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Viaggio al centro della terra: Ediz. integrale

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Viaggio al centro della terra: Ediz. integrale

valutazioni:
3.5/5 (58 valutazioni)
Lunghezza:
285 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
Dec 9, 2014
ISBN:
9788883375170
Formato:
Libro

Descrizione

EDIZIONE REVISIONATA 09/06/2015.

Questo avvincente romanzo di Jules Verne, pubblicato per la prima volta nel 1864, riunisce in maniera straordinaria contenuti scientifici e fantastici. Diventato un classico della letteratura, non solo per ragazzi, è considerato da molti precursore del genere fantascientifico. Il professor Otto Lidenbrock, che insegna mineralogia ad Amburgo, scopre in un vecchio libro un misterioso messaggio in caratteri runici. Il documento viene decifrato da suo nipote Axel: si tratta di appunti in latino che spiegano come raggiungere il centro della Terra attraverso il vulcano Sneffels, in Islanda. L’autore di queste indicazioni è Arne Saknussem, alchimista islandese, che nel XVI secolo avrebbe davvero compiuto l’impresa. Zio e nipote decidono dunque di intraprendere questo viaggio e partono per l’Islanda, dove si unisce a loro il fedele e silenzioso Hans, una guida del posto, con il quale si calano nel cratere del vulcano. Inizia così un’incredibile avventura, ricca di colpi di scena e di incontri eccezionali: dinosauri che si credevano estinti, giganti, piante enormi… I segni lasciati da Saknussem guidano i tre uomini verso il centro della Terra. Ormai vicinissimi alla meta, fanno esplodere un masso che ostacola il passaggio e la potenza dell’esplosione è tale da riportarli, attraverso un altro vulcano, sulla superficie terrestre. Dopo due mesi di fantastiche avventure, i tre viaggiatori si ritrovano a Stromboli.
Editore:
Pubblicato:
Dec 9, 2014
ISBN:
9788883375170
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Jules Verne (1828–1905) was a French author best known for his tales of adventure, including Twenty Thousand Leagues under the Sea, Journey to the Center of the Earth, and Around the World in Eighty Days. A true visionary, Verne foresaw the skyscraper, the submarine, and the airplane, among many other inventions, and is now regarded as one of the fathers of science fiction. 


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Viaggio al centro della terra - Jules Verne

45

Capitolo 1

Il 24 maggio 1863 era domenica e mio zio, il professor Lidenbrock, rientrò quasi di corsa nella sua casetta al numero 19 della Konigstrasse, una delle strade più antiche di Amburgo vecchia. La nostra brava Marthe credette d’essere in ritardo, perché il nostro pranzo cominciava proprio in quel momento a sobbollire sul fornello della cucina.

Bene, pensai, se lo zio ha fame, lui che è tanto impaziente, adesso si metterà a urlare per il disappunto."

«E’ già qui il signor Lidenbrock!» Esclamò Marthe stupefatta mentre socchiudeva la porta della sala da pranzo.

«Sì, Marthe; ma anche se il pranzo non è pronto, non importa. Non sono ancora le due. E’ suonata proprio adesso la mezza alla chiesa di San Michele.»

«Ma perché allora il signor Lidenbrock è ritornato adesso?»

«Probabilmente ce lo dirà.»

«Ecco che viene qui! Io scappo. Mi raccomando a lei, signorino Axel, gli faccia intendere ragione.»

E la brava Marthe si rifugiò nel suo laboratorio culinario.

Rimasi solo. Ma il mio carattere tutt’altro che deciso non mi avrebbe certo permesso di discutere col più irascibile dei professori. Mi preparavo dunque a ritornare nella mia cameretta, quando la porta di strada cigolò sui suoi cardini; passi pesanti fecero scricchiolare la scala di legno, e il padrone di casa si precipitò di volata nello studio dopo aver attraversato la camera da pranzo. Ma durante quella rapida apparizione aveva buttato in un angolo il bastone col pomo a forma di schiaccianoci, fatto volare sulla consolle il suo cappellone a pelo raso e rintontito il nipote con queste parole rimbombanti: «Axel, vieni qui!»

Non avevo avuto il tempo di muovermi e già il professore ripeteva con accento spazientito: «Insomma! Vuoi venire qui?»

Mi precipitai nello studio del terribile zio.

Otto Lidenbrock era tutt’altro che cattivo, ne convengo volentieri; ma, a meno che non succedano improbabili cambiamenti, impaziente era e impaziente rimarrà sino alla morte. Era professore allo Johanneum, dove teneva un corso di mineralogia. Si arrabbiava almeno un paio di volte per lezione. Non che si preoccupasse della assiduità degli allievi o del successo che essi potevano avere una volta diplomati; questi particolari non gli importavano proprio un bel niente.

Insegnava soggettivamente, secondo una nota espressione della filosofia tedesca: cioè per il suo piacere e non per quello altrui. Era un sapiente un po’ egoista, un pozzo di scienza, la cui carrucola cigolava quando qualcuno cercava di attingervi. Insomma: spiritualmente era un avaro. Professori di questo tipo non sono rari in Germania.

