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L'esteta dell'albero dei limoni - Nebbia: Due drammi in tre atti venuti alla luce

L'esteta dell'albero dei limoni - Nebbia: Due drammi in tre atti venuti alla luce

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L'esteta dell'albero dei limoni - Nebbia: Due drammi in tre atti venuti alla luce

Lunghezza:
147 pagine
1 ora
Pubblicato:
19 mag 2014
ISBN:
9788866901969
Formato:
Libro

Descrizione

L’esteta dell’albero dei limoni
Vittorio Scuchi è un anziano collezionista di opere d’arte; in gioventù, ha acquistato per pochi soldi opere di autori allora sconosciuti, ma divenuti poi molto famosi: Renoir, Gauguin, Matisse, Courbet, Picasso… Ora, Scuchi vive in una masseria molto isolata, in compagnia di questi capolavori e di una bellissima, misteriosa ragazza. Nel cortile del rustico, cresce rigoglioso in ogni stagione un albero di limoni, che rappresenta la capacità di godere della Bellezza, un piacere che non si rivela a tutti, men che meno a chi le attribuisce un valore puramente materiale. Scuchi è il simbolo dell’uomo che, rifiutando ogni compromesso, è alla ricerca del piacere puro. Ma la Bellezza sfugge all’uomo, è sovrumana e irreale; forse, è soltanto un sogno torturante o un’illusione.
Nebbia è un dramma che affronta il tema della sincerità e della verità. I protagonisti sono Alberto e Astolfo, un’anziana coppia gay che vive da trent’anni in una casa circondata dalla nebbia. Ora, dopo trent’anni, compare anche una figlia, frutto di una relazione adulterina della moglie di Alberto. La nebbia, vero personaggio del dramma, rappresenta l’isolamento e la solitudine, ma anche l’elemento che prepara la tragedia, perché è il teatro stesso della finzione: fuori dalla nebbia, Alberto ha dovuto fingersi uomo e negare la propria omosessualità, anche a costo di coinvolgere e di far soffrire una giovane donna; dentro la nebbia, ha invece finto per anni di essere felice e non ha mai rivelato al compagno di essere stato sposato.
I drammi di Renato Gattuso propongono allo spettatore un “teatro di idee” filosofico ma non ideologico, capace di intrigarlo con situazioni e personaggi che non sono soltanto umani: infatti, nell’Esteta dell’albero dei limoni i quadri sono veri personaggi, così come lo è la nebbia nel dramma omonimo, ma le soluzioni non vengono offerte, non ci sono tesi da dimostrare già fornite in partenza, bensì suggestioni e stimoli di riflessione che il pubblico è invitato a cogliere in modo attivo. Un teatro da vedere, che si esprime attraverso il linguaggio scenico, il movimento, l’ambientazione, i costumi, gli oggetti, ma anche, volendo, un teatro da leggere come un racconto costruito sulla parola e sulle idee.
Pubblicato:
19 mag 2014
ISBN:
9788866901969
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'esteta dell'albero dei limoni - Nebbia - Renato Gattuso

Renato Gattuso

L'esteta dell'albero dei limoni

Nebbia

Due drammi in tre atti venuti alla luce

EEE-book

Renato Gattuso, Due drammi in tre atti

© Renato Gattuso

Prima edizione e-book: maggio 2014

Edizioni Esordienti E-book

ISBN 9788866901969

Cover: credits to Canstockphoto.com

L’esteta dell’albero dei limoni

Dramma in prosa in tre atti

Personaggi:

Vittorio Scuchi, collezionista di quadri

Nunzio Scuchi, finanziere e fratello di Vittorio

Ester, badante di Vittorio

Aurora Rosi, giornalista e critico d’opere d’arte

Agostino Gosti, ladro di opere d’arte

Ortensio Malè, faccendiere e losco uomo d’affari

I Quadri

(Un grande schermo posto fuori della scena rende visibile al pubblico i vari dipinti, che, di volta in volta, parteciperanno allo svolgimento della storia).

     Vittorio Scuchi è un uomo prossimo ai settant’anni. È un famoso collezionista d’opere d’arte che ha dedicato prima ritagli, poi tutta la sua vita, a racimolare con incompresa e derisa passione quadri di sconosciuti pittori, che non importavano né a collezionisti né a musei, e che in seguito, come spesso accade quando gli uomini sono disposti sconsolatamente a rivedere i loro avventati giudizi, erano divenuti oggetto di desiderio collettivo, nonché opere d’inestimabile valore.

