione e di ansia, oppure, più semplicemente, raccontano le loro esperienze in modo concitato, poco chiaro.

Penso che sia tempo che, come accade negli Stati Uniti, anche il mondo medico – e soprattutto gli psichiatri e gli psicoterapeuti – approfondisca le tematiche dello spirito, senza più rifugiarsi dietro una corazza professionale (forse per paura della propria Ombra personale) quando si parla di fantasmi o di vite passate, racconti che spesso vengono messi sullo stesso piano delle fantasie e dei sogni, opera di un inconscio incontrollato.

Tante volte ho sentito affermare in questi anni che il bisogno del magico insorge quando una persona è insicura, ansiosa, frustrata: quindi si inventerebbe un mondo fantastico, compensatorio, che gli permetta di sfuggire la realtà e di devolvere le proprie responsabilità. Ma chi nega queste esperienze esclude a priori un mondo che ormai in alcuni Stati, come l’America e persino la Russia, è diventato materia di studio all’università.

A proposito di reincarnazione, Jung* affermava che se un numero ingente di persone crede nella reincarnazione, questa esiste come realtà, per lo meno sul piano psichico. La rinascita è un processo non osservabile in nessun modo: non lo possiamo misurare, ponderare o fotografare. Abbiamo a che fare con una realtà puramente psichica trasmessa solo indirettamente attraverso testimonianze. E ancora: Il fatto che gli uomini parlino di rinascita e che, soprattutto, un tale concetto esista, significa che esiste anche uno stato di fatto psichico che si designa con questo termine.

LA PAURA DEL MAGICO

Certo, la paura del magico è comprensibile non solo a causa di tanti truffatori che si spacciano per sensitivi, ma anche per la nostra eredità storica. Non dobbiamo dimenticare che portiamo dentro di noi il condizionamento e la paura creata da settecento anni d’Inquisizione e da un successivo secolo di materialismo, che hanno sicuramente lasciato una traccia nella memoria genetica. Forse, in passato, sono stati bruciati sul rogo molti sensitivi attuali, coinvolgendo molti di quelli che oggi rifiutano con ostinazione tutto il mondo esoterico. Tuttavia il paranormale non è una forma di oscurantismo medievale, come pretende qualcuno, ma lo studio di capacità non ancora scientificamente spiegabili. I cosiddetti sensitivi sono semplicemente degli individui che hanno attivato alcune zone cerebrali, ancora silenti nella maggior parte delle persone. Potremmo anche dire che le capacità psichiche sono facoltà della mente o della coscienza, che si risvegliano lungo il cammino dell’evoluzione.

Il filosofo e Premio Nobel Henri Bergson affermava che il risveglio della coscienza è tanto più completo quanto è più ampia la scelta concessa all’individuo; ma anche se lo sviluppo della coscienza sembra dipendere da quello dei suoi centri nervosi, non per questo essa deriva dal cervello, L’uno e l’altro si corrispondono, afferma perché egualmente misurano, l’uno con la complessità della sua struttura, l’altro con l’intensità del suo risveglio, la quantità di scelta di cui un dato vivente dispone.

Secondo un altro premio Nobel, il chimico Manfred Eigen, l’evoluzione di una persona è proporzionale alla quantità delle informazioni gestite da un individuo.

La psichiatria e la psicologia accademiche si servono di un modello che si limita a prendere in considerazione la biologia, la biografia postnatale e l’inconscio individuale freudiano, scrive Stanislav Grof*, il pioniere della psicologia transpersonale, che combina psicologia e spiritualità, approfondendo lo studio dei vari livelli di coscienza. Ma per spiegare tutti fenomeni olotropici – che lui ottiene con la respirazione, utilizzata come strumento per indurre stati modificati di coscienza – dobbiamo rivedere completamente la nostra comprensione della psiche umana. Occorre cioè tener conto anche delle esperienze perinatali e transpersonali, dice, che comprendono le memorie ancestrali, razziali, collettive e filogenetiche, le esperienze karmiche e le dinamiche archetipiche. La psicologia transpersonale per la verità considera anche i fenomeni della sopravvivenza, tra cui le esperienze extracorporee (Oobe), quelle di premorte (NDE) e la comunicazione con altre dimensioni.