Per sua disgrazia, mio zio non si poteva dire che avesse la parola facile, almeno quando parlava in pubblico: difetto notevole per un conferenziere. E a dire la verità, durante le sue dimostrazioni allo Johanneum, spesso il professore si fermava di botto; lottava contro una parola recalcitrante che non voleva proprio venirgli alle labbra, una di quelle parole che resistono alle sollecitazioni della memoria, si amplificano e si gonfiano, si gonfiano fino a uscire nella forma poco scientifica della bestemmia. Di qui le sue grandi arrabbiature. Ora in mineralogia vi sono parecchi termini composti da parole greche e latine difficili da pronunciare, paroloni che scorticherebbero le labbra d’un poeta.

Non voglio dir male di questa scienza, ci mancherebbe altro! Ma quando uno si mette a pensare alle cristallizzazioni romboedriche, alle resine retinasfaltiche, ai galeniti, ai fangasiti, ai molibdati di piombo, ai tungstati di manganese e ai titanati di zirconio, anche alla lingua più sciolta è permesso di incepparsi. In città la gente era al corrente di questo lieve difetto dello zio e ne approfittava, l’aspettava al varco delle parole difficili. Lui ci si adirava e quelli si sganasciavano dalle risate, cosa che non è di buon gusto neanche per dei tedeschi. Così se c’era sempre una grande affluenza di ascoltatori ai corsi di Lidenbrock, buona parte dei suoi assidui veniva soltanto per canzonarlo e ridere alle sue sfuriate!

A ogni modo lo zio, non lo ripeterò mai abbastanza, era un vero dotto. Benché qualche volta facesse a pezzi i campioni perché voleva saggiarli con troppa furia, s’univano in lui il genio del geologo e l’occhio acutissimo del mineralogista. Col suo martello, la sua punta d’acciaio, l’ago calamitato e il cannello e, soprattutto, col flacone dell’acido nitrico in mano, era un uomo da far paura.

Dalla forma che assumeva quando era spezzato, dall’aspetto, dalla durezza, dalla fusibilità, dal suono, dall’odore e dal gusto d’un minerale qualsiasi, lui lo classificava senza un’esitazione tra le seicento specie che la scienza enumera al giorno d’oggi. Per questo motivo il nome di Lidenbrock era citato con onore nelle scuole, nelle associazioni scientifiche. I signori Humphry Davy, von Humboldt, i capitani Franklin e Sabine, non mancarono di venirgli a porgere i loro omaggi quando furono di passaggio ad Amburgo. I signori Becquerel, Ebelmen, Brewster, Dumas, Milne-Edwards, Saint Claire-Deville lo consultavano continuamente sulle questioni di maggiore attualità nel campo della chimica.

Questa scienza gli doveva molte scoperte importanti: nel 1853 era stato pubblicato a Lipsia un Trattato di Cristallografia trascendente a firma di Otto Lidenbrock, in formato in folio con illustrazioni, libro che tuttavia non coprì con le scarse vendite neanche le spese di stampa. Si aggiunga a tutto ciò che mio zio era conservatore del museo mineralogico del signor Struve, ambasciatore di Russia: una collezione preziosa di rinomanza europea.

Questo era dunque il personaggio che mi chiamava con tanta impazienza. Figuratevi un uomo alto, magro, d’una salute di ferro, con i capelli ancora così giovanilmente biondi che gli si davano almeno dieci anni di meno, considerato che aveva varcato la cinquantina. I suoi occhioni giravano di continuo dietro occhiali enormi; il naso, lungo e affilato, rassomigliava a una lama di rasoio; le malelingue sostenevano che era un naso calamitato e che aveva la facoltà di attirare la limatura di ferro. Pura calunnia: attirava solo il tabacco, e in gran quantità, se devo dire le cose come stanno.

Quando avrò aggiunto che mio zio faceva sistematicamente dei passi lunghi mezza tesa, e che nel camminare teneva i pugni stretti stretti, prova dell’impetuosità del suo temperamento, ne saprete abbastanza sul conto suo: o almeno quel che basta a non cercare la sua compagnia. Il professore abitava nella sua casetta di Konigstrasse, per metà costruita in legno e per metà in mattoni, con un bel frontone dentellato. Dava su uno di quei canali curvilinei che si incrociano in mezzo al quartiere vecchio di Amburgo, fortunatamente rispettato dall’incendio del 1842.

E’ vero che la vecchia casetta era un po’ sbilenca, è vero che sembrava sporgesse il ventre verso i passanti e che portasse il tetto sulle ventitré come il berrettino d’uno studente della Lega della Virtù, la società patriottica fondata dagli studenti tedeschi nel 1808 allo scopo di cacciare i Francesi e che ebbe molta importanza nella preparazione della guerra del 1813. La verticalità delle linee della casa dello zio, certo lasciava a desiderare, ma nell’insieme stava ancora salda in piedi con l’aiuto d’un vecchio olmo vigorosamente incastrato nella sua facciata. In primavera le sue gemme fiorite si spingevano sin contro i vetri delle finestre.

Per essere un professore tedesco, mio zio si poteva considerare abbastanza ricco. La casa era di sua piena proprietà, contenente e contenuto. Il contenuto era costituito dalla figlioccia Grauben, una ragazza del land di 17 anni, dalla brava Marthe e da me. Nella mia duplice qualità di nipote e di orfano, ero ormai il suo assistente e lo aiutavo nelle sue ricerche.

