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Eugenia Grandet

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Eugenia Grandet

valutazioni:
3/5 (414 valutazioni)
Lunghezza:
223 pagine
5 ore
Pubblicato:
Jul 29, 2015
ISBN:
9788899447694
Formato:
Libro

Descrizione

"Eugenia Grandet" è il tredicesimo romanzo dello scrittore francese Honoré de Balzac, pubblicato nel dicembre 1833. La storia di Eugénie è ambientata a Saumur, piccolo paesino della campagna francese. Il padre di Eugénie, che in città è conosciuto come papà Grandet, è un vecchio vignaiuolo arricchito grazie all'eredità paterna. Nonostante la sua ricchezza il padrone di casa fa di tutto per nasconderla, non parlarne e, soprattutto, non spenderla; sua moglie, sua figlia Eugénie e la serva Nanon, scelta per la sua robustezza e possanza fisica, sono quindi costrette a vivere in una casa spoglia e povera.
La monotonia si interrompe a casa Grandet quando una sera giunge un elegante e raffinato giovanotto parigino: Charles, cugino di Eugénie. 

L'autore

Honoré de Balzac (Tours, 20 maggio 1799 – Parigi, 18 agosto 1850) è stato uno scrittore, drammaturgo, critico letterario, saggista, giornalista e stampatore francese, considerato fra i maggiori della sua epoca.

Traduzione di Grazia Deledda (1871 – 1936), scrittrice italiana vincitrice del Premio Nobel per la letteratura nel 1926.
Pubblicato:
Jul 29, 2015
ISBN:
9788899447694
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Honoré de Balzac (1799-1850) was a French novelist, short story writer, and playwright. Regarded as one of the key figures of French and European literature, Balzac’s realist approach to writing would influence Charles Dickens, Émile Zola, Henry James, Gustave Flaubert, and Karl Marx. With a precocious attitude and fierce intellect, Balzac struggled first in school and then in business before dedicating himself to the pursuit of writing as both an art and a profession. His distinctly industrious work routine—he spent hours each day writing furiously by hand and made extensive edits during the publication process—led to a prodigious output of dozens of novels, stories, plays, and novellas. La Comédie humaine, Balzac’s most famous work, is a sequence of 91 finished and 46 unfinished stories, novels, and essays with which he attempted to realistically and exhaustively portray every aspect of French society during the early-nineteenth century.


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Anteprima del libro

Eugenia Grandet - Honoré de Balzac

1926.