Da qualche anno l’atteggiamento di rifiuto sta incominciando a cambiare. Del resto già da un secolo vi sono i segni, se pur ignorati dalla maggioranza, di una rivoluzione in atto, dovuta alle nuove straordinarie conoscenze che riguardano tanto la costituzione psicofisica dell’uomo quanto l’intero universo. Nuove frontiere si sono aperte con gli ultimi studi su mente, cervello e coscienza, e soprattutto con le scoperte della fisica quantistica e dell’astrofisica. Grazie soprattutto ad una cerchia di scienziati all’avanguardia – come Bohr, Heisenberg, Einstein, padri della fisica subatomica, ma anche Bohm, De Broglie, Pribram, Prigogine, per citare qualche nome – abbiamo conquistato una visione della realtà non più meccanicistica, dove la centralità viene restituita alla mente consapevole. E nella scienza è entrato prepotentemente un nuovo parametro di cui tener conto nella sperimentazione: quello della coscienza. Se per alcuni scienziati la mente o la coscienza non sono altro che una secrezione del cervello, viceversa per altri (tra cui Karl Popper e John Eccles) è il cervello ad essere lo strumento fisico attraverso il quale la mente può comunicare. Esprimendoci con i termini della fisica quantistica, la coscienza può essere paragonata a un campo di informazioni che attiva le nostre strutture cerebrali.

Molti studiosi stanno verificando gli assunti delle religioni, soprattutto di quelle orientali, alla luce delle scoperte della fisica, aprendosi ad una visione anche spirituale della vita e dell’individuo. Scrive il fisico americano Fritjof Capra in un libro ormai cult, La fisica del Tao, che quando si tenta di unificare le due teorie fondamentali del ventesimo secolo, la meccanica quantistica e la teoria della relatività le corrispondenze tra la fisica moderna e il misticismo orientale si fanno addirittura sorprendenti: incontreremo spesso affermazioni per le quali è impossibile stabilire se siano state formulate da fisici o da mistici orientali. Egli sottolinea che il misticismo orientale si basa sull’intuizione diretta nella natura della realtà e la fisica si basa sull’osservazione dei fenomeni naturali negli esperimenti scientifici, anche se poi lo scienziato deve trovare delle spiegazioni, mentre il mistico vuole semplicemente sperimentare la realtà.

Un altro concetto che lega la fisica al misticismo orientale è che ogni fenomeno è una manifestazione dell’Uno, del Tutto, e ciascun elemento è separato illusoriamente dagli altri. Del resto la manifestazione altro non è che Maya, illusione. Ecco che allora, per Jean Charon, uno scienziato che ha scritto numerosi libri sia specialistici sia divulgativi per dimostrare come le particelle hanno una memoria e una volontà e non agiscono mai per caso (Dio non gioca a dadi, afferma Einstein). L’evoluzione di ciascuno di noi dipende dall’evoluzione del Tutto, vale a dire dell’Universo intero, specificando che il Tutto è trascendente. E quando finalmente si arriva alla conclusione, come fanno gli Orientali, che lo Spirito è lo Spirito universale, che è un Centro di Coscienza comune a tutte le particelle individuali, e dunque un’unità propria dell’Universo intero, si arriva alla conclusione che lo spirito è nel Tutto e che lo Spirito è il Tutto. Ma il Tutto non è quello che chiamiamo spesso Dio?*.

In fondo era ciò che affermava con altre parole san Paolo: Cercate di conservare l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo Spirito, un solo Signore, una sola fede. Un solo Dio Padre di tutti, che agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.

Così, sempre più, la ricerca scientifica si avvicina agli assunti religiosi, siano cristiani, induisti o buddisti: forse dovremmo accettare che nei libri sacri vi sia realmente la Conoscenza, che non può essere disgiunta da qualunque altro sapere. Tenendo però conto che molte rivelazioni sono, come dice l’etimologia del termine, non svelate, bensì velate due volte. E allora occorre saper leggere, avere occhi per vedere e orecchie per udire. Questa rilettura delle credenze religiose alla luce delle conoscenze scientifiche (e viceversa) è un altro segno del cambio epocale che stiamo vivendo, che dovrebbe portare un numero sempre maggiore di persone – e non solo pochi eletti – a disvelare nuovi universi… interiori e a riappropriarsi delle facoltà dell’anima.