Devo ammettere che avevo attitudine per le scienze geologiche; sangue di mineralogista scorreva nelle mie vene e in compagnia dei miei preziosi sassolini non mi annoiavo mai.

Insomma potevamo vivere felici e contenti in quella casetta della Konigstrasse, nonostante gli scatti di impazienza del padrone di casa, perché, sebbene me lo dimostrasse in modo alquanto brusco, anche lui mi voleva molto bene. Ma era un uomo che non aveva la virtù della pazienza ed era sempre superagitato.

Quando, in aprile, aveva piantato nei vasi di maiolica del salotto alcune pianticelle di reseda o di convolvolo, non resisteva dall’andare a tirarne ogni mattina le foglioline pensando di farle crescere più velocemente. Con un originale del genere, non restava che ubbidire. Ecco perché mi precipitai nel suo studio.

Capitolo 2

Quello studio era un vero museo. Vi si trovavano schedati in ordine perfetto, secondo le tre grandi suddivisioni di infiammabili, metallici e litoidi, tutti i campioni del regno minerale.

Le conoscevo bene, io, tutte quelle carabattole mineralogiche! Quante volte, invece di andare a giocare coi miei coetanei, m’ero divertito a spazzolare le grafiti, le antraciti, le ligniti e le torbe! E i bitumi, le resine, i sali organici che dovevano essere difesi contro i pulviscoli della polvere! E i metalli, dal ferro sino all’oro, il cui valore relativo spariva di fronte alla assoluta eguaglianza dei campioni scientifici! E tutte quelle pietre sarebbero state sufficienti a ricostruire la casetta di Konigstrasse, persino con una camera in più, nella quale mi sarei sistemato come un pascià!

Ma non pensavo a queste meraviglie mentre varcavo la soglia dello studio. Solo lo zio occupava i miei pensieri. Se ne stava sprofondato nella sua enorme poltrona tappezzata di velluto di Utrècht e teneva tra le mani un libro che stava esaminando con ammirazione profondissima.

«Che libro! Che libro!» Gridava lo zio, estasiato.

Questa esclamazione mi fa ricordare che ho dimenticato di dirvi che il professor Lidenbrock è anche bibliomane nei momenti di svago: ma un libro valeva qualche cosa per lui soltanto se era introvabile o per lo meno illeggibile.

Mi disse: «Come? Non lo vedi? Stamattina frugando nella botteguccia di quell’ebreo, Hevelius, ho trovato un tesoro che non ha prezzo.»

«Magnifico!» Risposi con scarso entusiasmo. Perché far tanto baccano per un vecchio volume in-quarto con il dorso e le plance di volgarissima vacchetta, un libraccio ingiallito da cui pendeva un segnapagina tutto sbiadito? Le meraviglie del professore si protraevano a lungo.

«Guarda!» Diceva, facendosi da solo la domanda e la risposta. «Non è bello? Sì, è meraviglioso! E che rilegatura! Questo libro si apre facilmente? Sì, perché resta aperto a ogni pagina. E si chiude bene? Sì, perché copertina e fogli formano un insieme compatto, che non si separa né lascia interstizi in nessun punto! E questo dorso? Non ha una scalfittura, una sola, dopo settecento anni di vita! Ecco una rilegatura di cui Bonzerian, Closs o Purgold sarebbero andati fieri!»

Mentre diceva queste parole, lo zio non faceva che aprire e chiudere in continuazione il libro. Non potevo fare a meno di chiedere quale fosse il suo contenuto, benché la cosa non m’importasse neanche un po’.

«E qual è il titolo di questo splendido volume?» Domandai con una premura troppo entusiasta per essere sincera.

«Quest’opera,» riprese lo zio infervorandosi, «è l’Heims-Kringla di Snorre Turleson, famoso scrittore islandese del XII secolo; è la storia dei sovrani norvegesi che regnarono in Islanda.»

«Accipicchia!» Dissi cercando di dare un senso ammirativo alla mia esclamazione.

«Con ogni probabilità è tradotto in tedesco, non è vero?»

«Una traduzione? E che me ne farei della tua traduzione? Chi si preoccupa della tua traduzione? Questa è l’opera originale, è in islandese, una lingua magnifica, semplice e ricca nello stesso tempo, una lingua che permette combinazioni grammaticali svariatissime e varie modificazioni di parole!»

«Come il tedesco,» osservai.

«Sì,» rispose lo zio con un’alzata di spalle, «senza contare che l’islandese ammette i tre generi, come il greco, e declina i nomi propri come il latino!»

«Ah!» Esclamai, un po’ scosso nella mia indifferenza. «E sono armoniosi i caratteri del libro?»

«Caratteri? E chi ha mai parlato di caratteri, disgraziato? Si tratta di ben altro. Ecco qui: ti sembrano stampati? Ignorante! E’ un manoscritto, un manoscritto runico!»

«Runico?»

«Sì, e adesso mi chiederai di spiegarti cosa significa.»

«Me ne guarderò bene,» replicai, ferito nel mio amor proprio.