1

In alcune città di provincia si trovano case la cui vista ispira una malinconia simile a quella dei chiostri più tetri, delle lande più desolate, delle rovine più tristi: in queste case forse si trovano riuniti e il silenzio del chiostro, e l’aridità delle lande, e le rovine. Vita e movimento vi sono così tranquilli che un forestiero le riterrebbe inabitate, se d’un tratto non incontrasse lo sguardo smorto e freddo di una persona immobile, la cui figura, mezzo monastica, sporge dal parapetto della finestra al rumore di un passo insolito. Tale malinconia esiste anche in una casa di Saumur, in cima alla via montagnosa che mena al castello per la parte alta della città. Questa curiosa strada, ora poco frequentata, calda in estate e fredda in inverno, oscura in alcuni punti, si fa notare per il selciato sonoro, sempre a posto e arido, per la sua angustia e la sua tortuosità, per la dolce pace delle case che appartengono alla città vecchia che domina i bastioni. Vi sorgono ancora solide abitazioni di tre secoli, quantunque in legno, e i loro diversi aspetti concorrono all’originalità di questa parte di Saumur che attira l’attenzione degli antiquari e degli artisti. È difficile passare davanti a queste case senza ammirare i loro panconi enormi i cui spigoli sono intagliati e che coronano con un bassorilievo nero il pianterreno della maggior parte di esse. Qui, tavole trasversali son coperte di ardesia e disegnano linee bluastre sulle mura deboli di una casa coperta da un tetto e colombaio, che gli anni hanno fatto inclinare nelle sue assi mezzo fradice per la pioggia e il sole. Là, appaiono imposte di finestre vecchie e annerite, di cui a malapena si scorgono le delicate sculture e che sembrano troppo fragili per il vaso d’argilla oscura, d’onde si slanciano i garofani o le rose di una povera operaia. più avanti vi sono porte guarnite di chiodi enormi dove il genio dei nostri antenati ha tracciato geroglifici domestici e familiari e dei quali mai sarà scoperto il senso. Talora un protestante vi ha marcato la sua fede, talora un autore della lega vi ha bollato la maledizione per Enrico IV. Qualche borghese vi ha segnato lo stemma della sua nobiltà di campane e la dimenticata gloria della sua carica di scabino. La Storia di Francia è là tutta intiera. Di fianco alla casa tremante nelle sue mura grezze ove l’artigiano ha santificata la sua pialla, s’innalza il palazzo di un gentiluomo, e sulla sua porta spiccano ancora in pietra le sue armi, oltraggiate e infrante dalle diverse rivoluzioni che dal 1789 hanno sconvolto il paese. In questa via i pianterreni dei commercianti non sono né botteghe né magazzini; ma gli amici del medio evo vi troverebbero la bottega dei nostri padri in tutta la sua schiettezza e la sua semplicità. Quei locali bassi, che non hanno né facciata, né mostre, né vetri, sono profondi, oscuri e senza ornamenti esterni o interni. La porta si apre con due battenti, ferrati grossolanamente, dei quali la parte superiore si ripiega all’interno, e l’inferiore, munita di un campanello a molla, si schiude in modo normale. Aria e luce penetrano in questa specie di antro umido, o dal vano della porta, o per lo spazio che si riscontra fra la volta, il solaio e il breve muro ad altezza di finestra, nel quale s’incastrano solide imposte, tolte di mattino, rimesse a posto e inchiavardate la sera. Questo muro serve ad esporre le mercanzie del negoziante: e non vi è ciarlataneria. Secondo la specie del commercio la mostra consiste in due o tre mastelli colmi di sale e di merluzzo, in qualche involto di tela grossa da vele, in cordami, in ottonami appesi ai travicelli del solaio, in cerchi lungo le pareti, o in qualche pezza di stoffa su scaffali. Entrate. Una bella figliola, fulgida di giovinezza, dal bianco fazzoletto, dalle braccia rosee, lascia il suo lavoro a maglia, chiama il padre o la madre che vengono e vi vendono ciò che desiderate con flemma, con gentilezza o con arroganza, secondo il carattere, sia per due soldi, sia per ventimila franchi delle loro mercanzie. Vedrete un mercante di legname seduto davanti alla porta che gira i pollici chiacchierando con un vicino: in apparenza egli non possiede che cattive tavole per infimo uso o due o tre mucchi di panconcelli: ma in realtà nel posto il suo magazzino pieno zeppo fornisce tutti i bottai dell’Angiò, e sa a un dipresso quante botti saranno vendute se il raccolto sarà buono. Un raggio di sole l’arricchisce, una pioggia lo rovina: in una sola mattinata certi fusti di vino valgono undici franchi o cadono a sei lire. In quel paese, come nella Turenna, le variazioni dell’atmosfera dominano la vita commerciale. Vignaroli, proprietari, mercanti di legname, bottai, albergatori, marinai, sono tutti a spiare il sole: tremano nel coricarsi la sera di dover sapere l’indomani mattina che durante la notte ha gelato: temono la pioggia, il vento, la siccità, e vogliono nello stesso tempo a secondo della loro pretesa, acqua, caldo e nubi. V’è una lotta continua fra il cielo e gli interessi della terra: così il barometro rattrista, schernisce e allieta volta a volta i visi di questi abitanti. Da un capo all’altro di questa strada, che una volta era il Corso di Saumur, le parole magiche: «Ecco un tempo d’oro!» volan di porta in porta: e gioioso ciascuno risponde al vicino: «Piovon luigi!», ben sapendo che un raggio di sole e un’opportuna piovuta portano la ricchezza. Il sabato, verso mezzogiorno, nella bella stagione, non trovereste da comprare un soldo di merce presso questi bravi industriali. Ciascuno ha la sua vigna, il suo poderetto a orto o frutteto e va a passare due giorni in campagna: e là, perché da calcolatori hanno tutto previsto, la compera, la vendita, il guadagno, i commercianti possono disporre di dieci ore su dodici che trascorrono in allegre partite, in osservazioni piene di commenti e in numerosi spionaggi. Una massaia non può comperare una pernice senza che i vicini non domandino al marito se sia stata cucinata bene. Una giovinetta non s’affaccia alla finestra senza essere vista dai crocchi di disoccupati. Là, dunque, le coscienze sono liberissime e quelle case che sembrano impenetrabili, così nere e silenziose, non nascondono invece alcun mistero. La vita si svolge quasi sempre all’aperto: le famiglie si riuniscono davanti alla porta, vi fanno colazione, vi pranzano, vi discutono. Non può passare persona per la strada che non sia osservata e studiata. Del resto, fin da prima, allorché un forestiero arrivava in una città di provincia era beffato di porta in porta, onde tante gioconde storielle, e il soprannome di copieux, abbondanti di burle, dato agli abitanti di Angers che erano i primi in questo motteggiare saporito e non offensivo. Gli antichi alberghi della vecchia città sono in cima a questa strada già abitata dai signori del paese.

