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Il labirinto d'ambra
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Il labirinto d'ambra
E-book373 pagine5 ore

Il labirinto d'ambra

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Info su questo ebook

Si dice che il giovane principe dai capelli bianchi attenda rinchiuso in una torre lontana.

Si dice che i Clipei siano montagne invalicabili, ma che una strada trafigga la roccia e che conduca attraverso un sentiero di argento vivo a un mausoleo nascosto.

Si dice che Megalopoli sia preda di una nebbia che imprigiona, i territori a est siano ridotti a rovine e che il mare solcato dalle grandi navi porti con sé un nuovo, misterioso pericolo.

Si dice anche, però, che Manfredi voglia recuperare il principe e incassare la sua ricompensa e che non c’è monte, nebbia o tempesta che possa fiaccare la sua volontà, che pieghi il braccio che brandisce la spada.

"Il labirinto d'ambra" è il seguito de "La radice del rubino".
LinguaItaliano
Data di uscita24 ago 2015
ISBN9788898585298
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    Anteprima del libro

    Il labirinto d'ambra - Gloria Scaioli

    Gloria Scaioli

    Il labirinto d’ambra

    Premessa

    Le vicende raccontate in questo romanzo seguono quelle di La radice del rubino, dove si trova la narrazione della prima parte del viaggio di Manfredi alla ricerca del principe Euno. Il presente riassunto ripropone il contenuto del primo libro, per chi non lo avesse letto o per chi, pur avendolo letto, vuole rinfrescarsi la memoria. Per ulteriori informazioni si veda l’elenco dei personaggi in fondo al presente volume.

    Nel capitolo precedente

    La Federazione è una lega di dieci città, in origine protette da quattro regni, uno per punto cardinale. Quando il Re del sud ha tentato di espandere i propri domini, è stato sconfitto e i suoi sudditi deportati oltre il confine ovest. Qui hanno fondato una città, Petreia. Le generazioni si sono succedute e, mentre gli altri regni sono decaduti per inattività, il Regno dell’Ovest è rimasto attivo a causa della minaccia comportata da Petreia. L’ultimo re della città nemica della federazione si chiama Deucalione e ha un figlio di nome Iempsale. Eupatro, re dell’ovest, porta il figlio Euno da una teras (un essere che ha poteri non trasmissibili) che vede i legami degli individui nel futuro. Costei gli rivela che quel bambino sconfiggerà l’esercito del padre, così il re decide di esiliare il figlio in una torre lontana, consigliato dal mago Sosigene, suo braccio destro. Dopo diciotto anni la moglie di Eupatro in punto di morte confida a Sosigene che il figlio non è di Eupatro, ma di Iempsale, principe di Petreia. Il mago non rivela a nessuno il segreto, ma incarica un cacciatore di taglie, Manfredi, di recuperare il ragazzo. Il viaggio seguirà un itinerario compilato da Menenio, la guardia che ha condotto lontano il bambino e la nutrice del re. Il mago mette in guardia Manfredi sulla possibilità che il petreiano Sinone, mago della terra e metamorfo, lo possa seguire sotto mentite spoglie. In cambio del ritrovamento del principe, Manfredi riceverà denaro e sarà liberato da una maledizione che lo costringe a combattere ogni notte contro un appestatore di sogni, un Dormiente di nome Minosse. L’itinerario, però, è inciso sopra un cofanetto, in possesso di Duccio Artigiani, pittore fallito di Pentapoli, che sta per essere impiccato. Per ottenere il cofanetto Manfredi deve portare con sé sia il graziato Duccio, sia i gemelli Filocolo e Filostrato Metelli, nipoti di un ricco mercante, che sono di caratteri molto diversi, ma hanno un solo corpo condiviso. I gemelli si allontanano volentieri da Pentapoli, perché l’albergo che gestivano viene bruciato da un incendio doloso. Al gruppo si unisce un micrandro, un essere misterioso dalle piccole dimensioni, di nome Cino. Il popolo di Cino è stato annientato da un evento sconosciuto e lui ha deciso di compiere un’impresa eccezionale, liberando il principe prigioniero, di cui ha letto la storia su un’antica lettera scritta dalla nonna.