Ma lo zio non si fermò e si mise a insegnarmi nozioni che non mi interessavano affatto.

«Le rune,» riprese a dire, «erano caratteri di scrittura usati anticamente in Islanda e, secondo la tradizione, furono inventati dallo stesso Odino, il dio più importante della mitologia germanica e scandinava che ha molti caratteri comuni col Giove della mitologia greca. Guarda qui, sciagurato, ammira queste lettere uscite dalla fantasia di un dio!»

Non sapevo cosa ribattere e stavo per annuire, secondo quel modo di rispondere che deve piacere agli dèi e ai re, perché ha il grosso vantaggio di non imbarazzarli mai, qualora un imprevisto venga a sviare la conversazione.

In quel momento fece la sua apparizione una pergamena tutta unta, che scivolò fuori dal libro e cadde a terra. Lo zio ci si precipitò sopra con una avidità facilmente comprensibile. Un vecchio documento, forse nascosto lì da chissà quanto tempo, aveva ai suoi occhi un valore immenso. Distese subito sulla tavola quel pezzo di pergamena, che era lungo cinque pollici e largo tre, e su cui si schieravano in righe orizzontali delle lettere alfabetiche incomprensibili.

Ecco qui la loro esatta riproduzione. Voglio che si conoscano questi segni bizzarri perché da loro dipese la decisione del professor Lidenbrock e di suo nipote a intraprendere la più strana spedizione avvenuta nel XIX secolo.

Per qualche minuto il professore esaminò i segni; poi sollevò gli occhiali e disse: «E’ runico. Sono lettere assolutamente identiche a quelle del manoscritto di Snorre Turleson. Chissà cosa vogliono dire?» Poiché il runico era, secondo me, una invenzione dei dotti per abbindolare gli sprovveduti, fui proprio contento di vedere che anche lo zio non ci capiva un bel niente. Almeno così mi sembrò dal movimento delle sue dita che cominciavano ad agitarsi freneticamente.

Mormorava tra i denti: Si tratta senza dubbio di islandese antico... E non credo si sbagliasse poiché era ritenuto un autentico poliglotta. Non che parlasse correntemente le duemila lingue e i quattromila dialetti che si parlano sulla terra, ma una buona parte di essi gli era nota. Stava per abbandonarsi a tutta l’impetuosità del suo caratteraccio di fronte a questa difficoltà, e già prevedevo la scenata che avrebbe iniziato, quando la pendola del caminetto scandì le due. E in quello stesso momento Marthe aprì la porta dello studio e annunciò: «La minestra è in tavola.»

«All’inferno la minestra!» Scoppiò lo zio. «All’inferno chi l’ha fatta e chi se la mangerà!»

Marthe scappò precipitosamente. Io le corsi dietro e, senza rendermene conto, mi trovai subito al mio posto abituale in camera da pranzo. Aspettai qualche attimo. Il professore non venne. Era la prima volta, per quel che mi ricordavo, che non prendeva parte alla solenne cerimonia del pranzo. E che pranzo, poi!

Minestrina al prezzemolo; frittata al prosciutto con acetosella e noce moscata, una lombatina di vitello e per finire gamberetti dolci, il tutto innaffiato da un eccellente vino della Mosella. Un vecchio scartafaccio imponeva la rinuncia a tutto questo ben di Dio. Da parte mia, da bravo nipote affezionato qual ero, mi credetti in obbligo di mangiare la parte dello zio oltre alla mia e lo feci proprio coscienziosamente.

«Mai successa una cosa simile!» Diceva la brava Marthe.

«Il professor Lidenbrock che non viene a tavola! E’ incredibile. Sarà successo qualche cosa di grave,» aggiungeva la domestica scuotendo la testa.

La mia opinione personale era che stava per succedere solo una scenata spaventosa nel momento in cui lo zio si fosse reso conto che il suo pranzo era stato già divorato. Gustavo l’ultimo gamberetto quando una voce rimbombante mi strappò alle delizie del dessert. Con un salto entrai nello studio.

Capitolo 3

«Evidentemente è proprio runico, diceva il professore aggrottando le ciglia.»

«Ma deve esserci un segreto e io lo scoprirò, altrimenti...» Un gesto violento terminò il suo pensiero.

«Mettiti lì,» aggiunse indicandomi il tavolino, «e scrivi.»

Fui pronto in un attimo.

«Adesso ti detterò tutte le lettere del nostro alfabeto con la corrispondenza in lingua runica. Staremo a vedere. Ma, per San Michele non ti sbagliare, o saranno guai!»

Cominciò a dettare; mi dedicai al mio compito con la maggiore attenzione possibile.

Una dopo l’altra furono dettate tutte le lettere.

Si formò in questo modo questa incomprensibile sequenza di parole:

Terminata questa fase del lavoro, lo zio prese il foglio su cui avevo scritto e lo esaminò lungamente, con molta attenzione.

«Che cosa significa?» Ripeteva tra sé.

Io certo non avrei potuto dirglielo, ve lo giuro. D’altra parte lui non mi chiese niente e continuò a parlottare da solo: «Secondo me questo è un crittogramma, in cui il significato è nascosto sotto lettere appositamente disordinate, le quali tuttavia, messe nella giusta successione, potrebbero formare una frase comprensibile. E pensare che forse qui c’è l’indicazione o la spiegazione d’una grande scoperta!»