La melanconica casa dove si sono svolti gli avvenimenti di questo racconto era appunto uno di tali abitati, resti venerabili di un secolo nel quale le cose e gli uomini avevano quel carattere di semplicità che i costumi francesi vanno perdendo di giorno in giorno. Dopo aver seguito le traccie di questa pittoresca contrada ove i minimi particolari suscitano ricordi e sogni involontari, scoprirete un meandro oscuro: là è nascosta la porta della casa del signor Grandet. Ma è impossibile comprendere il valore di quest’espressione provinciale se non si conosce un po’ della vita del signor Grandet. Egli a Saumur godeva di una reputazione che chi non ha vissuto in provincia non potrebbe comprendere né poco né molto. Il signor Grandet, chiamato da alcuni vecchi, il cui numero diminuiva sensibilmente, papà Grandet, era nel 1789 un mastro bottaio che oltre al fatto suo sapeva leggere, scrivere e far di conto. Quando la nuova Repubblica Francese mise in vendita nel circondario di Saumur i beni del clero, il bottaio, allora quarantenne, aveva da poco sposato la figlia di un ricco mercante di legnami. Egli con il suo e con la dote mise insieme duemila luigi d’oro: munito di questi andò al distretto dove con duecento doppi luigi del suocero offerti al feroce repubblicano che sorvegliava la vendita dei domini nazionali ebbe per un pezzo di pane, legalmente, se non legittimamente, le più belle vigne del territorio, una vecchia abbazia e qualche cascina. Gli abitanti di Saumur erano poco rivoluzionari e papà Grandet passò per uomo ardimentoso, un patriota repubblicano che diffondeva nuove idee: mentre invece il bottaio si occupava pacificamente delle sue vigne.

Fu allora nominato membro del distretto di Saumur e la sua pacifica influenza si fece risentire tanto dal lato politico che da quello commerciale. Politicamente protesse i conservatori e impedì con tutte le sue possibilità la vendita dei beni degli emigrati: commercialmente, fornì alle armate repubblicane una o due migliaia di botti di vin bianco facendosi pagare con superbe praterie di proprietà di un monastero, riservate per ultimo lotto.

Sotto il consolato, quel furbacchione d’un buon Grandet divenne sindaco, amministrò con saggezza e vendemmiò anche meglio: sotto l’Impero egli fu il sig. Grandet.

Ma Napoleone non aveva cari i repubblicani e rimpiazzò il sig. Grandet, che passava per uno di quelli che avevano portato il berretto rosso, con un grande proprietario, un uomo di pretese nobiliari, un futuro barone dell’Impero. Il Sig. Grandet lasciò gli onori municipali senza dispiacere. Egli aveva fatto costruire, nell’interesse della città, strade eccellenti che, vedi caso, conducevano alle sue proprietà: e la sua casa e i suoi beni, descritti nel catasto con molto vantaggio, pagavano imposte moderate. Dopo la classificazione dei suoi diversi poderi, le sue vigne, grazie alle sue costanti cure, erano divenute la testa del paese, termine tecnico in uso per indicare i vigneti che producevano il vino migliore.

Egli avrebbe potuto chiedere la croce della Legion d’onore: e l’ottenne nel 1806. Aveva allora 57 anni e sua moglie circa 36: una figlia unica, frutto dei loro legittimi amori, aveva l’età di sedici anni. Il sig. Grandet, che la Provvidenza volle senza dubbio consolare della sua disgrazia amministrativa, ereditò successivamente durante quest’anno dalla signora La Gaudinière, nata La Bertellière, madre della signora Grandet: poi dal vecchio sig. La Bertellière, padre della defunta, e infine da madama Gentillet, sua ava materna: tre successioni la cui importanza rimase nascosta a tutti.