Pochi potevano vantarsi d’aver visto la collezione, e in tanti ritenevano fosse un’incauta quanto improbabile storiella.

Con i suoi dipinti Vittorio viveva, condividendo con loro intimamente e indissolubilmente una vecchia grande masseria spersa in cima ad una ventosa e malagevole montagna, che con estremo gusto aveva ristrutturato e sottratto al disfacimento, facendone la sua bella casa e lo scrigno per i suoi amati e preziosi compagni di romita esistenza.

E dalle stalle, dalla cantina, dal fienile n’aveva ricavato confortevoli nicchie dalle candide pareti, cui affiggere le sue tele.

Ed è proprio in una di queste stalle, larga e profonda, riadattata a galleria, che lo troviamo all’aprirsi del sipario.

L’ambiente, scarno ed essenziale, immerso in un fievole semibuio, viene a tratti rischiarato a giorno dal bagliore di fugaci fulmini, seguiti da rimbombanti tuoni che, per tutto il tempo della scena, s’intercaleranno nel discorso, quasi a marcarlo nei toni e nelle pause.

Ad ogni bagliore s’ intravede nella parte più profonda della stanza una poltrona di pelle nera, con lo schienale rivolto verso il pubblico, dal quale protende la testa incanutita di Vittorio Scuchi.

Sulla parete di fondo, in alto e ben visibile, fissato al muro, proprio di fronte a Vittorio, e rischiarato da una magica luce endogena, è affisso un quadro.

È la Marina a Maguelonne di Gustave Courbet. Il quadro racconta un tratto costiero del sud della Francia: uno spazio di mare, oltre l’arenile deserto e frastagliato da scogli, che si sospinge e si fonde e penetra nel cielo attraverso nuvole che riflettono i raggi di un sole calante. Uno squarcio d’inviolata terra reso vivo da tinte intense e decise e pastose, che spronano vividamente l’idea delle asperità rocciose, delle ondulazioni sfuggenti dell’acqua, della sabbia umidiccia e rappresa, dell’aria tiepida che infonde calore nell’animo di chi la respira.

Ad ambedue le pareti laterali sono affissi altri quadri, ad intervalli ampi e regolari e di fronte a ciascuno di loro è posta una sedia.

Sulla parete di sinistra c’è anche un grande camino spento.

A completare il tutto, due cavalletti su cui sono appoggiati altri due quadri che la luce dei fulmini rende a tratti fugacemente visibili. Anche di fronte ad ognuno di loro è posta una sedia.

Sul primo cavalletto, sistemato a sinistra, di fianco alla poltrona su cui siede Vittorio, e rivolta a lui, è fissata una tela raffigurante una donna: laDonna nuda sedutadi Auguste Renoir.

Sull’altro, collocato a destra, a metà scena, è fissata un’altra tela: i Pesci rossidi Henri Matisse.

Infine, proprio sul ciglio del proscenio, all’angolo estremo di sinistra, rivolto verso il pubblico, sta un cavalletto, su cui è posto un quadro coperto da un pesante telo nero, che rimarrà sempre in vista anche quando il sipario sarà chiuso. Di fronte al quadro, una sedia.

Alla scena si accede da una porta prossima al sipario, che si apre cigolando sulla parete destra.

Tutto il resto, il soffitto a campate, il pavimento in rustiche tavole di legno, lascia intendere la tipologia della casa e la sua antica destinazione.

E infine, a contrasto con l’atmosfera cupa e col fragore della tormenta di neve che impazza fuori, si sente in sottofondo una musica frivola e vacanziera, del tipo … sapore di sale, sapore di mare…, dal suono metallico, che vien fuori da un vecchio giradischi che di tanto in tanto si blocca sulla stessa nota per poi ripigliare da capo. Sempre la stessa canzone.

PRIMO ATTO

Dalla porta, dopo aver bussato varie volte, ma senza ricevere alcuna risposta, entra Nunzio Scuchi.

È un uomo alto, massiccio e dai capelli rossastri. È imbacuccato in un pesante cappotto nero e avvolto da una spessa sciarpa di lana verde. Entra timidamente; fa qualche passo in avanti; poi si ferma esitante, ammiccando verso il fondo della stanza e scosso da brividi di freddo.

Nunzio (Timorosamente) Vittorio…Vittorio… (Un fulmine illumina la stanza e un tuono lo segue…) Vittorio!