Da parte mia pensavo che non ci fosse proprio un bel niente, ma tenni per me la mia opinione, non si sa mai... A questo punto il professore prese libro e pergamena e ne fece un esame comparativo.

«Le due scritture non sono della stessa mano. Il crittogramma è posteriore al libro. Eccone una prova inconfutabile. Infatti la prima lettera è una doppia emme, lettera che cercheremmo inutilmente nel libro di Turleson, dato che fu aggiunta all’alfabeto islandese solo nel XIV secolo. Perciò tra manoscritto e documento corrono a dir poco due secoli.»

Questo discorso, lo ammetto, mi sembrò abbastanza logico.

«Sono quindi portato a pensare,» riprese lo zio, «che sia stato uno dei possessori del libro a scrivere il crittogramma. Ma chi diavolo sarà stato? Forse potrebbe aver messo il suo nome in qualche punto del manoscritto antico.»

Lo zio si tolse gli occhiali, prese una potente lente di ingrandimento e cominciò a esaminare con attenzione le prime pagine del libro. Sul retro della terza, l’occhiello, scoprì una specie di sgorbio che pareva a prima vista una macchiolina d’inchiostro. Tuttavia, esaminandola da vicino, vi si notavano alcune lettere cancellate a metà. Lo zio si rese conto che l’indizio era interessante; si accanì a decifrare lo sgorbio e con l’aiuto della lente riuscì a decifrare queste lettere dell’alfabeto runico che lesse senza esitare: «Arne Saknussemm!» Esclamò trionfante. «Ma questo è il nome di uno scienziato islandese del XVI secolo, un famoso alchimista!»

Guardai lo zio con una certa ammirazione.

«Gli alchimisti,» proseguì, «come Avicenna, Bacone, Lullo, Paracelso erano i soli, i veri scienziati del loro tempo. Questo Saknussemm potrebbe quindi aver nascosto sotto il crittogramma incomprensibile qualche meravigliosa invenzione.»

«Dev’essere così. E’ così.»

A quest’ipotesi la fantasia del professore si accendeva.

«Certo,» risposi, «ma che interesse poteva avere lo scienziato a nascondere in questo modo una scoperta meravigliosa?»

«Perché? Perché? Eh, come posso saperlo. Forse Galileo non ha fatto altrettanto per Saturno? E poi staremo a vedere; scoprirò il segreto di questo documento: non mangerò, non dormirò finché non lo avrò decifrato...»

Ah, perdinci!" pensai.

«...e naturalmente anche tu, Axel,» concluse.

Meno male che ho pranzato per due!" dissi tra me e me.

«Prima di tutto,» proseguì lo zio, «bisogna trovare la chiave di questo messaggio cifrato. Non dovrebbe essere difficile.»

A queste parole drizzai subito le orecchie. Lo zio continuò il suo monologo.

«Anzi, è abbastanza facile. In questo documento ci sono 132 lettere, di cui 79 consonanti e 53 vocali. Ora le parole delle lingue meridionali rispettano più o meno questa proporzione, mentre i linguaggi nordici sono molto più ricchi di consonanti. Si tratta dunque d’una lingua meridionale.»

Conclusione giustissima.

«Ma qual è questa lingua?»

Era qui che ti volevo, caro zietto, anche se sei un analista dottissimo!

Lui continuò: «Questo Saknussemm era un dotto; e allora, se non scriveva nella sua madrelingua, doveva scegliere di preferenza la lingua delle persone