L’avarizia di quei tre vecchi era così sordida, così appassionata, che da lungo tempo essi nascondevano il loro denaro per poterlo contemplare in segreto. Il vecchio signor La Bertellière chiamava prodigalità l’impiego del denaro, e provava più acre soddisfazione nel contemplare l’oro che nei benefizi dell’usura: di modo che gli abitanti di Saumur supposero che quei denari fossero le economie delle rendite dei terreni.

Il signor Grandet ottenne allora il nuovo titolo di nobiltà che la nostra mania di eguaglianza non cancellerà mai, e divenne il maggior contribuente del circondario. Egli possedeva cento iugeri di vigne che nelle annate abbondanti gli rendevano dai sette agli ottocento fusti di vino: aveva inoltre tredici masserie, una vecchia abbazia, dove, per economia, aveva murato le finestre, le ogive, le vetrate, il che le conservò lungo tempo: e infine era padrone di centoventisette iugeri di praterie dove crescevano e s’ingrossavano tremila pioppi piantati nel 1793. La casa ove abitava era di sua proprietà. Questa a un dipresso era la sua fortuna visibile. Riguardo ai suoi capitali due sole persone potevano vagamente presumerne la portata: l’uno era il signor Cruchot, notaio incaricato dei depositi a usura e dei mutui di Grandet: l’altro il signor des Grassins, il più ricco banchiere di Saumur, ai benefici del quale con convenienza e segretamente il vignarolo partecipava.

Quantunque il vecchio Cruchot e il signor des Grassins possedessero quella profonda discrezione, che genera nella provincia la confidenza e la fortuna, essi testimoniavano in pubblico al signor Grandet un così profondo rispetto, che gli osservatori potevano misurare l’importanza delle ricchezze dell’antico sindaco dalla portata dell’ossequiosa considerazione di cui era oggetto.

Non vi era alcuno in Saumur che non fosse persuaso che il signor Grandet avesse un tesoro particolare, un nascondiglio zeppo di luigi, e si procurasse di notte le ineffabili gioie che procura la vista di un gran mucchio di oro. Gli avari ne erano quasi certi, scoprendo nei suoi occhi forse misteriosi riflessi che il fulvo metallo vi aveva comunicato.

Lo sguardo d’un uomo abituato a trarre dai suoi capitali un interesse straordinario, contrae fatalmente, come quello del voluttuoso, del giocatore, o del cortigiano, certe abitudini indefinibili, certi moti furtivi, avidi, che non possono sfuggire a quelli che provano le identiche inclinazioni; e questo segreto linguaggio forma in certo qual modo la framassoneria delle passioni.

Il signor Grandet ispirava dunque la stima rispettosa alla quale aveva diritto un uomo che non doveva mai nulla a nessuno, e che, vecchio bottaio e vecchio vignarolo, indovinava con la precisione di un astronomo quando per il suo raccolto occorreva fabbricare mille fusti o soltanto cinquecento: ammirato come chi non fallisce alcuna speculazione e ha sempre botti da vendere allorché queste valgono più del mosto, e può conservare in cantina la sua vendemmia e attendere il momento di vendere i suoi fusti di vino a duecento franchi quando i piccoli proprietari sono costretti a vendere i loro a cinque luigi. Il suo famoso raccolto del 1811, saggiamente conservato e lautamente venduto, gli aveva fruttato più di duecentoquarantamila lire.

Finanziariamente parlando, il signor Grandet aveva della tigre e del serpente boa: egli sapeva acquattarsi, rannicchiarsi, spiare a lungo la sua preda, saltarle addosso: poi apriva la gola della sua borsa, v’inghiottiva un mucchio di scudi e si addormentava tranquillo come il serpente che digerisce, impassibile, freddo, metodico. Chi lo vedeva passare per la strada non poteva fare a meno di provare un senso di ammirazione misto a rispetto e anche a paura.

Molti in Saumur non avevan forse provato lo strazio de' suoi artigli? A questo mastro Cruchot aveva procurato il denaro necessario per la compera di una tenuta, ma all’undici per cento: a quell’altro, il signor des Grassins, aveva scontato tratte, ma ad interessi enormi. Pochi erano i giorni nei quali il nome di Grandet non fosse pronunziato nei mercati, o la sera nelle conversazioni cittadine. Per alcuni, in verità, la fortuna del vecchio vignarolo era l’oggetto di un orgoglio patriottico. così più di un negoziante e più di un proprietario d’albergo diceva al forestiero, con una certa aria di soddisfazione:

– Signore, noi qui abbiamo due o tre milionari: ma riguardo al signor Grandet, egli stesso non sa a quanto ammonti la sua fortuna!