Vittorio (Con tono seccato e con voce rauca) Che c’è?

Nunzio Spero di non averti svegliato…, spero di non averti disturbato…, spero di…

Vittorio Che uso maldestro fai tu delle tue speranze!

Nunzio Ti assicuro che spero veramente e di cuore…

Vittorio Se tu imparassi a dare il giusto peso alle parole, che così inopportunamente impieghi, useresti un altro verbo al posto di sperare. (Pausa) Ma tu non ne conosci il vero significato e ne sprechi inutilmente il suono e il senso, confidando che io ti creda.

Nunzio (Confuso) Perché mai non dovresti credermi?

Vittorio Conosci il senso vero del verbo sperare?

Nunzio Credo proprio di sì.

Vittorio Spiegamelo allora!

Nunzio (c.s.) Cosa con precisione dovrei spiegarti?

Vittorio (Insofferente) Il significato di sperare; cos’è per te una speranza; coraggio! Cosa aspetti a farlo?

Nunzio (Balbettando) Sperare è come avere un desiderio…, e una speranza equivale ad una brama…

Vittorio. E poi?

Nunzio Come quando si desidera che qualcosa succeda…, o quando si sente il bisogno di avere una cosa che non si ha… Insomma, desiderare fortemente che…

Vittorio (Incalzante) Come desiderare una sigaretta o un gelato oppure una donna. È questo che vuoi dire?

Nunzio Non proprio…

Vittorio Spiegati più soddisfacentemente, allora; dai fondo a tutte le tue capacità lessicali. Devi necessariamente essere chiaro con me, non credi?

Nunzio (Sempre più intimidito) Se desidero una sigaretta, metto la mano in tasca e la prendo, senza alcun bisogno di sperare.

Vittorio E col gelato? E via! Rispondi velocemente; cosa fai quando desideri un gelato?

Nunzio (Che stenta a capire dove Vittorio vuole andare a parare) Entro in un bar e ne compro uno…

Vittorio Basta mettere la mano in tasca e prendere i soldi. È cosi?

Nunzio Appunto.

Vittorio Quindi desiderare qualcosa non comporta sempre la necessità di sperarla…

Nunzio No, per niente.

Vittorio Poc’anzi avevi detto il contrario, ossia che sperare corrisponde a desiderare.

Nunzio (Infastidito) Era solo un modo di dire…, per farti capire meglio.

Vittorio (Ridacchiando, schermendo il fratello e declamando con voce sostenuta) Dicasi modo di dire il tentativo malaccorto di dire tanto per dire, senza dire niente che corrisponda al vero, né a ciò che si vorrebbe veramente dire, ma non si dice…, chissà poi perché?

Nunzio Io veramente intendevo dire…

Vittorio E con la donna, dimmi, che fai? Afferri la prima che passa o ti basta, anche in questo caso, mettere la mano in tasca e accaparrartene una? (Con tono di rimprovero) Tu mi avvilisci, fratellino… Ma come fai, me lo dici, ad andare a letto con una donna, con la prima che riesci a prendere, senza prima aver sperato di farla tua e averla anelata con tutte le tue energie, con tutte le tue fantasie.

Nunzio (Sempre più impacciato e agitato) Ma io non vado a letto con la prima che passa! (Mostrandosi risentito) Forse dimentichi che io sono un uomo sposato e fedele…

Vittorio (Riprendendo il tono sarcastico di prima) … e volgare mentitore.

Nunzio (Facendo qualche minaccioso passo avanti) Io non sono per nulla un volgare bugiardo.

Vittorio Peccato! Quest’ultima avventata affermazione ti toglie anche l’opportunità di sperare di non esserlo.

Nunzio Per via della donna?

Vittorio (Trasecolando) Di quale donna stai parlando?

Nunzio Ma di quella a cui si accennava prima.

Vittorio La conosco? È attraente, passionale, ardente? È femmina? Descrivimela! Ha delle belle ginocchia?

Nunzio Ma di chi stai parlando?

Vittorio Ma della donna che brami giorno e notte; quella cui scrivi lettere infuocate e indecentemente erotiche e… anonime; quella che nelle tue notti insonni svegli alle tre del mattino, standotene muto dall’altra parte del telefono ad ascoltare il suo fiato eccitato, voglioso e seducente, che ti accende e ti stordisce, (pausa) mentre tua moglie

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