    Per evitare di condividere la via con i numerosi mercanti, Manfredi decide di passare da Millevoci, una strada di sabbia che attraversa l’intricata Nemora, una foresta tanto fitta da non far filtrare la luce. Millevoci è formata da granelli che creano illusioni. Duccio e Filocolo rischiano di essere uccisi dai Masnadieri, fuorilegge che abitano sugli alberi, ma alla fine il gruppo giunge al confine fra la foresta e il deserto del Diapason. Il deserto non è naturale, ma si è formato dopo la morte dell’ultimo imperatore, la cui torre è collocata al centro esatto della distesa e ha all’interno un diapason in vibrazione. Attorno alla torre si trova un esercito di cera. Chi bloccherà il diapason pronunciando la frase ‘io sono il malnato che cresce come l’albero, questo esercito mi appartiene’ è destinato a diventare il nuovo imperatore. Molti tentano la sorte, ma nessuno è mai riuscito. Manfredi e gli altri si dirigono ad Alchemia, la città del deserto, dove gli Alchimisti creano gioielli dalla sabbia.

    Intanto l’ultima rimasta di una compagnia di ventura, Tamiri, ricorda con dolore la sua storia: sta combattendo ormai da tempo contro la maledizione di un bracciale, creato dal primo mago, che ha generato uomini di pietra, predisposti per distruggere le Città Millenarie. I combattenti della compagnia hanno sacrificato le loro vite: fra loro anche il capitano, una donna di nome Paxia, precipitata in un dirupo.

    Manfredi e gli altri sono accolti ad Alchemia solo grazie a Filocolo. Qui conoscono l’ambasciatrice Sofia e sua figlia Stellalontana. Aiutano anche un giovane di nome Giannetto ad assumere il ruolo di segretario dell’ambasciatrice. Fuori dalla città c’è un accampamento di Irregolari che non hanno accesso alle mura concentriche. Qui il loro capo deve mantenere il potere sconfiggendo gli sfidanti in una gara. Pare, però, che sia invulnerabile o possa curare rapidamente le ferite. Fra gli Irregolari c’è anche un mago del fuoco di nome Folgore, consumato da una grave malattia, che pensa di poter sfruttare Cino per guarire.

    La compagnia intanto è seguita da Sinone che si nasconde in un aspetto non proprio e che forse è uno dei componenti del gruppo stesso, o magari uno dei due personaggi che si stanno dirigendo verso est, Vladimiro il contorsionista e un misterioso uomo dalle strane sopracciglia. Comunque Sinone sta soffrendo e per mantenere l’equilibrio è costretto a entrare in Sospensione e a porsi domande che ricostruiscano il suo io reale.

    Accompagnati per breve tempo da un’evanescente, una creatura che sparisce dai ricordi, che poi prosegue per la sua strada, Manfredi, Duccio, Cino e i gemelli arrivano ai monti Clipei, ma qui Manfredi cade preda della maledizione e non riesce più a svegliarsi.

    Filocolo decide di chiedere aiuto a una giovane maga di nome Eco, che vive sui monti. La ragazza, maga dell’aria, è perseguitata da un piccolo tiranno locale, Prosdocimo, che vuole entrare in casa sua, convinto che ci sia un tesoro. Grazie all’aiuto di Tamiri, che nel frattempo ha abbattuto tutti gli uomini di pietra e degli altri, Eco si libera del suo assalitore e accetta di aiutare Manfredi. Quando lo vede, riconosce in lui uno dei suoi due fratelli, di cui aveva perso le tracce da bambini. Grazie a un incantesimo Filocolo e Filostrato entrano nel sogno di Manfredi, dove lo aiutano a liberarsi di Minosse, trasformato in drago. Si è creata quindi una nuova compagnia, pronta per proseguire nel viaggio alla ricerca del principe. Ma ancora l’ombra di Sinone accompagna i loro passi e pare che Petreia si prepari ad attaccare il regno dell’ovest. E forse l’intera Federazione è in pericolo…