Nel 1816 i più abili calcolatori di Saumur stimavano le terre del nostro buon uomo circa quattro milioni: ma, dato un calcolo medio, egli aveva dovuto ricavare dalle sue proprietà, dall’anno 1793 al 1817, circa centomila franchi di interessi: e così era presumibile ch’egli possedesse in denaro liquido una somma eguale al valore dei fondi. E quando, dopo una partita a boston o un discorso sulle vigne, si veniva a parlare di Grandet, quelli che se ne intendevano esclamavano:

– Papà Grandet?... Papà Grandet deve avere dai cinque ai sei milioni.

– Lei è più abile di me: io non ho mai saputo il totale di Grandet – rispondevano il signor Cruchot o il signor des Grassins alle insinuazioni.

Quando qualcuno di Parigi parlava dei Rothschild o del famoso signor Laffitte, quei di Saumur domandavano se erano ricchi come il signor Grandet. Se il parigino rispondeva con uno sguardo di sorridente degnazione, quei di Saumur lo guardavano scuotendo la testa con un’aria di incredulità. Tanta fortuna copriva di un manto d’oro tutte le azioni di questo uomo, e se dapprima qualche particolare della sua vita si offriva al ridicolo e alla beffa, ora erano del tutto scomparsi: nei suoi minimi atti, il signor Grandet aveva ormai l’autorità della cosa giudicata.

La sua parola, il suo vestire, i suoi gesti, il suo ammiccare eran legge per il paese, ove ciascuno, dopo averlo studiato, come un naturalista studia gli effetti dell’istinto degli animali, avrebbe potuto riconoscere la profonda e silenziosa saggezza dei suoi più piccoli atteggiamenti.

– L’inverno sarà rude – si diceva. – Papà Grandet ha messo i guanti foderati: bisogna vendemmiare.

Altri dicevano: – Papà Grandet prepara legname: dunque ci sarà buon vino quest’anno.

Il signor Grandet mai comprava carne o pane, perché i suoi fittavoli gli portavano ogni settimana una sufficiente provvista di capponi, polli, uova, burro e grano della sua rendita: inoltre aveva un mulino, il cui conduttore, per contratto, era obbligato di rilevar da lui una certa quantità di frumento e riportargli crusca e farina.

La grossa Nannina, sua unica serva, quantunque non più giovane, faceva ella stessa tutti i sabati il pane per la famiglia. Grandet si era poi accordato coi suoi ortolani locatari perché gli fornissero legumi: quanto alle frutta ne raccoglieva tanta che gran parte la vendeva al mercato. La legna da ardere era tagliata dalle sue siepi o consisteva in vecchi fastelli mezzo marci che disponeva ai limiti dei suoi campi, e i fittavoli gliela portavano in città, gliela disponevano a modo nella legnaia e ricevevano i suoi ringraziamenti. Le sue sole spese conosciute erano quelle per il pane benedetto, per i vestiti della moglie e della figlia, per l’affitto delle sedie in chiesa, per la luce, per il salario della grossa Nannina, per la saldatura delle sue casseruole: di più il pagamento delle imposte, restauri dei fabbricati e manutenzioni dei terreni. Aveva poi seicento iugeri di bosco acquistato recentemente