LA DISCESA DELLO SPIRITO SULLA TERRA

A mano a mano che mi addentro nei miei studi e soprattutto quando utilizzo le tecniche meditative, che permettono in certi stadi straordinari di sentirsi in comunione con il Tutto, ho la netta percezione sempre più netta che l’universo sia il corpo fisico di Dio, la sua esteriorizzazione sul piano materiale. E noi – ovvero ogni uomo, ma anche ogni sasso, ogni pianta, ogni animale, ogni elemento, ogni pianeta, ogni stella, ogni elettrone – costituiamo le cellule del Suo corpo, anche se non ne siamo consapevoli: del resto, una cellula del fegato e una del polmone sono coscienti di appartenere allo stesso organismo? Finché non ci eleviamo risvegliando lo Spirito sepolto dentro di noi non possiamo avere la consapevolezza dell’unità di cui facciamo parte.

Siamo tutti onde dello stesso, unico oceano, scrive Paramahansa Yogananda composti, come l’acqua dell’oceano, della medesima sostanza: lo Spirito. Certe onde sono più alte delle altre, mentre alcune non desiderano affatto allontanarsi dall’oceano. Tutte le onde, non importa quanto alte siano, nella loro essenza sono un’unica, medesima cosa.

Per carpire i segreti dell’universo non bastano la razionalità, lo studio o la ricerca scientifica, ma occorre sviluppare tutti i nostri sensi psichici, l’intelletto, l’intuizione, la spiritualità. Lo studioso che si limita a prendere in considerazione i dati che gli vengono forniti dagli studi scientifici o dalla sua razionalità (ovvero dall’emisfero sinistro del cervello, anche se questa divisione delle funzioni degli emisferi oggi è contestata) è un uomo… dimezzato, che usa parzialmente lo straordinario strumento che il divino gli ha messo a disposizione. Per chiarificare la differenza tra razionalità e conoscenza intuitiva, Yogananda disse che per spiegare che cos’è un oggetto gli occidentali lo descrivono dall’esterno, mentre lo yogi diventa l’oggetto che sta contemplando, per conoscerlo dall’interno. E per farci capire che facciamo parte dell’Uno, scrive poeticamente: "Quando scoprirai che la tua anima, il tuo cuore, ogni scintilla d’ispirazione, ogni puntino del vasto cielo azzurro con le sue splendide fioriture di stelle, i monti, la terra, l’assiolo e le campanule azzurre, sono tutti tenuti avvinti da un’unica corda di gioia, d’unità, di Spirito, allora saprai che tutte queste cose non sono che onde del Suo cosmico mare*".

Del resto, questo è anche il pensiero del taoismo: per Lao-Tse, così come l’universo manifesto è nato dall’Uno, che ha generato il Due, con i principi opposti di yin e yang, e poi il Tre, e così via, bisogna tendere, con tutte le proprie forze, a ritrovare l’Unità primordiale della Materia e dello Spirito. Così, per la filosofia indiana, l’universo è la proiezione mentale di Dio, il suo sogno cosmico, in cui esprime, come afferma Ezio Vantaggiato, docente di filosofia indiana a Napoli l’opposto di se stesso per poi riscoprire la sua vera natura. In questo concetto vi è l’essenza della creazione e, insieme, la dinamica della reincarnazione.

Dio, che è l’Uno, l’Assoluto, l’Inconoscibile, l’Energia pura, per un motivo a noi sconosciuto decide di manifestarsi: e attraverso la vibrazione del suono (il Verbo), crea l’energia primordiale. Ma come è possibile creare dal nulla? Se tutto ciò che esiste ha una matrice, una causa prima, allora l’universo fisico (insieme a tutti gli universi possibili) in quanto manifestazione di Dio è il Suo corpo, il Suo aspetto materiale.