    Prologo

    Silenzio. Il silenzio irreale dopo una battaglia: il tempo che minacciava tempesta si era placato, sgonfiando le sue aspirazioni guerresche, sfumando in un grigio striato di bianco. La mattina era una serenata alle montagne placide, un canto intrecciato delle infinite variazioni del silenzio. Alla fine del deserto innaturale creato dalla vibrazione del diapason i Clipei, gli alti monti, si ergevano immensi. La casa di Eco, quella che era stata la dimora della sua maestra, la maga Manto, disegnava le sue forme articolate, prodotto di statue lignee sovrapposte alla struttura, fra il verde del piccolo bosco. Più sotto, verso il deserto, il villaggio dei minatori dormiva ancora. Anche gli abitanti della casa si ritagliavano un momento di riposo, un piccolo tempo sospeso nella fatica del viaggio: Manfredi che aveva combattuto contro il Dormiente Minosse, il persecutore dei sogni, Duccio che non aveva perso la speranza, i gemelli Filocolo e Filostrato, due anime e un solo corpo, Tamiri la guerriera che aveva sconfitto i giganti di pietra, Cino, piccolo uomo con una grande impresa nel cuore. Prosdocimo soltanto non riusciva a dormire, logorato dalla sua ossessione per il tesoro, che era sicuro fosse nascosto nella casa. Lo avevano costretto a uscire e così guardava la struttura da fuori, non ospite, ma potenziale invasore. Se aveva fortuna la maga sarebbe partita con il cacciatore di taglie, un provvidenziale fratello ritrovato sulla via di un viaggio partito da Ovest, diretto verso la culla del sole. Per questo guardava la casa con bramosia, sperando che presto si svuotasse dei suoi fastidiosi abitanti, a disposizione sua e dei suoi uomini. La sua ossessione era maledizione e scopo della sua vita, lo nutriva e lo divorava e lui l’avrebbe inseguita come un’amante sdegnosa che continuava a negarsi.

    E in fondo anche Manfredi rincorreva, forse, un sogno, il miraggio intravisto fra i fili del destino da una teras e bramato dalla pazzia di un vecchio mago: la possibilità che un principe prigioniero risolvesse una guerra che, per il momento, era più simile a un tizzone nascosto nella cenere che a un vero e proprio incendio. Quello che succedeva ai confini Ovest non era altro che un’ipotesi di guerra, la possibile degenerazione di una serie di scontri fra il Re dell’Ovest, Eupatro e il sovrano di Petreia, Deucalione. Il vecchio mago, Sosigene, consigliere di Eupatro vedeva nel figlio esule del re la potenzialità di arma: il ragazzo, diceva la profezia, avrebbe sconfitto l’esercito del padre. Ed Euno era nipote di Deucalione, figlio di suo figlio, sangue corrotto di un antico ribelle che aveva tentato di assoggettare la Federazione delle Città Millenarie al suo volere. Un’arma, non una persona, il mago non pensava a Euno come a un giovane uomo che aveva passato la vita chiuso in una torre lontana perché sua madre non aveva avuto il coraggio di confessare l’infedeltà e non aveva rivelato che non Eupatro, ma Iempsale, suo giovane amante, era il padre del principe. Nemmeno dopo che la teras aveva appeso il filo e dichiarato che il ragazzo avrebbe sconfitto l’esercito di chi lo aveva generato, la regina Ermengarda aveva raccontato il tradimento, se non il giorno in cui si era spenta. Allora il peso era stato troppo greve da portare sotto il velo pietoso della terra feconda e la donna aveva voluto liberarsene prima che fosse troppo tardi. Era un segreto taciuto, un’ombra oscura nel suo passato, la bugia che aveva costretto suo figlio a essere sradicato per mettere radici in un terreno lontano, come un oggetto di cui vergognarsi, da chiudere in una stanza oscura. Ermengarda aveva raccontato, infine, la verità e aveva scelto un vecchio mago, Sosigene. Ma il segreto era filtrato; una volta affidato all’infida aria si era diffuso più del dovuto: un’ancella l’aveva raccolto e l’aveva a sua volta confidato a un altro mago, Sinone il metamorfo, signore dell’inganno e consigliere di Deucalione. Manfredi era partito per conto di Sosigene, Sinone era partito seguendo la sua brama di potere e l’Est era una meta lontana, ma non irraggiungibile, mentre le scaramucce guerresche mutavano e Petreia iniziava a spaventare anche chi all’inizio la credeva solo un regno ribelle, ma debole. Così il vento portava notizie di una guerra che andava formandosi, come l’accumulo di nuvole temporalesche alle pendici di un cielo prima sereno. Ma le preoccupazioni degli uomini non potevano avvelenare la mattina serena che riempiva gli spazi fra le cose, che illuminava di sole le statue lignee della casa della maga Eco, che annunciava agli abitanti un nuovo giorno, una nuova, urgente partenza, un nuovo passo che seguisse il precedente sulla via verso est. Là attendeva Euno, un’incognita, principe esule o simulacro ricordato da una lastra tombale, arma per la soluzione della guerra o capriccioso ago della bilancia di un conflitto potenziale. Euno attendeva chi aveva attraversato Nemora e il deserto per lui, chi aveva rischiato la vita e ancora avrebbe percorso le distese dell’ignoto seguendo una mappa disegnata da un antico soldato che era morto di vergogna per aver eseguito l’ordine di imprigionare un bambino. Ma quella era un’altra epoca, un altro mondo. Euno era un’ombra alla fine del cammino, il rubino puro rifiutato dalla radice che ne disprezza la perfezione, la meta per la quale si percorrono i sentieri intricati del mondo. Così, come in un labirinto d’ambra attraverso i cui muri il mondo appare dorato, ma distorto, Manfredi e gli altri avrebbero proseguito il loro viaggio, perché la vita è azzardo e speranza, cammino e riposo, notti silenziose e mattini di luce.