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Recensioni

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Recensioni dei lettori

  • (4/5)
    In the post-French Revolution town of Saumur, the sweet and naive Eugenie is much sought after as a bride (for her father's money, mostly) although she seems generally unaware of the attention. She, her mother and their one servant lead a sheltered and Spartan life under the miserly and tyrannical gaze of her father, a local baron of the wine trade. When she falls in love with her penniless cousin and gives her savings away to help him, she starts down a path of misery and disappointment.Well, it's not a happy read, but a well-crafted one, and it includes one of the most easy-to-loathe characters (Eugenie's father) I've ever come across. Recommended, if you like that sort of thing - think Thomas Hardy, but maybe a half-step less dreadfully depressing.
  • (4/5)
    No need for histrionic qualification, this was a sublime novel.
  • (4/5)
    "Eugenie Grandet" takes place in a gloomy house in the French village Saumur. Monsieur Grandet is an extremely rich old miser that makes life miserable for his wife and daughter Eugenie. When her handsome cousin Charles arrives without a penny to his name, Eugenies passion awakens. Against her fathers will she use her own money to help Charles. It’s the beginning to a tragic fight between two strong wills.Balzac’s novel is - like "Pere Goriot" - a part of his La Comédie Humaine. It’s an almost grotesque study in the detrimental effects of the power of money. It starts lighthearted with descriptions of Monsieur Grandets miserly life where every penny is saved and none spent - soon it turns into a bitter and ugly fight.
  • (5/5)
    Monsieur Grandet is the wealthiest man in the provincial town of Saumur. The former cooper has used his business acumen and wiles, amid the social upheavals following the French Revolution and the subsequent Empire and Restoration, to skillfully acquire vineyards and a horde of gold that’s the envy of all. Yet the miser continues to dress as a laborer, and live in the same gloomy old house with his wife and daughter Eugénie as before. Their only visitors to this dismal abode are the families of his lawyer and banker, vying for the hand of Eugénie and her eventual inheritance. So the sudden appearance of a dashing and handsome young man from Paris into their midst quite upsets everyone’s schemes.Skillfully, succinctly and realistically Balzac constructs his story of monomaniacal greed and domestic bullying, punctuated with dramatic scenes of intense emotions, set against a backdrop of drab melancholy. However, like Dickens he can portray the striving for social status and wealth with a sharp and witty eye.
  • (4/5)
    I studied Eugenie Grandet for a French "A" level and ended up liking it and Balzac a lot. He's got a great feeling for people giving them plenty of space to develop. Eugenie is completely memorable as her dreams of freedom turn into an emptiness when freedom finally arrives.
  • (5/5)
    Eugenie Grandet is one of the signature works of French literature, and Flaubert, who wrote Madame Bovary and is arguably the most celebrated French novelist, was supposedly greatly influenced by Balzac. It's easy reading Eugene Grandet to trace the line of realism in French literature from Stendahl's The Red and the Black, its predecessor, and Madame Bovary, its successor. All three concern themselves with people from the French provinces, which are presented as largely petty and grasping. All feature styles that are amazing in their command of details--rich but never rambling. All three novels deal with monomania. In the case of Madame Bovary, she seeks passion--the search for love (or lust?) rules all. With Julian Sorel of The Red and the Black it's ambition, as Sorel seeks to rise above his peasant roots. In this novel the ruling, blighting passion is avarice--money, gold, miserliness.Mind you, that's not Eugenie's guiding passion--and I think that's the one aspect of the novel that makes me deny it a fifth star. This is a pretty short novel, less than 200 pages--yet richer than many a bloated classic that goes on for hundreds of pages. It's rich in incident, style and character--that comes through even in translation. It's easy to understand why Henry James thought Balzac the greatest novelist in literature. And indeed I can see a strong resemblance between Catherine Sloper of James' Washington Square and Eugenie. Except Catherine feels more real, more an individual and more the center of her own story. For that matter to me so do secondary female characters in Stendahl's The Red and the Black, let alone Emma Bovary. For a title character Eugenie seems rather pallid to me, more acted upon than acting. Her father and love are more interesting, more central to her fate--it's their avarice that matters. Eugenie never quite seemed real to me, but more the "angelic" kind of figure that annoyed me in so much of Dickens that I've read. That said, yes, this is well worth reading and I'll remember this novel for a long time. Pere Grandet is a monster of miserliness like none I've read in literature. And I'm told with Balzac there's much more to him than one novel can convey. He embarked upon the ambitious project of linking his novels in a shared world, "La Comédie humaine," so minor characters in one often become the protagonists of others. And believe me, after reading this novel, this won't be the last I read of Balzac.
  • (5/5)