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Recensioni

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Recensioni dei lettori

  • (3/5)
    I have to admit that Jules Verne is harder to read as an adult than as a bright-eyed, impressionable kid. There is so much wonder on these pages, and yet I felt like I needed to work far too hard to get at it - the adventure is hidden behind steampunk techno-babble in a way that modern writers would never be able to get away with. Still, I'm glad to have revisited this book, and I will continue to work through the Verne canon, disillusioned though I am.
  • (4/5)
    Professor Leidenbrock and his nephew Axel find a mysterious note suggesting an Icelandic geologist traveled to the center of the earth and lived to tell the tale. The two prepare for the long and arduous journey to Iceland, for that is where the geologist began, and enlist the help of an Icelander named Hans to assist with the journey below ground. Not to spoil a 150-year-old book, but the trio makes it to the center of the earth after several setbacks and strange occurrences, and return safely to ground level.There is a scene near the start of the book in which Professer Leidenbrock and Axel are arguing about what they may find in the center of the earth. The nephew believes that the center would be liquid rock and metal. The professor is convinced that it is solid rock. Both trot out a series of scientific facts and figures to prove their points. Readers are of course meant to side with the Professor and, indeed, he is proven correct later in the book (or there would be no book), but as a modern reader, knowing that the nephew is actually correct, the exchange is pretty hilarious.While the science is obviously not accurate, the book itself is fun. It’s an adventure story written by a master. We read the story from Axel’s point of view, who is reluctant about everything involved in this journey. This makes for a pleasant “surprise” when Axel is proven wrong. If you’ve only ever seen the film version starring James Mason, you will be surprised at some of the differences. I hope you have fun with this classic, as I did.
  • (4/5)
    Jules Verne’s Journey to the Centre of the Earth follows the German professor Otto Lindenbrock and his nephew Axel as they, along with their guide Hans, descend into the Icelandic volcano Snæfellsjökull, see various prehistoric animals, and return via the Stromboli volcano in Italy. Verne found inspiration in the geologist Charles Lyell’s 1863 book, Geological Evidences of the Antiquity of Man as well as some of the works of Edgar Allan Poe. This edition, published by Oxford University Press, features a new translation from the original French by William Butcher. The book also features an introduction situating Verne and his work in its historical milieu as well as an explanation of the translation. As part of the Oxford World’s Classics series, the novel features explanatory notes for many of the scientific and foreign-language terms Verne used to add verisimilitude to the book. Though typically classified as science-fiction, the term was not popularized until Hugo Gernsback used it in the 1920s, and Verne himself would have considered this an adventure novel as it focuses more on the journey than the science or technology involved in getting there. This edition works well for those studying science-fiction and its history, though, and is a must-read for even the casual fan!
  • (4/5)
    I probably wouldn't have gotten through this very quickly had I been reading it on my own rather than listening to Tim Curry's masterful performance. He was able to infuse so much character into it, and it truly helped me to appreciate how well done this story really is. There really is a lot of character there. There is also A LOT of detailed geological and instrumental description that probably would have bogged me down, even though I understand it, it's not always the most exciting reading, but definitely added realism to the story. Axel and his uncle Otto, and their guide Hans, really have very distinct personalities that add humor to the story which I believe I would have missed without having the assistance of Tim's reading.