    Capitolo primo

    Un patto piuttosto equo

    Folgore bruciava rapidamente, consumato dalla febbre rovente che si nutriva avida dei suoi pensieri e delle sue energie.

    Aveva rinunciato alla lotta per ottenere il dolce contenuto della fiala che alleviava le sue sofferenze e i lacci in cuoio che avevano vanificato tanti suoi sforzi lambivano placidi i polsi assottigliati, dove ossa sporgenti erano fasciate da una pelle pallida.

    Una nebbia calda tremolava davanti ai suoi occhi offuscati, il cui blu profondo sbiadiva lentamente in un’espressione vacua.

    Qualcuno entrò nella stanza.

    Un residuo del suo carattere sospettoso gli intimò di intercettare i contorni incerti della figura minuta.

    Chi è? domandò. Le labbra aride deformarono il suono difficoltoso.

    Sono io disse una voce nota.

    La mistificatrice?

    La donna annuì: Sono… esitò, ma non per viltà, sono venuta a riscuotere ciò che mi spetta, i tre mesi pattuiti scadono oggi.

    Un’anima fredda si insinuò nella calda agonia del mago.

    Dov’è il centauro femmina?

    Se ne è andata giorni fa

    Perché non sei andata con lei?

    Tre mesi fa stabilimmo che vi avrei servito per tre cicli lunari e in cambio voi mi avreste dato il denaro mistificato in vostro possesso, il prodotto dell’antico inganno del Grande Falsario

    Avresti potuto prenderlo quando la malattia mi ha sconfitto, costringendomi a letto

    Non sono una ladra. Ma non sono nemmeno una santa e a voi non mi lega né affetto, né devozione, né, ormai, debito alcuno. I tre mesi sono scaduti, prenderò quello che mi spetta

    Non posso procurarmi il cibo, ti rendi conto che è come se tu decidessi il momento in cui recidere il filo della mia vita

    Se credete nei miracoli, Folgore, mago del fuoco, potete pregare. Oppure chiudete gli occhi, smettete di lottare e lasciate che la vostra fiamma si spenga.

    Non fu per obbedienza che chiuse gli occhi, ma perché il parlare lo aveva sfinito. La fiamma, però, non si spense, parve ardere ancora più forte, bruciando tutti i suoi pensieri.

    =

    Doveva essere notte. Il buio aveva appannato tutti i colori della stanza, metallizzati dal velo satinato della luce della luna. Folgore socchiuse gli occhi. La monotonia di un suono insistente opprimeva il suo cervello impedendogli di cogliere i rumori dell’ambiente. I bulbi oculari gli dolevano, come se qualcuno si fosse divertito a rimuoverli e a sostituirli con un altro paio di una misura troppo grande. Il sangue scandiva le percussioni della sua vita in lento soffocamento, mentre il contrasto tra le mani gelide e la fronte rovente annullava qualsiasi effetto dell’ambiente esterno sulla regolazione della temperatura del suo corpo.

