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Archeologia Virtuale: comunicare in digitale

Archeologia Virtuale: comunicare in digitale

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Archeologia Virtuale: comunicare in digitale

Lunghezza:
205 pagine
1 ora
Pubblicato:
27 mar 2013
ISBN:
9788898244058
Formato:
Libro

Descrizione

Questo volume raccoglie gli Atti del 3° Seminario di Archeologia Virtuale svoltosi a Roma il 19-20 giugno 2012 presso l'Università "La Sapienza". Il libro presenta alcuni casi di studio riguardanti l'utilizzo delle nuove tecnologie per lo studio e la divulgazione del Patrimonio Culturale, tra cui i file PDF3D, i game engine real-time come quello di Blender, software di fotomodellazione architettonica, l'uso di portali web. Inoltre, riflessioni sul ruolo dei blog e della rete internet in ambito archeologico unitamente alle problematiche aperte nella creazione e gestione di oggetti tridimensionali. La comunicazione è l'aspetto finale ma non meno fondamentale di una ricerca archeologica e la sua corretta declinazione è fattore cruciale per far sì che la valorizzazione del Bene Culturale raggiunga gli obiettivi socio-culturali prefissati.
Pubblicato:
27 mar 2013
ISBN:
9788898244058
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Archeologia Virtuale - Simone Gianolio

ARCHEOLOGIA VIRTUALE

COMUNICARE IN DIGITALE

Atti del III Seminario

Università di Roma La Sapienza – Sala Levi

(Roma, 19-20 giugno 2012)

a cura di

SIMONE GIANOLIO

Comitato Scientifico: Simone Gianolio, Sofia Pescarin, Davide Borra, Andrea D’Andrea, Fabio Remondino

Redazione: Simone Gianolio

Realizzazione grafica della sovracoperta: Alfredo Corrao

L’edizione cartacea del volume è pubblicata da:

© 2013 – Espera s.r.l.

Editoria e Servizi per Archeologi

Via Fulvio Palmieri, 4

00151 Roma

espera.libri@gmail.com

www.archeologica.com

1° edizione digitale curata da ArcheoDigital Srls

ISBN 9788898244058

Il volume viene distribuito in versione elettronica secondo la licenza Creative Commons, Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 3.0 Unported. Il lettore è libero di: riprodurre, distribuire, comunicare ed esporre in pubblico quest’opera, a condizione che il suo contenuto non venga alterato o trasformato, che venga attribuita la paternità dell’opera al curatore del volume e ai singoli autori dei contributi, e che l’opera non venga utilizzata per fini commerciali.

INDICE

A

A. Arrighetti, E. Casalini, C. Nerucci, R. Pansini: Documentazione archeologica e comunicazione diversificata: proposte e riflessioni dall’integrazione di software high-cost e open source GO

A. Fiorini, V. Archetti: Modelli interattivi 3D nei file PDF. Applicazioni in campo archeologico GO

E

E. Faresin, G. Salemi, A. Canci: Multisensor data fusion per la prototipazione di reperti archeologici GO

F

F. Converti: Il Patrimonio delle Conoscenze: Mappe Interattive Digitali per Pompei GO

I

I. Baldini, F. Frasca, A. Guidazzoli: Le potenzialità del Game Engine di Blender applicate per la navigazione real time di ricostruzioni 3D archeologiche virtuali. Il caso del complesso episcopale nelle Terme Occidentali di Kos GO