    Eugenie Grandet is the daughter of a leading citizen, and former mayor, of Saumur, France in the early 1800s. Her father is a terrible miser, shot through with greed, and although wealthy, forces his family to live like poor people. He keeps the food stuffs under lock and key and doles out the food each day, counting each cube of sugar. He also has a terrible temper.When Eugenie’s nephew, Charles, comes to live with the Grandet family for a while after his father goes bankrupt and commits suicide, Eugenie falls fast in love with him – cousins could marry in those days. When Charles goes to the Indies to make his fortune, Eugenie waits for him as they discussed. “She let herself drift deliciously with the tide of love. She snatched her happiness like a swimmer seizing a willow branch overhanging the river to draw himself to land and rest for a while.”Eugenie eventually inherits her father’s vast wealth. She is a poor little rich girl, seeking only love. “God poured quantities of gold into her lap, although gold meant nothing to her.”
  • (5/5)
    Set in the historic French town of Saumur, which is surrounded by vineyards and produces some of France's finest wines, we are first introduced to Eugénie's father, Félix Grandet, and told how in the early 19th century, having married a rich merchant's daughter, he came to amass a vast fortune, in part due to his business acumen but also by having inherited the estates of his grandmother, his mother-in-law and grandfather-in-law, all in the same year. Grandet produced what was considered to be the best wine in the country, so that his fortune was constantly increased, and we are soon shown what manner of despicable meiser he was. Nobody in this small town, where everybody knows his or her neighbour's business, knew exactly the extent of the man's fortune, so scrupulous was he to hide any sign of it, though many were those who were certain (and not wrongly) that he hid away a great pile of gold which he liked to admire regularly. Though he could easily afford to live like a great lord, Grandet employed only one person in his service, the old Nanon, who showed her master an unwavering devotion and in return was made to work like a dog. Far from spoiling his wife and only daughter Eugénie, the despotic Grandet forced them to work at mending all the household's clothing, this task keeping them busy from morning to night. I won't detail here the extent of the man's avarice, because Balzac obviously took great delight in describing his mean creation, with a plot which continually underlines and confirms Grandet's sordid nature. Eugénie is a loving daughter who takes no offence at her father's constant mistreatment. The story takes off on Eugénie's 23rd birthday; the families of Grandet's lawyer and of his banker have been invited, both groups having high hopes of marrying their sons to the heiress. An unexpected guest also makes an appearance: Grandet's handsome nephew Charles Grandet, freshly arrived from Paris. The young man is a true Parisian dandy, such as are never seen in Saumur, and makes a not entirely positive impression, but Eugénie, seeing the splendour of her cousin's appearance, is suddenly made aware of the shabby state of their house. Charles has been sent over by his father, who has very suddenly found himself bankrupt, and has hopes that his brother Félix will take the spoiled young man under his wing and help him find an adequate means of earning a living. It seems that Balzac first had the idea for the great undertaking that was The Human Comedy (which consists of 91 finished works), while writing Eugénie Grandet in 1833. Though the subject of avarice is certainly a distasteful one, I thoroughly enjoyed this novel, which will from now on rank among my all-time favourites. The experience was made all the more pleasurable thanks to the narration on this audiobook version by the French actor André Dussollier.
  • (4/5)
    Great book! Maybe it is even 4.5 *Balzac's characters were all well written (even though not all were very nice) & the prose was extremely readable. I found the ending rather sad...
  • (3/5)
    Dit is eigenlijk vooral de roman van de vrek Grandet, eerder dan van Eugenie. Het typetje van de gierigaard wordt prachtig getekend, al is er na Molière toch niet zoveel meer toe te voegen. Heel zwakjes zijn de andere karakters: Eugenie, de moeder, en de Cruchots en Grassins; alleen de dienstmeid Nanon vertoont nog wat consistentie.Ook aan de structuur van het verhaal mangelt er wat: op het einde is het een wirwar van plotse gebeurtenissen en wendingen, die het geheel onevenwichtig maken.Dus: rake typering van de vrek en zijn milieu, en van het overal aanwezige cynisme; zwakke vrouwenfiguren.
  • (4/5)
    Like several of Balzac's novels, there is a strong moral theme in the novel's plot, this time the love of money – especially gold. Coupled with stinginess as it is here, it contrasts with materialism in general, giving a character similar in some trains to that of Dickens' Scrooge in a Christmas Carol (published a decade later).Eugenie Grandet is the daughter of a very wealthy but miserly businessman, who plays a slightly greater role in the novel than her. They live in the large provincial town of Saumur, in a somewhat Spartan existence in grand but poorly-maintained house. Sheltered from the world, oblivious to her father's machinations, and kept companion by her caring mother, Eugenie grows up with an angelic and impressionable character. The other member of their small household is the housekeeper Nanon, who is also endearing and well characterised.Throughout the novel, the two main families in the town vie for Eugenie's hand, and though she is oblivious to their motivation behind their attentions, her father plays them off to benefit from the one-upmanship. Things are shaken up however when her wealthy cousin Charles arrives from Paris. She instantly falls in love due to his good looks and charm, and her world view begins to change. A further unsuspected change in fortune occurs for one of the characters, and this brings about the events that make up the rest of the plot.Many of the other usual Balzac themes are present – death, unrequited love, monomania, and social and psychological goings-on. This is not one of Balzac's longest novels, but it is very complete in what it is, without the tendency to drag out events unnecessarily such as in “Le Curé de Village”. It would therefore be a great introduction to Balzac, and his Comedie Humaine.