    Tentò di scandagliare la stanza. Scoprì con stupore di riuscire a distinguere più chiaramente la trama irregolare del soffitto. Anche il ronzio divenne blando, posandosi lieve come cenere ribelle che ritorni sul terreno.

    Mosse le mani e trovò qualcosa di inappropriato in esse: le unghie lunghe erano state limate, i lacci della sua prigionia sciolti e rimossi. Il corpo ebbe una rapida decisione e si uniformò su una sensazione di freddo, eppure una coperta era stata premurosamente stesa su di lui, baluardo contro la notte del deserto. Folgore si chiese se non si trattasse di un sogno e attese che qualcosa di straordinario venisse a confermare questa ipotesi. Solo lo scorrere lento del tempo gli fece compagnia. I muscoli indolenziti del collo riuscirono a sollevare la testa dai capelli biondissimi. Una gioia improvvisa si diffuse in tutto il suo essere quando la vide. Una candela si scioglieva in estatico suicidio vicino a lui. Non era quello che la candela rappresentava, l’amorevole cura di un essere umano, a dargli felicità, ma la presenza stessa del fuoco, del suo elemento, che lui amava e apprezzava ben più dei subdoli, infidi suoi simili.

    Un’idea folle: se avesse urtato la candela, il fuoco non sarebbe più stato confinato nel misero stoppino, alimentato e arginato in una prigione di cera, ma avrebbe potuto nutrirsi di quello che era nella stanza e magari anche di tutto l’accampamento degli Irregolari. Si sarebbe nutrito anche di lui.

    Non l’aveva notata. Restava nell’ombra tremula della candela e lo guardava paziente, le gambe incrociate in pericoloso equilibrio su un mobiletto indifferente al suo peso esiguo.

    Mi senti questa volta o sei ancora nel mondo del delirio? domandò la ragazza dai capelli accorciati da una mano maldestra.

    Nel mondo del delirio? Folgore non capiva.

    Oh, sì sciolse le gambe e si grattò un braccio l’altro giorno mi hai spaventato, sai? Urlavi, scalciavi assunse un canzonatorio aspetto di rimprovero non sono cose che si fanno tra persone civili

    Tra persone civili?

    Potresti per favore smettere di ripetere mozziconi di frasi che ho già detto io? A lungo andare diventa irritante.

    Folgore si chiese se quell’evento insolito confermasse che si trattava di un sogno. Da quale angolo remoto della sua mente veniva fuori un’apparizione così fastidiosa?

    Chi sei?

    Mi chiamo Zoraide

    Zoraide?

    Ecco che lo rifai di nuovo

    Hai deciso di perseguitare gli ultimi istanti della mia vita, Zoraide?

    Zoraide ghignò. Folgore restò interdetto.

    Non temi il contagio? le chiese poi.

    "Temo molto di più quello che mi faranno loro se esco da qui"

    Loro?

    Tu proprio non puoi fare a meno di ripetere, vero? A proposito, come ti chiami?

    Folgore l’aria era uscita dai polmoni con meno dolore.

    Folgore! Bel nome! Sul serio, si addice a quei capelli biondissimi, agli occhi blu scuro. Folgore: un lampo d’argento in una notte profonda. Ben scelto, ben scelto. Te lo sei dato da solo?

    Che peccato ho mai compiuto per meritare la tua assistenza nelle mie ultime ore?

    Zoraide rise: Ma quali ultime ore? La fase acuta è passata. Vivrai, che tu lo voglia o no.

    Folgore guardò Zoraide che aveva iniziato a dondolare su e giù rischiando di sbilanciare il mobiletto su cui era seduta fino al punto di non ritorno.

    Se non è vero ti ucciderò

    Se non è vero sarai morto e non potrai uccidere nessuno. Ma vivrai, fidati.

    Folgore distolse lo sguardo, abbandonandolo nel vuoto.

    Come è possibile, non c’è cura, solo medicina che plachi il dolore

    Una volta ero l’aiutante di uno iatròs, trovammo tante soluzioni a svariate malattie, come alla tua. Non alla sua, però, purtroppo gli occhi di Zoraide erano di un castano chiarissimo, come se di base fossero stati bianchi, solo con una punta delicata di marrone.

    E che cosa vuoi in cambio di quello che hai fatto? Folgore era sospettoso e troppo conscio della sua morte imminente: il ritorno alla normalità non poteva essere immediato.