Per i nostri astrofisici la vita inizia con il Big Bang, originato da una gigantesca esplosione, la quale ha generato insieme a materia ed energia anche spazio e tempo. Un Big Bang non unico, secondo alcuni: infatti ve ne possono essere altri ogni volta che esistano le condizioni per la vita. Secondo il premio Nobel Ilya Prigogine, uno dei maggior scienziati del nostro tempo, con il Big Bang è nato solo il ‘nostro’ tempo (e non il tempo), quello in cui spazio e materia decadono in materia. Ma ciò non sarebbe potuto accadere se un altro Tempo non avesse partorito l’universo. Arriviamo così a un tempo potenziale, un tempo che è ‘sempre già qui’, allo stato latente, che non chiede che un fenomeno di fluttuazione per attualizzarsi. In questo senso il tempo non è nato con il nostro universo: il tempo precede l’esistenza, e potrà far nascere altri universi".

Il Tutto (o il Vuoto, il Nulla degli orientali) è Dio, Ishvara, il Signore immanifesto, l’Assoluto da cui tutto procede, il quale crea attraverso la Volontà, la Sapienza e la Parola. Il Divino Creatore, definito dalla tradizione ebraica e dalla teosofia Logos, ha una triplice manifestazione, che corrisponde alla Trinità: il Primo Logos è Brahman, la Radice dell’Essere (il Padre). In questa elevatissima sfera nulla può esistere che non sia Dio, spiega Annie Besant*, quivi stanno i germi della Divinità, parti di Lui stesso, emanazioni – se pure tale parola può sempre applicarsi a coloro che vivono in seno al Padre – che diverranno spiriti umani nel campo dell’evoluzione, nei mondi della forma. Quindi ogni forma, ogni spirito che si incarnerà sulla Terra già presente nella Mente di Dio, ancor prima di scendere nelle sfere inferiori.

Il Secondo Logos si manifesta nei due aspetti della dualità primordiale, Vita e Forma, Natura Naturata, universo visibile. Egli è creatore e mantenitore delle forme. Quando scende impartisce alla materia le qualità che la rendono atta a rispondere in modi diversi agli stimoli provenienti dall’esterno, mentre quando risale comincia la costruzione delle forme, servendosi della materia dotata ora delle qualità da lei stessa impartitele nella involuzione in essa*.

E infine vi è il Terzo Logos, la Mente Universale (lo Spirito Santo), lo Spirito di Dio che aleggia sulle acque, che racchiude in sé tutto ciò che esiste sotto forma di archetipo. Prima che un sistema incominci ad essere, un Logos ne ha in mente il complesso allo stato di idea: tutte le forze, tutto ciò che nel processo di evoluzione emergerà nella vita oggettiva. Egli determina il circolo di manifestazione entro il quale vuole energizzare e circoscrivere se stesso per essere la Vita del suo Universo**, dice ancora la Bésant: Esso pervade l’intero sistema solare e si spezza in infiniti frammenti allo scopo di produrre gli atomi di vita chiamati materia. Non vi è atomo né particella di materia la cui vita non sia vita di Dio: nulla è morto. Insomma, tutto è spirito manifestato nella materia.

In pratica quando il Divino decide di manifestarsi, elabora la materia del suo universo, essendo Lui stesso la vita che lo informa, lo governa e lo domina, creando così le Monadi (in sanscrito Jiva), o unità di coscienza, scintille divine generate dalla Luce e quindi separate dal Padre solo da un sottilissimo velo di materia. Questi frammenti divini scenderanno gradualmente, grazie a un mutamento del proprio movimento vibratorio, attraverso i sette piani vibrazionali, fino a trasformarsi nel livello più basso in uno degli elementi naturali (terra, aria, acqua, fuoco, che prima di essere fisici sono principi energetici) e quindi in materia densa, la quale contribuisce a formare e a dare vita al mondo minerale, che a sua volta genera quello vegetale e successivamente quello animale. L’evoluzione incomincia proprio dal piano materiale. La materia, quella più densa e quella che esotericamente viene chiamata sottile (oggi possiamo parlare di particelle, uscendo dalla pura speculazione filosofica), inizia il suo percorso di risalita verso la Luce che l’ha originata attraverso i vari piani dell’esistenza. Questo processo di involuzione ed evoluzione dell’unità Spirito-Materia, che si ripete ciclicamente, ha una corrispondenza nelle fasi di espansione e di contrazione dell’universo, che per gli induisti costituiscono il respiro di Brahma, le cui inspirazioni indicano anche gli stati di attività e di passività dell’Essere Universale.