Indice GO

Introduzione GO

M

M. Alampi, S.G. Malatesta, F. Simonetti: Hypercolumna. La Colonna Traiana si racconta GO

M. Lo Blundo: Archeologia e blogosfera GO

S

S. Gianolio: Digitale e 3D in Archeologia: problemi aperti e future prospettive GO

V

I video del 3° Seminario di Archeologia Virtuale: comunicare in digitale GO

INTRODUZIONE

Questo volume raccoglie gli Atti del 3° Seminario di Archeologia Virtuale dal tema Comunicare in digitale, a conclusione di una trilogia di eventi che ha visto in precedenza protagoniste la Topografia (2010) e la Metodologia (2011). Con la Comunicazione si chiude anche il ciclo di vita di una ricerca archeologica, che dallo studio del territorio e dall’analisi dei reperti ha come naturale sbocco la loro pubblicazione/divulgazione. In questi anni funestati dalla crisi economica la Ricerca ha assunto un ruolo predominante nel dibattito pubblico, ma intesa in senso scientifico e produttivo: la ricerca umanistica è quasi sempre tenuta in panchina, come se il Patrimonio Culturale fosse in grado di valorizzarsi da solo, in modalità self-service. È anche questo che ha provocato e provoca progetti fini a se stessi, spesso meramente economici, laddove si coniuga il patrimonio in termini di PIL e lo si vuole primo produttore del Paese, ma poi non si lega al fattore economico un processo di studio e di ricerca coniugato secondo lo stato dell’arte. Spesso, quando ciò avviene, gli archeologi rimangono esclusi da questa filiera, per colpa di un sistema che ha ridotto l’Archeologia a materia accademica, per cui esiste dentro le aule universitarie e nelle pubblicazioni scientifiche ma molto raramente oltre: l’Archeologo è quasi ridotto ad un res nullius, d’altronde è ben noto come sia una figura professionale aleatoria, formalmente non esistente. Questo nel Paese che vanta, almeno a parole, uno dei patrimoni qualitativamente e quantitativamente più significativi del pianeta.

L’archeologo, per colpe anche sue, ha pensato in passato che la comunicazione e la divulgazione non fossero materia propria, e nell’ambito della ricerca stenta ancora a compiere quel definitivo processo che trasformi l’Informatica per l’Archeologia in Informatica e Archeologia, che significa in primis che l’archeologo assume su di sé l’onere della produzione scientifica del dato: un malinteso senso di multidisciplinarietà porta ancora adesso l’archeologo a pensare che non deve sporcarsi le mani con la tecnologia oltre un documento testuale o un database relazionale, al limite un rilievo con la stazione totale, ritenendo che tecniche avanzate siano appannaggio dell’expertise informatico di turno. Vi sono poi situazioni nelle quali l’archeologo, in un opposto malinteso senso di ricerca a basso costo, internalizza tutti i ruoli anche laddove non ha ben chiare le tecniche ed i metodi propri delle singole discipline. Se la produzione del dato scientifico non è metodologicamente ineccepibile, la divulgazione e la valorizzazione, fasi inevitabilmente seguenti, non potranno che soffrirne. L’Archeologia oggi non può che trasformarsi essa stessa in una disciplina multidisciplinare, dove all’archeologo non sono più richieste soltanto capacità di studio, di analisi dei reperti, di scavo e di rilievo, ma anche raffinate capacità di rilevamento indiretto, di anastilosi virtuale e ricostruzione tridimensionale, di trend informatici e social. Non s’intende con questo che l’archeologo debba avere le capacità di un ingegnere, per quanto risulti sbagliato pensare che non possa in prima persona spendersi per una ricostruzione 3D o un rilievo tecnico, ma per lo meno che abbia contezza nel processo di pianificazione di una ricerca: sempre più oggi si fanno pressanti i temi dell’open data, dell’open format e dell’open access, finalmente approdati nell’Agenda Digitale del Paese ma ancora duri a penetrare in un mondo fortemente gerarchico e accademico come quello archeologico. Sono temi che mettono sul piatto la trasparenza del processo di ricerca e che, come corollario, mostrano pubblicamente le capacità dell’archeologo di saper fare ricerca: una relazione finale di scavo richiede complesse capacità cognitive, ma che succederebbe se tutti potessero giudicare il risultato finale a partire dai dati grezzi? Un volano per la meritocrazia, un grimaldello per scardinare uno statu quo che nei convegni e nei libri la maggior parte degli archeologi sottolinea con la matita blu, senza poi riuscire effettivamente a cambiare rotta.