  • (4/5)
    1193. Eugenie Grandet, by Honore de Balzac (read 2 Nov 1972) I found this absorbing reading, especially the first 2/3rds of the novel. Grandet is a miser, who tyrannizes over his wife and daughter. The daughter falls in love with her cousin, gives him her money, he takes off for the Indies--leaving Eugenie to face her father's wrath. In retrospect the story seems slight, but I enjoyed it greatly.
  • (4/5)
    A story about someone who you would think to be a genius buthe turns out to be a tyrant over his sick wife. Absolutely tricky,wicked personality.
  • (5/5)
    First and foremost I must rain fury down upon the head of M.A. Crawford, not for his translation, but for the infuriating introduction. I cannot understand these types of egotistical introductions that try to reveal the entirety of the story while simultaneously critiquing and commenting on the true intent of the author before the reader has cracked the 1st page. These all to common of introductions only make sense, and do not anger the reader, after the story has already been digested. These sordid types of introductions should not be called introductions and should not be read before the reading of the book, as they will most certainly contain spoilers. I skimmed Crawford's horrid intro over as quickly as possible (which was not in a short while, due to it's maniacal length) while silently fuming.I found myself at first disgusted my Monsieur Grandet. I then came to realize that he was absolutely correct in everything he did (aside from not enjoying his wealth in any other way but to clandestinely stroke it). I came to despise Eugenie Grandet. Why would I do that?What was it that Eugenie first saw in her cousin Charles that sparked her love for him? It was the flash of materialism personified. Had her love been sparked for Charles upon his fall, and been borne out of pity, I might not despise her so, and yet... She is her father's daughter. His fall only gave her justification to feel what she already felt for Charles. Her sense of her own awakened independence, her goodness, her uniqueness, her saintliness—all false. She was and is an ignorant and sheltered girl who was twisted not by the love of money but by the love of something infinitely more silly—the woman's concept of gilded romance. Eugenie was a youthful Don Quixote in panties, Charles her Dulcinea, except in this case Dulcinea was no ragged plump farm girl but a realized and not idealized Dulcinea, all the more tempting.Her fall was due to her worshiping the image of a fancy-pants'; as her father so often pointed out, "a vagabond with morocco boots." Not only is Eugenie ignorant, she is shallow. Love at first sight! Ta ta ta ta! Though Eugenie is "in the world though not of the world", as Balzac tells us, her reasoning and her actual actions show us that she is indeed "of the world". She is false tenderness, I say—cracked.Monsieur Grandet, though cruel and immoral, is true to himself and his own set of economic laws. I fancy him as London's Wolf Larsen landed ashore. I like him, though he is evil. He is in the world, of the world, and he conquers the world.If anyone is worthy of God's heaven, who is "in the world, not of the world", truly it is Mrs. Grandet, Eugenie's dear mother. She is blameless but for the single lie she told to protect her daughter.Nanon is an interesting character. I don't trust her. Certainly she is not bourgeois, though she ends up an elite, which certainly must have been an odd thing to behold. Nanon was the wolf's right arm. When the wolf was not looking, Nanon was up to all sorts of innocent mischievousness. Though loyal, she is not trustworthy. She is both wolf and lamb and more ignorant of the world than Eugenie, though she is full of worldly wisdom. I find her somewhat of a paradox, and quite disturbing, as paradoxes are not suppose to exist in reality. Goofy lovable zombie is a term that comes to mind... I'm weird I guess. Most people would say that Nanon, if not Eugenie, is the most lovable character in the book. She creeps me out. Eugenie pisses me off with her shallowness.Poor Charles. Charles is a typical example of man. I look at his life as more of a tragedy than Eugenie's; not because of money, love, and opportunity lost, but because of the depth of the cataclysm into which he fell, and what monster crawled forth into the world from it.
  • (4/5)
    A gripping story with a surprisingly simple structure: with its claustrophobic setting (most of the action takes place in one room, and almost all in the same house) and small cast of characters, it could almost be a stage play. Most of the interest is in the ambiguous characterisation and the cunning way in which Balzac manipulates our sympathy to make us gradually come to see the flaws of the "good" characters and the virtues of the "bad" ones, until we aren't sure any more whom we can identify with. Things aren't as black-and-white as they are with Dickens.I got a little bit lost in the detail of the financial transactions — quite apart from anything else it's not trivial keeping track of the currency units — so I'm sure there were subtleties that escaped me, but I don't think that matters too much.