    I highly recommend listening to this version, as we like to say Tim Curry could read the phone book and it would be a 5 star performance. He brings this classic adventure story to life and I'm happy to have experienced it!
  • (4/5)
    I know a lot of people who don't bother to read a book that has a movie version. You don't need to worry about this book. The movie is so different from the book that you won't know what will happen.
  • (3/5)
    There is a lot to get past in this book, the hysterical narator/nephew, all knowing uncle, mute, resourceful guide, the lack of character progression, the lists of flora, fuana & minerals, and diversions to show of at the time cutting edge science. But for all that it moves fast and always wanting to know what happens next. Ruined only by the lack of a compelling conclusion.
  • (3/5)
    I was a young adolescent when I first started reading this book. However, I placed the book on top of the family's station wagon when we stopped at a convenience store only to lose it when we I forget it as I hopped back in the car. Fifty years later, I finally finished it. When Professor Lidenbrock deciphers a runic note authored by Icelandic alchemist Arne Saknussemm, he discovers that the alchemist discovered and traveled a passage in Iceland to the center of the Earth. With the assistance of a Icelandic guide, the taciturn Hans, Professor Lidenbrock and his nephew Axel, and the novel's narrator, follow their predecessor in his descent into an extinct volcano to the center of the Earth.If you have seen either the 1959 movie with James Mason and Pat Boone or the 2008 film with Brendan Fraser, you will not significant differences, especially with the latter which is more a sequel to the book. In the book there are no competitors seeking to first reach the center of the Earth, no dinosaur fights on the beach, or abandoned temples at the center of the Earth. However, the book is a good read nevertheless.
  • (2/5)
    “We are of opinion that instead of letting books grow moldy behind an iron grating, far from the vulgar gaze, it is better to let them wear out by being read.”Professor Otto Lidenbrock , metallurgist and bibliophile, returns to his home in Hamburg in 1863 with a prized and obscure Icelandic runic manuscript which he eagerly shows to his nephew, ward and assistant Axel. In the process of which an old piece of paper falls out of the book and is discovered to have a message in code from “Arne Saknussemm!…another Icelander, a savant of the sixteenth century, a celebrated alchemist.” After hours of trying to decipher the code Axel, to his own surprise, succeeds in doing so. Fearful of what this discovery may lead to Axel is initially determined not to reveal it to his uncle believing he alone will never solve it. However, when his uncle refuses to let anyone in the household eat until the riddle is solved, hunger finally forces Axel to yield the message, which is:“Descend, bold traveller, into the crater of the jokul of Sneffels, which the shadow of Scartaris touches before the kalends of July, and you will attain the centre of the earth; which I have done, Arne Saknussemm.”Over the intervening years since his death Saknussmm has been largely discredited but on reading the message the Professor immediately starts secretly preparing for Axel and himself to journey to the extinct Sneffels volcano in Iceland, in the hope of retracing Saknussemm's footsteps. At the time there is a raging scientific debate as to whether the centre of the Earth is cold or hot with the Professor believing it to be the former. He envisages this trip as his opportunity to prove his way of thinking is right. Once on Iceland they hire a guide called Hans and set of on an exciting and dangerous adventure.Firstly I think that it is only fair that I admit that I'm not really a fan of science-fiction and when this is coupled with the fact that the action takes place on earth making the science behind it all the more improbable, then I am going to struggle. My main concern is the lack of character development. Throughout the Professor is portrayed as intrepid explorer who seems to have a logical explanation for everything contrasted with Axel, the cowardly voice of reason trying vainly to oppose him, whereas Hans is a largely silent, steadfast, dependable, unflappable, unquestioning servant. Whilst this did cause a certain amount a contrast and friction between the characters, I cannot in all honestly say that I particularly took to any of them. However, if you are able to put all this to one side and read it purely as a boys' own adventure story then, despite its age and the fact that there are no car chases or gun battles, it still has its place and why it is still read and enjoyed today.
  • (3/5)
    Though exciting in spots it is essentially a primer on 19th century theistic evolution.
  • (5/5)
    This is a re-read. It is a very good adventure, one of his best, maintaining a real sense of threat and suffocating claustrophobia under the ground. There are some internal inconsistencies in dates and timings which would probably not get past a modern editor. Good stuff.
  • (3/5)
    Unimpressive writing, dull pacing and stick-thin characters (Hans is an android, I swear it) make this a tough read. Written to introduce children to science, it mostly lends amusement for the things it got wrong and the other far-fetched things it proposes that might lurk beneath the Earth's surface. It's frustrating to read about the most basic rules of cave exploration being ignored, and a professor obsessed with science who can't be bothered to give more than cavalier attention to any startling thing he discovers. Didn't make a whole lot of sense to me, but at least the ending had some excitement to it.
  • (5/5)
    I loved this book! I seriously cannot believe that I avoided Verne for decades because I found Wells somewhat plodding. Of course, I've seen the movies made of both authors' works, but it was the most recent (2008) version which piqued my interest. By following the story by telling a narrative which encompassed it, I was having so much fun that I decided to read--and what a trip! It's on my favorites list now.
  • (3/5)
    I was a bit surprised how much my expectations with this book were colored by the 1959 movie based off of it, I was surprised because I knew going in they weren't really the same but I still found myself missing the whimsy of the movie, which made the book seem a bit drab in comparison. I found the characters a bit flat, not quite believable by today standards, I never really bought them as real people or believed in their motivations and I found the ending a bit rushed and convenient, though I'm not sure how else it could have ended. That said, I enjoyed this more than I thought I would and it was a much faster read then I had expected and was an interesting adventure story. It was also a fascinating look back at the early days of Earth science, of science as we know it in general, and its easy to forget just how much we had to learn.
  • (4/5)
    When I read this in high school, I loved it, but I have no idea what I'd thnk of it now.
  • (3/5)
    Time has not been gentle to this classic.
  • (3/5)
    Well-written, but talky and often boring account of a scientific journey through an active volcano to reach the earth's core. A book I started in high school ,but couldn't finish. I finally read it a couple of years ago and was hugely disappointed. Still, there some exciting parts and descriptions filled with wonder.
  • (3/5)
    A nice little adventure story full of peril and suspense but I was sorely disappointed with the ending.
  • (3/5)
    Through most of the novel, I was intrigued by Verne's descriptions and scientific explanations of the time period. Overall, it was an interesting story, but I was underwhelmed by the resolution and after finishing it, the whole thing seemed pretty anticlimactic. I think one has to go into reading a Verne novel with the expectations of fascinating and outdated science instead of focusing too much on the plot to really enjoy it.
  • (3/5)
    It appears that there are two circulating English versions of Verne's Journey to the Center of the Earth. The one I read on my Kindle was published by Dover, and the protagonists are the German mineralogy Professor Lidenbrock and his nephew Axel, the narrator of the tale.On deciphering a secret Runic/Latin message written in an old Icelandic MS by the 16th c. savant, Arne Saknussemm:Descend the crater of the Jokul of Snafell, that the shadow of Scartaris softly touches before the Kalends of July, bold traveller, and thou wilt reach the center of the earth. Which I have done., the Professor and his nephew set off immediately for Iceland.Arriving in Iceland, the Professor hires an Icelandic eider-hunter, Hans, as a guide to for their ascent of (and subsequent descent into) the crater of Snafell. Marvellous adventures follow, most unbelievable, given what we now know of dormant volcanoes and the center of the earth, and the travellers eventually emerge through the volcano of Mount Stromboli in Sicily. It's an entertaining and quick read, if thoroughly preposterous.
  • (3/5)
    I was surprised how easily this read, for a story that's pushing 150 years old. Some of the grammar had the touch of the archaic, but on the whole it felt surprisingly modern. It did get off to a fairly plodding start, but once the journey proper (up and into the volcano) was underway, it moved along nicely.I did find the ending, though exciting enough in its own right, to be a bit of a letdown. Although I admit that "Journey TOWARD the Center of the Earth" wouldn't have been nearly as catchy a title.
  • (4/5)
    Journey to the Center of the Earth is the grand adventure story of Professor Lidenbrock's quest to follow a the instructions in a cryptic text that describe how one can descend to the very center of the planet via volcanic tubes originating in an Icelandic volcano. He sets out with his nephew Axel and their hired guide Hans on an extraordinary journey through the bowels of the earth that has them encountering strange phenomena and many dangers. The story is told entirely from Axel's point of view as he writes journal of the trip.This is my first time reading Jules Verne. It was a lot of fun and reminded me very much of the 1959 movie. The story starts off slow and spends a bit more time in the preparation than on the journey than I'd like. I wish there had been more time spent deep within the earth and the discoveries there. Axel is quite over dramatic and probably should never have gone along with his uncle. The science in the story is incredibly out dated so you have to unplug that part of the brain to enjoy the adventure.I listened to the audio book narrated by Tim Curry. His performance is top notch and fits the work beautifully. I love the emotion he's able to give the characters.
  • (4/5)
    I remember being entirely engrossed in this book when I read it as an eleven-year-old boy, feeling I was in those subterranean tunnels and passages with the travellers. Recently I downloaded the Malleson translation onto my Kindle (free from Project Gutenberg) to explore whether the story still has the capacity to engage the adult as it had the child. The simple answer is, yes it does, and in some ways I may have reaped more from the experience this time around, because I appreciated the skill in the characterisation as well as Verne's ability to take us along with them on the adventure. The three main characters - Axel, the young narrator, his eccentric and obsessed uncle Professor Liedenbrock, and their taciturn Icelandic guide Hans - make wonderful travelling companions for the reader. We are sucked along in the whirlwind of the Professor's passion experiencing, like Axel, that heady mix of curiosity and trepidation, relying for our safety on Hans, one of the most steadfast silent heroes in literature. Of course the scientific arguments that Verne presents through the arguments between Axel and the Professor sometimes border on the absurd, and the sights we come across - including an underground ocean, living dinosaurs and a twelve foot humanoid - are fantastic indeed but there is just enough true science to persuade us to leave our disbelief at the entrance to the volcano. Jules Verne was a true pioneer of the science fiction genre. Many lesser writers have followed in his footsteps; but literature is a sustainable magic for readers, and it's our delight that we can still make the journey with the original master.
  • (3/5)
    I read a much abridged version of this as a kid but never the whole thing, and I'm glad to have finally read it. It was kind of historically fascinating, and I found Axel a really interesting and unexpected narrator. I think I was expecting something different from the tone, so that was really compelling for me.
  • (5/5)
    In my opinion, far and away the best book Verne ever wrote and one of the best sci-fi books ever written. I own several copies, including Heritage Press and Folio Society. If I read French, I'd try to own a first edition.
  • (4/5)
    I listened to this as an audiobook, which I have been finding the most effective way of making my way through the classics. It was a fun adventure story, a little goofy--I can see why it would appeal to younger readers. I certainly had to curtail my skepticism; for example, how did three men port all the food and lamp oil they needed for several months themselves? For me, the first-person protagonist's voice made all the difference. Harry (as he was called in the audio version) was not really a natural-born explorer; he preferred decent meals and a soft bed, and he was given to panic attacks and fits of hyperbole. I liked him. Jack Sondericker, the narrator, was excellent. He brought a lot of expression to his reading and gave all the characters terrific accents.
  • (3/5)
    This book is to me the ultimate of the Science Fiction genre. You take an event that's impossible--say, traveling to the center of the Earth, and then add a bunch of scientific terms to it and make the reader think it might be possible. The addition of a character who he (typically he, sometimes she) doubts the possibility of completing the task is a nice one--he is there so the audiance will not feel too bad in their disbelief of what is happening in the book.