Si registra in questo momento storico una crescita dell’interesse verso la cultura e le proposte culturali, ma soprattutto verso proposte culturali di qualità: non più l’asettica visita al Colosseo o agli Uffizi, ma il desiderio di sapere perché il Colosseo e cosa rappresentano quelle opere conservate negli Uffizi. Il pubblico moderno queste informazioni non le cerca più soltanto nei libri, ma ha imparato a pianificare la sua visita in tre step: informazioni preliminari reperibili in rete, informazioni scientifiche reperibili in loco, approfondimento post visita e condivisione sociale dell’esperienza vissuta. Questo chiama in causa chi è deputato a gestire il Bene affinché predisponga opportunamente le informazioni attrattive, chi è deputato a gestirlo in loco affinché predisponga opportunamente le informazioni scientifiche. Il mix di queste due è ciò che porta un visitatore ad approfondire i contenuti e a fare condivisione sociale, che non è poi altro se non una campagna gratuita in modalità virale per il Bene in questione. Può l’archeologo, in questo processo che si pretende essere asset fondamentale per l’economia del Paese, restare escluso o autoescludersi per rimanere confinato nell’Accademia? Al tempo stesso, per aprirsi ed entrare in questo fantastico mondo, deve essere cosciente di quali siano i medium comunicativi di questa èra: non si può partecipare ad un Gran Premio di Formula 1 entrando in pista con una Fiat 500. Neanche però si può pensare che il tablet o lo smartphone riproducano a video l’esperienza cartacea: la comunicazione sui dispositivi mobile va radicalmente ripensata rispetto a quella cartacea protagonista degli ultimi decenni, riprogettata pensando al web 2.0 e futuro 3.0, targhettizzata in base alla classe di utenza che si vuole raggiungere.

Durante il seminario i relatori si sono interrogati su come i nuovi sistemi digitali possano cambiare radicalmente il modo di fare Archeologia, a cominciare dalla fase della ricerca: senza pretesa di aver esaurito l’argomento, gli interrogativi posti nelle sessioni di quest’anno che completano il percorso intrapreso nelle passate edizioni esigono una presa di coscienza diffusa da parte del mondo dell’Archeologia, a tutti i suoi livelli. Sono la dimostrazione che l’archeologo può e dunque deve assumere su di sé l’onere e l’onore di ampliare i mezzi e di conseguenza gli orizzonti a sua disposizione, di farlo in altre parole in prima persona, attuando processi di fertilizzazione incrociata nell’ottica di poter superare quegli ostacoli che la sua formazione inevitabilmente pone, facendosi davvero primo attore di quello che è, sulla carta, un campo da scoprire ancora sconfinato e nella parte già conosciuta da ripensare radicalmente. L’archeologo deve riuscire ad imporre la sua esistenza pubblica oltre Indiana Jones, non essere confinato nell’immaginario collettivo dello sterratore cercatore d’antichità (e di misteri) di ottocentesca memoria, ma come vero expertise della sua materia. Sarebbe altrimenti deprimente pensare che la sua esistenza sia dettata soltanto dalla presenza di idonei corsi di studio nelle Università e da obblighi di legge posti in essere nella pianificazione urbanistica: un corollario della società, spesso dannoso perché ostacola e intralcia il lavoro nell’edilizia, di fatto superfluo perché demanda a terzi il compito di trasferire la sua conoscenza al pubblico. Cambiare si può, si deve: si può decidere di prendere il treno che sta passando, già rincorrendolo, oppure attendere di esservi caricati sopra a forza, o mestamente abbandonarsi ad essere travolti. In ogni caso, il futuro non sarà uguale al presente: quanto siamo pronti per prenderne parte?

ARCHEOLOGIA E BLOGOSFERA

Il mondo del web 2.0 offre agli archeologi meglio di ogni altro canale mediatico la possibilità di riappropriarsi della comunicazione archeologica, fino ad oggi appannaggio di poche figure del panorama mediatico italiano estranee per formazione all’archeologia, con inevitabili conseguenze in termini di esattezza delle informazioni riportate e di esagerata spettacolarizzazione. Lo strumento senz’altro più immediato e di più facile gestione è il blog, che si pone come efficace finestra di dialogo tra l’archeologo autore e il pubblico dei lettori appassionati o curiosi di archeologia. All’estero, soprattutto in ambiente anglosassone, si sta formando una vera e propria comunità attiva di blogger di archeologia, che persegue le finalità della Public Archaeology. Oggetto di questo contributo è allora cercare di capire come si struttura la blogosfera archeologica italiana. Per fare ciò ho condotto un’indagine statistica analizzando 50 blog di archeologia attivi in Italia.

Passerò quindi ad analizzare tali blog, valutandone i linguaggi e i contenuti, gli autori e il loro modo di scrivere, e naturalmente il pubblico. Ho volutamente preso in considerazione anche i blog cosiddetti di fantarcheologia[1]: in rete infatti uno dei problemi principali è quello della veridicità; la veridicità e la fondatezza di una notizia e di un’informazione non derivano tanto dai contenuti

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