    Che tu mi dia una mano contro le persone che sono fuori e mi vogliono uccidere. Sai, loro non entrano qui, hanno paura del contagio. Volevano bruciare la baracca, ma sanno che sei un mago del fuoco e temevano di non riuscire più a controllare le fiamme

    Temevano il giusto. Sarò anche ridotto male, ma niente mi avrebbe impedito di ingigantire il loro misero tentativo di rogo sul volto di Folgore ricomparve la luce cattiva dei giorni del vigore, ma fu smorzata presto da un colpo secco di tosse.

    Comunque inizialmente avevo pensato di rifugiarmi qui e di fuggire appena possibile, ma poi ho visto che quei maledetti sorvegliano a turno l’entrata e allora mi sono detta, diamine, perché non rimettere in sesto il mago morente, se è così forte e mi sarà debitore, avrò un alleato potente a un prezzo ragionevole.

    Folgore si concesse qualche istante per riflettere.

    E se io minacciassi di ucciderti?

    In tal caso non ti somministrerò l’antidoto al veleno che ti ho infilato in corpo come mia personale garanzia che ti comporterai bene

    Hai pensato a tutto

    Sono una ragazza previdente

    E l’hai fatto perché io ti aiuti, dunque

    Sì, sei deluso? Preferivi che l’avessi fatto solo per i tuoi occhi blu?

    Folgore restò stupito, non seppe come controbattere e tornò al discorso precedente.

    Quanti sono? Sono umani, maghi, ibridi, che roba è?

    Quattro umani. Uno comunque è anche guercio, quindi…

    Cosa hai fatto per causare la loro ira?

    Io? Ti sembro una persona che si comporta male? assunse un’aria di falsa innocenza che smascherò giocosamente la sua sicura colpa.

    Voglio sapere se hai intenzione di fare a me quello che hai fatto a loro

    Li ho solo raggirati un po’ condendo il raggiro con qualche sugosa bugia e saporite frottole. Te lo giuro, se mi togli da questo impiccio sarò una ragazza tanto brava e buona

    Del tuo comportamento non mi importa, ma ti aiuterò, perché ho bisogno dell’antidoto

    Questo è lo spirito giusto gli scoccò un bacio sulla fronte che lentamente si raffreddava.

    Un giorno ti ucciderò, Zoraide

    È la cosa più carina che mi sia stata detta nell’ultimo mese.

    Capitolo secondo

    Il nome che sfugge

    Il mago ti ha mentito.

    Eco era seduta di fronte a Manfredi che stava consultando la mappa tramite le sabbie viola del nord, che a lui solo la rivelavano. La ragazza non guardava i granelli, osservava il fratello ritrovato dopo tanto tempo e tentava di leggere la sua anima sulle linee del suo volto. Quell’uomo era uno sconosciuto, eppure lo sentiva così vicino, così familiare. Era come se il loro incontro avesse recuperato un frammento del suo cuore lasciato in un angolo buio. Eco pensò a Temistocle, l’altro fratello. Anche lui doveva essere cresciuto, ormai. Il mondo è così grande, eppure i suoi sentieri sono intrecciati in trame fitte e il tempo ha un potere grande sulle vite degli uomini.

    Manfredi cercava di mascherare la stanchezza e la fatica che lo opprimevano. La sorella, però, poteva leggere sul suo volto i segni causati dal lungo viaggio, dall’impossibilità di riposare a causa della maledizione, dalla recente lotta che lo aveva quasi sprofondato in un limbo senza ritorno. Minosse restava confinato nell’ambito dei sogni, non poteva nuocere a Manfredi quando era sveglio, ma questo significava che il cacciatore di taglie non trovava sollievo nel sonno. Ogni volta che dormiva cominciava una lotta, notte dopo notte, così da quando Sosigene l’aveva maledetto in un lontano giorno di pioggia, a causa dell’odio verso il suo maestro, il centauro. Il suo era un viso solido, dalle linee nobili, un aspetto guerriero accentuato dal sopracciglio spaccato, ma anche i predatori più forti hanno bisogno di riposare.

    Manfredi rispose alla domanda di Eco concedendole una parziale attenzione, senza distogliere lo sguardo dalla sua occupazione.

    Intendi riguardo al principe o riguardo a Sinone?