Ogni essere che si manifesta sul piano materiale è formato da un corpo energetico (eterico e astrale) e da uno fisico, e non possiede ancora la consapevolezza di sé, che compare solo negli animali più evoluti e nell’uomo. Minerali, piante ed alcune specie animali all’inizio della scala evolutiva (come insetti, uccelli, invertebrati ed alcuni mammiferi) posseggono un’anima (o se vogliamo, una mente) collettiva, una sola per una catena di montagne, una per gli alberi di una foresta, una per un formicaio o uno sciame d’ape, dove quindi non c’è ancora l’individualità. Ogni creatura si evolve nel suo spazio-tempo, acquisendo una serie di informazioni che trasmetterà di generazione in generazione a livello energetico o, negli individui più evoluti, attraverso il DNA. Per spiegarci questo meccanismo, l’induismo offre una bella metafora: l’anima collettiva viene paragonata ad un secchio d’acqua, dove l’energia di ogni creatura si riversa al momento della morte, informando l’acqua della propria esperienza, che verrà così riportata ai nuovi individui al momento della nascita.

Nelle specie più evolute (come ad esempio alcune scimmie, i delfini, i cavalli, i cani e i gatti) l’anima diventa invece individuale. Ed è a questo passaggio evolutivo che nasce l’intelligenza, un’intelligenza certamente primitiva ma spesso sorprendente. È stato dimostrato che alcuni animali vanno ben oltre l’istinto, per esempio sono in grado di comprendere il linguaggio umano, di obbedire ai comandi, di attuare un ragionamento o persino di eseguire facili operazioni matematiche. Per non parlare dei comportamenti che alcuni palesano nel rapporto di coppia o all’interno del loro gruppo, manifestando – non molto diversamente da noi – fedeltà, senso del possesso, affettività, gelosia, rivalità. Secondo una recente indagine condotta dai primatologi Frans De Waal e Sarah Brosnan della Emory University (e pubblicata su Nature), le scimmie cappuccino osservate hanno mostrato di avere un senso primitivo della giustizia, molto simile a quello dei bambini. Alcuni primati possiedono doti molto simili a quelle tipiche dell’intelligenza umana: il bonobo, per esempio, è capace di fabbricarsi oggetti in caso di necessità. Ricordo di averne visto uno in televisione a cui era stata data una noce: e lui, per schiacciarla, si era costruito una specie di mortaio, scavando una pietra con un’altra più appuntita. Inoltre è in grado di compiere operazioni molto semplici al computer.

A questo punto, quando l’anima dell’animale raggiunge il massimo livello evolutivo sul suo piano, finisce la sua esperienza in quell’ambito e s’incarna in un essere umano, un primitivo che porta in sé la memoria di tutte le esperienze passate nei precedenti livelli evolutivi: il regno minerale è presente nelle sue ossa, il regno vegetale corrisponde (secondo la classificazione dei corpi sottili dello yoga) al sistema nervoso e alle emozioni, quello animale è collegato agli istinti, alle emozioni e, come abbiamo visto, a un’intelligenza elementare, la cui sede fisica si trova nelle cellule neuronali presenti nell’intestino. Vita dopo vita, le esperienze intellettive, affettive, cognitive, che costituiscono il nostro bagaglio, si trasmettono così da un organismo all’altro, da una reincarnazione all’altra, attraverso la memoria extracorporea, che oggi può essere spiegata non più ricorrendo alle religioni orientali o alle teorie esoteriche, ma attraverso la fisica quantistica.

Secondo questa scienza, l’universo è costituito da particelle, caratterizzate da un volume puntiforme (simili cioè ad un corpuscolo che si può visualizzare come una sfera infinitamente piccola) e contemporaneamente da un’onda psi soggettiva*, di natura elettromagnetica, che si estende a distanza infinita. Questo costituisce, dice Charon**, lo sguardo della particella stessa, dato che le permette di avere una visione del mondo esterno. Queste informazioni, continua Charon, essendo memorie viventi, cumulative, profondamente diverse dalla memoria del calcolatore che è di tipo sostitutiva (viene cioè semplicemente memorizzata) divengono così elementi di Coscienza. Il campo sigma è continuamente estendibile, "come se si potesse, nel corso del tempo, aprire continuamente nuovi cassetti

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