    This was my first book by Jules Verne, and it was pretty much what I expected (what you would find in any science fiction novel?). But what I need to remind myself of, is that this book was written a lonnnnnggggg time ago, and I'm sure at the time, I could see how this book would be a huge hit.

  • (5/5)
    This was the first true adult book I read. I seem to recall the story being a bit different than any of its film depictions. It makes me wish you could attempt to journey to the center of the earth in that way.
  • (4/5)
    Another classic travel adventure tale from the pen of Jules Verne. This is the third in a series he called "Voyages Extraordinaires". When Axel deciphers an old parchment that describes a secret passage through a volcano to the centre of the earth, nothing will stop him and his eccentric uncle from embarking on a perilous, terrifying journey through the subterranean world. Verne's novels are each a marvel of action, adventure, ideas, and the fantastic. In this case the emphasis is on the fantastic, but if you suspend your disbelief and join Verne on his journey you find enjoyable tales. This is not my favorite -- see Twenty Thousand Leagues Under the Sea for that, but it is as they say, a rollicking good story.
  • (4/5)
    I thought I should read Jules Verne, H.G. Wells and books like that before I start in on steampunk. Jules Verne puts the science in science fiction. I personally love that he writes about geology or biology in his bizarre narratives. Just to learn a bit! This one does have a bit of a slow start to get to the mountain to go underground... it's around page 80. But then the story picks up speed and it keeps one-uping itself with what is found under that Icelandic volcano. I loved the story more than I thought I would of Professor Otto Lidenbrock, his nephew Axel, and the trusty Icelandic assistant Hans, always getting them out of a bind. The book is far less boring than I thought it would be. (And also, I want to avoid any movies made from these books, since I can't imagine they're better.) But try not to find it interesting when a character is lost 75 miles under the earth and then his torch goes out... and I don't want to mention anything else they find to ruin the book. I love most 19th century stories and this is no exception but it seemed like I was reading this one in five page chunks. I'm looking forward to others from Verne though! And I can't wait to get into steampunk!
  • (3/5)
    Good bedtime reading for the 7 year old daughter and me. And it takes me waaaaay back: I loved Verne when I was 8 and 9 and 10. The plot of this book is preposterous, but so what?