    La ragazza dissentì con gesto armonico. Il fratello aveva ricostruito i frammenti della sua vita a partire dal fondo, dalle faccende i cui effetti ancora perduravano nel presente. Aveva parlato di Sosigene il mago e del compito che gli aveva affidato: ritrovare un principe prigioniero di una torre nel lontano est, il cui destino era di sconfiggere l’esercito del padre. Aveva raccontato anche di Sinone che forse li seguiva celato in forme non proprie, delle insidie di Millevoci, del caldo del deserto, delle misteriose mura di Alchemia. Poi ancora di Duccio che aveva evitato la forca, di Filocolo e Filostrato, di Cino, micrandro orgoglioso che era partito inseguendo un sogno. Si era limitato all’essenziale; per gli aneddoti, le storie e le curiosità ci sarebbe stato tempo. Per i dolori non c’era spazio. Eppure quando si erano salutati per l’ultima volta in quel porto su quel mare lontano, la cicatrice sul sopracciglio non c’era e l’uomo era solo un bambino.

    Mi spiace, non riesco a individuare Sinone e se ti sta effettivamente seguendo è molto abile a celarsi. Starò in guardia, però, e se compie un errore saprò individuarlo. Parlavo della tua maledizione, quella che ti costringe a combattere ogni volta che la tua mente scivola nel sonno. Sosigene, anche se ne è l’autore, non può scioglierla.

    Manfredi distolse lo sguardo dall’alternarsi di pieni e di vuoti della mappa e cercò gli occhi della sorella.

    Hai tutta la mia attenzione.

    L’insicurezza perseguitava Eco, non riguardo a quello che stava per dire, ma al fatto stesso di dirlo. Era difficile contravvenire a un ordine impartito da una voce disciplinata e rivelare un segreto tramandato dai maghi. Ma suo fratello era la sua famiglia e lei era maga solo a metà.

    Non dovrei dirlo, ma le maledizioni non possono essere sciolte dai maghi. Neanche dai più potenti.

    Per qualche secondo Manfredi restò silenzioso, come se stesse calcolando, poi parlò:

    Devo dunque rassegnarmi? la voce si era fatta cupa.

    Oh, no. Vedi, ogni maledizione contiene in sé il suo scioglimento

    Non capisco

    Eco tormentò le mani delicate.

    Non c’è una persona, o una cosa precisa che scioglie le maledizioni, ce ne sono tante. Basta che soddisfino la Condizione. Il maledetto conosce la Condizione e può rivelarla se opportunamente stimolato da un mago. La Condizione è una frase sibillina, ciò che può adattarsi alla frase, scioglie la maledizione

    Vuoi dire che è possibile che io abbia già incontrato chi potesse sciogliere la mia maledizione senza saperlo?

    Voglio dire che molto probabilmente hai incontrato qualcuno o qualcosa che potesse liberarti, e che ancora ne incontrerai lungo il corso della tua vita, ma finché il ragionamento che lega maledizione e soluzione non viene reso esplicito, essa persiste

    Sarebbe utile sapere la frase, allora.

    La luce nella stanza calò, Eco fu rapida a sconvolgere le sabbie viola del nord che si compattarono, inchiodò lo sguardo del fratello al suo e utilizzò la voce disciplinata: Essa è scritta sulla sabbia.

    La mano di Manfredi si mosse e scrisse, senza che gli occhi se ne avvedessero, un messaggio che non proveniva dalla sua mente.

    Quando si scosse, il cacciatore di taglie poté leggere quello che Sosigene aveva legato al suo destino: La maledizione sarà slegata dal giovane nato vecchio.

    Suona come una profezia disse Manfredi.

    La differenza è che le profezie hanno un solo possibile oggetto che le verifica, per le maledizioni va bene chiunque soddisfi la richiesta

    Il mondo deve essere colmo di giovani nati vecchi

    Eco sorrise: Vedrai che avremo più occasioni di quante tu non creda

    Fino adesso sono sopravvissuto, posso resistere ancora passò la mano sulle sabbie che si ritirarono formando nuovamente la mappa.

    Eco guardò Manfredi con malinconia. Sapeva che non poteva sperare di avere la sua completa fiducia, non l’aveva mai avuta per intero, nemmeno da bambina. Non era riuscita a convincere il fratello del carattere ingannevole della promessa di Sosigene e

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